Black Lives Matters?

Di seguito il mio pezzo pubblicato su Umanità Nova n 25 anno 96, che uscirà la settimana prossima. Poi basta articoli su uenne fino a settembre, che anche i redattori vanno in ferie.

In compenso carico pure l’audio del mio intervento nell’info di Radio Blackout

ello-optimized-eea08880

Today’s pig is tomorrow’s bacon. Or dope, if you are Bafometto.

Ci risiamo. Ancora una volta la polizia statunitense ha ucciso, in modo del tutto non giustificabile, due neri, sparando loro a bruciapelo. Ma questa volta la reazione c’e’ stata: blocchi stradali, proteste diffuse in tutto il paese, scontri. A Dallas, Texas, le cose han preso una piega ancora differente: un cecchino, veterano delle guerre mediorientali, ha aperto il fuoco contro uno schieramento di polizia durante una protesta, ammazzando cinque poliziotti prima di essere ucciso da un robot degli artificieri. Un salto di qualita’ nelle tattiche poliziesche, ma ci torneremo sopra dopo.

La FOX News, le radio locali, piu’ o meno collegati alle varie congregazioni religiose di destra, alcuni siti di informazione cianciano di war on cops, di guerra ai poliziotti, sfoderano la retorica della tiny blue line, la sottile linea delle forze dell’ordine che protegge i bravi cittadini dal caos. Ma i dati, nudi e crudi, mostrano una realta’ assai differente: in questi anni si e’ avuto il piu’ basso numero di poliziotti ucisi in servizio a fronte del piu’ alto numero di uccisi dai poliziotti. Alcuni di questi durante conflitti a fuoco, dove vale la regola del mors tua vita mea, altri, come Philip Castille in Minnesota, uccisi senza motivo durante un controllo stradale.

Secondo alcuni il fattto che la polizia uccida nello stesso numero bianchi e neri dimostra che non e’ presente un comportamento razzista tra le forze dell’ordine; peccato che un nero o un ispanico o un nativo al di fuori delle riserve abbia molte piu’ probalita’ di essere fermato dalla polizia rispetto a un bianco.

La societa’ americana negli ultimi decenni e’ stata caratterizzata dal continuo restringersi degli spazi di liberta’, dalla reazione ai movimenti emancipatori degli anni sessantta e settanta, non funzionali all’ordine neoliberale e alle dinamiche di accumulazione del capitale.

Certo, non esistono piu’ leggi che impongono la segregazione razziali ma i ghetti sono rimasti. La popolazione di colore inurbata nei grandi centri industriali del nord era la grand esclusa dal patto sociale socialdemocratico e ha subito la restrutturazione dell’apparato manifatturiero americano in modo pesante, anche piu’ dei colletti blu bianchi. Le comunita’ rurali del sud e della fascia degli Appalachi rimangono cronicamente povere anche a fronte dello spostamento in quelle aree grografiche di stabilimenti che prima si trovavano nel nord. Gli apparati di polizia, pur con l’immissione di quelli che Malcom X chiamava “negri da cortile” rimangono strutturalmente razziste e i collegamenti tra le organizzazioni del suprematismo bianco e le forze dell’ordine statali, cittadine e di contea permangono con forza.

Le famiglie nere insegnano ai propri figli come comportarsi nel caso dei frequenti controlli: mai mettere le mani in tasca, mai dare segni di aggressivita’o abbozzare una reazione neanche nel caso di palesi violazioni degli stessi diritti sanciti dalle leggi. Ben sanno che e’ alta la probabilita’ che un poliziotto decida che un negro e’ troppo aggressivo e vada ucciso o pestato. Tanto e’ un fatto oramai chiaro e palese a tutti che le forze dell’ordine agiscono in un regime di sostanziale impunita’ anche nei casi piu’ gravi. Alla peggio finiscono licenziati e qualche imprenditore bianco e razzista dara’ loro un lavoro come premio per la loro condotta.

E’ inutile che gli editorialisti del Washington Post si eccitino all’idea di avere un presidente nero giurando e spergiurando che il razzismo non e’ piu’ un problema strutturale, che e’ stato risolto dalle magnifiche e progressive sorti della democrazia liberale che ha sussunto e risolto al suo interno le contraddizioni.

