Rigurgiti antisemiti

Il seguente articolo è apparso sul numero 23 di Umanità Nova

Nella fiammata complottista degli ultimi anni, tipica dei periodi di crisi in cui una piccola borghesia in via di proletarizzazione e un proletariato che ancora non si è dato le sue autonome forme di organizzazione di classe sono alla disperata ricerca di una risposta alla domanda “perchè sta andando tutto in malora?”, abbiamo potuto assistere a un ritorno in auge delle peggiori teorie antisemite. Tutto sommato queste teorie non sono nulla di nuovo: sono una riproposizione della teoria dei Savi Anziani di Sion con, in aggiunta, una spolverata di terzomondismo e di antimperialismo d’accatto come elemento di novità.

I deliri che circolano in rete sul famigerato e inesistente piano Kalergi, l’ideazione paranoica che convince taluni, compresi certi filosofi da talk show e social network come Fusaro, che vi sia un piano preordinato dietro i flussi migratori per sostituire etnicamente le popolazioni europee, sono l’ammodernamento di quella visione che pretendeva i perfide ebrei dietro qualsiasi sollevamento proletario.

Non solo: l’incancrenirsi pluridecennale del conflitto arabo-israeliano e la posizione israeliana nei conflitti nel medioriente ha fatto si che interi settori di movimento perdessero completamente la bussola dell’analisi politica, pretendendo di ricondurre qualsiasi evento geopolitico della regione mediterranea a una qualche trama occulta ordita dal Mossad.

Da questa posizione discende l’idea che la situazione israelo-palestinese rappresenti un qualche tipo di forte peculiarità rispetto alle normali, e già di per se criminali, condotte statali e capitaliste. Questo fa si che anche certi che si definiscono libertari, se non proprio anarchici, sostengano con fervore la necessità della creazione di uno stato palestinese, dimentichi del fatto che la ragion d’essere di uno stato, di un qualsiasi stato, è l’oppressione dei lavoratori a vantaggio di chi detiene il controllo dei mezzi di produzione.

Assumendo la posizione che vede come positiva la creazione di uno stato palestinese si finisce per legittimare qualsiasi tipo di dominio statale, dimenticandosi che uno stato arabo-palestinese sarebbe criminale allo stesso modo dello stato israeliano. Le stesse esperienze del nazionalismo arabo e panarabo, comprese quelle socialisteggianti come quelle baathiste, dimostrano che anche gli stati nati su una base esplicitamente anticolonialista attueranno politiche di massacro e guerra permanente nei confronti delle classi subalterne e di quelle popolazioni che per motivi culturali non si integrano nelle identità nazionali costruite a tavolino (pensiamo ai Cabili o ai Sarawi nel Magreb o a Kurdi in Iraq e Siria).

Ancora peggio, molti di queste persone che hanno fatto della questione palestinese il fulcro del loro agire politico, spesso dimenticando qualsiasi altra lotta, finiscono per legittimare l’oppressione religiosa. Persone che qua sono laiche se non anticlericali finiscono per sostenere un’eccezionalità in positivo di componenti islamiste come Hamas. Ancora più assurdo è vedere alcuni di questi sostenere con veemenza Hamas in Palestina ed attaccare con altrettanta veemenza la Fratellanza Musulmana in Egitto accusando questa di essere il burattino degli Stati Uniti. Peccato che Hamas e Fratellanza Musulmana siano due organizzazioni sorelle ed è un arduo esercizio di bispensiero sostenere che una sia l’adamantina speranza di redenzione per i popoli oppressi mentre l’altro lo strumento di oppressione. La verità è che ambo le organizzazioni fanno schifo allo stesso modo e l’han ben dimostrato sia con le loro politiche sociali bigotte e retrograde sia con l’oppressione sistematica dei proletari egiziani e palestinesi. In questo il breve periodo della presidenza Morsi in Egitto ha avuto poco da invidiare con la precedente e la successiva giunta militare.

L’attuale disgregazione del precedente assetto geopolitico in Medioriente ha molto a che vedere con le contraddizioni interne ai vari blocchi di potere regionale e nulla a che vedere con complotti del Mossad. Il governo israeliano ha, negli ultimi anni, impostato la propria azione di politica estera regionale nel saldare l’alleanza de facto con i sauditi e nel tenere attentamente monitorata la situazione siriana, tollerando la presenza dello Stato Islamico in aree a ridosso del proprio confine in quanto questo era troppo occupato a combattere con truppe lealiste (e relativi alleati) e contro la coalizione SDF per poter costituire una minaccia per Israele, temendo sopratutto un rafforzamento di quelle componenti apertamente filoiraniane come Hezbollah. Checchè se ne dica Israele negli ultimi anni ha visto con relativo favore una leadership come quella di Assad, in quanto con questa poteva trattare. Tanto più che nell’ultimo conflitto libanese l’intervento siriano si è limitato all’appoggio logistico a Hezbollah e non vi è stato nessun intervento diretto come durante la guerra civile negli anni settanta e ottanta.

L’incandescente situazione nel Golfo Persico, con l’Arabia Saudita impegnata a ribadire, con difficoltà, il proprio predominio nei confronti delle altre petromonarchie, sopratutto quella Qatarina che, negli ultimi anni, ha giocato autonomamente nello scacchiere appoggiando la Fratellanza Musulmana e portando avanti una politica di conciliazione con la Repubblica Islamica Iraniana, non ha nulla a che vedere con presunte trame occulte israeliane. La crisi degli stati arabi come Siria, Egitto e Iraq ha delle complesse cause sistemiche e non può essere nemmeno questa ricondotta a chissà quale complotto.

Eppure gli amanti dell’antimperialismo degli stati, ovvero di quell’antimperialismo che rimane puramente all’interno del campo capitalista, ripetono come un mantra che la responsabilità ultima dei massacri quotidiani risiede in Israele. Intendiamoci: se si volesse fare l’elenco dei crimini commessi dal governo israeliano, dall’utilizzo del fosforo bianco su Gaza al land grabbing con modalità coloniali all’appropriazione di risorse idriche, questo sarebbe molto lungo. Casualmente quelli che amano sciorinarlo tendono a dimenticarsi che gli israeliani non coincidono in toto con il loro governo. Se in molti storcerebbero il naso a sentire accusare tutti gli italiani delle politiche ecocide dell’ENI in Nigeria in virtù di un presunto eccezionalismo, diventa legittimo accusare tutti gli israeliani, compresi quindi quelli che subiscono la fortissima repressione interna che ha caratterizzato negli ultimi anni il paese (senza parlare di coloro che si ribellano apertamente come i disertori), delle azioni commesse dalla classe dominante israeliana.

Come dicevamo sopra anche nell’ambito anarchico si è vista una certa, seppure molto minoritaria, penetrazione di queste distorte teorie. Segnaliamo, a tal proposito, la pubblicazione on-line dell’opuscolo “Samantha Comizzoli – Ritratto di un’antisemita”,[1] curato da alcuni compagni milanesi. Samantha Comizzoli è un personaggio già noto da anni su internet per le modalità usate per esprimersi in merito alla questione israelo-palestinese, modalità evolutesi sempre più in senso antisemita. Fino a qualche tempo fa la si sarebbe potuta classificare come uno dei tanti personaggi di internet, purtroppo costei ha trovato legittimità all’interno di contesti di movimento venendo anche invitata a parlare in alcuni spazi anarchici in Emilia Romagna. Riportiamo dalla mail di accompagnamento mandataci dai compagni dello Spazio Luna Nera di Milano che ci segnalava la pubblicazione da loro curata:

è un fatto che nei periodi di crisi in segmenti del proletariato e delle classi medie in rovina si diffondano narrazioni razziste e/o complottiste che restituiscono l’immagine rovesciata della propria sconfitta o momentanea impotenza: rapporti sociali incontrollati e impersonali esercitano su costoro un dominio pressoché totale, ma essi possono incolpare con un capro espiatorio più debole e isolato e/o autoinvestirsi dell’onore di avere aperto gli occhi, di aver riconosciuto il volto di

chi davvero tiene le fila di tutto: “Io so. Io so i nomi dei responsabili!”. Per questo crediamo sia un pericolo che nei movimenti circolino personaggi come Samantha Comizzoli che condivide i pensieri di Paolo Barnard, Gilad Atzmon e Andrea Carancini, creando un pericoloso cortocirtuito tra

compagni solidali coi Palestinesi, antisemiti, negazionisti e complottisti.”

Insomma, è sempre necessario ribadire che solamente unità di classe degli sfruttati, al di là dei confini nazionali e culturali, potrà costruire una reale alternativa alla barbarie del capitale e degli stati, siano questi stati, e le rispettive borghesie, Israele o l’Iran, l’Arabia Saudita o il Qatar, gli Stati Uniti o la Russia.

lorcon

[1]L’opuscolo è liberamente scaricabile al seguente indirizzo:

https://spaziolunanera.noblogs.org/post/2017/05/30/un-caso-esemplare-di-complottismo-ed-antisemitismo/

Su Umanità Nova ci siamo più volte occupati delle derive rossobrune, terzomondiste e complottarde e segnaliamo i seguenti articoli apparsi sulle nostre colonne che possono risultare utile a chi voglia approfondire queste vicende:

http://www.umanitanova.org/2015/11/16/pericolose_idiozie/

http://www.umanitanova.org/2015/03/09/il-nemico-del-nostro-nemico-e-nostro-amico/

https://photostream.noblogs.org/2012/07/complottismi_o_fascismi/

Vedi anche

https://anarresinfo.noblogs.org/2017/06/01/il-grande-complotto-ebraico/ uscito invece su A – Rivista Anarchica.

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Il falò delle vanità

Il rogo della Grenfell Tower a Londra non è una tragedia: è una strage. Una strage che ha la sua precisa origine nella politica di gestione degli spazi urbani degli ultimi anni. La città che diventa inesorbailmente una macchina di crescita economica, non spazio da vivere ma spazio da mettere a valore.

L’area era stata sottoposta lavori di restauro negli ultimi anni: estetici. La vista dell’architettura brutalista, in cui, sommo orrore, vivono addirittura dei poveri, turbava gli occhi di chi abitava nelle aree adiacenti ad alto valore immobiliare. La torre era stata rivestita di pannelli atti a mascherarne le forme, a renderle più graziose. Ufficialmente per fare un cappotto termico. E chi se ne frega del fatto che i pannelli non fossero ignifughi . I pannelli termoisolanti per i cappotti termici in lana di roccia sono ignifughi, al contrario di quelli usati per i lavori, ma costano di più. Quindi non si usano. L’edizione odierna del Guardian ricostruisce la catena di appalti e subappalti ù che ha caratterizzato l’intervento di restauro, sottolineando come questa catena ha portato a un carente controllo del rispetto delle norme di sicurezza.

Scriveva il comitato dei residenti nel novembre 2016:

“Il Comitato Grenfell Action ha raggiunto la conclusione, terribile, che solo un incidente che porti alla morte di molti residenti porterà a un’analisi delle pessime pratiche di gestione messe in atto dalla maligna gestione dell’istituto per le case popolari. […] È nostra convizione che un imponente incendio in una delle torri o in un altra struttura ad alta densità residenziale sarà una delle ragioni per cui queste pratiche verranno alla luce[…]”

Sempre sul sito del comitato si riportano poi i casi di altri incendi avvenuti in altri palazzi gestiti dallo stesso ente, il Chelsea Tenants Management Organisation (KCTMO). Si riporta anche che nonostante questi incidente l’Ente non ha mai diffuso delle chiare e razionali istruzioni su come agire in caso di incendio. Completa mancanza di un piano di sicurezza e mancata attuazione di quanto suggerito al proprietario da parte dei pompieri.
Nel gennaio del 2016 lo stesso comitato dei residenti denunciava come durante i lavori di restauro non vi fosse il rispetto delle basilari norme antincendio  in un palazzo in cui vi era una sola via di uscita.
Nel 2013 invece veniva segnalato come gli impianti elettrici fossero mal funzionanti al punto di causare parecchi guasti agli elettrodomestici dei residenti, sovraccaricandoli fino a fargli quasi prendere fuoco.  e
Nel marzo 2017, dopo molte segnalazioni da parte dei residenti, vengono installati i cartelli con le istruzioni su come agire in caso di incendio.

I residenti sapevano delle precarie condizioni di sicurezza. I gestori pure, ma a questi dei residenti fregava poco. Thy give not a single flying fuck, come si dice a Oxford.

Le testimonianze asseriscono che gli allarmi antincendio non sono scattati e chi è riuscito a fuggire per tempo è riuscito a farlo grazie a chi si è accorto per primo dell’incendio e ha dato l’allarme urlando e battendo sulle porte. Mentre scrivo queste righe la conta delle vittime è ferma a 17. Il Telegraph riporta di almeno un’altra quarantina di dispersi di cui si sanno i nomi. L’Evening Standard dà notizia di 37 persone ricoverate di cui 17 in pericolo di vita. I responsabili dei soccorsi dichiarano che sperano in non più di cento vittime.

I morti della Grenfell Tower sono la carne da macello della città come macchina per la crescita economica.

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Tra l’incudine delle pseudoscienze e il martello del mercato – Mai la merce curerà l’uomo (e figuriamoci se lo farà lo stato)

Il seguente articolo apparirà su Umanità Nova n. 21 anno 97

 

Nelle ultime settimane, tra il cretinissimo decreto Lorenzin e il caso del bambino marchigiano morto per non essere stato curato per un’otite trasformatasi in ascesso da genitori irretiti da un santone, vi è stato un ritorno di interesse verso le questioni della medicina.

Fondamentalmente, emerge la polarizzazione tra due posizioni differenti: coloro che sostengono la necessità di una regolamentazione statale, nei confronti di una massa di utenti sanitari che viene vista come incapace di prendere decisioni, e coloro che sostengono la necessità di una presunta libertà di cura. Posizioni, ad avviso di chi scrive, entrambe idealistiche ed errate.

È necessario, infatti, a nostro parere, rimettere sul tavolo alcune questioni fondamentali che sono completamente oscurate dal dibattito in corso. Intanto: la salute dell’uomo è, in una società basata sulla sussunzione all’accumulazione di capitale di tutto l’esistente, una merce. L’essere merce riguarda sia la medicina ufficialeche tutto quell’insieme di pratiche mediche, più o meno, generalmente meno, funzionanti che vanno sotto il nome dimedicine alternative.

È merce l’aspirina, così come è merce l’oscillococcinum. Entrambi questi prodotti sono merce, funzionali all’accumulazione di capitale, per la Bayern l’una e per la Boiron l’altra. La differenza sta nel fatto che una funziona perché ha al suo interno un principio attivo, di cui si conosce meccanismo d’azione e farmacocinetica, mentre l’altra no, o meglio funziona come puro effetto placebo, in questo caso determinato dagli stessi meccanismi economici che soggiacciono all’accumulazione di capitale. Cosa è, di fatto, un medicinale omeopatico se non una particolarmente ben riuscita merce ad alto valore aggiunto? In definitiva un medicinale omeopatico altro non è che acqua con diluito al suo interno per migliaia di volte un principio attivo, o un qualcosa che dovrebbe essere un principio attivo, nel caso di oscillococcinum frattaglie di anatra e zucchero. In base al principio della memoria dell’acqua, mai provato da nessuno e spesso giustificato con un gibberish che tira in mezzo a caso la fisica quantistica (tanto la capiscono in pochi mentre in molti si impressione al nome), il prodotto finale avrebbe potere curativo. L’acqua è una materia prima che non ha un prezzo alto, almeno in Europa, così come lo zucchero di cui sono composte le pillole. Le frattaglie te le forniscono i macelli e pure quelle non costano molto.

Eppure, quel preparato che è letteralmente acqua demineralizzata e zucchero viene venduto a 35 euro per una confezione da 30 dosi. Una tonnellata di zucchero, al 30 maggio 2017, viene quotata 438 USD[1] sulla piazza londinese delle commodities. Da una tonnellata di zucchero si possono ricavare la bellezza di 33.000 confezioni da 35 con un ricavo di un milione e 100.000 e rotti euro euro[2]. Una discreta messa a valore, insomma. Ma quanto è ancora più simpatico da vedere è che l’effetto placebo su cui si basa l’efficacia dell’omeopatia per certe patologie, quelle così dette psicosomatiche, è dovuto al fatto stesso che i detti prodotti costino letteralmente uno sproposito.

In una società in cui vige il rapporto tra merci mediato dal denaro, e in cui questo assurge al ruolo di generatore simbolico, il convincimento di avere comprato della merce atta allo scopo deriva dal fatto di averci speso del denaro, ricavato dalla vendita del proprio tempo e della propria forza lavoro sul mercato della merce-lavoro.

E che dire invece della così detta medicina ufficiale?

Assistiamo qui a utili stratosferici, sia pure a fronte di spese di produzione più alte (dovute a materie prime costose, controllo qualità, maggiori investimento in capitale fisso, ricerca e sviluppo eccetera), rispetto a quelli dellamedicinaomeopatica. Dato che i prodotti della medicina ufficiale, salvo dolose sofisticazioni di vario genere, funzionano, quello che rende le merci di queste aziende incapaci di curare realmente l’uomo, ovvero di rimuovere il malanno, o per lo meno i suoi sintomi, a prescindere dalle condizioni sociali dell’individuo determinati dalla sua collocazione di classe, è che sono volutamente non accessibili a tutti.

Se il delitto di cui possiamo accusare le aziende omeopatiche e i vari santoni è quello di ingannare il prossimo vendendogli merce inutile e ad alto valore aggiunto, dei ciarlatani professionalizzati insomma, il delitto di cui dobbiamo incolpare le multinazionali del farmaco è quello di condannare alla sofferenza miliardi di persone che non possono accedere a prodotti, invece funzionanti, trasformando questi beni in merce, sostituendo quindi il valore di scambio al valore d’uso. È il capitalismo.

Le tecnologie farmaceutiche sono il prodotto dell’ingegno umano ma vengono ingabbiate nel ciclo della merce e il loro uso viene espropriato all’umanità. I metodi di produzione vengono privatizzati e messi a profitto mediante i meccanismi dei brevetti che impediscono la produzione dei farmaci a coloro che ne avrebbero bisogno; famoso è stato il caso dello scontro tra il governo indiano, messo sotto pressione dalla massa dei poveri che avevano bisogno di accedere a cure che non potevano permettersi, e la Novartis, per la produzione degli antiretrovirali di nuova generazione che hanno reso vivibile la vita a milioni di malati di AIDS[3].

Ma non solo: il meccanismo della concorrenza capitalista introduce elementi completamente irrazionali nella stessa ricerca medica. Su certe malattie che fanno centinaia di migliaia di morti, ad esempio la malaria, vengono effettuate poche ricerche per giungere a cure più efficaci o alla produzione di vaccini in grado di prevenirle in quanto il bacino di utenza (leggi: clienti) è troppo povero per garantire un ritorno economico. Vi sono, altresì, logiche di cartello in un mercato nei fatti oligopolistico, e il padronato coopta certi medici in meccanismi che fanno si che questi, in luogo di occuparsi della salute dei propri pazienti, si occupino della salute dei conti in banca delle aziende di cui finiscono per trovarsi a libro paga.

Insomma, l’esatto contrario della razionalità.

Veniamo alla questione del decreto Lorenzin, quello sull’obbligo vaccinale. In tempi non sospetti, sulle colonne di Umanità Nova ci spendemmo contro le bufale antiscientifiche che girano sui vaccini, nello specifico quelle generate a scopo di lucro dall’infame truffatore Andrew Wakefield [4], per impostare in termini razionali il dibattito. A tre anni di distanza, il dibattito sui vaccini ha assunto contorni sempre più ampi fino a essere oggetto di contrapposte campagne mediatiche e infine di un decreto legge, detto decreto Lorenzin, che ha reintrodotto l’obbligo vaccinale per dodici vaccini, pena l’esclusione del bambino vaccinato dall’istruzione pubblica.

Sgomberiamo subito il campo da alcune questioni: i vaccini, checché ne dicano taluni, sono stati fondamentali per la scomparsa del vaiolo e la quasi scomparsa della poliomielite. Sono altresì fondamentali per il contenimento, e in prospettiva la scomparsa, delle malattie esantematiche, che sono ben più pericolose di quanto comunemente si creda. Gli effetti avversi dei vaccini sono minimi. Per una più approfondita trattazione tecnica rimando ai due articoli scritti da Ennio Carbone (Vis medicratix naturae 1 e 2) citati in nota 4.

È altresì pacifico, nonostante quanto sostenuto da alcuni, che la così detta immunità di gregge esista, e di conseguenza esista una precisa responsabilità sociale materialmente fondata nelle operazioni di immunizzazione a mezzo vaccino. Ovvero: non mi serve che me lo dica lo stato che c’è bisogno di vaccinarsi, in quanto persona capace di operare scelte razionali ci arrivo da solo.

Come è stato giustamente scritto in un articolo apparso su Cortocircuito Arresto di sistema:

[…]E questo [il mercato del farmaco] che genera una contraddizione che il mercato non può risolvere: il vaccino serve a mantenere limmunità di gregge di una popolazione e quindi in sé non ha nulla di negativo; ma è prodotto per generare un profitto privato e quindi è subito sottoposto al ciclo delle merci. Non se ne esce: mi serve il vaccino, ma devo pagare; le multinazionali producono i vaccini per i loro profitti ma … mi servirà comunque il vaccino[…].[5].

Come anarchici, non possiamo che essere critici, per altro, rispetto al concetto di libertà di scelta, utilizzato da molti convinti no vax, applicato a un soggetto terzo non consapevole quale un neonato e in base a degli assunti di partenza non razionali e non materialmente fondati, sopratutto se giustificata con retoriche familistiche che implicano il concetto di proprietà della prole.

Detto ciò, appare evidente che il decreto Lorenzin faccia acqua da tutte le parti. È un decreto, come già scritto, cretinissimo e ipocrita.

Intanto: lo stato non ha un interesse specifico a mantenere in salute gli individui. Ha un interesse specifico nel mantenere in condizioni di salute mediana la maggioranza degli individui al fine di favorire i meccanismi di accumulazione di capitale. Un vecchio slogan diceva: lo fabbrica ci avvelena, lo stato ci imprigiona. Ne consegue che lo stato è complice, come è naturale, di coloro che hanno distrutto, e continuano a distruggere, l’ecosistema per arricchirsi, danneggiando inevitabilmente anche la salute umana.

Anche senza ricorrere ai casi assunti a spettacolarità, quali Seveso o Chernobyl, o a casi più recenti come la distruzione delle falde acquifere della Fint County, si ricordi l’ecocidio quotidiano dovuto a produzioni gestite in modo profondamente irrazionale che hanno decretato la strutturale distruzione dell’ambiente in estese zone del paese con conseguente riduzione del livello di vita degli abitanti. Utilizzo il termine strutturale perchè è inutile che ci raccontino che fenomeni che vanno avanti da decenni, quali interramenti e affondamenti di rifiuti tossici o, in macroscala, riscaldamento globale, siano emergenze. Le emergenze sono difficilmente prevedibili e incerte nella scala in cui si manifesteranno. Se si sversano in falda ettolitri di cromo esavalente per anni, invece, un perito chimico basta e avanza a capire che le conseguenze saranno devastanti. Lo Stato davanti a questa devastazione quotidiana si è mobilitato solo quando spinto dalla pressione dei movimenti ambientalisti, sopratutto da quelli che agivano con e nel movimento dei lavoratori, e lo ha fatto solo dopo averli osteggiati e repressi. Il decreto Lorenzin, inoltre, si basa solamente su misure repressive, alcune delle quali particolarmente stupide in quanto colpiscono solamente il soggetto, il bambino, che teoricamente il decreto vorrebbe tutelare.

Il punto è che questo decreto è l’ennesima dimostrazione di quanto sia idiota la cultura emergenziale, quella che fa si che la questione venga affrontata con una scialba campagna mediatica e con un decreto legge, dando a intendere che l’attuale governo è l’argine rispetto alla marea montante di irrazionalità, rappresentata dal principale partito dall’opposizione, guidato da un ex comico che pubblicizzava le biowashball e che annovera esponenti, come il povero onorevole Pepe, che ogni tanto sparano cazzate sull’esistenza delle sirene (non quelle dei camion dei pompieri: quelle di Omero). Peccato che l’attuale ministro della salute, la stessa che da il nome al decreto, firmava introduzioni a libri che propagavano l’uso dell’omeopatia[6], dimostrando la sua ipocrisia. Nè al PD né al Movimento 5 Stelle, e tanto meno alla Lega o agli alfaniani, interessa la salute pubblica: sono solamente bande di opportunisti al servizio del capitale.

Anche l’accesso universale e gratuito alla sanità, messo per altro in discussione negli ultimi anni [7], è avvenuto grazie a decenni di lotte dei lavoratori che hanno determinato questa conquista, si badi bene: conquista, non concessione.

Non che la sanità pubblica non abbia una serie di problemi: medicalizzazione del quotidiano, deresponsabilizzazione e infantilizzazione del paziente, rami con statuti epistemologici incerti e con profonde implicazioni nel controllo sociale, quale la psichiatria, continuo rischio di rinchiudersi in dorati sogni di tecnocrazia. A questi vanno aggiunti aspetto legati a doppio filo con il modo di produzione in cui viviamo: malaffare, corruzione e tutto il classico repertorio da cronaca giudiziaria.

A tale proposito segnaliamo l’ottimo articolo La medicina ammalata comparso sul web magazine Prismo [8], una delle migliori disaminedall’internodel sistema sanitario pubblico di massa lette negli ultimi anni:

[…]E allora? Il sistema sanitario è soltanto un inutile baraccone asservito all’industria farmaceutica? Assolutamente no. Le donne in travaglio dei paesi industrializzati sono sovramedicalizzate, è vero, ma la mortalità per parto è ai minimi storici. Gli accessi al pronto soccorso sono troppi, è vero, ma le possibilità offerte dalla terapia intensiva possono fare miracoli. […] Che sia stato possibile raggiungere questi risultati eccezionali in quasi tutti i campi della scienza medica nonostante i problemi strutturali del sistema e gli enormi interessi economici in gioco suggerisce che si potrebbe ottenere molto di più: riorganizzando le priorità,[…] prendendo in considerazione i bisogni della popolazione e l’effettivo impatto epidemiologico delle malattie e non soltanto una “percezione” del bisogno di salute semplificato a desiderio di un maggiore ricorso alla tecnica.[…]”

È però per noi evidente che un tale cambio di paradigma non possa essere diretto dal capitale e dai suoi sgherri, in quanto questi hanno tutto l’interesse a preservare lo status quo e a peggiorarlo a nostro discapito, compreso l’enorme mercato delle così dettemedicine alternative”.

L’attuale fenomeno antivaccinista, che ha occupato le cronache degli ultimi mesi, ha le sue radici nel crollo di fiducia generalizzata verso le istituzioni. Dato che questo crollo di fiducia è reale, dobbiamo porci una serie di questioni, quali il determinare le nostre modalità di intervento in questo contesto, al fine di non buttare via il bambino (il metodo scientifico e le tecnologie) con l’acqua sporca (le strutture di classe e le strutture statali). I cambiamenti sociali sono insiti nella materialità del mondo, a noi il compito fare in modo che non avvengano senza di noi e contro di noi.

Appare evidente la necessità di strutturare un intervento costante all’interno del mondo sanitario, sia con l’intervento sindacale e di lotta economica, sia con la costruzione di situazioni autogestite che dialoghino con i movimenti sociali. In generale, è necessario ragionare su come riappropriarsi di un’insieme di saperi tecnici per sottrarli dalle adunche mani del capitalismo.

Gli anni futuri si prevedono foschi e cupi: i tagli alla sanità giustificati con l’austerity sono il preludio non solo all’aumento dell’oscena sussidiarietà, ma anche all’entrata in gioco dei grandi attori economici emergenti: i robber baron dell’economia digitale. Guai il giorno in cui Alphabet deciderà di entrare nel campo sanitario e i sistemi sanitari pubblici, laddove esistenti, saranno già stremati da anni e anni di tagli.

A creare le condizioni per una vita emancipata e dignitosa, in salute, nel senso più compiuto del termine, non potrà essere il capitalismo, di stato o di mercato, e non potrà essere nemmeno quel nebuloso insieme di guru e santoni delle medicine alternative, che nel migliore dei casi sono dei truffatori e nel peggiore lasciano evolvere un’otite in ascesso cerebrale, e in ogni caso sono pienamente integrati nelle dinamiche del capitale. A creare queste condizioni potremo essere solamente noi, come sfruttati, lavoratori, disoccupati, in un solo termine come classe, tramite la nostra mobilitazione nel senso dell’azione diretta.

lorcon

[1] https://it.investing.com/commodities/london-sugar

[2] calcoli spannometrici che ovviamente non tengono conto di capitale fisso, costo del lavoro, logistica eccetera. Lascio a qualcuno di più qualificato di me l’onore di studiarsi il bilancio della Boiron per ricavare dei dati esatti.

[3] http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/forte-opposizione-al-brevetto-su-un-farmaco-contro-laids-india-%C3%A8-la-prima-volta

[4] http://www.umanitanova.org/tag/vaccini/: trittico di articoli composti da due articoli di Ennio Carbone, di taglio scientifico, e da un articolo di lorcon sulle radici culturali e la genealogia del fenomeno antivaxxer, specificatamente negli Stati Uniti, scritto come introduzione all’opuscolo Antivaccinari – Introduzione a un’idea antiscientifica, curato da Green Not Greed nel 2014

[5] https://www.inventati.org/cortocircuito/2017/02/16/la-questione-vaccini-tra-la-padella-di-big-pharma-e-la-brace-delle-bufale/

[6] http://temi.repubblica.it/micromega-online/omeopatia-il-ministro-lorenzin-contro-la-scienza/

[7] http://www.umanitanova.org/2017/04/27/una-cattiva-salute/

[8] http://www.prismomag.com/la-medicina-ammalata/

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Rosso, nero, arcobaleno

Il 3 giugno insieme agli altri compagni e compagne della Federazione Anarchica Reggiane e dell’USI – Reggio Emilia e dell’area libertaria reggiana ho partecipato allo spezzone rosso-nero al Pride. In totale tra le 5 e le 6mila persone in piazza, primo pride  a Reggio Emilia e scadenza regionale. Ovviamente erano presenti forti dinamiche di cooptazione politica, la manifestazione è stata sponsorizzata dalla parte maggioritaria del PD locale, che pare essersi smarcato dalla pesante influenza postdemocrisitana dell’era Del Rio. Verrebbe da chiedersi: e quindi che ci vanno a fare degli anarchici a una manifestazioni con sifatte basi? Bhe, semplice, vanno a portare i propri contenuti, caratterizzandosi con un volantino e un documento che spara a zero contro le religioni tutte, e che ricorda che l’emancipazione non è questione di concessione per mezzo di formalismi giuridici ma è questione di conflitti sociali. Ricordando anche la necessità di intersecare le lotte di razza, classe e genere. Venendo alla cronaca spiccia: spezzone rosso nero composto da una 30ina di compagne e compagni, centinaia di volantini distribuiti e vendita militante della stampa anarchica. Soddisfazione e conclusione con una cena anticlericale al Circolo Berneri a base di strozzapreti. Ora, questo blog ha tra come sottotitolo “fotomobilitazioni & altro”, quindi vi beccate le foto (tra l’altro era da un po’ che non mi dilettavo con la fotografia da corteo). Nota di colore: la mattina si è tenuta una buffissima contromanifestazione costituita da una processione di un centinaio di clericofascistoidi, in parte provenienti dal veneto, guidati da 10 buffi elementi in abito talare che officiavano la messa in latino e sparavano cazzate. Come ha detto qualcuno: oggi pomeriggio c’è il gay pride, stamattina c’è la manifestazione dei gay repressi.

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NOTE A MARGINE DI UN TESTO COMICO

Accadde, infine, che i genietti del Collettivo “Anarchico” Incubo Meccanico (le virgolette sono mie) si prendessero ulteriomente male per la mia risposta al loro delirio con cui provavano a contestare il mio pezzo Tecnologia e trasformazione sociale che poi riprende discorsi già presenti in Appropriarsi della scienza – Farla finita con il primitivismo, in Energia e rivoluzione industriale e ne Gli Arcana Imperii dell’economia dell’informazione. A me sinceramente il “non-dibattito” con questi personaggi che passano il tempo a inventarsi demoni invincibili contro cui sfogare la propria impotenza ha rotto tre quarti di minchia. Attaccarli significa solamente segnare la linea di demarcazione tra noi e loro e ritengo di averlo fatto a sufficienza. Spero di conseguenza che il seguente articolo, pubblicato sul numero 20 di Umanità Nova, chiuda definitivamente il dibattito con questi tizi, banalmente perchè sufficientemente offensivo da fargli rodere il fegato per i prossimi sei mesi. Odio le personalizzazioni dei dibattiti, che poi è il motivo per cui mi firmo con uno pseudonimo (anche se il mio vero nome è un segreto di Pulcinella) e per cui spesso uso la forma della prima persona plurale nella scrittura di articoli, per cui mi scuso con i lettori per sta roba che trovate qua. Per chi volesse leggere il prodotto delle astute menti CAIM rimando qui.

NOTE A MARGINE DI UN TESTO COMICO

“Il demone invincibile è un alibi vigliacco che fa pietà”

Enzo Maolucci – Barbari e Bar

A leggere “Tra coerenza e ideologia, una strada ferrata chiamata civiltà!”, ultima fatica del Collettivo Incubo Meccanico che vorrebbe rispondere agli articoli miei e di Enrico Voccia mi sorge spontaneo il chiedermi se in realtà i militanti del Collettivo non siano intenzionati a dimostrare la totale inconsistenza delle tesi espresse dal primitivismo. Infatti neanche se io mi fossi voluto impegnare nella costruzione di un omino di legno contro cui lanciare i miei strali sarei riuscito a produrre un simile capolavoro: accozzaglia di citazioni confuse, totale mancanza di coerenza interna, referenti logici assenti, termini usati in modo completamente casuale, il tutto condito da ingenui tentativi di reclutare noti teorici anarchici nel campo primitivista. Aggiungiamoci una venerazione religiosa per la “Natura” e la zuppa è servita.

Una cosa però l’han capita e centrata con precisione: non ho intenzione né di cambiare registro né di tentare di dialogare con loro. Allo stesso modo in cui non perdo tempo a dialogare con preti o imam non ho intenzione di perdere tempo a dialogare con chi riesce, in base a un’ardita contorsione logica, a sostenere che i respiratori artificiali siano le nuove bibbie o che esista una “retorica della medicina che cura”.[1] Mi sentirei, però, di consigliare a costoro di andare a farsi un giro in un reparto di terapia intensiva o di rianimazione per apprezzare con l’esperienza diretta gli effetti diversi delle bibbie e dei macchinari terapeutici su chi soffre di gravi condizioni cliniche respiratorie.

L’unico motivo per cui ho ritenuto necessario rispondere alla prima missiva dei nostri amici primitivisti è che ho notato che la loro perniciosa ideologia, di cui sono solo gli ultimi rappresentanti, ha avuto negli ultimi anni una certa, anche se limitata, penetrazione in certi ambiti di movimento.

D’altra parte nella società dello spettacolo cosa c’è di meglio della contemplazione dell’apocalisse con saltuaria partecipazione allo spettacolo stesso mediante azioni spettacolari?

Cosa è il primitivismo se non l’impotente osservazione della realtà tramite le lenti della religione della fine e il suo corollario di mistica del dolore?

Se una volta qualcuno distingueva tra coloro che erano apocalittici e coloro che erano integrati, i nostrani rappresentati del primitivismo riescono ad operare un’efficace sintesi ed essere sia apocalittici sia integrati.

Oh, tranquilli, verso l’apocalisse ecosistemica il capitale cammina con baldanza e voi altro non siete che il controcoro rispetto ai cantori delle sorti magnifiche e progressive. Chiusi nei vostri deliri di impotenza vi eccitate con l’apocalisse, la fine del mondo che viene dall’alto, incapaci anche solo di immaginare il rovesciamento del tavolo, incapaci di cogliere – figuriamoci di usare! – le contraddizioni che il capitalismo genera continuamente.

Incapaci di immaginare un uso rivoluzionario della tecnologia, ovvero per l’emancipazione dai bisogni materiali, la liquidazione dello stato e delle classi sociali e l’abolizione del lavoro salariato e non per l’accumulazione di capitale, vi riducete a costruirvi il mito della Megamacchina, il nuovo Anticristo.

Non vi è che dire: complimenti, genietti. Ora andate pure a provare ad essere antispecisti senza agricoltura che io intanto me la rido.

lorcon

P.S.: la totale coerenza in un mondo pieno di contraddizioni materiali non è ovviamente possibile ma almeno evitate di farvi ridere dietro mandando i vostri comunicati in cui urlate “aiuto, la Megamacchina!” da una mail di Google, quella simpatica azienda che ha il preciso piano di mettere a valore tutta l’esperienza umana, il tutto in formato .docx, formato proprietario creazione della Microsoft, altra simpatica azienda, che, insieme alla speculare Apple, ha inglobato buona parte dell’informatica di consumo. E dire che, negli anni ’90, il movimento anarchico, e non solo, ha iniziato a costruirsi i propri strumenti di riappropriazione delle tecnologie informatiche anche con notevoli risultati…

P.S.: odio le personalizzazioni e vorrei evitare di monopolizzare le pagine del nostro giornale con un non-dibattito che nei fatti ritengo concluso (a meno di nuovi particolari sviluppi).

[1] Siccome sono un’amante del metodo sperimentale vi propongo il seguente esperimento: due di voi assumano una forte dose tossica di qualche sostanza che non dia immediati effetti letali. Uno si curi con l’aborrita “medicina convenzionale” e l’altro no. Poi dopo tornate a discutere di queste cose dopo avere sperimentato la differenza tra medicina e regimi discorsivi.

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Minniti, Salvini e Di Maio vanno proprio d’accordo – Le loro frontiere valgono bene un morto

Il seguente articoli è apparso sul numero 17 anno 97 di Umanità Nova

via discarding images (come tutti i frammenti di miniature qua presenti)

Retate in Stazione Centrale a Milano, più di centocinquanta fermati. Il giorno dopo, a Roma, un uomo 53enne, Nain Maguette, a cui i media e il comandante dei vigili capitolini si riferiscono come “ragazzo”, senegalese che vende qualche merce su di un telo dietro al Colosseo muore durante un’altra retata. Forse un attacco cardiaco, forse una caduta dovuta ai vigili urbani. Non importa il come: importa il perchè. E il perchè è semplice: vi è un’oggettiva unità di intenti e d’azione tra le principali forze politiche del paese, e dei loro mandanti padronali, nel condurre una guerra, totale, spietata e con sempre meno veli nei confronti dei poveri. Dei poveri in generale con la politica economica che, in un modo o nell’altro, scarica l’ennesima crisi ciclica sulle spalle degli sfruttati, dei poveri d’origine straniera in particolare con la criminale politica di chiusura delle frontiere, dell’istituzione di tribunali speciali, in spregio agli stessi principi costituzionali di cui sono tutti grandi difensori, delle retate. La sicurezza, la legalità, il decoro: cumuli di morti nel Mediterraneo, pozze di sangue sul selciato nelle nostre città.

I leader della Lega annunciano ruspe e fanno sparate folkloristiche. Al più in qualche comune sotto il loro governo fanno qualche ordinanza scritta talmente male da essere annullata dal TAR. Il PD approva i decreti Minniti e li attua. La Lega festeggia ogni barcone affondato, il PD versa ipocrite lacrime e non fa nulla per fare aprire i corridoi umanitari, unico modo per bloccare le stragi nel Canale di Sicilia. Si fanno fotografare mentre firmano accordi con questo o quel despota dei paesi di transito o di origine dei flussi migratori. Il Movimento Cinque Stelle, propone le stesse cose. E dove è al governo, come a Roma, è mandante dei raid contro gli ambulanti, giustificandoli con il decoro e la “tutela pesaggistica”. I suoi quadri propongono di bloccare la distribuzione dei pasti caldi ai senzatetto. Solo un infame può avere una pensata simile.

Nel frattempo il PM Zuccaro, della procura di Catania, si rende noto alle cronache nazionali blaterando di legami tra le ONG impegnate nel soccorso dei barconi al sud di Malta, dove la criminale agenzia europea Frontex ha deciso di non spingersi, e gli scafisti libici. Poi ritratta e infine rilancia dicendo che deve indagare ma non ha elementi probatori. Non si capisce allora perchè non se ne stia stato zitto fin da subito, a indagare come è il mestiere per cui è profumatamente pagato vorrebbe. Ma il tacere non fa bene alle carriere dei magistrati, è risaputo da quasi trenta anni. Meglio darsi alle sparate per poi, al massimo, perdere i processi, o più probabilmente, come in questo caso, neanche iniziarli. Intanto organizzazioni che già operano tra mille difficoltà si ritrovano delegittimate pubblicamente e Lega Nord e Cinque Stelle fanno a gara a rilanciare le dichiarazioni dell’infallibile PM. Di Maio, pentastellato e primo ministro in pectore per la Casaleggio Associati, parla delle ONG come di taxi del Mediterraneo.

I probi cittadini si uniscono all’infamia facendo il tifo per questo o quello, PD o 5S o Lega, a seconda dei propri gusti su Facebook o su Twitter, o sul divano guardando qualche schifezza quale Quinta Colonna. Pieni di ignoranza sbavano all’idea dell’invasione da contrastare oppure, se ignoranti eruditi si mettono a parlare citandoti statistiche-che-dimostrano-razionalmente che i morti sono triste necessità perchè le risorse, i soldi, il territorio, questo e quello. In realtà semplicemente odiano i proletari, in molti, troppi, casi odiano sé stessi. E odiano particolarmente i proletari se questi non sono bianchi. Taluni hanno il coraggio di dirlo: sono i più francamente razzisti. Votano Lega o Forza Nuova o qualche altro partito di servi dei servi dei servi. Altri no, mica ce l’hanno il coraggio di dire apertamente “io odio i negri perchè penso che siano subumani”. E allora votano PD o Cinque Stelle e si inventano voli pindarici per giustificare la loro opinione infame e contemporaneamente mantenere la propria identità di uomini o donne civilizzati e funzionali. Parlano con in bocca cadaveri: aiutiamoli-a-casa-loro, il-piano-del-malvagio-Soros e altre amene supercazzole. Parlano sui cadaveri.

La loro sbandierata razionalità è in realtà l’abominevole ragione strumentale, buona per i calcoli da bottega – perchè questa è la mentalità di questi soggetti: da bottegai – pessima per tentare di comprendere come stanno realmente le cose. Figuriamoci per cambiarle.

Pensano di contare qualcosa, stolti!, ma sono, sono sempre stati e saranno, carne da cannone al pari dell’ultimo profugo che tenta la traversata su una carretta. La guerra è ciclica: un ciclo riempiamo gli arsenali e un ciclo riempiamo i granai, un ciclo macellati e un ciclo macellai.

Si sono inventati, summa dell’idiozia, la perniciosa distinzione tra veri-profughi e migranti-economici. Secondo lorsignori cittadini civili, non razzisti e che mica vogliono essere mischiati con l’elettore grufolante della Lega, i primi, povere vittime, fuggono dalle guerre e quindi hanno diritto ad avere la nostra pietà, a essere perennemente vittime e in quanto tale soggette alle decisioni che prenderanno i professionisti del bene. I secondi invece, ah, i secondi!, no. Osano migrare da un paese più povero alla ricerca di migliori condizioni economiche, ovvero di vita in un sistema basato su rapporti mediati dal denaro? Stessero a casa loro, mica sono i nostri figli, belli, diplomati (o laureati) e sopratutto bianchi, che vanno a lavorare Londra, Berlino, Cristchurch o Melbourne. E guai a chiamare migranti-economici questi ultimi: sono expats, termine inglese oramai sempre più in voga anche qua.

Il razzismo è strutturale e funzionale al mantenimento di una società basata sul dominio l’espropriazione dei frutti del lavoro da parte dei padroni.

Il cittadino-civile che sbraita che non si possono e non si devono fare entrare i famigerati migranti-economici è lo stesso che parla positivamente multiculturalismo, la più sottile e pericolosa forma di razzismo che crea barriere religiose e culturali tra i proletari che abitano e vivono sullo stesso territorio, che giustifica le più schifose forme di oppressione patriarcale in base alle differenze culturali e a una male interpretata tolleranza.

Noi no. A noi non interessa la multiculturalità, pessimo attrezzo pretesco. Chi si trova a dovere fuggire da casa sua, perchè devastata dalla guerra o perchè periferia economica del mondo, è nostro eguale in quanto sfruttato, in quanto proletario. E per questo noi saremo solidali con esso, alla faccia di Salvini, Di Maio e Minniti.

lorcon

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Nordrhein-Westfalen 014

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Alcune foto scattate tra Koln, Aachen e Bonn nel novembre 2014    

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Sempre su anarchismo, tecnologia e transumanesimo

Questo articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 13 anno 97. È una risposta al comunicato del Collettivo Anarchico Incubo Meccanico, riprodotto al fondo di questa pagina, in merito al mio scorso articolo sul rapporto tra anarchismo, tecnologie e transumanesimo. Il comunicato del C.A. Incubo Meccanico aveva già ricevuto un‘ottima risposta da parte di Enrico Voccia sul numero 12 di Umanità Nova.

Innanzi tutto chiariamo una cosa: al contrario di quanto sostiene il Collettivo Anarchico Incubo Meccanico nel suo comunicato il dibattito sulle pagine di Uenne c’è stato e le posizioni erano ben differenziate, si vedano, banalmente, i pezzi del nostro compagno Marco Celentano.

Secondariamente ringrazio Incubo Meccanico per la sua risposta che non fa altro che confermare le mie tesi sul primitivismo, non tanto quelle esposte nel mio articolo da voi citato tanto quanto quelle esposte nel pezzo “Appropriarsi della scienza – Farla finita con il primitivismo” del novembre 2015. Il fatto stesso che il Collettivo nel suo comunicato inizi parlando di “natura umana”, scrivendo questa espressione in grassetto, dimostra chiaramente il fatto che il primitivismo altro non sia che una visione mistica. Certo potete tranquillamente definire la natura umana in senso biologico ma la questione rimane la stessa: e quindi? Esiste una natura perfetta, non modificabile, invariata, fissa, ipostatizzata? No. L’Homo sapiens, e non solo, ha sempre operato la trasformazione tecnica della natura per migliorare le proprie condizioni di vita. Per altro gli stessi comportamenti, in forme differenti, li si osserva anche nei primati che usano strumenti, ovvero tecniche. Il fatto che si sostenga che il transumanesimo e’ incompatibile con un armonioso e equilibrato rapporto con l’ambiente dimostra solamente quanto la mistica primitivista sia pregna di visioni apocalittiche, completamente incapace di immaginare qualcosa che non sia una mortifera impotenza spacciata per radicalità. L’utilizzo di una tecnologia dipende dalle strutture sociali: la tecnologia potrà essere realmente utile per l’emancipazione solamente dal momento in cui si liquideranno le strutture classiste e statali che ingabbiano l’uomo e i prodotti del suo ingenio nei cicli di accumulazione di capitale e, di conseguenza, di mercificazione dell’esistente, qui comprendendo anche la distruzione degli ecosistemi.

Quindi si: i primitivisti sono dei reazionari negando la la necessista’ storica della liberazione dal capitale e dal dominio e la capacita’ di operarla e proponendo una visione mistica e idealizzata di un supposto «stato di natura» a cui l’uomo dovrebbe tornare. Non solo: nel comunicato di Incubo Mecccanico vediamo abbozzata una vera e propria mistica del dolore, spacciato per naturale e quindi giustificato come necessario. Nulla da invidiare alla cattolica mortificazione delle carni.

Viene scambiata la scienza per un moloch composto da una collezione di nozioni quando in realtà essa è un metodo sorto dal superamento delle visioni offerte per un millenio abbondante dalla patristica cristiana. Eh, che brutta la scienza che ci ha permesso di comprendere che è la terra a girare intorno al sole e non il contrario! Che cosa malvagia la genetica che ci ha permesso di dimostrare in modo inconfutabile che la specie umana non è divisa in razze e che non si trova al centro del creato, facendo gradualmente stracci dell’antropocentismo! O tempora, o mores!, dove sono andati i vecchi costumi di una volta quando i negri erano negri, il genere era legato al sesso biologico e si prestava fede ai preti? Viene da chiedere ai primitivisti: avete intenzione di darvi alla necromanzia per resuscitare un dio morto e decomposto? Evidentemente si. E d’altra parte la mistica del dolore e della morte accomuna il primitivismo alla varia pretaglia. Il “prostrarsi alla scienza di una parte del “movimento” anarchico” poi è davvero una cosa che non si può sentire. Ma uno scritto di Kropotkin o di Reclus costoro lo hanno mai aperto? Malatesta, chi era costui? Bookchin? Non pervenuto allo studio. Una domanda sul perchè uno dei simboli classici dell’anarchismo sia una fiaccola impugnata da un proletario se la saranno mai posta? Ferrer l’avranno mai sentito nominare?

Ribadiamo: i primitivisti sono dei reazionari che si ammantano di vesti neroverdi in luogo di quelle porporate. E sono, essendo reazionari, anche autoritari: mentre né io né altri compagni che si occupano del legame tra anarchismo e scienza ci sogniamo di imporre tecnologie a chicchessia voi auspicate di imporre una vita di merda a chiunque. E si, ribadisco: vita di merda. Provate a fare stare un diabetico senza microinfusore di insulina e vedete quanto ci mette a infilarvi una canna di pistola in bocca: il tempo di rendersi conto che sta per morire male. Provate a togliere la respirazione assistita o un peacemaker a chi ne ha bisogno. Vi salterebbe addosso chiunque abbia a cuore la sopravvivenza con uno standard di vita accettabile e dignitoso di chi si è trovato svantaggiato da una condizione clinica.

A quanto pare per costoro la morte, la sofferenza fisica, l’abbruttimento sono da salvaguardare in quanto naturali, sono sacri, intoccabili. Qualcunno vuole campare “libero e selvaggio senza tecnologie”? Prego, si accomodi. Non saremo di certo noi a impedirglielo. Ma non vengano a imporre di soffrire a chi invece vorrebbe vivere bene grazie ai frutti dell’ingenio umano. Facile esaltare la naturalità della morte e della sofferenza dall’alto del proprio privilegio di persone in buone salute, vero? Morire per un’idea, si, ma di morte lenta!

Io e chi si occupa del legame tra scienza e anarchismo viene accusato di essere peggio dei nazisti. Ma pensano coloro che vogliono buttare a mare la scienza medica di essere molto differente con i suoi progetti di eugenetica passiva e generalizzata da un Karl Brandt? La differenza sta nel fatto che questi almeno aveva il coraggio di rivendicarsi i propri crimini, di dire chiaramente «solo chi e’ in salute, fisica e mentale, merita di vivere». Molti primitivisti forse neanche si rendono conto di proporre, nei fatti, un gigantesco progetto di eugenetica passiva, di proporre la lenta agonia di chi ha bisogno di respirazione assistita o di farmaci. O almeno spero che non se ne rendano conto: altrimenti non resterebbe che considerarli come dei criminali al pari di chi impedisce, in nome del proprio profitto, l’accesso alle migliori cure a chi ne abbisogna.

E ribadiamo: il primitivismo e’ regressivo sulla questione di genere. La tecnologia e la scienza sono quelle che permettono a chi si trova in una condizione di disforia di genere di operare modifiche sul proprio corpo grazie a interventi chirurgici e assunzione di ormoni. Gli si vuole negare questa libertà, la libertà di intervenire sul proprio corpo, di vivere una vita più piena, più felice. Lo si vuole costringere a essere alieno a se’ stesso, al pari della rumaglia clericale.

Non parliamo poi delle tematiche antispeciste: gia’ prima rilevavo come la negazione della metodologia scientifica riporti immediamente a una visione antropocentrica ma posso tranquillamente, e senza timore di smentita, aggiungere che il primitivismo renda completamente impossibile un rapporto interspecie che non sia basato sull’asservimento degli animali non umani. L’antispecismo si basa necessariamente su una base tecnologica che permetta la fine dello sfruttamento animale. Senza agricoltura intensiva, o senza agricoltura tout court, per forza di cose si e’ costretti ad ammazzare animali per scopi alimentari.

La questione di classe neanche la nominiamo: senza tecnologia si e’ costretti a lavorare come muli alla macina, si e’ costretti alle piu’ abiette forme di sopravvivenza, ovvero al contrario della vita.

Lorcon

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Trump rappresenta il fascismo o l’identità bianca?

La seguente traduzione di questo articolo (o forse meglio dire saggio breve) apparso orginariamente su CrimethInc, diviso in due parti verrà pubblicata su Umanità Nova numero 11 e numero 12 anno 97.

Qua invece il podcast della chiaccherata fatta sulle frequenze di Radio Black Out, nel programma Anarres

Introduzione

Il seguente testo, apparso con firma PG a dicembre 2016 sul sito di CrimethInc, importante network anarchico americano, analizza l’identità politica di Donald Trump e della sua cricca. La tesi principale del testo è che la presidenza Trump non rientra nei canoni del fascismo storicamente inteso ma rappresenta l’affermazione dei valori della whiteness, l’identità bianca che attraversa una forte crisi dovuta all’evoluzione del sistema sociale della cui la whiteness stessa è stata garante: il sistema di dominio democratico e capitalista negli Stati Uniti d’America. Ne presentiamo la traduzione, a cura di Luca Phi e Lorcon, in quanto è un testo estremamente interessante che permette di muovere una critica da posizioni rivoluzionarie a quel filone di pensiero che relega tutte le politiche di destra nella macrocategoria del “fascismo”, a-storicizzando questo termine e contemporaneamente, seppure spesso in buona fede, fornendo un paravento all’ideologia democratica intesa come combinazione tra stato di diritto e sistema economico basato sulla merce e l’accumulazione di capitale. Il termine whiteness è stato reso in italiano con “identità bianca” ma è un termine di difficile traduzione in quanto dentro di esso si annida un intero mondo: prendendo spunto dai temi dei cultural studies della seconda metà del ventesimo secolo ci si è cominciato a porre il quesito di come un’insieme di popolazioni, di origine e cultura eterogenee, siano arrivate ad autoidentificarsi come “bianchi” e di come questa autodefinizione sia legata alle condizioni materiali, di come, insomma, sia storicizzabile il concetto di identità bianca.

Il fascismo è obsoleto, l’identità bianca è qua per restare

Da ben prima della recente vittoria elettorale di Donad Trump si è levato un coro crescente di voci su di un possibile ritorno del fascismo. Per quanto il Trump sia terrificante è importante non livellare qualsiasi critica nei suoi confronti e, nonostante il suo epiteto favorito, “assolutamente disgustoso”, gli si adatti come un guanto l’accusa di fascismo è inaccurata.

Dal momento in cui siamo interessati a produrre analisi che permettano di costruire una resistenza effettiva, e non solamente a polemizzare in modalità Twitter, è nostro compito esaminare quale modello del pensiero di destra Trump stia seguendo.

La mia ipotesi è che il fascismo è stato reso definitivamente irrilevante dalla Seconda Guerra Mondiale e dal periodo immediatamente successivo in cui è stato completamente assorbito dalla democrazia capitalista. Dal 1945 in poi, ovvero da quando le armate alleate smantellarono lo stato nazista e reclutarono gli elementi nazisti considerati come utili, il fascimo non è stato niente altro che una retroguardia in un sistema che è intrinsecamente definibile come democratico. Il futuro, ovviamente, può essere pieno di sorprese ma è necessario ben altro di una vittoria di Trump per rendere il fascismo necessario in un paese al centro dell’ordine mondiale capitalista come gli Stati Uniti d’America.

Uno dei pochi partiti contemporanei realmente neo-fascisti che è apparso sulla scena nell’ultimo decennio è Alba Dorata in Grecia. Fedeli al modello originario dei partiti fascisti Alba Dorata combina una struttura partitica con una struttura paramilitare presente nelle strade, recluta i suoi uomini tra la polizia e i militari per creare strutture fedeli al partito, si connette con la frazione capitalista della borghesia e con la criminalità organizzata con l’obiettivo di creare un doppio potere in grado di attuare sia intimidazioni che di superare il sistema di bilanciamenti istituzionali delle istituzioni democratiche e dei media di massa. In molti hanno pensato che Alba Dorata avrebbe potuto prendere direttamente il potere e hanno di conseguenza immaginato un ritorno del fascismo. Alba Dorata prediceva lo stesso scenario, nella sua ignoranza del proprio stesso ruolo all’interno di un sistema democratico. Fin quando il partito neofascista ha agito nel senso di spingere l’opinione pubblica a destra, creando capri espiatori per la crisi sociale greca, uccidendo immigrati e attaccando anarchici e altri rivoluzionari è stato tollerato.

Ma dal momento in cui il partito ha rivelato la propria sincerità nei mezzi scelti per accedere al potere e ha dimostrato la propria volontà di usare la violenza verso elementi non marginali della società [1] il potere democratico è entrato in campo: la dirigenza del partito è stata arrestata e il partito stesso è stato parzialmente escluso dai dibattiti che definiscono quale è il discorso pubblico acettabile. Il fascismo non ha nessuna possibilità nei confronti degli stati democratici e una qualsiasi gang di neo fascisti che non riesce a comprendere che il suo ruolo è solo quello di essere uno degli strumenti disponibili nella scatola degli atrezzi del potere democratico è destinata a fallire.

In Spagna, un altro dei paesi europei maggiormente colpiti dalla crisi, i partiti neo-fascisti o critpo-fascisti sono collassati negli anni recenti e in Italia e Regno Unito l’estrema destra ha seguito un modello che appoggia sulla partecipazione ai meccanismi democratici. Da un punto di vista strutturale il partito progressista e populista SYRIZA ha più in comune con il modello fascista di quanto non abbia in comune il Partito Repubblicano di Trump: connessioni organiche con gruppi extraparlamentari con una grossa capacità di mobilitazione, unificazione di discorsi di estrema destra ed estrema sinistra, una visione socialista-nazionale, patriottismo e militarismo [2]. Non è definibile come fascista qualsiasi visione di destra. Il fascismo è un fenomeno complesso che vede la mobilitazione di un movimento popolare sotto la direzione gerarchica di un partito mentre vengono create connessioni con le strutture poliziesche e militari, con l’obiettivo di conquistare il potere con mezzi democratici o militari. Di seguito vengono aboliti le procedure elettorali con lo scopo di garantire la continuità di un sistema a partito unico, viene creato un nuovo contratto sociale con la classe lavoratrice nazionale, da un lato inaugurando standard di vita più alti rispetto a quelli garantiti nel precedente sistema liberal-capitalistico e dall’altro garantendo ai capitalisti una rinnovata pace sociale. Vengono poi eliminati i nemici interni che sono stati accusati di avere destrabilizzato il precedente regime. Trump ha dimostrato disprezzo per le convention democratiche minacciando di intimidire gli elettori e suggerendo che potrebbe non accettare una sconfitta elettorale ma il suo modello di conservatorismo non abolisce in nessun modo i meccanismi fondamentali della democrazia.

Da qua a quattro anni saremo soggetti a un nuovo circo elettorale. Trump ha fatto appello sopratutto a poliziotti e guardie di confine ma non ha cercato di portare la polizia in una struttura paramilitare e parastatale per cementificare il proprio potere. Ha strizzato l’occhio al movimento delle milizie e solleticato il Ku Klux Klan ma non ha fatto nulla per centralizzare questi gruppi in un forza paramilitare sotto il suo stesso controllo. Ha promesso un nuovo contratto sociale per i lavorati ma non farà mai passi in quella direzione e, qualsiasi siano le sue intenzioni, si dimostrerà impossibilitato nel garantire alla classe dominante pace sociale. Renderà più difficile la vita per quelli che identifica come nemici della società, musulmani e immigrati, ma non li eliminerà.

Nei fatti non c’è nulla di fascista in Trump

L’ascesa al potere di Trump è legata a una forza sociale che ha predato il fascismo e lo ha superato. Rimane da capire esattamente quale tra i modelli di conservatorismo che l’insolente egomaniaco vorrà implementare ma il suo incoraggiamento per l’identità bianca come meccanismo reazionario per il controllo sociale è assolutamente chiaro. Nei secoli intercorsi tra Cristoforo Colombo e George Washingtone nei laboratori delle piantagioni irlandesi e brasiliane, nelle deportazioni di massa operate dalla Spagna nella riduzione in schiavitù delle masse africane, l’idea di razza bianca è stata creata per categorizzare e controllare i soggetti di un ordine mondiale che si stava globalizzando.

Di fronte alle insurrezioni che vedevano gli schiavi africani, gli europei soggetti a impauperimento costretti a migrare oltre Atlantico e gli indigeni sotto attacco combattere insieme contro i propri comuni nemici il potere coloniale ha emanato leggi tese alla creazione di un cerchio concentrico di barriere religiose, culturali, economiche, giudiziare, istituzionali e biologiche per rompere la solidarietà tra gli oppressi [3]. L’identità bianca è diventata la proiezione dei valori dell’Illuminismo Europeo, la nuova normatività e coloro che non rientravano in questa definizione sono stati sottoposti a un processo di razializzazione e forzati a occupare gli scalini più bassi della gerarchia sociale. Coloro che non accettavano il loro posto nel nuovo ordine-del-mondo sono stati fatti sparire, in un modo o nell’altro. Storicamente il razzismo è un fenomeno globale unitario ma è stato usato differentemente in differenti angoli del modno. Nelle colonie che poi sono divenute gli Stati Uniti d’America l’identità bianca ha avuto un ruolo paramilitare vitale fin da subito.

Una piccola minoranza di proprietari fondiari che brutalmente sfruttato la propria forza lavoro e portato avanti una costante guerra genocida nei confronti delle popolazioni native ha dato ruolo a una strato medio della popolazione, povero ma privilegiato, di combattere le proprie guerre e di rimanere costantemente vigile verso rivolte e sconfinamenti.

I privilegi, a seconda del punto di vista, erano insignificanti o fondamentali. Questi privilegi includevano il privilegio psico-sociale di essere considerati umani, che non era male per dei poveri provenienti da un’Europa dove l’aristocrazia non aveva mai utilizzato la categoria di “umanità” e raramente, se non mai, ha cercato di stabilire un’identità comune con i propri subordinati, diversamente da quanto fece la nozione di identità bianca.

Un’altro importante privilegio è stato quello del diritto ad avere proprietà. Per la maggior parte dei bianchi questo signficava una o due cose: avere il diritto di vendere la propria forza lavoro in cambio di un salario o avere il diritto ad accedere alle terre rubate ai nativi dove avrebbero potuto creare fattorie per pochi anni prima di cadere nella spirale del debito per poi vendere la propria terra ai grandi proprietari fondiari, migrare verso ovest e ripetere il processo. Descrivere questo processo non ha l’obiettivo di genere simpatia per i “bianchi” ma di illustrare come facilmente, ieri come ora, le masse possono essere illuse. Economicamente non era considerabile un grande affare per la maggior parte dei bianchi ma lo diventava se si considerano le forme di sfruttamento e dispossessamento riservate per gli africani e i nativi americani. Il diritto astratto alla proprietà raramente si è trasformato in un reale arricchimento personale ma garantiva il diritto di non divenire proprietà di qualcun altro e di non avere la proprie intera comnità dispersa e obliterata in un atto di conquista.

Roxanne Dunbar-Ortiz ha documentato il ruolo chiave dei rangers bianchi che è stato giocato nella costante e totale guerra contro i nativi nel suo Indigenous Peoples’ History of the United States e il ruolo dei bianchi poveri nelle pattuglie che sorvegliavano gli schiavi africani [4] e davano la caccia ai fuggitivi, pattuglie che si sono poi evolute nelle moderne forze di polizie, è esposto in libri quali Our Enemies in Blue.

Simultaneamente i poveri di origine europea che rompevano con l’idea di identità bianca per combattere in modo solidale con gli altri oppressi venivano puniti con tutta la forza della legge e qualsiasi forma di meticciamento tra bianchi e altri veniva scoraggiato se non criminalizzato.

L’identità bianca odierna continua a svolgere il suo ruolo paramilitare in un modo diffuso, informale, completamente differente rispetto a quanto potrebbe manifestare un movimento fascista.

La diversità ideologica – alcuni direbbero confusione – e le molte contraddizioni del movimento delle milizie riflette la mancanza di un’organizzazione centralizzata.

Quello che è più chiaro di questi gruppi di cittadini armati – che definiscono alternativamente gli immigrati di origine latino americana, i musulmani o il governo federale come il proprio principale nemico – è che in molti cittadini appartenenti alla classe medie e alla classe lavoratrice si sentono chiamati a proteggere e a servire [slogan delle forze di polizia in molti stati, n.d.t.]. Chi gli abbia esattamente dato mandato non è chiaro ma quasi unanimemente si identificano come bianchi o, nel caso di pochi neri e latini presenti nel movimento, con la propria americanità, una forma di identità che è fin dalle sue origine una forma maggiormente inclusiva di identità bianca [pensiamo ai famosi house niggers denunciati da Malcom X n.d.t.].

La questione dell’identità razziale ha giocato un importante ruolo nell vittoria di Trump. Al di là del fatto che un numero disproporzionato di bianchi voti repubblicano gli studi hanno dimostrato come l’identificazione come bianchi e il settirsi minaciati da altri gruppo [razziali n.d.t.] è stato un fattore segnante per la maggiore probabilità di una persone di origine europea di esprimere il proprio supporto elettorale per Trump [5]. Nonostante la narrativa della vittimizzazione impostata dal miliardario Trump – che i media hanno ampiamente diffuso – sia francamente patetica l’identità bianca negli Stati Uniti è certamente di fronte una crisi. È in crisi non perchè “i bianchi stanno diventando una minoranza” o altre fantaparanoie suprematiste ma perchè negli ultimi decenni la funzione paramilitare dell’identità bianca è stata largamente assorbita dal crescente potere che il governo può dispiegare con giudici, prigioni e le burocrazie che governano lo sviluppo urbano. Quello che ieri doveva essere fatto con una folla di linciatori ora può essere ottenuto con la burocrazia e, paradossalmente, un uomo nero [Obama, n.d.t.] può avere la responsabilità di tutto l’apparato.

Non penso che la presidenza Obama abbia cambiato la situazione per la popolazione afroamericana negli Stati Uniti eccetto che da un punto di vista psicologico che io, in quanto bianco, nonsono nella posizione di considerare. È chiaro comunque che i razzisti dell’intero paese siano usciti dall’armadio nel momento in cui Obama ha preso l’incarico alla Casa Bianca. I media hanno spesso suggerito che gli appelli di Trump ai bianchi siano stati efficaci a causa della situazione economica: la classe lavoratrice bianca si è sentita minacciata dal momento in cui la sua posizione sociale e i suoi privilegi declinano, e così la storia procede.

Ma il gap razziale nella ricchezza e negli standard di vita sono cresciuti dall’inizio della crisi [6]. Se i parametri economicisti fossero la causa reale i bianchi americani si dovrebbero sentire maggiormente sicuri dopo la presidenza di Obama. Il privilegio razziale continua, in questo senso, a distribuire dividendi.

È mia opinione che è la funzione paramilitare costitutiva dell’identità bianca che è in crisi e questo ha mobilitato un gran numero di voti dei bianchi per Trump. Il fatto che gli afroamericani siano diventati più poveri sotto la presidenza Obama ha fatto si che una parte degli afroamericani stessi si sia tenuto lontano dalle urne.

Le milizie di frontiera [formazioni paramilitari autonome che pattugliano il confine con il Messico n.d.t.] sono un’espressione della mentalità paramilitare. Un’altra espressione, il movimento pro-polizia che si è diffuso dopo l’insurrezione di Ferguson, contiene un istruttivo paradosso: la resistenza contro le violenze poliziesche è stata fonte di grande instabilità per il governo statunitense e ha anche messo in discussione lo storico diritto sacralizzato della polizia di uccidere gli afroamericani. I reazionari bianchi hanno risposto alla chiamata alle armi per difendere un sistema oppresivo e, in generale, questi attivisti pro-polizia sono stati associati con il campo trumpista. Hanno condotto attacchi contro i manifestanti di Black Lives Matter e hanno provato a ricostruire l’immagine rovinata della polizia. Ma sono anche entrato in conflitto con la polizia stessa. Al contrario di quanto sostenga il white-washing pacifista di alcuni supposti, sedicenti e autonominatisi leader di Black Lives Matter sparare ai poliziotti è sempre stato parte della resistenza urbana degli afroamericani, prima, durante e dopo Ferguson. Per quanto i medio parlino di Martin Luther Kings e non di Robert Williams [organizzatore del movimento per i diritti civili in Nord Carolina che aveva creato delle milizie di autodifesa delle comunità nera, n.d.t.] la resistenza afroamericana negli ultimi trecento anni ha spesso avuto avuto una tendenza orientata all’autodifesa e all’autonomia più che verso l’integrazione democratica e le tensioni tra queste tendenze possono essere viste ancora oggi tra i differenti strati sociali delle comunità afroamericane.

D’altra parte è pur sempre vero che sono di più i poliziotti coinvolti in scontri a fuoco con bianchi [7] e che vi è stata un incremento delle imboscate contro la polizia da parte di bianchi di destra. Spesso color che hanno organizzati questi agguati hanno espresso il desiderio di difendere tramite i loro attacchi i valori tradizionali e l’America. Molti reazionari che difendono l’identità bianca sono convinti che vi sia un governo sempre più autoritario che gli impedisce di svolgere il loro compito storico. Quando la società americana sembrava stabile e i “valori americani” trionfanti a livello globale, alla fine della guerra fredda, l’apparente obsolescenza dell’identità bianca provocava ben poca preoccupazione. Ma con l’aumento della precarietà economica, le grandi proteste di afroamericani, latinoamericani e popolazioni indigene che si diffondono in tutto il paese e l’instabilità sistemica che generano una crescente ansia la popolazione bianca si trova ad aspettare una chiamata alle armi che non arriva. I tradizionali portavoce di entrambi gli schieramenti dell’élite politica – i reazionari vecchi maniera nostalgici della segregazione razziale così come i progressisti illuminati con la loro muta di cavalieri bianchi – non parlano di questa crisi. Nei fatti i liberali al governo possono anche pensare di disarmarli, talmente obsoleti sono diventati.

Per quanto i conservatori parlino ancora favorevolmente a proposito del possesso privato di armi è passato molto tempo dall’ultima volta che sono stati mobilitati i cittadini a causa di minacce, interne o esterne. I bianchi sono in crisi non perchè stanno perdendo i loro privilegi economici ma a causa del crescente potere delle strutture statali che usurpa le funzioni paramilitari, storicamente loro prerogativa.

E, per finire, i reazionari che osservano la realtà tramite le lenti distorte delle proprie fantasie razziali deluse non sono aiutati dal fatto che il simbolo di questo dispiegamento di potere statale, Obama, è stato probabilmente il più autoritario presidente di sempre se misurato in termini di programmi di sorveglianza, omicidi tramite droni, deportazioni, persecuzione di whisteblower [coloro che hanno divulgato segreti di stato, come Chelsea Manning, n.d.t.] con gli strumenti giudiziari dell’Espionage Act del 1917, informatori dell’FBI, il supporto a film che ritraggono la tortura come necessaria nella così detta Guerra al Terrore, protezione delle prigioni segrete della CIA dalla supervisione giudiziaria eccetera. Per quanto lo stato non detenga al momento il monopolio dell’uso della forza per sua natura aspira a conquistarlo. Un governo che deve controllare una società volatile in cui le più gravi contraddizioni sono interne – per esempio l’avere colonie interne in luogo che esterne – coloro che sono al potere non esiteranno a mobilitare parte della popolazione come pramilitari.

Ma come le istituzioni crescono in potere e risolvono le contraddizioni che precedentemente le minacciavano lo stato tenderà a disarmare la popolazione e a trasformare i linciaggi in questioni burocratiche.

I cittadini avranno sempre meno possibilità di partecipare alla democrazia, e per quanti i cinici possano considerare gli omicidi e il vigilantismo come una forma di attivismo civico, la storia delle democrazie da Socrate a Birminghan confermano questa visione. Il servizio militare che, al di là di qualsiasi eufemismo, significa uccidere i nemici dello stato è sempre stato il marchio più evidente del cittadino. Così come le grandi aziende hanno adottato metodi dal movimento cooperativo con lo scopo di creare salariati più felici i governi, talvolta, lasciano che i propri cittadini giochino a fare poliziotti e boia se questo li fa sentire maggiormente potenti. Ma più il potere diventa razionalistico e più difficilmente diventa gestire la partecipazione di non specialisti che non hanno avuto un’istruzione che permetta loro di padroneggiare gli strumenti della burocrazia e per i bianchi patriottici che affrontano il Tramonto dell’America e si immaginano come i discendenti dei pionieri, cavalieri a fianco delle polizie questo è un fallimento. Questa è la natura della crisi dell’identità bianca. Prima di Trump il movimento del Tea Party ha iniziato a parlare di crisi dell’identità bianca ed è stato premiato con un certo supporto elettorale. Trump ha semplicemente indicato in modo più esplicito questa ansia e le ha datto una piattaforma più ampia. Che i repubblicani o altri provino ad organizzare questi cittadini paramilitarizzati per aiutare lo stato a vincere l’attuale fase di instabilità è tutto da vedere, nonostante il cinismo dei politici democratici ci fa pensare che il presidente non è affatto sincero nei suoi discorsi di odio fatti durante la campagna elettorale. Continuerà a incoraggiare il bigottismo ma difficilmente incoraggerà o permetterà ai suprematisti bianchi di coalizzarsi in un potere parallelo a quello dello stato. I crimini d’odio razziale aumenteranno ma coloro che li commetteranno rimarranno disorganizzati.

Se vi sarà una crescita o una centralizzazione dei gruppi paramilitari coloro che negli USA non coglioni vivere in una società razzista basata sui vigilantes dovranno seriamente riflettere sulla questione dell’autodifesa. La soluzione del Partito Democratico – evitare il conflitto diretto, affidarsi alla polizia e sperare per un cambiamento elettorale dopo quattro anni – non è affatto una soluzione. È una soluzione dalle gambe corte in quanto quattro anni sono un tempo troppo lungo per rimandare questioni quale la sopravvivenza e la dignità, perchè l’idea di un’amministrazione democratica che renda migliori le cose è sinceramente questionabile, e perchè gli stessi poliziotti che teoricamente dovrebbero proteggerci e contenere i supporter di Trump spesso hanno legami con il movimento delle milizie.

In ogni caso anche se i repubblicani avessero perso le elezioni Ferguson ha reso evidente che la questione dell’autodifesa è ancora fondamentale [8] sopratutto per gli afroamericani, ma anche per tutti i non bianchi, per i poveri e per coloro che vogliono resistere al potere dello stato.

Un suprematista bianco potrebbe facilmente chiedersi: “A che cosa servono le folle di linciatori quando ci sono i poliziotti?”. Questo non vuol dire volgarizzare e sminuire le pratiche terroriste che i paramilitari e i vigilantes implementano con crescente frequenza ma illustrare come il razzismo non viene da gruppi marginali della società ma è la base e il cemento delle istituzioni che ci controllano. L’autodifesa è la questione cruciale che i media e i politici si rifiutano di prendere in considerazione e che noi dobbiamo con urgenza trasformare in una pratica natura.

Una risposta di massa alla vittoria di Trump ha bisogno di prendere in considerazione il tema dell’identità bianca. Deve essere chiaro che dopo cinquanta anni dalla supposta vittoria del Movimento per i Diritti Civile la proposta progressista di un’identità bianca sensibile e tollerante non è una soluzione ma solo un modo per posporre il problema.

L’identità bianca deve smascherata per quello che è ed estirpata. A questo è qualcosa che nessun partito politico può fare.

Quale politico potrebbe vestirsi culturalmente con il mantello di George Washington sapendo che questi era il più grande proprietario di schiavi del suo tempo, l’architetto della campagna genocida verso le Sei Nazioni, che lo nominarono il “distruttore di città”?

L’identità bianca è stata creata per distruggere la solidarietà tra gli oppressi e per incoraggiare la lealtà verso i padroni. Nelle lotte di mezzo secolo fa l’identità bianca ha operato sia a destra che a sinistra. Tra i conservatori significava indossare lenzuola bianche e per i progressisti significava controllare l’agenda politica dei riformisti del Movimento tramite finanziamenti e copertura mediatica selettiva. Con l’ondata dell’insurrezione che si è accesa a Ferguson i costumi sono cambiati ma i ruoli sono gli stessi. L’industria del counseling per bianchi con sensi di colpa è l’armata degli alleati passivi, dei rinforzi dell’identità bianca. Nelle strade di Ferguson e di altre città abbiamo visto come si completi la funzione paramilitare di disarmare le persone di colore e prevenire che i bianchi prendano direttamente parte alle ribellioni dove le divisioni razziali tendono a scomparire.

Nei giorni precedenti alle elezioni in molti si sono dati alla frenetica attività sui social media dicendo che i bianchi che hanno assunto posizioni astensioniste lo hanno fatto in base a una posizione privilegiata in quanto la vittoria di Trump avrebbe danneggiato principalmente le persone di colore.

Questa non è stata niente altro che una vergognosa manipolazione fatta in favore del Partito Democratico ed è stata svelata dallo stesso risultato elettorale: le stesse persone di colore non si sono sentite motivate dai potenziali e supposti benefici di una possibile vittoria della Clinton e in moltissimi non hanno votato.

Gli attivisti da social network – in larga maggioranza bianchi con una buona educazione che hanno avuto accesso al potere dichiarandosi alleati di gruppi di oppressi suppostamente omogenei – non rappresentano le comunità di non bianchi. Così come chiunque altro loro parlano solamente per sé stessi, in linea con i propri interessi, e i risultati delle elezioni dimostrano che i loro sensi di colpa da bianchi sono una parte fondamentale del loro discorso politico. Chi annuncia una preferenza elettorale in base ai propri sensi di colpa, tesi a rafforzare la propria identità, è chi era nelle strade di Ferguson a lavorare fianco a fianco della polizia per restaurare l’ordine. Sono gli stessi che erano sui social media a promuovere un Partito Democratico elitista.

La natura della loro partecipazione ai conflitti sociali va espressa chiaramente prima che mobilitino nuovamente la loro potente e paralizzante retorica.

I bianchi possono compiere il loro compito storico senza usare un linguaggio razzista e quando un suprematista bianco parla per bocca di un capo della polizia afroamericano o tramite un sindaco afroamericano, dicendo alle persone di abbandonare le proteste e tornare a casa questi sta riproducendo un sistema basato sul razzismo.

L’identità bianca è una questione di guerra. Ci sono migliaia di possibili forme di ammutinamento ma tutte si basa sul riconoscere che è in corso una guerra.

Scenari globali differenti

Dobbiamo considerare la possibilità che la presidenza Trump si riveli né più né meno come una classica presidenza repubblicana. Non è mai un uomo solo che governa, ma semmai una burocrazia tentacolare. C’è più continuità che cambiamento nel cambio da un’amministrazione ad un’altra. Perfino in un colpo di stato volto a sostituire una democrazia con una dittatura c’è una sorprendente continuità istituzionale. Trump è una figura roboante, ma non può governare da solo. Anche se avesse l’intenzione di portare a compimento tutte le promesse elettorali, non può fare nulla che le istituzioni esistenti non siano progettate per fare e può fare ben poco senza il supporto del partito Repubblicano.

Naturalmente queste non devono essere viste come parole di conforto. Come ci rivelò il processo ad Adolf Eichmann, una burocrazia è una cosa totalmente mostruosa, che allo stesso tempo può emettere documenti d’identità o caricare intere popolazioni su carri bestiame, praticare l’eutanasia o utilizzare le camere a gas. Per aprire un varco nella politica d’urto che caratterizza questo periodo, vale la pena far notare che gli Stati Uniti hanno già costruito un muro sul confine messicano e che per gli immigrati musulmani senza soldi entrare nel paese è già estremamente difficoltoso. 
Nella sua prima settimana da presidente eletto, Donald Trump ha già iniziato a fare marcia indietro su certe promesse chiave della sua campagna elettorale, nel passaggio dall’essere vincitore delle elezioni alla necessità di dover formare un governo. Sta vivendo lo stesso processo nel quale sarebbero passati Hillary Clinton, Bernie Sanders o Jill Stein se avessero vinto loro. La mia tesi semplicemente è che, per prepararci alla presidenza Trump, dovremmo distinguere tra gli orrori vistosi della campagna elettorale di uno showman misogino e razzista e gli orrori silenziosi di uno stato chiamato a prendere decisioni politiche.

Quindi prevedere i risultati della presidenza Trump basandosi sui proclami elettorali è un affare rischioso, ma d’altro canto le elezioni sono uno dei pochi momenti nei quali lo stato ci mostra un’anteprima dell’evoluzione delle proprie strategie e negli USA il tempo che intercorre tra la vittoria alle elezioni e l’insediamento è particolarmente lungo. Per questo se c’è anche solo una possibilità che la speculazione su queste promesse elettorali può aiutarci ad arrivare maggiormente preparati, vale la pena tentare.
Avendo già trattato il tema del suprematismo bianco, vorrei affrontare le seguenti questioni: democrazia, geopolitica, sfruttamento economico ed ecocidio.
Direi che, negli ultimi dieci anni, molti dei più importanti movimenti sociali sono stati cooptati o sconfitti con mezzi democratici e questa cosa non verrà meno neanche in un mondo dove gli Stati Uniti saranno governati da Trum

E’ comprensibile il motivo per cui molta gente vorrebbe rivendicare la parola “democrazia”, nonostante tutte le inesattezze storiche o le amnesie che questa pretesa comporta (specialmente quando si parla di “recuperarla”, come se la democrazia fosse sempre stata qualcosa di differente rispetto a ciò che è oggi). Il potere al popolo può essere un concetto allettante, soprattutto se non si spacchetta il significato di ognuna delle due parole – potere e popolo – e, in generale, è sempre più facile comunicare con le persone utilizzando un linguaggio mainstream. Per la maggior parte della gente, democrazia è semplicemente sinonimo di libertà. 
Le critiche alla democrazia vengono espresse con sempre maggiore frequenza, mentre le tattiche comunicative populiste dei movimenti democratici di base hanno fallito più e più volte. Degli enormi movimenti orizzontali sono stati reistituzionalizzati in Grecia, Spagna, Egitto ed altrove, mentre politici progressisti, o più semplicemente intelligenti, hanno reindirizzato alle urne le richieste di cambiamento e di un miglioramento della democrazia. Le chiamate alla democrazia funzionano come una leva o come una catena di montaggio lungo la quale i movimenti orizzontali extraparlamentari possono essere raggruppati e rispediti indietro nella fornace della democrazia rappresentativa ed istituzionale. 
Non si tratta di un fenomeno prettamente di sinistra. I destrorsi di Italia e Regno Unito hanno utilizzato il referendum popolare, uno strumento perfino più democratico del voto, per imporre le loro agende. Negli Stati Uniti, in un certo numero di stati, gli ultra conservatori hanno usato il referendum per discriminare le persone queer e transessuali o per limitare l’accesso alla pratica dell’aborto. Nei fatti, il movimento del Tea Party, i cui resti Trump ha mobilitato per la corsa verso il potere, era in un certo qual modo un movimento democratico di protesta che faceva appello ai valori fondanti del governo degli Stati Uniti innalzando grida contro la corruzione della classe politica.

La natura anfibia del concetto di democrazia ed il fatto che sia l’estrema destra che l’estrema sinistra la reclamino a gran voce dovrebbe essere motivo di preoccupazione. Ed è probabilmente questa la ragione per la quale si prova a dipingere la candidatura di Trump come un fenomeno fascista. 
In un contesto di transizione da un presidente nero ad uno apertamente razzista, sembra pertinente chiedersi come mai la gente è ancora innamorata di un sistema di governo che sorse in una società basata sulla schiavitù. Questo spiegherebbe come mai la destra ami così tanto la democrazia, ma che dire delle persone che dicono di opporsi al capitalismo, al suprematismo bianco e all’ecocidio?
Nel futuro immediato continueranno le istanze per la democrazia continueranno a far nascere, motivare e quindi istituzionalizzare i movimenti sociali. Ma lo shock causato alle figure istituzionali dalla vittoria a sorpresa di Trump apre una finestra su di un futuro alternativo. Solo perché la democrazia è l’attuale strategia dominante per mantenere il potere e tenere sedato il popolo, questo non vuol dire che sarà sempre così. 
Quando l’insicurezza degli investitori ha causato il crollo dei mercati all’indomani della vittoria di Trump, diversi mezzi di comunicazione occidentali hanno rimarcato, senza condiscendenza e senza dare giudizi, la dichiarazione dell’agenzia di stampa statale cinese Xinhua: la vittoria di Trump ci mostrava come la democrazia era rotta. Durante la campagna elettorale, più di un giornale di media importanza negli States ha evidenziato l’assurdità di una parte del sistema elettorale, suggerendo che una tecnocrazia sarebbe stata più razionale. Così, visto che gran parte delle nostre vite sono già organizzate da istituzioni tecnocratiche, perché non sbarazzarsi dello spettacolo di un manipolo di politici che non è qualificato a fare assolutamente nulla?

Parallelamente a questo scetticismo crescente, gli investitori di tutto il mondo hanno sicuramente notato come lo stato cinese centralizzato ha superato la crisi e prevenuto lo scoppio della gigantesca bolla immobiliare molto meglio di come abbiano fatto gli stato occidentali democratici. Per ora, con Trump che ha abbandonato le sue posizioni più estremiste e con gli investitori che hanno iniziato regolarsi, parrebbe che si sia placato il chiacchiericcio ardito sulla svolta autoritaria, ma rimane comunque un possibile scenario per il futuro. Fino a che gli investitori riusciranno a fare soldi nel sistema attuale, rifiuteranno cambiamenti estremi, ma se il modello americano di democrazia liberale non riuscirà a rendere il mondo più sicuro per il capitalismo durante le prossime crisi, gli appelli alla democrazia diverranno anacronistici e pure controproducenti.

Questo ci porta alla questione della geopolitica, dove la presidenza Trump sta già portando i suoi frutti. E’ improbabile che Trump riesca ad abolire il NAFTA; per farlo avrebbe bisogno della cooperazione di tutto il partito repubblicano, che nel complesso è saldamente neoliberista fondamentalmente come qualsiasi altro partito al mondo che abbia più del 10% dei consensi. Pare anche che il TTIP con l’avvento della presidenza Trump sia già morto, ma vi sono buone probabilità che si rimangi le promesse elettorali e resusciti una zona di libero scambio nel Pacifico prima che la Cina monopolizzi la regione con il suo accordo, il RCEP. Ai protezionisti non restano che un paio di misure simboliche da mettere in atto prima di rischiare di distruggere le economie di cui dispongono. Più larga è un’economia, e più essa è integrata a livello globale, tanto più in un sistema capitalista. Se Trump tenterà una guerra commerciale con la Cina rovinerà l’economia statunitense. L’unica soluzione praticabile nell’attuale sistema è la velocizzazione di questa corsa al successo, riducendo le barriere commerciali (come le protezioni ambientali), tagliando i costi del lavoro ed aumentando la produzione. Oggigiorno è molto più realistico proporre l’abolizione del sistema industriale e delle economie basate sulla valuta che parlare di riformare o limitare il capitalismo. Pertanto Trump non ha molte opzioni. O seguirà questo programma o distruggerà l’economia degli Stati Uniti mandando la disoccupazione alle stelle se per pura ostinazione continuerà a voler rompere con l’establishment politico. Prevediamo che sarà un altro presidente amico del libero scambio che al massimo implementerà un sistema di incentivi per aumentare leggermente la produttività nazionaleSe Trump riuscirà a mantenere la sua promessa razzista e ad espellere un numero perfino maggiore di immigrati latini rispetto al passato ( e questa è una grande sfida, perché Obama è stato il maggior deportatore di immigrati, frantumando ogni record precedente e rimandando 2,5 milioni di persone nei loro paesi, cifre nove volte superiori rispetto alle stesse di vent’anni fa), questo causerà un enorme innalzamento delle difficoltà economiche nei paesi nei quali le persone farebbero ritorno. 
L’approccio di Trump con Russia e Cina merita un esame scrupoloso. In uno dei pochi punti dove fino ad ora ha dimostrato coerenza, ha prefigurato un disgelo nelle relazioni con il Cremlino. Nei confronti della Cina ha usato un linguaggio bullesco nel descrivere i suoi piani per affrontare quello che è il principale concorrente economico degli Stati Uniti, tacciandoli di essere dei manipolatori di valuta; ma ha anche avuto un atteggiamento incostante nel supportare gli alleati chiave nella regione, suggerendo che Giappone e Corea del Sud debbano cavarsela da soli. Il suo sostegno spuntato a Taiwan è probabilmente un riflesso della sua totale ignoranza della natura delle relazioni diplomatiche con questo paese. Trump è un isolazionista duro e puro, quindi è difficile predire la sua politica estera, ma la macchina militare americana abbisogna di proiettare più forze nel mar cinese del sud e di farlo nella maniera più efficace possibile, per contrastare l’espansione dello stato cinese, dato che quella è una zona di primaria importanza per la nuova economia più grande del mondo. Se non ci fosse un impegno totale verso questa priorità, che una presidenza Clinton avrebbe ereditato senza dubbio, non sarà possibile evitare il cambiamento degli equilibri di potere nella regione.

Possiamo considerare un dato acquisito il fatto che due paesi non possono terminare le reciproche ostilità fino a che i loro interessi geopolitici confliggono. Al massimo potrebbe migliorare la comunicazione tra le diplomazie. Gli Stati Uniti e la Russia son o impegnate in un aspro conflitto per la supremazia regionale sin da quando l’Unione Europea e la NATO sono cresciute fino al punto da poter attirare nazioni come l’Ucraina e la Georgia, che la Russia naturalmente conta di tenere entro la propria orbita (nel caso della Georgia stabilendo relazioni politico-economiche più strette con Washington piuttosto che unendosi con organizzazioni territoriali occidentali). L’unico modo per porre fine al conflitto sarebbe che Mosca o Washington decidano di non perseguire più strategie di dominio nell’Europa orientale ed in Medio Oriente. E Mosca attualmente gode di una posizione di forza, quindi non avrebbe motivo di farlo. Dalla fine della guerra fredda, nessun governo al mondo è stato obbligato ad allinearsi con una delle due superpotenze. Possono fare come l’Egitto, che corteggia sia Russia che Stati Uniti ricevendo in cambio enormi quantità di finanziamenti militari e, dato che è meno dipendente da un singolo potere, gode di una certa autonomia per perseguire i suoi interessi regionali. La Turchia ci fornisce un ottimo esempio di come uno stato una volta considerato un alleato succube possa ora stringere alleanze e ridisegnare la mappa regionale, destabilizzando la situazione e contrastando le pretese degli Stati Uniti di essere l’unico architetto globale. In questa competizione la Russia e (in un’altra parte del mondo) la Cina hanno un vantaggio enorme, perché a questo punto non hanno bisogno di essere più forti degli Stati Uniti, ma devono semplicemente continuare a crescere e ad estendere la propria influenza, in quanto per gli States mantenere il controllo della situazione rappresenta un’attività esponenzialmente più dispendiosa.

Se il piano di Trump per la Siria può fornire indicazioni, parrebbe intenzionato a ridurre le pretese statunitensi in Medio Oriente, permettendo ad Assad di rimanere in sella e concentrandosi sul meno ambizioso obiettivo di sradicare l’ISIS. Un simile approccio in Asia vorrebbe dire garantire l’integrità territoriale di Giappone e Corea del Sud ma senza cercare di controllare l’espansionismo cinese né sostenere apertamente quelle zone di esclusiva economica che favoriscono gli alleati occidentali. In altre parole, Trump potrebbe avere l’intelligenza (secondo una prospettiva sciovinista) di rallentare le strategie da guerra fredda sempre più costose ed inefficaci volte al predominio mondiale da ottenersi militarmente e decantate come fossero vangelo sia dai repubblicani che dai democratici. Hillary Clinton compresa.

Il pensiero che un magnate immobiliare turpe ed immaturo abbia accesso all’arsenale nucleare è terrificante, ma una presidenza Clinton che avrebbe visto gli Stati Uniti provare a mantenere il loro dominio militare in un mondo che ha reso certe pretese sempre meno possibili avrebbe avuto molte più possibilità di scatenare una guerra nucleare. Non dovrebbe essere una sorpresa che in una società folle, una persona sana di mente può causare il danno maggiore.

Non abbiamo ragione di credere che Trump farà il pistolero o che l’establishment repubblicano riuscirà ad imbrigliare il proprio candidato e a garantire la continuità della politica estera americana. Dovremmo perlomeno considerare tutte le possibili implicazioni delle proposte di Trump, ma se continuerà a reclutare militanti neocon all’interno della sua amministrazione, la sua presidenza finirà per assomigliare a quella di George W.Bush in materia di politica estera, finendo per imbarcarsi in iniziative malconsigliate per espandere il dominio a stelle e strisce che nella realtà si tradurrebbe in una crescente instabilità. La sua scelta definitiva del segretario di stato potrebbe darci qualche indicazione inerente al sentiero che deciderà di percorrere, o potrebbe continuare a rompere gli schemi. E’ persino probabile che un gabinetto Trump possa essere meno stabile di quanto normalmente siano stati quelli dei suoi predecessori.

E’ importante affrontare per bene la tematica dello sfruttamento economico, proprio perché non c’è niente di sorprendente da dire a riguardo. Al di la della retorica protezionista di Trump, nessuno dei due candidati è mai stato intenzionato a mettere un freno alla roulette dell’ipersfruttamento e del precariato alla quale è sottoposta la maggior parte della popolazione mondiale. E nessuno al di fuori del circuito politico è stato in grado di fornire con efficacia una critica di questo stato di cose. Fino a che non affronteremo la cosa, una processione nauseante di Tsipras e Trump guiderà alla vittoria l’insicurezza economica, non cambiando nulla nei fatti.

L’ecocidio con Trump procederà più velocemente di quanto avrebbe fatto con Hillary Clinton, anche se mi viene difficile scorgere l’importanza di settare il conto alla rovescia dell’orologio che segna la fine del mondo sul 10 invece che sul 9. Possiamo tranquillamente considerare morti alla nascita tutta una serie di accordi internazionali sui cambiamenti climatici, il che è anche una buona cosa, considerando che sono stati una barzelletta sin dal momento del loro concepimento. Per dirla in termini crudi: quando il problema è la riduzione dei gas serra in atmosfera (lasciando da parte le questioni altrettanto importanti riguardanti la preservazione di quanto più spazio selvaggio possibile in modo da creare delle zone cuscinetto) l’attenzione del mondo viene orientata verso gli sforzi per aumentare i gas serra in atmosfera in maniera più lenta. Come facciano delle persone dotate di intelligenza a dedicarsi ad una tale farsa non è dato sapere, anche se gli amministratori delegati delle ONG ambientaliste in tutto questo hanno guadagnato dei soldi facili. Nessuna istituzione in nessuna parte del mondo ha dimostrato la capacità di iniziare anche solo a fare il primo passo per fermare il cambiamento climatico e l’estinzione di massa e, con la vittoria repubblicana nel paese più responsabile del disastro ambientale, ora nemmeno fingeranno più di provarci. Ma ora la farsa è finita e la scelta è chiara: i governi e il capitalismo contro il pianeta e gli esseri viventi.


Perchè la sinistra ha la sua parte di colpa

E’ vero che i termini cambiano di significato nel tempo, ma vi sono un sacco di ragioni per credere che la sinistra giochi ancora esattamente questo ruolo, nonostante le tentazioni orizzontalistiche dei suoi partigiani più radicali. Questo non significa affatto che sia l’unico ruolo delle persone che partecipano alle politiche radicali di sinistra. Anzi, direi che è un elemento chiave che li trattiene in quell’alveo. Un’analisi critica della sinistra, che riconosca l’importanza dei tempi di recupero nel processo del controllo sociale, è necessaria se vogliamo dare un senso alle mancate opportunità, alle vittorie estemporanee, ai crolli demoralizzanti e alla perdita di slancio degli ultimi anni – sconfitte che appartengono a noi tutti. Di fronte all’attacco di una destra aggressiva, le nuove idee valgono di più delle solite sconfitte. Il tempo del pragmatismo è passato. Nei vasti campi dei movimenti anti austerità, ambientalisti, no borders e contro la violenza poliziesca, i pragmatici hanno poco o nulla da dire, a causa dei loro tentativi di trovarsi a metà strada con le istituzioni o di cercare il cambiamento all’interno delle strutture di potere esistenti.

Trascendendo dalla semantica, uno dei motivi per rigettare la sinistra è proprio la necessità urgente di una rottura totale con le strutture di potere esistenti. Dobbiamo capire che le aziende, i governi e le istituzioni che sono responsabili di sorveglianza, cambiamenti climatici, guerre, frontiere, schiavitù del salario, debiti, sfratti e così via sono nemici del pianeta e di chi lo abita. Se il patto col diavolo è una scommessa rischiosa, il patto con le istituzioni che detengono il potere è una tragica perdita di tempo. In un mondo dove i ricchi e i potenti pisciano sistematicamente sulle nostre teste dicendoci che sta piovendo, abbiamo un disperato bisogno di formarci una coscienza antagonista. Ancor più che di una coscienza di classe abbiamo bisogno di una coscienza di esseri viventi – visto che il proletariato, figlio bastardo del capitalismo, tende a riprodurre i valori da cui ha tratto le proprie origini.

La storia del ventesimo secolo ci insegna che la classe è soprattutto un meccanismo unificante piuttosto che il motore di una dialettica rivoluzionaria. Basando l’identità stessa dello sfruttamento sulla produzione industriale, sull’occupazione, sulla crescita economica e sull’integrazione all’interno dell’occidente civilizzato, la politica di classe ha fornito un denominatore comune tra lavoratori e governanti, utilizzato da capitalisti e statisti illuminati per smantellare la ribellione anticapitalista attraverso i sindacati, una complessificazione delle strutture di proprietà e di gestione e anche attraverso l’identità e i doveri dei cittadini. La crisi ecologica, l’eredità continua di colonialismo e schiavismo e gli estremi dell’alienazione prodotti dalle tecnologie social convergono per segnalare che il problema dello sfruttamento non può essere affrontato semplicemente cambiando i nostri rapporti con i mezzi di produzione, dato che il problema nasce dalla logica stessa della produzione. 
Nella prima parte dell’articolo ho sostenuto che il solo fatto di essere di pelle bianca crea identificazione con la democrazia, con la civilizzazione occidentale, con il progetto di colonizzazione e dominio ed è questo che dobbiamo rigettare. Così come il suprematismo bianco non si può riformare ma solo rompere definitivamente con esso, allo stesso modo una rottura con la sinistra creerebbe una distanza di sicurezza dalla fedeltà alle istituzioni esistenti che più volte hanno sconfitto le nostre lotte.

È nel momento in cui i movimenti sociali radicali e autorganizzati sono a corto di idee sul futuro che le formulazioni di sinistra dapprima respinte riemergono per indirizzare le forze verso un ennesimo fallimentare tentativo riformista. D’altro canto è quando i movimenti riescono a conquistare le strade e ad ottenere qualche vittoria prima inimmaginabile che i tentativi riformisti accusano una battuta d’arresto. Questi momenti di stasi, di incertezza strategica, sono di vitale importanza per i movimenti anticapitalisti: quando scopriamo che occupare fabbriche e case, creare assemblee in ogni quartiere e bruciare stazioni di polizia e banche in ogni città non è sufficiente per rimettere il potere nelle nostre mani, è questo il momento in cui possiamo riscoprire collettivamente cosa la rivoluzione davvero richieda.

In realtà noi saremmo in grado di organizzare le nostre vite libere da ogni autorità coercitiva, ma dobbiamo avere la pazienza e la perseveranza per trasformare i nostri modelli rudimentali di autorganizzazione in reti complesse all’interno delle quali tutte le necessità della vita quotidiana possano essere soddisfatte. E dovremo difendere continuamente queste iniziative dai tentativi di repressione o cooptazione. 
La stagnazione che seguirà le nostre prime vittorie potrebbe essere il momento in cui emergeranno dei movimenti realmente rivoluzionari, ma fino ad ora quel momento è diventato un punto di svolta nel quale la gente rinuncia all’autorganizzazione, rimane con le mani in mano e consegna le proprie speranze al partito politico progressista del momento. E quando questi partiti non portano a termine il compito, la destra dilaga. 
Sia in Spagna che in Grecia un gran numero di persone che avevano rifiutato la politica di partito, ma che ancora si consideravano parte della sinistra, sono stati sedotti da SYRIZA, Podemos e da politici come Ada Colau. Questo tendeva ad avvenire quanto non si avevano più prospettive, quando le precedenti esplosioni di resistenza sociale ancora non erano riuscite a rovesciare le strutture di potere oppressive. In Argentina, Brasile e Bolivia i governi progressisti hanno assorbito ed istituzionalizzato quelli che sono stati dei movimenti sociali incredibilmente attivi, combattivi e fecondi, aprendo la strada ad un raddoppio delle politiche neoliberiste e a progetti di sviluppo capitalista.

