Una prospettiva libertaria per il medioriente

La seguente intervista apparirà sul numero 27 anno 96 di Umanità Nova, 18 settembre 2016. È consigliata anche la lettura di questo altro articolo, pensato per accompagnare questa intervista e a questo scopo pubblicato su Umanità Nova.

L’intervista che presentiamo di seguito è stata realizzata ad inizio agosto 2016, a poco più di due settimane dal tentativo di golpe del 16 luglio e poco più di un mese primo dell’inizio delle grande manovre turche sulla destra orografica dell’Eufrate in territorio siriano per contrastare la presenza delle milizie dell’SDF che avevano sottratto quei territori all’ISIS, strategici per le linee di rifornimento del Califfato.

L’intervista che segue è frutto di un colloquio di diverse ore con un esponente dell’organizzazione anarchica turco-kurda DAF (Azione Anarchica Rivoluzionaria) e ne è un condensato. L’intervista vera e proprio è stata integrata con frammenti del resto del colloquio.

Se la parte di più stringente attualità, su cui consigliamo anche la lettura dell’articolo tradotto da Meydan, il giornale del DAF, pubblicato sul numero 26 anno 96 di Umanità Nova (Lotta per il potere, lotta contro il potere), può essere in parte considerata superata riteniamo che la seguente intervista presenti un compiendo necessario per comprendere la situazione turco-kurda e l’azione dei nostri compagni in quelle terre.

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D: Come si è evoluta la situazione in Turchia nelle ultime settimane? Dopo dopo il tentativo di golpe il potere di Erdogan è più forte? Come si è evoluto lo scontro tra l’AKP e Hizmet?

R: Come sapete l’organizzazione di Gulen, Hizmet, è attiva da prima dell’inizio dei governi dell’AKP e da quando l’AKP è divenuta organizzazione di governo si sono coalizzati, dato che il movimento gulenista era molto forte dentro agli apparati statali, polizia, esercito, tribunali. Hizmet ha diverse scuole, controlla parte dell’educazione, università, i corsi di preparazione agli esami di ammissione universitari, e licei, così come i media ed è presente nella sanità. Hanno un grandissimo potere. L’AKP e Gulen si sono coalizzati e hanno cooperato, soprattutto nella giustizia, grazie alla presenza della dei gulenisti nei nei ranghi di giudici e procuratori. Hanno proceduto all’arresto e alla messa in stato di accusa di moltissimi membri delle forze armate, membri di organizzazioni kemaliste, colpendo anche alti ufficiali e membri dello stato maggiore.

Dopodiché hanno sostituito gli arrestati con dei propri uomini e si sono ulteriormente rafforzati, sia AKP che Hizmet, non solo nei ranghi dell’esercito ma in tutti gli apparati statali che erano stati epurati, polizia, servizi di intelligence, burocrazia.

Ma nel tempo sono emerse dei contrasti tra questi due gruppi di potere e Erdogan ha iniziato una campagna tesa a espellere Hizmet dai quadri statali. I gulenisti però non sono stati a guardare: i loro membri presenti nella giustizia hanno iniziato ad indagare sui membri del vertice dell’AKP e hanno aperto processi nei confronti di ministri di governo, dei loro famigliari e, addirittura, nei confronti del figlio di Erdogan, per accuse di corruzione e appropriazione di fondi pubblici.

Questo è stato un passaggio fondamentale, seguito anche da proteste popolari, che ha segnato una fase difficile per l’AKP. Ma il partito di Erdogan è riuscito a operare dei cambiamenti legislativi, hanno cambiato le leggi sulla corruzione facendo cadere le accuse e rendendo vani i processi istruiti dai giudici gulenisti.

Ovviamente dopo di questo Erdogan ha fatto dei passi nella direzione di colpire i gulenisti. Ha fatto chiudere le scuole di preparazione universitarie controllate dai gulenisti, si è creata una vera e propria situazione di guerra tra i due gruppi di potere. Si sono attaccati a vicenda, anche se con strumenti differenti.

I cambiamenti legali voluti da Erdogan erano tesi a proteggere l’apparato dell’AKP e a purgare lo stato dall’organizzazione gulenista, è stata una grande operazione nei confronti dei gulenisti e questi hanno subìto il colpo, per un periodo sono stati passivi, ma ad un certo punto hanno capito, grazie alla presenza nei gangli statali avevano a disposizione moltissime informazioni, che i piani del governo erano tesi a eliminarli di scena completamente e hanno iniziato a progettare il golpe.

Inoltre, entro la fine del settembre 2016 era previsto un avvicendamento ai vertici delle forze armate e i gulenisti avevano previsto che in quell’occasione sarebbero stati estromessi dalle posizioni apicali dell’apparato militare, i tempi d’azione si sono ristretti.

Un’ipotesi accreditata è che il golpe sia fallito per causa o di una fuga di informazioni che ha costretto i golpisti ad anticipare l’inizio delle operazioni, agendo così senza la piena forza o perchè delle fazioni delle forze armate che si erano accordate con i golpisti hanno ritirato all’ultimo il loro appoggio e l’hanno accordato al governo.

Il fallito colpo di stato ha fornito all’AKP la possibilità di attaccare in modo palese i gulenisti, di procedere ad una radicale purga nei loro confronti. Avendo lavorato insieme per anni ed essendo entrambi presenti e radicati in profondità nelle strutture statali entrambi avevano informazioni sulle corrispettive mosse.

Decine di migliaia di persone, legate a Hizmet sono stato licenziate da impieghi pubblici. È stato dichiarato lo stato di emergenza e il governo ha potuto agire senza dover rispondere al parlamento.

Al momento stanno colpendo l’organizzazione di Gulen, ma già adesso dichiarano di voler colpire tutte le organizzazioni che chiamano terroriste, quindi le forze rivoluzionarie, anarchici ma anche socialisti e forze kurde.

D: Quale conseguenze avrà il fallito colpo di stato nella situazione kurda?

Nel Bakur [Kurdistan turco, ndt.] ci sono stati pesanti scontri negli ultimi mesi tra le forze governative e le forze della guerriglia, anche se in parte diminuiti nel periodo immediatamente precedente al golpe, ma il governo ha dichiarato che continuerà a rastrellare e distruggere le città e i villaggi kurdi. La ragione di questa modalità di azione è complessa: la strategia di distruzione programmata degli spazi urbani è tesa a ricostruire uno spazio maggiormente controllabile, con strade larghe, più facilmente percorribili dai blindati ma vi sono anche ragioni economiche: l’obiettivo è quello di creare un’economia di guerra e di favorire i processi di land grabbing. Dopo la distruzione di villaggi e città queste dovranno essere ricostruite. Gli attori che si stanno accaparrando i terreni sono sia attori pubblici, aziende pubbliche di costruzioni, che privati: costruttori legati a doppio filo all’AKP.

Infatti il substrato materiale che regge il partito di governo è quello delle costruzioni edili, sono moltissimi i costruttori legati a questo partito. Questo è uno dei motivi della distruzione delle città e dei kurdi. Non è chiarissimo che cosa accadrà esattamente ma ipotizziamo che riprenderanno ad arrestare politici, giornalisti, avvocati e attivisti kurdi. L’HDP ha espresso la sua opposizione sia verso il tentato golpe che verso lo stato di emergenza.

Per ora gli organismi repressivi sono occupati con Gulen, ma probabilmente il secondo passo sarà attaccare le organizzazioni politiche kurde.

13920607_1164124980319100_5563887230615374397_nD: Quale è la situazione della sinistra kurda e quale è ancora l’influenza dei    partiti Marxisti-Leninisti che ebbero l’egemonia dei movimenti sociali nei decenni scorsi?

Prima del golpe 1980 vi era un forte movimento di stampo marxista-leninista, vi erano forti lotte nell’ambito del lavoro. Dopo il golpe per anni nessuno poteva fare niente, vi era una repressione fortissima. Negli anni novanta si sono riorganizzati i partiti m-l, ma molti dei loro membri erano stati arrestati o costretti all’esilio così si sono dovuti riorganizzare da capo. Ma ovviamente la situazione era completamente cambiata rispetto agli anni settanta, gli anni in cui erano egemoni nell’estrema sinistra.

Per tutti gli anni 90 gli stessi sindacati erano molto immobilisti, poco attivi, dopo il duemila possiamo vedere come ha ripreso a cambiare qualcosa nell’ambito del lavoro. I lavoratori hanno ripreso ad organizzarsi, come negli anni precedenti al golpe del 1980, sono riprese le mobilitazioni. Ma ovviamente ogni volta in Turchia le cose cambiano molto velocemente, da un anno all’altro. Durante gli anni novanta e duemila un anno era possibile scioperare e manifestare, l’anno dopo venivano cambiate le leggi e aumentava la repressione, poi veniva di nuovo allentata, tutto molto velocemente. Ad ora i partiti m-l hanno un peso ma sono di dimensione ridotte rispetto al passato, sono presenti soprattutto nelle aree alevite [corrente eterodossa dello sciismo, ndt], alcune organizzazioni sono radicate nelle università, ma non ci sono organizzazioni grosse. La questione importante in Turchia è che c’è la guerra aperta: la guerra tra lo stato e il popolo kurdo, in Turchia come in Siria, con gli interventi turchi oltreconfine, così i partiti m-l hanno dovuto prendere una posizione in merito, schierarsi. La maggioranza di loro supporta l’HDP e i movimenti kurdi e molte energie dei partiti m-l sono impegnante in azioni di solidarietà con il popolo kurdo.

D: Quale è la situazione del movimento anarchico in Turchia e Kurdistan?

In Turchia l’ideologia anarchica si è diffusa solamente dalla fine degli anni novanta, c’erano dei piccoli gruppi che pubblicavano riviste, diffondevano traduzioni da pubblicazioni estere. ;a non vi erano organizzazioni, solo piccoli gruppi poco coordinati. Noi come DAF abbiamo iniziato ad organizzarci nel 2007, con l’obbiettivo di creare pratiche e tradizioni anarchiche per queste terre, Turchia, Kurdistan e in generale in Medioriente. L’idea era quella di creare un esempio e una tradizione anarchica. Per ora siamo organizzati sopratutto in Istanbul e Amed, ma siamo presenti anche in villaggi e città minori. Siamo ben conosciuti a livello politico e siamo ben rispettati, anche dagli m-l, in nove anni siamo riusciti a creare una storia di lotta anarchica.

Il nostro ruolo nella solidarietà con le lotte dei kurdi è stato molto importante per noi stessi perché in un paese in cui è in corso una guerra devi, che tu lo voglia o no, sei costretto a prendere una posizione. Come anarchici siamo stati presenti durante la rivoluzione del Rojava e durante gli attacchi dello stato turco nel Bakur.

Questo ci ha permesso una penetrazione nella società kurda, l’anarchismo ha avuto un forte impatto, il PKK, così come il PYD, sono stati influenzati fortemente dalle idee libertarie e anarchiche, anche nelle pratiche messe in campo sia in Rojava che nel Bakur.

La nostra presenza a fianco delle organizzazioni politiche kurde riteniamo sia importante perché permette di rafforzare le pratiche libertarie messe in campo da queste organizzazioni che prima libertarie non erano.

D.: quali saranno secondo le conseguenze del fallito golpe sul movimento anarchico e, in generale, sui movimenti sociali?

Ovviamente il fallito golpe e lo stato di emergenza sono una grande minaccia per il movimento anarchico e non solo. Lo stato può fare operazioni repressive contro l’opposizione sociale, può arrestare più facilmente attivisti.

Già negli ultimi mesi c’è stata una stretta repressiva, soprattutto nei confronti delle organizzazioni kurde, ma probabilmente nel prossimo futuro ci saranno ulteriori azioni repressive nei confronti di tutti i movimenti politici di opposizione, facilitate dallo stato d emergenza.

D.: Come la repressione statale sta colpendo il movimento anarchico? Vi sono prigionieri anarchici? Sono possibili contatti con loro? Dopo il tentato golpe è cambiata la situazione?

Attualmente ci sono prigionieri anarchici ma, in generale, non sono in prigione per la loro militanza anarchica, a parte gli obiettori di coscienza anarchici. Per lo più sono detenuti che sono diventati anarchici quando erano già detenuti, molti vengono da precedenti esperienze politiche, socialisti o membri di organizzazioni kurde. Hanno cominciato ad avere contatti con noi, abbiamo pubblicato articoli di prigionieri, si stanno organizzando tra di loro. Ci sono anche dei prigionieri anarchici che sono vegani o vegetariani che hanno condotto lotte specifiche per ottenere dei pasti confacenti alle loro diete, facendo anche degli scioperi della fame per ottenere cibo dall’esterno.

Generalmente i prigionieri politici sono sottoposti a forte pressione nelle galere ma al contempo sono bene organizzati. Sia i prigionieri della sinistra rivoluzionaria che i prigionieri kurdi sono molto organizzati, riescono ad avere spazi per incontri, programmi di autoeducazione e sport. Ovviamente questo è stato ottenuto grazie a delle grandi lotte negli anni passati. Quando arriva uno/a nuovo/a detenuto/a politico in galera questi prigionieri agiscono in modo che venga messo in celle vicino alle loro, per stare in contatto e non lasciarlo/a isolato/a.

Con i detenuti per crimini comuni, non politici, ci possono essere dei problemi ma ci sono delle lotte da parte dei detenuti politici anche per questi detenuti.13901559_1163415673723364_1165682960903733717_n

Dopo il fallito golpe, ovviamente, le cose stanno cambiando. Ci sono maggiori difficoltà per i prigionieri politici per incontrate famiglie e avvocati. Le prigioni, inoltre, sono state sovraffollate con tutti i problemi conseguenti.

I problemi quindi ci sono ma le organizzazioni dei prigionieri politici sono forti e penso che potranno superare questo momento se ci sarà solidarietà da fuori delle galere.

D.: Quale è la situazione dei gruppi di gruppi di destra, come i Lupi Grigi ma anche gruppi religiosi? Vi sono legami tra questi gruppi e l attuale governo?

I partiti nazionalisti, come il MHP, sono nel parlamento, l’MHP è il quarto partito, dopo AKP, CHP [partito kemalista, ndt.] e HDP; per ora il MHP è il quarto partito più forte, hanno 40 parlamentari. Ma non sono più così attivi come negli anni 70 80 in cui conducevano azioni paramilitari in strada. Hanno cambiato alcune posizioni rispetto al passato ma con l’AKP condividono molte posizioni, soprattutto quelle contro le organizzazioni rivoluzionarie e contro le organizzazioni kurde, anche se sostengono che le posizioni che l’AKP esprime non siano abbastanza nazionaliste fondamentalmente supportano l’AKP.

Dopo il fallito golpe si sono ulteriormente avvicinati all’AKP, sia il MHP che il CHP. Erdogan e il AKP li hanno esplicitamente invitati ad un supporto del governo contro Gulen e questi partiti si sono dimostrati molto radicali nell’appoggiare la lotta del governo turco contro Hizmet.

Sulla questione kurda l’MHP vuole attacchi ancora più forti nei confronti delle organizzazioni kurde ma sono comunque soddisfatti da quanto sta facendo l’AKP.

Dicono chiaramente che pur non essendo loro stessi al governo sulla questione kurda il governo sta applicando le loro idee: attaccare la popolazioni, stragi e distruzione delle città.

D.: Quale è la situazione delle lotte nel mondo del lavoro, del sindacalismo. Nell’ultimo anno abbiamo visto mobilitazioni sia nel settore minerario che nel settore dell’industria, dall’Italia abbiamo potuto vedere le lotte negli stabilimenti FIAT presenti in Turchia, ma sappiamo che ci sono state lotte diffuse. Quale è la situazione generale di queste lotte? Quale è il vostro intervento nelle lotte sul lavoro?

La maggioranza dei lavoratori sono organizzati nei sindacati principali. Uno dei sindacati più importanti è il DISK ma questo non è un sindacato radicale. Le principali lotte sul lavoro nell’ultimo periodo sono state nei settori produttivi dove sono peggiori le condizioni di lavoro, dove c’è un alto tasso di morti sul lavoro, come il settore minerario, quello tessile soprattutto nelle fabbriche di jeans, e il settore edile. Le lotte che vi sono quindi non sono per i diritti genericamente intesi ma direttamente per la vita.

Nell’ultimo anno siamo stati attivi nell’Unione dei Lavoratori Edili, un nuovo sindacato, che non è federato a sindacati come il DISK, è un sindacato indipendente; come DAF siamo molto presenti e attivi in questo sindacato. Questo sindacato sta lavorando per affermare le ragioni dei lavoratori e pur essendo un sindacato costituito da poco si è fatto conoscere in fretta perché adotta pratiche di azione diretta: picchetti nei cantieri ma anche presso le sedi delle imprese edili. Questa strategia ha spesso successo: la vittoria viene conseguita in pochi giorni, in alcune occasioni anche nel giro di poche ore, perché viene bloccata direttamente la produzione e il danno economico per i padroni è immediato. In generale in Turchia sono in corso processi di organizzazione dei lavoratori, si stanno diffondendo le lotte per ottenere migliori condizioni economiche. Possiamo dire che si sta riaffermando un nuovo stile di lotta sindacale, molto più radicale di quello dei grandi sindacati come il DISK. Molti piccoli sindacati stanno passando a stili di lotta radicali e diretti. Penso che nel prossimi anni ci saranno buoni spazi per l’intervento anarcosindacalista e anarchico tra i lavoratori.

D.: Prima hai detto che una delle basi del potere dell’AKP è nel settore edile. Possiamo quindi immaginare quindi che le lotte del nuovo sindacalismo di azione diretta in questo settore colpiscano direttamente il governo. Al momento sono quindi in corso anche dei processi repressivi nei confronti di queste organizzazioni dei lavoratori?

Negli attentati di Ankara abbiamo perso 5 compagni, molto attivi a livello sindacale, ma a parte questo non vi sono stati particolari attacchi repressivi.

Il sistema della lotta tramite picchetti nei cantieri e davanti alle sedi delle compagnie edili ha un forte vantaggio: oltre a colpire gli interessi economici del padrone nell’immediato va a rovinare anche l’immagine pubblica di queste aziende, che è considerata molto importante nella società. Inoltre, siccome sono in corso grossi progetti edilizi in tempi molto rapidi anche un solo giorno di lotta con picchetti fa perdere del tempo prezioso e i padroni preferiscono fare concessioni ai lavoratori piuttosto che chiedere l’intervento delle forze di polizia, cosa che rischierebbe di allungare i tempi della lotta e fare perdere ulteriori soldi alla compagnia edile.

Ma ovviamente la polizia in alcuni casi è intervenuta ed è intervenuta pesantemente contro i lavoratori. Ma non possiamo dire che al momento c’è una forte e speciale pressione nei confronti dei sindacati d azione diretta.

D.: L’antimilitarismo è un importante questione per il movimento anarchico. Come vi approcciate a questo argomento e quali sono le vostre attività in questo ambito?

In Turchia c’è la leva obbligatoria, e questo è uno dei principali terreni di lotta per le organizzazioni antimilitariste. C’è un forte movimento degli obiettori di coscienza, siamo tra le organizzazioni più attive in questo campo, e possiamo dire che tutti gli anarchici sono obiettori di coscienza e stiamo conducendo una lotta contro la leva obbligatoria. Per questo siamo accusati da parte dell’opinione pubblica di fomentare l’odio, l’ammutinamento e la diserzione. Molti di noi sono stati arrestati per non essersi presentati alla leva. Abbiamo un associazione, l’Associazione per l’Obiezione di Coscienza, fondata in Istanbul ma presente in tutto il paese che dà assistenza legale a chi non vuole andare sotto le armi o a chi è già sotto le armi ma vuole uscirne, diamo una mano a fare le dichiarazioni di obiezione di coscienza. Un azione comune per gli obiettori è quella di dichiarare pubblicamente la propria opposizione al servizio militare e al militarismo, sia con comunicati stampa che con dichiarazioni fatte in spazi pubblici. Generalmente gli obiettori vengono arrestati, noi ci attiviamo per fornire supporto e assistenza legale, organizziamo campagne di solidarietà. Siamo parte di War Resistence International e di European Bureau for Conscious Objection. Pubblichiamo rapporti della nostra attività, e di quella delle associazioni con cui abbiamo contatti internazionali, tutti gli anni e cerchiamo di darne la più ampia diffusione possibile.

D.:Negli ultimi anni del governo dell’AKP abbiamo potuto vedere come sia aumentata la repressione nei confronti delle donne, e in generale sulle questioni di genere. Il movimento anarchico come si muove in questo ambito? Vi è un movimento anarco-femminista?

In Turchia c’è un movimento femminista e ci sono donne anarchiche. Abbiamo un grosso problema con l’omicidio di donne, così ci sono campagne in merito a questa problematica.

Ovviamente il governo dell’AKP, così come molti governi, attacca le donne. L’AKP vuole che le donne stiano a casa, che siano madri e che educhino i figli ad essere soldati, vi sono dichiarazioni esplicite da parte del governo in questo senso. Vi sono campagne governative contro l’aborto, al momento proibito oltre la decima settimana, e molte donne stanno combattendo per questa libertà.

Le donne anarchiche sono parte del generale movimento di lotta femminile e stanno provando a creare la propria organizzazione per poter fare azioni indipendenti e connotate in senso anarchico.

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Frankfurt am Main

Capita talvolta che io viaggi all’estero. A questo giro è capitato che io finissi in quel di Francoforte sul Meno, per cui ora vi beccate le foto

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1001374_624999557534103_1403277225_nIo a a Genova nel 2001 non c’ero, troppo giovane all’epoca. Ma ho sempre avuto l’abitudine di parlare con chi c’era, ne ho conosciuti diversi in giro con Indymedia quando ero ragazzino e poi in generale tra le centinaia di compagni e compagne che ho conosciuto. Ho sempre avuto anche l’abitudine di recuperare tutto quello che, scritto in merito, mi capitava tra le mani, compresi i libri delle guardie. Una miriade di comunicati, di articoli, opuscoli, di video visti, di documenti legali.

E un’idea me la sono formata. Ed è un’idea piuttosto netta.

Io ci tengo a ribadire ancora una volta che non mi interessa costruire una “memoria condivisa” per “ricucire un trauma” su Genova01, non mi interessa farlo con il ministero dell’interno o chi per esso e non mi interessa neanche farlo all’interno del movimento.
Su come è andata a finire Genova, su Giuliani morto in piazza Alimonda, sui pestati della Diaz e di Bolzaneto, sulla gente massacrata per strada, ci sono delle precise responsabilità interne al movimento oltre che a quelle dello stato italiano: i responsabili sono i dirigenti dell’area disobbediente o tute bianche o come cazzo vogliamo chiamarli che prima hanno dichiarato guerra a destra e a manca in conferenza stampa e poi non hanno allestito uno straccio di Sd’O per garantire la tenuta delle piazze di cui erano responsabili, i colossali imbecilli che pensavano che bastasse un accordo orale con il vicequestore di turno per spostare tutto sul piano simbolico. Eh, no, poveri piciu, il simbolico vi è tornato indietro in forma materiale di manganelli, tonfa, caroselli con i blindati, con tanti di birri che sparavano dai finestrini, e il Tuscania che prende e vi demolisce la testa del corteo catafottendosene dei vostri accordi, agendo per altro al di fuori degli ordini della catena di comando. A dimostrozione di che cosa sia realmente lo stato liberale di diritto in cui nei fatti credete.
A cadavere caldo partivate con le dissociazioni da quello che definivate un tossico che rovinava la vostra bella immagine. Per cinque minuti, però, che poi qualcuno tra di voi particolarmente furbo si è ricordato di qualche giovanile lettura sull’importanza dei miti, e allora via con lo sciacallaggio, con la costruzione della figura del Martire.
E allora via con l’individuazione del famigerato e oramai mitico blocco nero come i cattivi di turno, che si contrapponeva con voi che eravate tanto bravi. E che la polizia aveva usato la scusa del blocco nero per massacrare tutti. Un corno: lo stato è sovrano, non ha bisogno di scuse. Gli ordini ministeriali erano chiari: bastonare e se possibile cercare il morto, stralciare qualsiasi accordo prima preso sul fare scontri teatrali.
Poi via tutti quanti a tentare di usare quella gigantesca sconfitta per i movimenti sociali che è stata Genova01 per tentare di accaparrarsi qualche poltrona: agnoletto in parlamento europeo, casarini a fare il portaborse per un governo di centro sx, l’altro coso in parlamento a fare avanspettacolo piantando semi di cannabis nelle fioriere di Montecitorio. Grande vittoria, grande vittoria, non vi è che dire. I movimenti sociali bloccati per anni a fare i conti con lo sberlone che si sono presi in cambio di qualche consigliere comunale, un portaborse, un parlamentare e un europarlametnare.
E dopo 10 anni vi vidi pure sfilare a Genova, con il vostro, adesso ex, leader Casarini che faceva supercazzole politiche dall’alto di un furgone, rivendicandosi questo e quello per poi andare a fare il difensore della piccola imprenditoria. Ridotti ai vecchi e nuovi quadri con al seguito qualche ragazzino, intesi da voi come stagionali dei movimenti, dopo le purghe interne, i pestaggi, gli episodi delle 40 tessere in 40 minuti, la campagna elettorale per prodi con il candidato arcobaleno, una cretina che riusciva a fare persino brutta figura davanti a Bertinotti, al punto che dovevate simulare guasti audio per non fargli finire di controbattere alla vostra candidata durante il dibattito a Bologna, la malora che avete fatto alla MayDay di Milano nel 2006, prendendone pure un sacco e una sporta, e che ha fatto si che diventaste l’area politica più odiata da tutti quelli che vi stavano intorno. Adesso, dopo le ennesime spaccature interne, i sindacatini farlocchi che subito firmano gli accordi sulla rappresentanza, i cs trasformati in locali alternativi, i franchising di biomerda, preparate le ennesime campagne elettorali.
Ecco: voi siete miei compagni manco per la beata anima del cazzo, con voi non si costruisce una memoria collettiva.

E dopo 15 anni qua sto ancora qua ad incazzarmi ogni volta che rivedo quei video, ogni volta che leggo il commento di qualche fasciodimmerda o di qualche altra specie di coso ignorante, ogni volta che assisto al gioco al recupero su di un cadavere.

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Black Lives Matters?

Di seguito il mio pezzo pubblicato su Umanità Nova n 25 anno 96, che uscirà la settimana prossima. Poi basta articoli su uenne fino a settembre, che anche i redattori vanno in ferie.

In compenso carico pure l’audio del mio intervento nell’info di Radio Blackout

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Today’s pig is tomorrow’s bacon. Or dope, if you are Bafometto.

Ci risiamo. Ancora una volta la polizia statunitense ha ucciso, in modo del tutto non giustificabile, due neri, sparando loro a bruciapelo. Ma questa volta la reazione c’e’ stata: blocchi stradali, proteste diffuse in tutto il paese, scontri. A Dallas, Texas, le cose han preso una piega ancora differente: un cecchino, veterano delle guerre mediorientali, ha aperto il fuoco contro uno schieramento di polizia durante una protesta, ammazzando cinque poliziotti prima di essere ucciso da un robot degli artificieri. Un salto di qualita’ nelle tattiche poliziesche, ma ci torneremo sopra dopo.

La FOX News, le radio locali, piu’ o meno collegati alle varie congregazioni religiose di destra, alcuni siti di informazione cianciano di war on cops, di guerra ai poliziotti, sfoderano la retorica della tiny blue line, la sottile linea delle forze dell’ordine che protegge i bravi cittadini dal caos. Ma i dati, nudi e crudi, mostrano una realta’ assai differente: in questi anni si e’ avuto il piu’ basso numero di poliziotti ucisi in servizio a fronte del piu’ alto numero di uccisi dai poliziotti. Alcuni di questi durante conflitti a fuoco, dove vale la regola del mors tua vita mea, altri, come Philip Castille in Minnesota, uccisi senza motivo durante un controllo stradale.

Secondo alcuni il fattto che la polizia uccida nello stesso numero bianchi e neri dimostra che non e’ presente un comportamento razzista tra le forze dell’ordine; peccato che un nero o un ispanico o un nativo al di fuori delle riserve abbia molte piu’ probalita’ di essere fermato dalla polizia rispetto a un bianco.

La societa’ americana negli ultimi decenni e’ stata caratterizzata dal continuo restringersi degli spazi di liberta’, dalla reazione ai movimenti emancipatori degli anni sessantta e settanta, non funzionali all’ordine neoliberale e alle dinamiche di accumulazione del capitale.

Certo, non esistono piu’ leggi che impongono la segregazione razziali ma i ghetti sono rimasti. La popolazione di colore inurbata nei grandi centri industriali del nord era la grand esclusa dal patto sociale socialdemocratico e ha subito la restrutturazione dell’apparato manifatturiero americano in modo pesante, anche piu’ dei colletti blu bianchi. Le comunita’ rurali del sud e della fascia degli Appalachi rimangono cronicamente povere anche a fronte dello spostamento in quelle aree grografiche di stabilimenti che prima si trovavano nel nord. Gli apparati di polizia, pur con l’immissione di quelli che Malcom X chiamava “negri da cortile” rimangono strutturalmente razziste e i collegamenti tra le organizzazioni del suprematismo bianco e le forze dell’ordine statali, cittadine e di contea permangono con forza.

Le famiglie nere insegnano ai propri figli come comportarsi nel caso dei frequenti controlli: mai mettere le mani in tasca, mai dare segni di aggressivita’o abbozzare una reazione neanche nel caso di palesi violazioni degli stessi diritti sanciti dalle leggi. Ben sanno che e’ alta la probabilita’ che un poliziotto decida che un negro e’ troppo aggressivo e vada ucciso o pestato. Tanto e’ un fatto oramai chiaro e palese a tutti che le forze dell’ordine agiscono in un regime di sostanziale impunita’ anche nei casi piu’ gravi. Alla peggio finiscono licenziati e qualche imprenditore bianco e razzista dara’ loro un lavoro come premio per la loro condotta.

E’ inutile che gli editorialisti del Washington Post si eccitino all’idea di avere un presidente nero giurando e spergiurando che il razzismo non e’ piu’ un problema strutturale, che e’ stato risolto dalle magnifiche e progressive sorti della democrazia liberale che ha sussunto e risolto al suo interno le contraddizioni.

Nei ghetti delle grandi citta’ non e’ cosi’. Non e’ cosi’ nemmeno nelle aree rurali della bible belt.

Qua i meccanismi di oppressione di razza, di classe e di genere si intersecano e si avviluppano tra di loro e creano meccanismi infernali.

In questi luoghi e’ ancora importante il ruolo delle congrezioni religiose cristiane, e in taluni quartieri della Nation of Islam, la religione e’ oppio dei popoli e lacrima sulla faccia del mondo, e qua mostra tutta la sua potenza nell’attuire le possibili reazioni ad una societa’ strutturalmente oppressiva. E queste congregazioni sono collegate a doppio filo con i circoli di base del Democratic Party che tenta di cooptare al suo interno le istanze conflittuali per poterle trasformare in pacchetti di voti utili sia a livello locale che a livello piu’ alto. Ma chi costruisce la propria carriera politica sul rappresentare determinati segmenti di sfruttati non ha interesse ad eliminare lo sfruttamento: verrebbe meno la causa prima dell’esistenza delle sue reti clientelari.

Ed eccola qua che fallisce la democrazia liberale: altro non e’ che una forma di contenimento delle forze sociali in un tentativo di rendere armonioso i meccanismi di esproprio e acccumulazione.

Ma le corde troppo tirate si rompono.

Si ruppero negli anni sessanta, si stanno rompendo nuovamente.

Il movimento Black Live Matters sta dimostrando che anche nel cuore degli USA e’ possibile la nascita di situazioni di conflitto sociale, cosa che qua in Europa ogni tanto ci scordiamo, e lo sta dimostrando molto meglio del movimento Occupy, che sta in buona parte subendo il trauma dell’endorsment di Sanders nei confronti di Hillary Clinton. Per riportare Occupy, movimento della middle class urbana bianca, nell’alveo del Democratic Party era in buona sostanza bastato il senatore del Vermont, la sfida del movimento nero sara’ quella di essere irrecuperabile a queste forme di rappresentanza e di delega e collegarsi organicamente conle altre situazioni di conflitto nell nel cuore degli stati uniti.

Intanto questo movimento preoccupa la classe dominante. Gli arresti si stanno contando a centinaia, per altro anche con violazioni della stessa carta costituzionale con arresti su terreni privati messi a disposizione dai proprietari per i presidi, i dipartimenti di polizia usano a volonta’ gas lacrimogeni e spray urticanti ed estende la sorveglianza sugli attivisti. Niente di nuovo sotto il sole.

A Dallas la reazione al cecchino ce ha ammazzato i cinque poliziotti e’stata segnata da un preoccupante salto di qualita’: per chiudere l’assedio all’edificio dove l’uomo si era rinchiuso e’ stato utilizzato un robot degli artificieri che ha ucciso l’uomo con una carica esplosiva. Neanche si e’ tentato di caturarlo vivo per fargl un processo: lo si e’ eliminato, utilizzando quindi una modalita’ di azione puramente da guerra. E’ la perfetta esemplificazione del concetto di nemico interno.

Anche i media si sono scatenati, accusando il movimento Black Lives Matters e alcuni specifici gruppi politici della comunita’ nera, come il New Black Panther Party, di essere i mandanti morali e politici della strage di poliziotti.

Ma intanto la consapevolezza dell’esistenza del razzismo e’ riemersa e si imposta nell’agenda politica e mediatica e non pochi si stanno redendo conto che il razzismo e’ una questione strutturale e non un mero carattere facilmente eliminabile eleggendo un senatore, o un presidente, nero, allo stesso modo in cui il patriarcato e’ un problema che non sara’ certo eliminato dall’eventuale elezione di una guerrafondaia assassina come Hillary Clinton.

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I disobba votano per il PD

 

 

I disobba bolognesi al ballottaggio in cui si doveva scegliere tra la merda e la la merda pensano bene di votare per la merda. Nel caso specifico PD, probabilmente nella speranza di avere qualcosa in cambio. Grazie per l’ennesima dimostrazione di schifo e orrore.

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La stretta autoritaria negli USA

Articolo pubblicato sul numero 24 anno 96 di Umanità Nova

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Per chi segue le vicende interne statunitensi e’ palese come negli ultimi decenni sia stato eroso sistematicamente l’ordinamento liberale e siano stati instaurati meccanismi sempre piu’ restrittivi delle libertà’ degli individui. E’ un processo che e’ iniziato per lo meno dalla seconda meta’ degli anni settanta, con il riflusso dei movimenti, e la nascita dei paradigmi della war on drugs che immediatamente diventa, o meglio: nasce come, war on poors, paradigma che altro non fa che spostare su criteri maggiormente accettabili la costante del razzismo strutturale: se all’epoca delle Jim Crow Laws si era ufficialmente discriminati in quanto neri, o con strumenti differenti in quanto latini o nativi, ora si e’ ufficialmente discriminati in quanto poveri e potenzialmente pericolosi. A partire dallo stesso periodo si e’ potuto assistere ad una costante militarizzazione delle forze di polizia e alla crescita smisurata dell’apparato burocratico e giudiziario a livello federale. In questo si sono inseriti business da miliardi di dollari annui come quello della gestione privata dei centri di detenzione di stato e di contea, le agenzie di sicurezza privata e, nell’ultimo decennio, la neoburocrazia semiprivata della sorveglianza telematica.

Dopo l’11 settembre 2001 vi e’ stato un ulteriore salto di qualita’ grazie al corpus di leggi che va sotto il nome di Patriot Act: capillarizzazione ulteriore della sorveglianza, detenzione amministrativa senza limite di tempo, creazione di liste di persone che vengono interdette nella loro libertà’ di spostamento in base a procedure amministrative su criteri secretati. Questo ultimo meccanismo va a vietare a persone “sospette” di utilizzare mezzi aerei per spostamenti in quanto “potenzialmente” pericolose: i criteri in base a quali si venga iscritti in questa no fly list sono oscuri e non sono mai stati rivelati e sono già’ molti i casi in cui si sono verificati abusi e persone completamente estranee a vicende di criminalità o di terrorismo internazionale o domestico si siano trovate impossibilitate nello spostarsi, ledendo quello che da un punto di vista liberale e’ riconosciuto come diritto naturale.

Dopo la strage di Orlando in Florida abbiamo potuto assistere ad uno squallido teatrino: parte della componente democratica eletta al senato si e’ messa in mostra con un bel sit-in di diversi giorni dentro l’edificio del potere legislativo federale per chiedere che venisse calendarizzata la discussione parlamentare su una proposta di legge del Democratic Party che, se approvata, andrebbe a vietare a certe persone l’acquisto e la detenzione di armi, diritto riconosciuto come inviolabile dal secondo emendamento. Queste liste, secondo la proposta dei democratici dovrebbero riprendere i criteri delle no fly list. Insomma: in base a liste fatte con criteri segreti e da funzionari amminstrativi federali, su non si sa quali segnalazioni, si andrebbe a restringere l’applicazione di un’altra libertà, nonché nel caso statunitense di un diritto costituzionale. Questa pericolosa proposta di legge ha ottenuto anche l’appoggio di certi settori del Republican Party e si vocifera di un possibile endorsment da parte non solo di Trump, candidato ufficiale del GOP per le presidenziali di novembre, ma addirittura della NRA, la National Rifle Association, l’associazione dei possessori di armi, per lo piu’ della middle e upper class consevatrice bianca. D’altra parte, checchè non ne sappiano nulla o se ne scordino i liberals nostrani, già dagli anni sessanta la NRA si era distinta per l’appoggio a proposte restrittive del secondo emendamento purché queste colpissero settorialmente il movimento di emancipazione dei neri, dei latini e dei nativi americani. Non dobbiamo dimenticarci, infatti, che all’epoca la stragrande maggioranza dei movimenti per l’emancipazione dalla discriminazione razziale, da quelli più radicali come le Black Panther o le organizzazione armate dei nativi a quelli più pacifici come il movimento del reverendo King, ponevano, pur con diverse sfumature, la questione dell’autodifesa dagli attacchi criminali dei vari gruppi reazionari razzisti, spesso appoggiati dalle strutture locali, e non solo, dell’organizzazione statale.

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Vignetta del sempre eccezionale rednblacksalamander

Di acqua sotto i ponti ne e’ passata: per quanto non vi siano più quei grandi movimenti di massa e le azioni contro il razzismo strutturale siano divenute meno incisive e più sporadiche, anche se il movimento Black Lives Matters sta innescando una nuova fase di lotte, il conflitto sociale fa sempre paura. Anzi: in una fase di imponente restrutturazione economica fa ancora più paura. E allora ecco scendere in campo i peggiori attrezzi della repressione: sospensione in base a criteri amministrativi di diritti costituzionali, sorveglianza sempre maggiore nei confronti degli attivisti, repressione preventiva. Il tutto sotto l’egida della war on terror e la spinta emotiva data da episodi di mass shooting, per quando questi, a vedere i dati, siano in calo.

Ovviamente queste proposte vengono presentate come leggi atte a tutelare tutti. Ma ben sappiamo che andranno a colpire in maniera molto selettiva coloro che agiscono per un cambiamento radicale della società e coloro che sono strutturalmente oppressi. Sopratutto se andiamo a sommare queste proposte di leggi con la pratica del racial profiling che è attuato con sempre maggiore intensità dalle forze dell’ordine e con le proposte di estendere il sistema di background checks.

Insomma: ancora una volta si può osservare come la propaganda politica utilizzi il dato dell’emotività e di un certo perverso senso comune per imporre un’agenda politica autoritaria che altro non farà che riprodurre e peggiorare l’attuale sistema di dominio.

lorcon

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Tra padroni continentali e padroni insulari – Brexit?

Questo articolo verrà pubblicato sul numero 23 anno 96 di Umanità Nova

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Il premier Cameron insieme ad un suo compagno di giochi, non sappiamo quanto consenziente.

Il voto del referendum nel Regno Unito pone le basi per significative modifiche alla situazione internazionale. Intanto il voto ha fatto emergere definitivamente divisioni interne al territorio del Regno Unito: la Scozia, nazione costituente del regno, ha fatto capire che tenderà alla completa indipendenza da Londra e richiederà autonomamente di rientrare nell’Unione Europea. Anche in Ulster riprendono fiato le politiche indipendentiste, tese a riunificare le contee con l’Eire e, di conseguenza, rientrare nell’UE. Nei fatti il risultato del referendum rischiano di far collassare l’assetto oramai plurisecolare, l’ultima modifica di rilievo era stata l’indipendenza dell’Eire quasi novantacinque anni fa, delle isole britanniche. Il Regno Unito insomma non sarà più tanto unito e rischia di divenire solo l’unione tra Inghilterra e Galles.

Se si dovesse concretizzare a breve, come sembrano indicare tutti i fattori, l’indipendenza della Scozia, già sfiorata e non concretizzatasi per pochissimi punti percentuale nel 2014, lo UK perderebbe l’accesso al mare del nord con le sue cospicue riserve petrolifere e le sue acque pescose e, contemporaneamente, la finanza londinese, dove vengono trattati sul mercato azionario e su quello dei futures le commodities petrolifere del Mare del Nord, subirebbe un duro colpo. Colpo, per altro già iniziato, come mostrato dalla sterlina ai minimi storici, alla diminuzione del rating per i prodotti finanziari made in UK e la decisione di molte banche e imprese finanziarie di spostarsi da Londra ad altre piazze europee. Insomma il settore finanziario, punto di forza del Regno Unito, non solo perderà la sua centralità ma rischierà di trascinare al collasso altri settori economici. Anche perchè già in questi giorni molte banche internazionali con sede a Londra han cominciato a migrare. Ma le conseguenze a livello geopolitico non si fermano qua: intanto il principale interlocutore tra USA e UE si è estromesso da solo da questo ruolo. Finora il mantenimento di una Unione Europea stabile internamente e lanciata anche aggressivamente verso est è stato funzionale agli interessi egemonici statunitensi. Certamente gli USA possono sempre contare sui paesi dell’Est-Europa ma perdono una grossa fetta di influenza. Se la UE poteva definirsi come il luogo politico ove si sono incontrati gli interessi congiunti Italo-Franco-Anglo-Tedeschi con quelli statunitensi grazie al legame speciale tra USA e UK ora tutto questo è un po’ meno vero. E attenzione: uno sfaldamento del Regno Unito a causa dell’uscita della Scozia sul breve termine e quella dell’Ulster sul medio termine avrebbe grosse conseguenze anche a livello militare. Le forze armate dello UK sono una delle principali strutture militari al mondo, con capacità di proiezione marittima non indifferente. Indebolendosi lo UK gli USA perdono un alleato affidabile e forte.

Ma anche a livello interno le conseguenze saranno pesanti. La Brexit è attribuibile in primo luogo al premier Cameron. È stato lui che ha indetto questo referendum per un gioco di potere interno ai Tories: il gioco era indire il referendum per dimostrarsi pronti ad affidare alla volontà popolare la scelta di uscire dalla UE, fare campagna per rimanere nella UE, vincere il referendum e sconfiggere così l’ala di destra del partito, quella che intrattiene buone relazione con lo UKIP, il partito dell’aristocrazia, nazionalista e razzista. Peccato che il gioco sia scappato di mano al giocatore e il povero Cameron passerà alla storia come il più grande imbecille che è passato per Downing Street. Si vede che le lauree ad Eton e le controverse pratiche con i maiali morti non donano intelligenza.

Certo, il partito dei Tories può sempre cercare di non ratificare il referendum in parlamento o tardare il più possibile la sua applicazione, ma così facendo andrà incontro ad una debacle elettorale da cui difficilmente si riprenderà, tradendo il voto di molti suoi elettori che passeranno allo UKIP. E in ogni caso il processo di disgregazione del Regno Unito non si fermerà per quanti bastoni di traverso il parlamento possa mettere tra le ruote: la Scozia è andata vicina all’indipendenza due anni fa e ora la sua classe dirigente sembra più decisa che mai ad ottenerla, in Ulster nel giro di pochi anni vi sarà il sorpasso demografico della componente cattolica e repubblicana su quella protestante e unionista. In ogni caso gli accordi di fine anni novanta che, dopo gli attentati ai centri finanziari inglesi che avevano prodotto miliardi di sterline di danni, accordi sponsorizzati dall’amministrazione Clinton, avevano messo fine a trenta anni di troubles in cambio di concessioni allo Sinn Fein, dovranno essere rinegoziati.

In ogni caso l’ala che fa riferimento al governo Cameron nel Partito Conservatore esce sconfitta da questo referendum, mentre forti tensioni attraversano il Labour, con l’ala centrista del partito che accusa il leader Corbyn di aver puntato poco sul no alla Brexit per strizzare l’occhio alla sinistra antieuropeista. Lo UKIP di Farage sembra essere il vero vincitore ma gira voce che non siano dotati di abbastanza intelletto, d’altra parte sposarsi tra consanguinei per preservare la purezza del proprio sangue blu non giova, per andare realmente al governo.

In ogni caso coloro che risultano come probabili prime vittime di questo referendum, giocato tra due soluzioni che dal nostro punto di vista non sono ambedue accettabili, saranno quelle centinaia di migliaia di lavori immigrati da altri paesi UE verso l’inghilterra. Italiani, polacchi, rumeni il cui lavoro regge il settore dei servizi dell’intera Londra e di altre grandi città che ora saranno messi in posizioni di ulteriore ricattabilità in quanto privati della protezione che in qualche modo l’essere cittadini UE in territorio UE garantiva.

Una parte della sinistra britannica, illusa che le politiche di austerità dipendessero principalmente dalla UE e sempre meno dai padroni del vapore muniti di Union Jack, ha votato compattamente per l’uscita dalla UE, dimenticandosi che queste politiche erano iniziate con la Tatcher, continuate con Blair e ulteriormente inasprite dai governi liberal conservatori e poi conservatori e basta ben prima che la famigerata Troika entrasse in campo.

La situazione, in definitiva, appare complessa e va analizzata in profondità e con rigore analitico, senza farsi da facili entusiasmi. Non sarà un referendum a porre le basi per la nostra emancipazione.

 

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Energia e rivoluzione industriale

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 20 anno 96

Energia e rivoluzione industriale10341684_10152220982138218_6785141664726746815_n

Con questo mio articolo voglio riprendere l’interessante riflessione sull’energia avviata da Marco Tafel con il suo articolo “Quanta? Quale?”: la questione della dipendenza energetica e di come questa sia legata all’organizzazione della società. Una storia poco scritta della contemporaneità è quella della storia delle infrastrutture energetiche. La prima rivoluzione industriale, quella dei motori a vapore, si fondò sulla disponibilità di carbone e iniziò un ciclo a feedback positivo in cui la maggiore disponibilità di combustibile permetteva di estrarne ancora maggiormente: una delle prime grandi applicazioni del motore a vapore fu l’azionamento delle pompe che permettevano di tenere asciutte le miniere di carbone. Da lì il passo alla primitiva meccanizzazione dell’estrazione, con i montacarichi azionati a vapore, e del trasporto con le prime locomotive, fu breve. Insomma: maggiore era la quantità di carbone estratto e maggiore diventava la velocità di estrazione di altro combustibile. Questo feedback positivo si interruppe solo nella tarda seconda metà del ventesimo secolo, con l’esaurimento delle maggiori vene carbonifere in Europa occidentale o con la completa sostituzione con un combustibile più economico: il petrolio. Allo stesso modo la seconda rivoluzione industriale, quella del motore elettrico, maggiormente performante a parità di combustibile immesso e con minori costi di mantenimento e costruzione rispetto a quello a vapore, è stata potenziata dalla messa a valore del petrolio e dei suoi derivati, che hanno un potere calorifico maggiore rispetto al carbone.

11008052_1068777023136278_6160242365124724365_nMa i giacimenti di petrolio sfruttabili, così come quelli di gas naturale, sono meno diffusi rispetto a quelli di carbone e questo ha portato ad una crescente necessità di infrastrutture: gas/oleodotti, navi petroliere e gasiere. Parliamo di infrastrutture molto più complesse rispetto a quelle richieste dal carbone e con maggiori implicazioni geopolitiche: basti pensare che il famigerato accordo Sykes-Picot è basato sulla necessità da parte di Regno Unito e Repubblica Francese di garantirsi linee logistiche sicure per il rifornimento delle coste del mediterraneo con il petrolio estratto in Siria e Iraq da importare poi nei rispettivi paesi[1]. Per quanto il famoso aneddoto del righello sulla carta geografica ben rispecchi la concezione coloniale, quel righello era mosso e impostato dalla necessità di controllare una delle commodities più importanti al mondo. Allo stesso modo grande fu l’importanza delle linee logistiche per il rifornimento energetico durante la seconda guerra mondiale: cosa sarebbe successo se la Germania hitleriana al posto di lanciarsi nell’attacco all’URSS si fosse lanciata nell’assalto alle zone ricche di giacimenti di petrolio in Mesopotamia? E cosa sarebbe successo se al posto di impantanare l’armata di Paulus a Stalingrado lo stato maggiore tedesco l’avesse utilizzata per prendere il controllo del Caucaso russo? Nel secondo conflitto mondiale l’importanza della logistica energetica diventa uno dei punti focali del conflitto. La guerra totale impone linee logistiche estremamente lunghe, con tutti i problemi che nella scienza militare questo comporta, e necessità di energia.

Questi grossi interrogativi strategici furono alla base delle tre guerre mediorientali avvenute in parallelo alla seconda guerra mondiale: la Gran Bretagna, per mettere in sicurezza le fonti primarie di petrolio prima e per garantire una via di rifornimento all’URSS in caso di crollo sul fronte caucasico dopo, prima occupò repentinamente la Siria formalmente governata da Vichy, poi invase l’Iraq da poco indipendente e il regno di Persia, che in quel momento avevano governi a cui l’Asse non dispiaceva affatto, che ventilavano seriamente il blocco della fornitura petrolifera alla Gran Bretagna e la chiusura del corridoio verso i territori sovietici. L’URSS, confinando direttamente con quei territori, partecipò direttamente alle operazioni militari che ebbero come conseguenza l’occupazione inglese di Teheran, l’abdicazione dello Scia Reza Pahlavi in favore del figlio Mohammed e la blindatura della fornitura energetica attraverso la costituzione della Anglo-Iranian Oil Company. Contemporaneamente il presidente Roosevelt e il re dell’Arabia Saudita firmavano personalmente il primo accordo che garantiva una sicura fornitura petrolifera agli USA da parte del regno wahabbita.
Tornando alla più stretta contemporaneità si pensi al peso delle scelte legate agli oleodotti North e South Stream per gli assetti geopolitici di tutta l’Europa e del Mediterraneo.

Il controllo delle linee logistiche dei combustibili fossili sono di pari importanza rispetto al controllo dei giacimenti stessi.

Normalized_Rorschach_blot_10La terza rivoluzione industriale, quella basata sulla telematica e sull’informatizzazione dei processi produttivi, ha poi ulteriormente acuito la necessità di energia. Il processo di decolonizzazione dei decenni immediatamente precedenti ha inoltre intaccato la capacità degli stati maggiormente industrializzati di controllare estrazione e linee di rifornimento dell’energia: questa è, a mio parere, la ragione principale della corsa al nucleare per scopi civili a partire dagli anni cinquanta e sessanta, ulteriormente acuita dopo i due shock petroliferi del ’72 e del ’79[2]. Non che l’uranio venga dal nulla ma un conto sono le risorse da investire per controllare un’area con miniere da cui estrarre uranio da importare in quantità relativamente discrete e un conto è controllare non solo le aree da cui estrarre combustibili fossili da importare costantemente ma anche i gas/oleodotti da tenere in sicurezza necessari per garantire il costante rifornimento. Certo, esistono le riserve strategiche, i depositi di combustibile fossile più o meno lavorato che ogni stato mantiene sul proprio territorio, ma queste riserve sono bastanti per pochi mesi. È facile capire come questo insieme di infrastrutture necessarie per l’uso delle risorse fossili sia estremamente fragile, si estende e ramifica per migliaia di kilometri, e aumenti la vulnerabilità dell’importatore finale.

Basti pensare al famoso shock petrolifero degli anni settanta o a quello che sta succedendo nell’ultimo anno con il prezzo del greggio tenuto al minimo; per altro ci sarebbe da fare un’ulteriore riflessione di come il prezzo del petrolio possa rimanere basso, anche nei periodi in cui non lo appare, scaricando i costi ambientali sulla società tutta. Anche le attuali scelte geopolitiche statunitensi sono segnate dalla necessità di smarcarsi dal pantano mediorientale raggiungendo un’autosufficienza energetica mediante i prodotti di scisto[3].

La seconda rivoluzione industriale e il ciclo economico di tutto il novecento si sono basati sulla costruzione di una capillare, gestita in modo centralizzato, rete di distribuzione dei combustibili fossili e dell’energia da essi ricavata.

La quarta rivoluzione industriale sarà ancora più energivora ma potrebbe contenere al suo interno i germi della dissoluzione della centralizzazione energetica. L’emergere di internet ha generato una economia di scala che ha delle profonde conseguenze su moltissimi piani: quella dei big data. Come si lega questo con la questione energia? Intanto le reti telematiche consumano moltissima energia elettrica in quanto sono basate essenzialmente sulla trasmissione di segnali elettrici. Secondariamente: i big data, sopratutto quelli legati ai social network, stanno trasformando interamente e sottilmente gli stessi esseri umani in macchine che mettono a valore le loro stesse relazioni sociali. Paradossalmente l’economia dei big data fonda un’ampia parte dei suoi processi produttivi su energia ricavata da fonti differenti rispetto a quelle abituali: noi non andiamo ad elettricità. I nostri smartphone si, ma essi sono solamente il tramite che mette in comunicazione il nostro cervello con la rete. Il nostro cervello funziona tramite energia chimica. In realtà l’intero paradigma dell’Internet of Things, strettamente correlato con i big data, presuppone, per svilupparsi al suo massimo stadio, un completo ripensamento del paradigma della produzione di energia basata su combustibili fossili. Non è un caso che un imprenditore come Elon Musk stia investendo nella ricerca di una soluzione, come il progetto delle batterie Powerwall, che diminuirebbe moltissimo la dipendenza da reti di distribuzione energetica a gestione centralizzata, creando batterie collegate a pannelli solari ad alto rendimento sia per uso domestico che per uso veicolare. Ma anche altri aspetti della rivoluzione industriale in corso prevedono un aumento dei consumi energetici che i combustibili fossili non sarebbero in grado di garantire nel lungo termine: l’automazione non solo dei processi produttivi ma anche di quei lavori intellettuali, dal trading azionario automatizzato basato su algoritmi genetici a certi lavori giurisprudenziali per l’elaborazione di contratti, dall’analisi automatica delle immagini alle blokchain. Tutto questo prevede l’aumento delle capacità computazionali e di conseguenza un diverso modo di concepire la messa a valore delle risorse energetiche.

E in questo si inserisce anche un altro importante aspetto dell’attuale rivoluzione industriale: le nanotecnologie. È evidente che una macchina molecolare non possa essere alimentata dalla normale rete di distribuzione energetica e le batterie a ioni di litio hanno dei precisi limiti fisici nelle possibilità di miniaturizzazione. Anche qua si dovrà andare verso altri modi di sfruttare l’energia chimica: dall’ossidoriduzione degli idrocarburi in grosse centrali ad olio combustibile all’ossidoriduzione del glucosio, o chi per esso, in elementi energetici di dimensioni cellulari, o anche minori.

Questo significa che da qua a pochi anni vedremo i combustibili fossili andare in soffitta? No, affatto: il picco petrolifero è più lontano di quanto si pensasse e le tecnologie sopracitate sono ancora in via di sviluppo. Inoltre gli idrocarburi di scisto, per quanto penalizzati dal basso prezzo del greggio hanno profondamente modificato la geopolitica energetica. E non scordiamoci di un fatto: il petrolio non è solo energia ma anche materia prima fondamentale per le materie plastiche. Le risorse fossili convenzionali diventano sempre più difficili da controllare a causa della sempre maggiore instabilità sistemica dovuta all’amento di conflitti macroregionali e il nucleare a fissione ha mostrato tutte le sue possibilità catastrofiche. Se è vero, come ricordano alcuni, che il nucleare a fissione ha fatto meno morti dei combustibili fossili è anche vero che il nucleare ha la sgradevole caratteristica di poter potenzialmente, e Chernobyl e Fukushima ce lo ricordano, creare incidenti catastrofici che nel giro di poche ore rendono completamente inabitabili interi territori. Per questo non può essere una valida alternativa ai combustibili fossili. Inoltre ha dei costi di gestione altissimi.

Una società basata interamente sulla telematica come quella che si sta delineando ha due basi imprescindibili: la quantità di banda disponibile e la quantità di energia trasformabile in forma utilizzabile. In questo si può delineare un possibile scenario basato sull’energia disponibile da un lato sul nucleare di nuova generazione, basato sulla fusione e non sulla fissione, per i grandi apparati e su una miriade di fonti energetiche che si basano su solare, eolico, chimico. Sottolineo che non sto sostenendo che vi sarà una scomparsa della produzione manifatturiera a favore della produzione cognitiva ma che la produzione manifatturiera verrà ulteriormente automatizzata: per quanto ne dicano certi teorici le reti telematiche sono qualcosa di molto fisico: cavi, computer di varie dimensioni e apparati di alimentazione.

Attenzione: il rischio di un’illusione accelerazionista, in cui tutte le contraddizioni attuali vengono automaticamente risolte in un ipotetico eschaton immanentizzato, è dietro l’angolo. Se è vero che questo nuovo ipotetico paradigma tamponerebbe la crisi ambientale dovuta al modo di produzione profondamente irrazionale in cui viv11062715_1552006671731600_3560229771383029280_niamo, è vero che potrà anche portare a nuove e più sottili forme di dominio.

All’interno di questo nuovo paradigma sarà necessario, nel senso più stretto del termine, aumentare la capacità di incidere nella realtà da parte di chi si pone in una prospettiva rivoluzionaria di superamento radicale dell’esistente. Non può esistere un capitalismo razionale, non può esistere un capitalismo dal volto umano: il capitalismo è per sua natura basato sulla messa a valore dell’esistente, sul valore di scambio e non su quello d’uso e permarrebbe la necessità di uno stato come ente regolatore della moneta e garante della pace sociale. Anzi: la necessità di mettere completamente a valore l’intera esistenza sociale, l’intera esistenza di ogni individuo, sarebbe l’apogeo dell’alienazione.

Uscire da una società basata sull’accumulazione e sul dominio dell’uomo sull’uomo è possibile solo in senso rivoluzionario. Non c’è scappatoia di sorta: nostro è il compito di appropriarci di queste tecnologie e utilizzarle per costruire una società a nostra misura. Le potenzialità della scienza dei sistemi complessi, la cibernetica, sono immense e non possiamo lasciarle nelle mani di un meccanismo basato sulla strutturale alienazione dell’uomo.

lorcon

[1] https://www.foreignaffairs.com/articles/middle-east/2016-05-17/pipelines-sand

[2]https://en.wikipedia.org/wiki/File:Nuclear_Energy_by_Year.svg e https://en.wikipedia.org/wiki/Nuclear_power_by_country

[3] http://www.limesonline.com/shale-gas-e-rivoluzione-energetica-leta-del-petrolio-non-e-ancora-finita/47049

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In viaggio verso una possibile utopia – Recensione di Kobane Calling

Pubblico di seguito la mia recensione dell’ultimo libro di Zerocalcare, pubblicata sul Umanità Nova numero 18 – anno 96.

Recensione – In viaggio verso una possibile utopia

Kobane Calling

Negli ultimi mesi abbiamo potuto assistere alla pubblicazione di diversi libri e reportage, di 12qualità disparata, sulla situazione siriana, sullo Stato Islamico e sull’esperienza del Rojava. Tra queste pubblicazioni spicca il diario di viaggio a fumetti realizzato da Zerocalcare in Kurdistan, sia in Rojava che nella zona di Qandil. L’opera è realizzata con un’ottima amalgama di umorismo e reportage vero e proprio, che, di conseguenza, non risparmia neanche gli elementi più ambivalenti e drammatici di una situazione di guerra. D’altra parte l’autore ha già dato prova in passato di essere in grado di padroneggiare egregiamente l’alternanza tra narrazione umoristica e drammatica, basti pensare a “La profezia dell’armadillo”. Ma il vero punto di forza dell’opera, sopratutto per chi come il sottoscritto la legge anche in un’ottica militante, è la capacità dell’autore di non cedere a facili apologie e di mantenere uno sguardo critico e curioso, ma mai cinico, e di mettere continuamente in discussione ciò che vede, cogliendo le contraddizioni che saltano all’occhio e sospendendo, in certi momenti, il giudizio.

Zerocalcare sa di recarsi in una realtà complessa e riesce ad affrontare questa complessità molto meglio di altri ben più blasonati “analisti”, mostrando quella complessità nello spaesamento che lui stesso prova di fronte alle biografie delle persone che incontra lungo il viaggio e alle situazioni che vede e vive. In questo mostra anche l’alterità delle esperienze tra chi si trova a vivere e ad agire in territori in uno stato di guerra, che per il Kurdistan turco dura da decenni, e chi invece quelle esperienze le vede a distanza. Un fumetto post-coloniale, verrebbe da dire, sopratutto alla luce di certe interpretazioni delle esperienze del confederalismo democratico che sono emerse all’interno del movimento negli due anni. E non mi riferisco solamente all’atteggiamento di stroncatura a priori assunta da certe componenti della sinistra comunista ma anche all’atteggiamento di adesione acritica e spettacolare assunte da certe componenti che interpretano l’azione politica in chiave pop.

Kobane Calling restituisce l’esperienza della lotta in Rojava in un modo non ipocrita, non sta a tirare questa esperienza per la giacca nel tentativo di legittimare altre azioni politiche in Italia, rileva la complessità dell’azione e costruisce una narrazione basata sul profondo rispetto dell’autore verso quell’esperienza, rispetto basato anche su questa consapevolezza di una certa alterità.

Interessantissimo è anche lo spazio che nell’opera è dato alla presenza femminile. Penso che sia oramai innegabile che le azioni svolte dalle militanti del confederalismo democratico, e non mi riferisco solamente a quelle sul campo di battaglia, siano state elemento di rottura non solo nella nostra rappresentazione della condizione femminile in Medio Oriente ma sopratutto, ed è questo ciò che conta, nella stessa struttura sociale del Rojava e, in generale, del Kurdistan. Nel fumetto emerge chiaramente come questo sia stato possibile grazie ad un lavorio sotterraneo di anni che hanno modificato sostanzialmente i rapporti di forza, anche manu militari dove necessario. La lotta di liberazione della donna e le tematiche di genere hanno assunto un’importanza fondamentale nell’azione delle forze confederaliste democratiche in quanto sono riuscite a mettere in crisi una delle chiavi di volta delle società mediorientali, e utilizzo questo termine anche per includere le componenti sociali non islamiche in cui rimane schietta l’oppressione delle donne. Alcuni passaggi del fumetto possono risultare stranianti per un certo pubblico occidentale, penso specificatamente all’episodio che si svolge nelle basi della guerriglia nel Qandil in cui l’autore conosce una ragazza sedicenne che vive e si addestra con le guerrigliere. Certuni sarebbero portati ad esclamare “Ohibò, ma qua parliamo di bambini soldato (anche se nel fumetto viene specificato che non è una combattente), indottrinati e fatti vivere in un ambiente militarizzato!” ma ecco subito che emerge la complessità della situazione, quella che costringe a riflettere: la ragazza è scappata da una famiglia che l’aveva venduta come sposa e da uno zio violentatore, le montagne, la preparazione alla lotta armata, il vivere la guerriglia sono per lei l’unico modo disponibile in quel contesto per essere libera o per lo meno per costruire una possibile libertà da una società patriarcale. L’idea e l’azione conseguente sono logicamente concatenate: davanti ad una società che legittima l’oppressione di genere solo le donne potrenno essere agenti della loro stessa emancipazione.

L’idea che emerge dall’opera è quella di un percorso di trasformazione sociale in senso rivoluzionario ancora in corso e che si percepisce costitutivamente come non finito se non addirittura come non finibile. Zerocalcare non fornisce soluzioni o giudizi definitivi: offre con questo fumetto uno sguardo interessante e interessato ad un mondo complesso, pur con una coerenza e dei punti fissi che lo portano a fare una precisa scelta di campo tenendo però a mente interrogativi, vedendo contraddizioni e con la volontà di comprenderle.

In definitiva: uno dei migliori fumetti, o graphic novel dir si voglia, degli ultimi anni, paragonabile senza problemi alle pietre angolari del genere quali i reportage a fumetti di Joe Sacco o Delisle. Godibile e ricco di spunti sia per chi come il sottoscritto si occupa da un po’ di tempo delle “vicende mediorientali” sia per chi invece ha seguito la vicenda del Rojava più di sfuggita. Un fumetto forse ancora più utile per chi affronta queste questioni con cipiglio militante in quanto fornisce un’ottica allo stesso tempo appassionata, militante, e uso questo termine nel suo significato migliore, razionale e analitica, amalgama non facile ma sempre piacevole.

lorcon

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Antivaccinari – Un’introduzione storica e attuale di un’idea antiscientifica – “seconda edizione”

Nel marzo 2015 avevo scritto l’introduzione dell’opuscolo “Antivaccinari – Un’introduzione storica e attuale di un’idea antiscientifica”, curato da LaHyena. A distanza di un anno sempre a sua cura esce la seconda edizione dell’opuscolo, liberamente scaricabile qui, con gli articoli riveduti e corretti. Per questo ritengo utile, anche alla luce dell’interessante dibattito sul legame tra anarchismo e metodo scientifico che è scaturito sia sulle pagine di Umanità Nova che di A – Rivista Anarchica, ripubblicare l’introduzione da me scritta e la nuova edizione dell’opuscolo stesso.

 

Prefazione alla “Seconda edizione”

A distanza di un anno (Marzo 2015), esce questa versione corretta e riveduta dianti_vaxxers
questo opuscolo che non modificano più di tanto l’originale.
Inutile ribadire che il presente lavoro non vuol osannare o giustificare un
modello di produzione che permette l’esistenza delle case farmaceutiche (in
particolare Novartis e Bayer) ma, semmai, di un esproprio e di una
riappropriazione della medicina.
LaHyena, 27 Maggio 2016

Introduzione

In questo ultimo decennnio, abbiamo constatato un attacco sempre più incisivo
di martellamento terroristico sui vaccini: 600 casi di morbillo nel 2014, più gli
80 dall’inizio del 2015 ai primi di febbraio, quando nel 2000 la malattia era
considerata eradicata dal suolo statunitense[1].
Il movimento “antivaccinaro”, riesploso negli ultimi anni grazie alla facilità con
cui si diffondono le menzogne via internet, è una traccia carsicamente presente
nella storia degli ultimi secoli, ovvero da quando esistono i vaccini. Un
movimento che si nutre di bufale antiscientifiche, paure ataviche e irrazionali,
un movimento che si riproduce nelle paranoie complottiste e nei cargo cults, nel
suprematismo bianco statunitense e nel patriarcato. Un movimento che, al di
fuori dell’occidente si riproduce nella melma islamista in Pakistan (2) e in
Nigeria (3) e in alcune chiese episcopali-cattoliche ed evangeliste del resto
dell’Africa. (4) Un movimento, insomma, specificatamente riconducibile alle
diverse forme di dominio di questo capitalismo di ouverture du siécle con cui
ci confrontiamo quotidianamente. E quindi da affrontare, analizzare e smontare
non solo da un punto di vista tecnico, indubbiamente necessario, ma anche da
un punto di vista sociale.
Il movimento antivaccinaro in occidente si ricollega, a nostro parere, a due
grossi filoni: il primo è quello più specificatamente religioso, attivo sopratutto
nelle zone meridionali degli States (ma tragicamente espansosi anche in altre
parti del mondo) (5), presente da sempre ed ampliatosi con i reborn christians
dall’epoca reaganiana ad oggi, legato ad una visione millenaristica e totalizzante
della religione; il secondo filone è quello che, in modo forse riduttivo,
potremmo chiamare “new age”, diffusosi sia nella classe media bianca
statunitense ed europea: una concezione del mondo misticheggiante, anche se
non sistematica e organica come quella delle religioni tradizionali, che rifiuta,
in termini più o meno espliciti, la concezione razionale e scientifica del mondo
in nome di un superamento fittizio di quelle che sono erroneamente percepite
come cause della propria alienazione, ma senza mettere in discussione le reali
cause della stessa.
In Africa e in Asia il movimento anti-vaccinaro è organico ai movimenti
religiosi islamici e cristiani. Le decine di volontari delle campagne di
vaccinazione antipolio uccisi in Pakistan (6) e in Nigeria, (7) la chiesa cattolica
del Kenya che si oppone alla campagna di vaccinazioni contro il tetano
neonatale, (4) sono la logica conseguenza dell’azione di gruppi di interesse
economico-politico che agiscono all’interno di un generale movimento di
cooptazione delle popolazioni all’interno di schemi di dominio teocratici, i quali
indicano nei vaccini gli strumenti del nemico per sterilizzare le donne detentrici
del compito naturale della produzione di nuovi sottomessi alla legge di dio.
Inoltre abbiamo potuto vedere negli ultimi anni anche la penetrazione di queste
tematiche all’interno di certi settori del “movimento”, al pari dei deliri sulle scie
chimiche e similari, anche se, fortunatamente, finora solo a titolo individuale.
Pensiamo che la migliore definizione per questi fenomeni sia “socialismo degli
imbecilli”. Pensare di criticare lo stato delle cose a partire dal rifiuto dei
vaccini, o dall’inventarsi inesistenti scie chimiche o complotti degli illuminati, è
da imbecilli. È lo stesso errore di quanti, neanche tanti anni fa, prestavano fede
ai Protocolli di Sion, scritti tra l’altro dalla polizia segreta zarista, e attaccavano
i presunti complotti giudeo-plutocratici senza rendersi conto che le cause prime
della propria alienazione risiedevano, oggi come ora, nei rapporti sociali e di
produzione e non nella presenza di gruppi dediti ad organizzare piani deliranti e
inutilmente complicati per oscuri scopi. (8) Sostituiamo i perfidi giudei con il
cargo cult della tecnoscienza e otteniamo lo stesso risultato: il socialismo degli
imbecilli. La diffusione di queste spiegazioni irrazionali all’interno del
“movimento” ci mostra come molto sia il lavoro da fare anche tra quanti si
dichiarano anticapitalisti.
Che gli anti-vaccinari siano tali in nome della religione tradizionale o di
qualche delirio new age sul ritorno alla natura, poco cambia nei risultati ultimi:
pile di morti. La diffusione di queste menzogne, unite alla mancata diffusione di
farmaci e altri dispositivi medici tra i gruppi più poveri della popolazione
globale -proprio a causa delle normali dinamiche del capitalismo-, ha come
unico risultato quello di produrre milioni di morti; morti che saremmo in grado
di evitare se fosse garantito universalmente e gratuitamente l’accesso alle più
avanzate cure mediche e si facesse piazza pulita di tutte le concezioni
antiscientifiche e reazionarie. Ma questo potrà essere il risultato solo di un
cambiamento radicale delle condizioni vigenti, di un radicale stravolgimento
dei rapporti sociali che costruisca una società di liberi, eguali e solidali.
Lorcon

Note
(1) http://www.cdc.gov/measles/cases-outbreaks.html e
http://pediatrics.aappublications.org/content/early/2015/01/13/peds.2014-2715
(2) https://www.ctc.usma.edu/posts/the-pakistani-talibans-campaign-against-
polio-vaccination
(3) http://www.nbcnews.com/id/7316179/ns/health-infectious_diseases/t/anti-
vaccine-sentiment-plagues-nigeria/#.VPbv85-Fo8o
(4) http://www.bbc.com/news/world-africa-29594091
(5) Vedere:
http://www.slate.com/blogs/bad_astronomy/2013/08/26/antivax_communities_
get_measles_outbreaks_linked_to_denial_of_vaccines.html
http://www.vice.com/read/the-religious-rights-anti-vaccine-hysteria-is-reviving-
dead-diseases
(6) http://www.arezzoweb.it/2015/pakistan-attacco-a-campagna-anti-polio-
rapiti-e-uccisi-4-volontari-286958.html
(7) http://www.lastampa.it/2013/02/08/esteri/nigeria-uccisi-volontari-anti-polio-
eJObXQu9wyPqM8kZGNufvM/pagina.html
(8) Una delucidazione, la troviamo nello scritto di Michel Bounan, Lo Stato
Astuto, scaricabile da questo sito: https://mega.co.nz/#!DIhnXCaL!
U1CAVAPCGKSqHPv5hD-AW0h8ZqMovQJvdCuCIMp_Zuw

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