Nei ghetti delle grandi citta’ non e’ cosi’. Non e’ cosi’ nemmeno nelle aree rurali della bible belt.

Qua i meccanismi di oppressione di razza, di classe e di genere si intersecano e si avviluppano tra di loro e creano meccanismi infernali.

In questi luoghi e’ ancora importante il ruolo delle congrezioni religiose cristiane, e in taluni quartieri della Nation of Islam, la religione e’ oppio dei popoli e lacrima sulla faccia del mondo, e qua mostra tutta la sua potenza nell’attuire le possibili reazioni ad una societa’ strutturalmente oppressiva. E queste congregazioni sono collegate a doppio filo con i circoli di base del Democratic Party che tenta di cooptare al suo interno le istanze conflittuali per poterle trasformare in pacchetti di voti utili sia a livello locale che a livello piu’ alto. Ma chi costruisce la propria carriera politica sul rappresentare determinati segmenti di sfruttati non ha interesse ad eliminare lo sfruttamento: verrebbe meno la causa prima dell’esistenza delle sue reti clientelari.

Ed eccola qua che fallisce la democrazia liberale: altro non e’ che una forma di contenimento delle forze sociali in un tentativo di rendere armonioso i meccanismi di esproprio e acccumulazione.

Ma le corde troppo tirate si rompono.

Si ruppero negli anni sessanta, si stanno rompendo nuovamente.

Il movimento Black Live Matters sta dimostrando che anche nel cuore degli USA e’ possibile la nascita di situazioni di conflitto sociale, cosa che qua in Europa ogni tanto ci scordiamo, e lo sta dimostrando molto meglio del movimento Occupy, che sta in buona parte subendo il trauma dell’endorsment di Sanders nei confronti di Hillary Clinton. Per riportare Occupy, movimento della middle class urbana bianca, nell’alveo del Democratic Party era in buona sostanza bastato il senatore del Vermont, la sfida del movimento nero sara’ quella di essere irrecuperabile a queste forme di rappresentanza e di delega e collegarsi organicamente conle altre situazioni di conflitto nell nel cuore degli stati uniti.

Intanto questo movimento preoccupa la classe dominante. Gli arresti si stanno contando a centinaia, per altro anche con violazioni della stessa carta costituzionale con arresti su terreni privati messi a disposizione dai proprietari per i presidi, i dipartimenti di polizia usano a volonta’ gas lacrimogeni e spray urticanti ed estende la sorveglianza sugli attivisti. Niente di nuovo sotto il sole.

A Dallas la reazione al cecchino ce ha ammazzato i cinque poliziotti e’stata segnata da un preoccupante salto di qualita’: per chiudere l’assedio all’edificio dove l’uomo si era rinchiuso e’ stato utilizzato un robot degli artificieri che ha ucciso l’uomo con una carica esplosiva. Neanche si e’ tentato di caturarlo vivo per fargl un processo: lo si e’ eliminato, utilizzando quindi una modalita’ di azione puramente da guerra. E’ la perfetta esemplificazione del concetto di nemico interno.

Anche i media si sono scatenati, accusando il movimento Black Lives Matters e alcuni specifici gruppi politici della comunita’ nera, come il New Black Panther Party, di essere i mandanti morali e politici della strage di poliziotti.

Ma intanto la consapevolezza dell’esistenza del razzismo e’ riemersa e si imposta nell’agenda politica e mediatica e non pochi si stanno redendo conto che il razzismo e’ una questione strutturale e non un mero carattere facilmente eliminabile eleggendo un senatore, o un presidente, nero, allo stesso modo in cui il patriarcato e’ un problema che non sara’ certo eliminato dall’eventuale elezione di una guerrafondaia assassina come Hillary Clinton.

lorcon

About lorcon

Mediattivista, laureato in storia contemporanea con attitudine geek, nasce nel sabaudo capoluogo (cosa che rivendica spesso e volentieri) e vive tra Torino e la bassa emiliana. Spesso si diletta con la macchina fotografica, lavora come tecnico IT, scrive sul suo blog e su Umanità Nova.
This entry was posted in articoli and tagged , , , , . Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *