La Social Misantropia

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Il seguente articolo originariamente doveva apparire sul numero 29 di Umanità Nova. In fase di composizione ci siamo poi resi conti che avevamo esaurito lo spazio per cui comparirà sul numero 30 (datato 5 novembre 2017). Intanto lo metto qua.

Qualche nota sulla sinistra liberale e le cronache d’oltreoceano

Dopo l’attacco di Las Vegas del primo ottobre i media statunitensi ed europei sono tornati a parlare della questione del possesso privato di armi da fuoco negli Stati Uniti d’America producendosi nella solita solfa di luoghi comuni, imprecisioni, traduzioni fatte con l’antico metodo del “ad mentula canis” – esempio sopra tutti: una giornalista di Sky TG24 che, mentre parla con dovizia di dettagli e aria esperta della legislazione del Nevada sulle armi da fuoco, traduce ripetutamente il termine “magazines”, ovvero “caricatori”, in “magazzini per munizioni” – e dati sballati.

L’argomento l’avevamo già trattato in discreta profondità tra il 2015 e il 2016 con i due articoli “La propaganda alla prova dei fatti”, apparsi online e in cartaceo sul numero 31 anno 95 e sul numero 1 anno 36,[1] che invito a rileggere per le considerazioni generali e i dati. I dati statistici negli ultimi due anni non sono affatto cambiati, infatti: tenendo sempre per buoni i famosi 30.000, equivalenti allo 0.000000925% della popolazione totale, morti per armi da fuoco all’anno come dato di massima nel 2016 abbiamo avuto la seguente composizione:
1. il 65 % di questi sono stati suicidi
2. 15% sono stati morti causati da agenti di polizia (di qualsiasi livello) in servizio (legalmente parlando non sono crimini ma va necessariamente aperta una questione sul perché la polizia statunitense ammazza così tanto, invito a leggere a tal proposito gli articoli segnalati in nota [2])
3. 17% omicidi volontari in vari contesti e con armi ottenute dalle più svariate fonti (per quanto riguarda gli omicidi nell’ambiente della criminalità quasi esclusivamente da fonti illegali)
4. 3% morti accidentali

Il 17% equivale a 5100 morti sul territorio federale e il 25% di questi omicidi è concentrato in quattro città: Chicago (9,4% con 480 omicidi), Baltimora (6,7 con 344 omicidi), Detroit (6,5 con 333 omicidi) e Washington D.C (2,3 % 119 omicidi). Tutte e quattro queste città si trovano in stati con delle leggi sul controllo delle armi piuttosto restrittive (Washington per altro non appartiene a nessuno stato, è distretto federale). Baltimora, Detroit e Chicago sono città con un tessuto sociale che è stato letteralmente devastato negli ultimi 30 anni, tra delocalizzazioni e epidemie di consumo di stupefacenti (con annessi conflitti tra gang che le armi non se procurano da fonti legali). Le fonti dei dati di questo aggiornamento sono sempre le statistiche del CDC e di altri enti, privati e pubblici, e possono essere trovate nelle note dell’articolo già citato “La propaganda alla prova dei fatti”.
Ora, il numero di morti per omicidi commessi con armi da fuoco negli USA è più alto rispetto ad altri paesi occidentali. Siccome però è noto che la correlazione statistica non equivale alla catena causale inviterei alle seguenti considerazioni: il numero di omicidi volontari negli USA, nonostante il numero di armi da fuoco in circolazione sia aumentato di molto, è grandemente calato negli ultimi decenni, così come in tutto il mondo occidentale, a causa di una serie complessa di fenomeni che non hanno ancora una spiegazione precisa in termini sociologici – si pensi al dibattito intorno al Global Study on Homicide (per i dati e la disanima degli stessi rimando ancora alla parte prima de “La propaganda alla prova dei fatti”). Le città del paese dove vi sono più morti per omicidi con armi da fuoco sono le stesse che hanno subito un pesante e pluridecennale processo di pauperizzazione. Questo ci dovrebbe portare a riflettere sul fatto che la maggiore incidenza di omicidi negli USA rispetto ad altri paesi occidentali non sia da ricercare nella diffusione delle armi da fuoco ma nelle dinamiche economiche maggiormente accentuate e nel pesante divario sociale. Concentrarsi sul mezzo con cui viene commesso un omicidio, per altro interpretando malissimo i dati stessi, e non sulle motivazioni sociali dell’atto non solo è fuorviante ma significa anche non fare nulla per eliminare le cause.