Negli Stati Uniti, dove l’affluenza alle urne è più bassa, la fedeltà al partito non così spiccata e la sinistra è rappresentata più dalle ONG che da qualsiasi partito, le dinamiche sono state differenti. Sotto una presidenza conservatrice, la sinistra diffusa si concentra su singoli progetti di riduzione dei danni, come tentare di diminuire il numero di immigrati morti su un confine disegnato appositamente per uccidere. Con l’avvicinarsi delle elezioni, le ONG e i democratici presenti in queste associazioni rivedono rapidamente gli ordini del giorno per mobilitare gli attivisti nella campagna presidenziale per la vittoria democratica che – dopo anni di presidenza repubblicana – assume le fattezze del male necessario. Sotto una presidenza centrista (democratica, per esempio), i conflitti tra gli elementi autorganizzati (dagli anarchici ai non affiliati) e i detentori del potere (le ONG, il partito e degli autonominatisi leader locali) risalgono in superficie quando i primi provano ad affrontare i problemi usando metodi di democrazia diretta, mentre i secondi consigliano pazienza, impongono modelli di protesta meramente simbolici e usano media e polizia per dividere i loro oppositori, separando una massa di elettori silenziosa ma legittima dagli “agitatori esterni”.

Questo modello ha più punti in comune con le macchine partitiche del diciannovesimo secolo che con i raffinati metodi di recupero della socialdemocrazia che si stanno affinando in Europa, ma si rivela comunque molto efficace e continuerà ad esserlo fino a che le persone non avranno i mezzi per distinguere dei sinceri ribelli dagli attivisti professionisti e dagli operatori di partito che abitano a sinistra. La situazione nordamericana ci mostra come un fermo rifiuto delle politiche di partito non sia sufficiente. I giocatori più attivi nella pacificazione dei conflitti sociali vicini all’ebollizione appartengono alla sinistra extraparlamentare e non hanno intenzione di unirsi in partito come hanno fatto Podemos, SYRIZA e il MAS boliviano. E’ sufficiente che impediscano assalti al partito Democratico e ai suoi sforzi riformatori per far si che i movimenti sociali non riescano a creare l’autonomia di cui avrebbero bisogno, e grazie alla pioggia di soldi e alla continua definizione del paesaggio del conflitto da parte del complesso industriale facente riferimento al no-profit, gruppi di due o tre organizzazioni espulse dal partito Democratico o da qualche grossa ONG possono diventare i portavoce involontari della strategia di pacificazione. 
Sinistra e destra sono come le due mani dello Stato, ma non sono affatto uguali. In spagnolo, tener mano izquierda significa essere sottile, astuto, evitare conflitti diretti. Da un punto di vista statalista, lo scopo della sinistra è quello di cooptare ed istituzionalizzare movimenti popolari ribelli. Questo è il motivo per cui la destra può permettersi di stipulare patti segreti con l’Iran, flirtare con la Russia o svelare le identità delle spie governative senza grosse conseguenze, mentre la sinistra viene continuamente scrutinata per scovare segni di tradimento. La lealtà della sinistra è sempre messa in discussione, e per provarla bisogna che la sinistra stessa porti più prigionieri possibile al tavolo delle trattative. Negli Stati Uniti l’estrema destra è responsabile di più omicidi domestici che tutta la sinistra ed i jihadisti messi insieme, ma non sono trattati come terroristi. Invece, i media e la polizia ce li mostrerà come degli estremisti che sono stati spazzati via, evitando di parlarne in maniera sistematica. Chi invece tenta di ribellarsi contro l’ordine costituito o critica i pilastri del potere statale viene trattato da terrorista e sbattuto in carcere per decenni anche se – come nel caso di Marius Mason – non si è mai fatto male a nessuno.

La sinistra esiste per imbrigliare la rabbia degli oppressi. Quando nella rivoluzione francese si andò troppo oltre, le teste rotolarono e i Giacobini, che hanno provato a guidare la rabbia popolare piuttosto che sopprimerla, sono stati ghigliottinati per i loro eccessi. Chi detiene il potere è fin troppo consapevole di quanto sia pericoloso promettere giustizia alla plebe. Il movimento sindacale fece un vero e proprio miracolo stendendo un trattato di pace tra capitale e lavoro – molte delle prime leggi che legalizzarono il sindacato menzionavano specificatamente il bisogno di uno strumento che potesse permettere la risoluzione pacifica dei conflitti sul lavoro. Questo trattato di pace è divenuto obsoleto e presto i poteri dominanti ne vorranno redigere uno nuovo.

Negli States la disgregazione e la distruzione delle comunità nere attraverso politiche federali di sviluppo urbano e la cosiddetta guerra al crimine hanno creato un nuovo trattato di pace per le relazioni razziali, tenuto insieme da tolleranza e cecità da parte dei bianchi (basato sulla convinzione che se chiudo gli occhi il razzismo sparirà) e dall’altra parte dall’ascesa di una sparuta minoranza di neri che ha raggiunto posizioni di vertice nel governo (mentre in precedenza erano esclusi dalle scelte governative ma avevano raggiunto un buon grado di autonomia economica in molte città). Questo trattato di pace sta iniziando a cadere a pezzi e, grazie ad un lungo periodo di daltonismo liberal, la continuità storica è stata spezzata ed oggi solo alcuni radicali riescono a vedere il filo rosso che vede la schiavitù come modello su cui il sistema attuale è basato (le persone di centro solitamente rispondono: cosa? Stai ancora parlando di questo?).
Le figure chiave del partito democratico, che sta subendo un rimpasto interno, stanno elaborando il lutto della sconfitta elettorale, traendone una lezione: si sono allontanati troppo dalla sinistra ed ora devono concentrarsi per fare di nuovo presa sulla “classe lavoratrice”, che è un vergognoso eufemismo per indicare i bianchi che non hanno avuto un’educazione universitaria. Qualunque altro partito al loro posto avrebbe fatto lo stesso. A causa della massima pressione democratica per raggiungere la vittoria elettorale, solo un partito outsider con nessuna possibilità di predominio immediato può rompere questo schema fornendo una voce indipendente, dato che la loro critica sarebbe basata su uno status di minoranza continua. Invece di costruire un nuovo slancio solo per vederlo istituzionalizzarsi una volta di più, o peggio ancora, redarre un nuovo trattato di pace tra un sistema suprematista bianco e i suoi vari soggetti – tra possidenti e posseduti – dovremmo pensare in termini di sopravvivenza, autodifesa, rottura e rivoluzione. E’ difficile pensare a un momento storico nel quale le pressioni psicologiche della moderazione siano state più controproducenti. I canali istituzionali esistenti per riformare il sistema non possono fornirci nulla.

Le battaglie del futuro non potranno riguardare la capacità di far nascondere i suprematisti bianchi, il promuovere tecnologie che – estrapolate dal contesto – causino meno inquinamento, apportare correttezza politica e uguaglianza superficiale nelle istituzioni patriarcali o cercare di bilanciare i bisogni di capitale e lavoro. I problemi che Trump ha reso spaventosamente visibili erano già tutti li. Dobbiamo abbandonare ogni illusione di avere interessi in comune con il sistema dominante, attaccare l’oppressione e lo sfruttamento dalle fondamenta ed iniziare a costruire il mondo che vogliamo, senza compromessi con un sistema che ci ha sempre visto come risorse da sfruttare e come mezzi per raggiungere un fine.

NOTE

[1] https://jailgoldendawn.com/2015/09/24/the-murder-of-pavlos-fyssas-a-political-anatomy/

[2] http://xupolutotagma.squat.gr/files/2016/04/xupoluto-tagma-greek-militarism-in-the-age-of-Syriza-04-2016.pdf

[3] http://www.maskmagazine.com/the-alien-issue/work/interview-saralee-stafford-neal-shirley

[4] https://www.bloomberg.com/view/articles/2015-10-29/policing-and-oppression-have-a-long-history

[5] http://phys.org/news/2016-10-white-americans-donald-trump-presidential.html

[6] http://www.pewresearch.org/fact-tank/2014/12/12/racial-wealth-gaps-great-recession/

[7]http://www.nydailynews.com/news/national/king-conservatives-blame-iowa-cops-deaths-article-1.2855639

[8] https://theanarchistlibrary.org/library/peter-gelderloos-learning-from-ferguson

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Transumanesimo – Tecnologie ed emancipazione sociale

Il seguente articolo è uscito su Umanità Nova numero 3 anno 97. Inoltre ne abbiamo parlato su Anarres – il pianeta delle utopie concrete, trasmissione informativa di Radio Blackout (appena l’audio sarà disponibile lo caricherò).

Questo articolo si inserisce nel dibattito avviato da Marco Celentano e da Enrico Voccia sulle colonne di Umanità Nova [1] in merito alla questione del sovrumanesimo e del transumanesimo. Sono del parere che il dibattito sulla questione del sovrumanesimo sia già stata risolta dagli articoli dei nostri due compagni ma penso che il discorso inerente al transumanesimo vada ulteriormente sviluppato.

Come ha giustamente sottolineato Enrico Voccia nel suo articolo sulla quarta fase della rivoluzione industriale, riprendendo le analisi degli annalisti, le modifiche di modi e rapporti di produzione non sono questioni che si danno nell’arco di un giorno. Concordo fondamentalmente con questa visione, pur prendendo atto che alcuni processi tecnologici e sociali hanno subito un’accelerazione, e penso che dovremmo riflettere su come la quarta fase della rivoluzione industriale si stia già dando qui e ora, compresa in alcuni aspetti che possiamo definire transumani. Prendiamo, ad esempio, l’economia dei big data e la sua base tecnica: l’interfaccia uomo-macchina digitale. I primi elaboratori utilizzavano tastiere e stampanti per restituire un output, stampanti sostituite ben presto da schermi di sempre maggiore complessità (dai vecchi schermi CRT al fosforo agli attuali LCD e LED), ora l’apparecchio maggiormente utilizzato a livello di massa per l’interazione uomo-macchina sono gli smartphone che hanno ulteriormente sviluppato le capacità di interfaccia: è vocale, gestuale (sia touchscreen che tramite cattura di movimenti mezzo fotocamera), il feedback è immediato, interfaccia di input e di output sono integrate, e la comunicazione passa sempre più tramite l’immagine.

Ovviamente non possiamo ancora parlare di integrazione dell’interfaccia con il corpo umano, i nostri smartphone non comunicano direttamente con la nostra corteccia cerebrale. Ma nei fatti l’economia dei big data, soprattutto per siti come Facebook o Instagram e altri social network, è basata sulla raccolta di dati grezzi, lesperienza sensibile quotidiana dellutente, che vengono da questo rielaborati tramite le sue capacità cognitive, sopratutto quelle inerenti alla sfera emotiva, e poi drenati dalle aziende dei big data. Queste opereranno una maggiore raffinazione delle informazioni per poi rivendere il prodotto finito ai loro clienti sotto forma di pubblicità mirate[2]. Il tema dell’interfaccia uomo-macchina è quindi un tema iper-attuale. È ovvio che gigantesche forze economiche spingeranno ancora maggiormente nella direzione di un’integrazione uomo-macchina.

Possiamo dire che ci troviamo davanti a una forma ditransumanismo debole: la capacità di interazione uomo-macchina è aumentata ma non assistiamo ancora a modifiche del corpo umano in questa direzione. Eppure ci si muove in questa direzione: si pensi ai sistemi di interfaccia applicati alle protesi per persone invalide. Le moderne protesi, quelle di alta gamma per lo meno, come quelle usate dagli atleti para olimpici, elaborano i segnali nervosi che arrivano ai moncherini e permettono di usarli per controllare i movimenti delle protesi stesse. Esperimenti di bio-hacking[4] hanno permesso a ricercatori di ottenere una capacità di visione notturna e le interfacce tra le aree del cervello deputate all’elaborazione dell’immagine e del suono con apparecchi esterni esistono da qualche anno.

Intendiamoci non è affatto detto che in un domani prossimo potremo assistere al mind-uploading, ovvero la capacità di trasferire la propria personalità all’interno di elaboratori, i limiti tecnici attuali sono ancora enormi (basti pensare che il nostro cervello è analogico mentre gli elaboratori attuali sono digitali), ma la direzione intrapresa è quella.

La questione di fronte a questi cambiamenti enormi diventa: come porsi?

Chi si ritrova nel campo primitivista rifiuta in toto queste tecnologie in nome di un concetto di natura umana. Come avevo già scritto il primitivismo è insitamente reazionario [4], rifacendosi a una mitica età dell’oro e a all’idea di natura. L’idea di natura, compresa l’idea di natura umana, è un’idea prettamente culturale, in quanto tale è soggetta a una lenta diversificazione ed evoluzione nel tempo. L’idea di natura umana che aveva un cristiano medioevale è differente rispetto a quella dell’età dei Lumi come è differente rispetto a quelle attuali. Non è un caso che taluni recenti lavori in campo primitivista, pensiamo a La riproduzione artificiale dell’umano di Escudero, abbraccino completamente le tesi più reazionarie e regressive in merito alle questioni di genere. E appunto anche sulle questioni di genere si è sviluppata, fortunatamente, l’interessante filone del cyberfemminismo con interessanti discussione del rapporto tra generi e tecnologie transumaniste (o post-umane) in senso emancipatorio.

Perchè il transumanesimo ha un grande potenziale emancipatorio, nella sua versione più forte, quella che vede la possibilità di mind-uploading, porrebbe le basi materiali della possibilità di trascendere la morte. Anche in una versione debole prevede un notevole aumento della longevità e un grande salto qualitativo per condizioni di vita.

Ma qua si pone il problema, che è un problema essenzialmente sociale: chi controllerà questi mezzi?

Stante gli attuali rapporti sociali chi gioverà di queste tecnologie sarà chi potrà permetterselo. Già adesso è fatto assodato che la speranza di vita progredisce parallelamente al reddito[5], l’introduzione di queste tencologie, in un contesto di generale aumento della sperequazione [6], porterebbe ad un sempre maggiore divario nelle speranze di vita, sia in termini di longevità che di qualità, tra classi sociali.

È quindi evidente che la capacità di miglioramento tecnico delle condizioni di vita potrà andare di pari passo solo con un cambiamento strutturale, sistemico, della società.

La riflessione necessaria che si pone è quella dell’utilizzo in senso rivoluzionario delle tecnologie, siano esse legate all’ambito dei big data o all’ambito biomedicale, senza rifugiarsi in concezioni regressive e ricordandosi che l’essere umano può evolvere anche in senso biologico.

lorcon

[1]http://www.umanitanova.org/2016/12/03/transumanismo/ e http://www.umanitanova.org/2016/12/24/la-quarta-fase-della-rivoluzione-industriale/

[2]https://photostream.noblogs.org/2016/10/gli-arcana-imperii-delleconomia-dellinformazione/

[3]http://io9.gizmodo.com/this-biohacker-used-eyedrops-to-give-himself-temporary-1694016390 e per una riflessione più generale: http://delfanti.org/biohackers/
[4]http://www.umanitanova.org/2015/10/09/farla-finita-con-il-primitivismo/

[5]https://www.nytimes.com/2016/02/13/health/disparity-in-life-spans-of-the-rich-and-the-poor-is-growing.html

[6]http://radioblackout.org/2017/01/rapporto-oxfam-una-piramide-aguzza/

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