A proposito di epidemie di consumo di stupefacenti, citate poco sopra, il New York Times riporta[3] che nel 2016 ci sarebbero state più di 59.000 morti dovute a overdose di stupefacenti, legate alla nuova ondata nella diffusione di oppiacei – fentanyl, oxycodone che hanno largamente sostituito l’eroina in una dinamica che è tutta da analizzare – con un aumento del 19% rispetto al 2015. A queste va aggiunto il numero di morti dovute alle conseguenze a lungo periodo del consumo di oppiacei – problemi epatici, AIDS, infezioni, problemi circolatori, incidenti – in un paese dove l’accesso alla sanità è legato alle disponibilità finanziarie e dove il problema delle dipendenze è stato sempre affrontato con un rigoroso proibizionismo, se si fa eccezione per il THC in alcuni stati e negli ultimi anni.
D’altra parte l’ondata di proibizionismo moderno si origina nella necessità di continuare a disciplinare la massa di proletariato depauperato e storicamente razzializzato.[4] Si muore dodici volte di più per la nuova epidemia di oppiacei che per le famigerate armi da fuoco, anche considerando picchi statistici come i grandi mass shooting. Si muore per le logiche del nostro modo di produzione dato che l’epidemia di consumo d’oppiacei ha colpito zone il cui tessuto sociale è stato devastato negli ultimi decenni tra delocalizzazioni all’estero ed all’interno – le migrazioni di industrie dal Midwest alla zona sud dell’Appalachia, meno sindacalizzata ed industrializzata – e sopratutto zone dove il basso reddito fa si che una grande massa sia priva di una copertura sanitaria pubblica e di conseguenza più facile preda delle rapaci mani dell’industria farmaceutica. Caratteristica della nuova epidemia di oppiacei è, infatti, l’essere basata su sostanze legali e prescritte con allegria da medici compiacenti, in seguito a forti campagne promozionali da parte di alcune grosse industrie farmaceutiche, per trattare dolori cronicizzati da mancati interventi risolutivi, inaccessibili a causa della mancanza di copertura medica. È il regno della merce.

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Ci si potrebbe rispondere che questo panegirico sul consumo di oppiacei è frutto di una volontà di benaltrismo rispetto alla questione delle armi da fuoco. Il problema però è esattamente l’inverso: le componenti politiche che si stracciano le vesti chiedendo maggiore controllo sulla circolazione di armi sono le stesse che sono corresponsabili della devastazione sociale. La sinistra liberale avendo fallito nella sua strategia riformista, da decenni e non da ieri, per portare migliori condizioni di vita alla classe lavoratrice ed essendo diventata parimenti responsabile della devastazione della vita di centinaia di milioni di proletari – noi abbiamo memoria lunga e ben ci ricordiamo delle politiche dell’amministrazione Clinton, compresa l’orripilante legge sui tre strikes che grandemente ha contribuito all’incarcerazione di massa – si trova a essere la frazione sinistra del capitale.
In questo, e facciamo finta di credere alla buona fede di certi soggetti politici, finisce per individuare problemi sbagliati o secondari, amplificarli e proponendo soluzioni che passano da un maggiore controllo sociale, cullando l’illusione di poter cambiare qualcosa rispetto alle ferree logiche del capitale una volta giunta al potere. Che una volta giunti al potere si finisca per agire in armonia con quelle stesse logiche dovrebbe essere dato assodato. Questo vale sia per quelle componenti che hanno la loro origini nel socialismo riformista – il Labour in UK – che in quelle più propriamente liberali di sinistra – il Democratic Party negli USA. In termini differenti, banalmente per la questione della buonafede, questo vale anche per quelle componenti di sinistra-sinistra istituzionale, presenti in Europa ma quasi assenti negli USA.

Avendo fallito nei propri fini dichiarati queste componenti finiscono per farsi rappresentanti elettorali di frazioni dominate di classe dominante e di pezzi della piccola borghesia e di lavoratori dei servizi pubblici, sopratutto legati al mondo della cultura e dei servizi alla persona, le componenti della cosìddetta società civile. Avendo fallito ed essendosi convinte che il problema è rappresentato dal fatto che l’uomo sarebbe ontologicamente cattivo e non un prodotto storico passano dalla social-democrazia alla social-misantropia: allora via con tiritere sulla necessità di più stato, più leggi, più controlli, più polizia – possibilmente direttamente introiettata negli individui – lamentele su quanto fanno schifo i poveri, che sono così maleducati, e altre amenità. Il problema non sarebbero allora le strutture sociali ma gli individui che sarebbero naturalmente pervertiti –  contraddizione in termini, tra l’altro – e su cui è necessario operare una raffinata opera di disciplinamento.
L’analisi dei fattori materiali scompare completamente per lasciare spazio ad un moralismo ipocrita e perbenista: pensiamo a personaggi come Michele Serra ed alla corte dei miracoli giornalistici che vive in certe redazioni cartacee e televisive. Costoro sono l’altra faccia della medaglia rispetto ai vari fenomeni sovranisti e populisti che ammorbano questa decade. Mentre questi ultimi si concentrano sulla difesa di una sifilitica tradizione occidentale reinventata in chiave ultramoderna e pienamente capitalista (checché ne dicano certi bambocci dallo sguardo ceruleo che si fregiano del titolo di filosofo), la componente sinistra del capitale si concentra su un’espansione di facciata dei “diritti civili” mentre mantengono perfettamente intatte le fondamenta del mondo in cui viviamo. Così facendo provano a cooptare quei movimenti di massa che si muovono, e che contrariamente alla sinistra liberale sono radicali ed intersezionali o per lo meno si muovono in quella direzione, allo scopo di rinvigorirsi, ovvero per rinvigorire la capacità di tenuta del sistema per intero. È il perenne tentativo di ricaptare e normalizzare tutto ciò che accenna a uscire dalla gabbia delle compatibilità, un gioco al recupero che ha caratterizzato sia la sinistra liberale sia i derivati della socialdemocrazia.

Il fatto che il nuovo movimento femminista americano, quello che ha in buona parte animato le proteste del gennaio scorso contro Trump,[5] così come BLM ed i movimenti ecologisti non si siano fatti minimamente abbindolare da un personaggio come Hillary Clinton, campionessa mondiale della visione liberal sinistra del capitale, preferendo invece lavorare su una prospettiva intersezionale e di classe, all’interno della cornice dello sciopero generale del 20 gennaio 2017, mostra quanto abbia il fiato corto la social-misantropia e il suo triste corollario: ciò che è superato marcisce; ciò che marcisce invita al superamento.

lorcon

[1] http://www.umanitanova.org/2015/10/20/la-propaganda-alla-prova-dei-fatti/ e http://www.umanitanova.org/2016/01/13/la-propaganda-alla-prova-dei-fatti-2/ reperibili anche su photostream.noblogs.org
[2] Per tentatare di capire dimensioni e motivazioni del fenomeno: https://photostream.noblogs.org/2013/10/geneaologia-della-violenza-poliziesca/ , qui https://photostream.noblogs.org/2016/07/black-lives-matters/ e qui https://photostream.noblogs.org/2016/07/la-stretta-autoritaria-negli-usa/
[3]  https://www.nytimes.com/interactive/2017/06/05/upshot/opioid-epidemic-drug-overdose-deaths-are-rising-faster-than-ever.html
[4] http://www.umanitanova.org/2017/03/26/fascismo-o-identita-bianca-1-parte/
[5] http://www.umanitanova.org/2017/01/23/disruptj20/

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Una risposta a Stefano Boni

Accadde che qualche mese fa mi spaparanzai in poltrona per leggermi A e, giunto alla posta, mi trovassi di fronte a una lettera di Stefano Boni, un professore dell’UNIMORE che si è autodefinito anarchico, confondendo l’anarchismo, classista, razionalista e rivoluzionario, con qualche filosofia in grado di dare un senso ai problemi della borghesia intellettuale e di Angela Leone. In questo scritto il Boni si lamentava di un mio articolo di tre anni fa  sui vaccini, lo stesso articolo che aveva già fatto incazzare certi personaggi che hanno scambiato la critica radicale alla società per la critica del saccarosio. Di seguito la i risposta alla missiva boniana che è stateapubblicate sul numero 419 di A (che ringrazio).

“Queste poche righe vogliono essere risposta alla lettera di Stefano Boni e Angela Leone, pubblicata sul numero 417. Boni cita a sproposito un mio articolo apparso su Umanità Nova a marzo 2014.
Il mio articolo dell’epoca, che rivendico in toto, altro non è che l’introduzione da me scritta per l’opuscolo “Antivaccinari – Un’introduzione storica e attuale di un’idea antiscientifica”, curato da GreenNotGreed e costituito dalla traduzione di una serie di analisi critiche di Patrick Caine, Amanda Marcotte, David Shihi e Andrew Potter sul movimento antivaccinista, nello specifico di quello attivo sul suolo statunitense.
Il fatto era opportunamente segnalato nell’edizione cartacea di Umanità Nova del 5 marzo 2014 e altrettanto nell’edizione web. Essendo le introduzioni per definizione dei prolegomeni e non dei testi sviluppati in profondità chi volesse scoprirne le argomentazioni non ha che da scaricarsi l’opuscolo e leggerselo, si trova online ed è stato aggiornato a poco più di un anno fa.
Le mie posizioni, così come quelle di molti altri compagni e compagne, vengono tout-court appiattite dagli autori della lettera a quelle delle multinazionali del farmaco, le quali notoriamente chiudono i loro comunicati-stampa affermando la necessità della rivoluzione sociale e dell’accesso universale e gratuito alle forme più avanzate di sanità, come invece scrissi io nel mio pezzo.

Le argomentazioni che la lettera di Boni e Leone portano nella loro lettera per provare a dare un supporto logico alla loro tesi, quella della pericolosità e inutilità dei vaccini, sono fallaci e partono da assunti di base non dimostrati. Invito chi fosse interessato a darsi una minima base tecnico-scientifica sull’argomento a leggersi i due articoli Vis Medicatrix Naturae di Ennio Carbone, che è un immunologo oltre che un compagno, pubblicati su Umanità Nova, il primo insieme al mio articolo, e facilmente reperibili sul sito del giornale[1].

Al Boni lascio volentieri l’onore di impostare l’analisi del mondo sulle basi della critica ai vaccini e della scienza eliminando completamente il dato di classe. Io, da anarchico e da proletario, preferisco concentrarmi nella costruzione di organizzazioni sociali autogestiste che permettano di fare scelte razionali coinvolgendo strutturalmente chi è detentore di un sapere tecnico e quindi di socializzare questo sapere, per strappare l’uso di questo sapere dalle mani del nemico di classe, il quale, al contrario di quanto sostengono coloro che si sono creati il moloc della tecnoscienza, lungi dall’esaltare il metodo scientifico degrada questo a pura ragione strumentale. A ciascuno il suo, purché ci si assuma le proprie responsabilità fino in fondo.

[1] http://www.umanitanova.org/tag/vaccini/ segnalo inoltre anche il mio pezzo “Tra l’incudine delle pseudoscienze e il martello del mercato – Mai la merce curerà l’uomo (e figuriamoci se lo farà lo stato)”, uscitos ul numero 21 anno 97 dell’undici giugno 2017 che riprende ampiamente questi temi alla luce del decreto Lorenzin: http://www.umanitanova.org/2017/06/11/mai-la-merce-curera-luomo-e-figuriamoci-se-lo-fara-lo-stato/ e l’intervento di Ennio Carbone ai microfoni di Radio Blackout: http://radioblackout.org/2017/06/vaccini-complotti-salute-soldi/”

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Urbex O.M. Reggiane / 2

Qualche mese fa

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Torrido Piano Padano

Agosto 2017, località lacustre della Bassa Reggiana (maggiori info? anche no!)

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La lunga estate calda

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova n. 24 anno 97

Climaticamente parlando, l’estate 2017 è stata una delle peggiori degli ultimi decenni. La siccità ha fatto gravi danni, sia in termini di impatto sulla produzione agricola che in termini di incendi, molti dei quali per mano umana, e di aumentato rischio idrogeologico – la terra secca sottoposta a un fenomeno simile ad una bomba d’acqua diventa più facilmente una frana di fango.

Contemporaneamente, abbiamo assistito allo sviluppo della feroce campagna contro le ONG, fatta partire dal Procuratore della Repubblica di Catania Zuccaro e subito ripresa da 5 Stelle e Lega Nord. L’ipotesi che le ONG che operano nel Mediterraneo agissero in modo coordinato con gli scafisti, destituita di ogni fondamento sia dallo sviluppo delle indagini che dalle dichiarazioni di esperti e da inchieste giornalistiche serie, è stata prima respinta dai partiti di governo, che ha fatto sua in forme alleggerite le tesi di Zuccaro e compagnia, e poi utilizzata da questi stessi per fare passare i provvedimenti dei Decreti Minniti e il Codice di Autoregolamentazione per le ONG, rifiutato da molte delle stesse. La giustificazione per questa scelta è che “bisogna arginare il razzismo populista”. E come farlo? Agendo come esso vorrebbe, perché altrimenti arrivano i leghisti cattivi. D’altra parte, l’altro giorno un mio amico stava discutendo della possibilità di subire un incidente mentre si muove in bici. Io per evitargli di fargli subire un incidente per colpa di qualcuno più antipatico di me l’ho ripetutamente colpito in testa con una pompa dell’aria e lui mi ha ringraziato. Logico, no?

La verità, che i partiti di governo, così come quelli di opposizione, non possono dire è che vi è un’oggettiva unità di intenti di tutta la classe padronale europea nel bloccare con qualsiasi mezzo necessario i flussi migratori nel mediterraneo. Per questo motivo lo Stato Italiano ha prima accusato le ONG di accordarsi con i trafficanti libici per poi accordarsi a sua volta, e sul serio, non in modo farlocco, con i trafficanti stessi per fare loro cambiare modello di business. Quelli che prima facevano i trafficanti ora sono diventati la guardia di frontiera europea in outsourcing. Costano meno, possono ammazzare, torturare, stuprare, vendere tranquillamente senza che il sangue ricada su Bruxelles o Roma. In più, se per qualche motivo qualcuno li ammazza, risparmiamo sul volo di rientro delle salme, sui funerali di stato e sui borbottii della pubblica opinione che vi sarebbero se i nostri ragazzi andassero in missione in Libia, come si pensava dovessero fare l’anno scorso.

Nel frattempo è diventato accettabile affermare “chi se ne frega se la criminalità della Tripolitania ammazza i centroafricani o li utilizza come manodopera schiavistica, l’importante è che non li facciano arrivare da noi”. Come se il problema fosse qualche centinaio di migliaia di persone che arrivano in Europa e non il fatto che siamo in piena crisi strutturale accoppiata al disastro ecologico.

Nel frattempo, il ministero dell’Interno a guida Minniti, degno figlioccio di Cossiga e Pecchioli, inaugura una politica di repressione e sgomberi di occupazioni abitative e sociali, lasciando diverse centinaia di persone senza casa nella sola Roma nel giro di una notte e incassando il plauso di tutto l’arco parlamentare.

Per non farci mancare nulla, assistiamo allo squallido utilizzo politico della gravissima violenza sessuata avvenuta a Rimini, ovviamente condendo il tutto con la rimozione di una delle vittime, la transessuale che, sopratutto se puttane, non meritano la solidarietà dell’opinione pubblica e possono essere stuprate, e alla pubblicazione di dettagli dei verbali degli inquirenti che descrivono minuziosamente lo stupro per accontentare i lettori, guardoni e probabilmente aspiranti stupratori, di certi quotidiani. Pochi giorni dopo vediamo la stessa opinione pubblica che chiedeva forche caudine per la banda di schifosi stupratori riminesi, più perché di origine straniere che perché stupratori, difendere con passione e ardore patriottico i carabinieri accusati di stupro a Firenze da due studentesse americane, che addirittura, a leggere certi giornali e sentire una parte della pubblica opinione, avrebbero ordito tutto per incassare i soldi dell’assicurazione stipolata negli USA.

Sempre per la serie “toccato il fondo armati di badile e inizia a scavare”, contemporaneamente, assistiamo all’utilizzo del caso della bambina morta di malaria, contratta ancora non si sa come e dove e da chi, a Brescia, per accusare i sempre più perfidi migranti di portare pure le malattie oltre che la miseria, come titolava lo stesso giornale che pubblicava i dettagli dello stupro di Rimini, inventandosi di sana pianta che l’origine della crisi non risiede di certo nei flussi migratori ma è un momento fondamentale dell’accumulazione capitalistica.

Un’estate lunga in cui abbiamo potuto vedere l’intera classe padronale italiana e i suoi reggicoda lanciarsi in un pesante attacco nei confronti della classe operaia imponendo ancora più divisioni di razza, e sfruttando una retorica sessista e patriarcale, per il proprio interesse. Per quanto tra loro differenti, da Libero al Resto del Carlino, dal Fatto Quotidiano alla Repubblica, i grandi gruppi finanziario-industriali che controllano l’editoria di massa hanno fornito il fuoco di fila di questo attacco. E oltre alle bordate degli editorialisti dei grandi quotidiani, tese per lo più a esprimere apprezzamento per l’agire del ministro Minniti, abbiamo visto l’imponente tiro di saturazione della miriade di testate locali e regionali, in gran parte collegate agli stessi gruppi dei grandi quotidiani, che hanno dato grande risalto alla diffusione di notizie tese a orientare in senso razzista e filopadronale l’opinione pubblica, diffondendo anche vere e proprie bufale, salvo poi incolpare della diffusione delle stesse i social network e invocare censure governative.

L’opinione pubblica di sinistra, anche parte di quella extraparlamentare, ritiene spesso che il razzismo sia una questione morale, dovuto alla “pancia del paese” e che questo possa essere “curato” con una battaglia d’opinione.

Ricostruzione falsa, però, dato che il razzismo, pur avendo una sua componente che potremmo definire antropologica – ma comunque storicamente definita – è sempre stato aizzato e usato dal padronato. Non è niente di nuovo. I responsabili della diffusione del razzismo non sono la famosa casalinga di Voghera, che pure di questi tempi condivide spesso su Facebook bufale sui profughi che prendono 35 euro giornalieri, quanto i mandanti dei vari giornali, strilli e gazzette, il Governo e i suoi apparati.

Il compito di smontare, nella pratica, questa soffocante narrazione razzista e antiproletaria potrà essere svolto solo da chi, lungi dall’appellarsi all’azione moralizzatrice delle istituzioni, agirà nel concreto e nel quotidiano per costruire relazioni di mutua solidarietà tra tutti e tutte gli sfruttati e le sfruttate.

lorcon

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Piovoso Piano Padano

Per la serie “e ora qualcosa di completamente diverso”: un po’ di foto scattate in un piovoso settembre 2017 nel Piano Padano.

Autoscatto 1: l’autore, essendo un rincoglionito non fa in tempo a mettersi a sedere.

 

L’autore scazza di nuovo l’autoscatto

foto con esposizione di 8 secondi. L’ombra a dx è il sottoscritto che si è mosso.

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Note a margine del 9 settembre bolognese

Questo pezzo, che appare qua e basta, è un rant polemico.

via Discard Image (pagine FB che tutti dovrebbero seguire)

Sabato 9 settembre 2017, Bologna. Arrivo in Centrale in mattinata, presenza di polizia solita, al contrario delle previsioni, più che antisommossa in borghese. Mi faccio un mezzo periplo della città per raggiungere degli amici che abitano ben lontano, condisco il viaggio con bestemmie contro i mezzi pubblici la cui macchinetta per biglietti non da il resto e non accetta le monete piccole, e poi da lì qualche ora dopo fino al concentramento in Porta Galliera. Santo Stefano e Maggiore sono già blindate, gruppi di camionette, tra cui quelle nuove con ruote alte e griglie già montate, carabinieri, polizia e finanza. Da Verdi giù per le Moline fino a Indipendenza e da lì in Galliera, altre camionette in testa corteo, ancora in concentramento, e altre pronte a posizionarsi sul retro.

In più di un decennio di militanza mi sono fatto la granitica certezza che l’area post-disobbediente sia composta da una massa di immani dementi e ne ricavo ulteriore convinzione: gli organizzatori del corteo non comunicano a nessuno (tranne che alla Questura) percorso e destinazione del corteo. Neanche ai referenti delle altre strutture presenti in piazza. “Finiamo in zona Cavaticcio” “No, si va verso Orfeo” “Macchè, andremo sui viali”. Insomma ciascuno ha la sua teoria su dove ci si dirigerà. La mia personale è che bisognerebbe dirigersi in direzione “affanculo” a passo da bersagliere e che è al di fuori dalla grazia di cristo che chi partecipa a una manifestazione non sappia dove andare, cosa fare eccetera. La mancanza di informazione, la gestione privatistica, l’oscurità organizzativa sono fottutamente pericolose. Ora mi si potrebbe dire “dato che conosci gli imbecilli e per altro li conosci pure bene che minchia ci sei andato a fare?” ecco, la risposta è semplice: a me del Labàs non frega assolutamente nulla ma ritengo estremamente importante dare una risposta alla ridda di sgomberi, di case come di spazi sociali, avvenuti negli ultimi mesi. A Bologna poi mi interessa XM24, realtà a cui mi sento legato dai tempi di Indymedia, e mi interessava pure dare la mia solidarietà a Crash al quale, pur nella distanza di pratiche e teorie, va dato atto di essersi schierato dalla parte dei lavoratori in più occasioni, sia nell’università quando vi fu la vertenza nelle coop di pulizia che nei casi delle vertenze Granarolo e Coop.

Considerando che il Crash è stato sgomberato in simultanea con il Labas ma che solo del secondo si è ampiamente parlato, con tanto di appelli a suo favore degli intelettuali della Repubblica edizione Bologna, si può giungere alla conclusione che essere a fianco degli sfruttati, sopratutto se di origine non italiana, non fa tanto appeal come organizzare i concertini e i mercatini. D’altra parte la frazione sinistra della borghesia pur sempre borghesia è.

Torniamo al corteo: qualche migliaio di persone, non più di cinquemila (altro che le ventimila dette dall’organizzazione….), comunque un buon risultato di questi tempi, percorso lunghissimo e progettato a cazzo di cane, da Galliera lungo Indipendenza fino al Cavaticcio e da lì alla T fino a Porta Ravennate e poi giù per Santo Stefano fino a svoltare in Via Dante e poi Porta Carducci dove è partita la solita festa a base di soun system e similari.

Ora, un po’ di considerazioni. Premessa: io sono notoriamente un cagacazzo, pignolo e schematico e grazie a questo in genere ci piglio. Il corteo non era organizzato male: era organizzato peggio. Il percorso era pieno di imbuti, con tratti di vie strette affiancati da portici rialzati di un metro e con poche vie laterali, veri e propri imbuti, pericolosissimi di loro e ancora di più considerando che il cordone delle Fd’O in chiusura del corteo era molto ravvicinato. Gli organizzatori non hanno distribuito nessuna informazione pratica, percorso e destinazione, neanche ai referenti delle altre strutture di Bologna, e sopratutto, e questo è il dato su cui riflettere, la mancanza di organizzazione, in senso generale, si riflette nei comportamenti di moltissimi singoli partecipanti i quali, persa completamente la bussola, scambiano un corteo per una street parade. Per cui ti ritrovi gente che sbevazza, e io sono dell’idea che nei cortei l’alcool va tenuto a distanza, i busker maledetti che tirano dei cazzo di nastri da decine di metri in mezzo alla gente ad altezza gambe, una roba che basta uno sbandamento casuale della folla per provocare inciampi a catena senza che nessuno spieghi loro che possono andare a tirare nastri dentro una galleria ferroviaria, furgoni che manovrano a cazzo di cane in mezzo alla folla e altre simpatiche cose che fanno entrare in modalità paranoia.

Perchè il punto è che un corteo è fondamentalmente un flusso che si muove in una direzione con al suo interno una serie di componenti individuali che si muovono in modo indipendente, caotico potremmo dire, creando delle perturbazioni. Se le perturbazioni sono troppe e l’ordine generale collassa in modo catastrofico e improvviso, a causa di un fenomeno di panico collettivo (che può essere dovuto a una carica come a un petardone come dal nulla assoluto) si generano delle onde che risalgono il flusso con una velocità alta. In vie strette, con porticato alto e senza vie di fuga laterali questo si traduce in un fenomeno estremamente pericoloso, quel genere di fenomeno che fa dei morti.

Mantenere la lucidità in queste situazioni è già difficile se non si è sotto effetto di sostanze, figuriamoci se si ha il tasso alcoolemico alto (non altissimo, eh, mica ho visto gente collassata male, semplicemente alto).

I cordoni dei servizi d’ordine, e parlo di cordoni in generale, non dico cordoni dotati di manici di piccone e hazet, che ieri sarebbero stati a dir poco fuoriluogo, non servono tanto a una funzione contenitiva diretta rispetto a possibili azioni ostili dall’esterno quanto a indirizzare il flusso di folla in modo razionale verso aree sicure, bloccare i fenomeni di panico collettivo anche da un punto di vista della percezione e fare ricompattare la folla in modo ordinato. Questo è quello che devono fare le strutture in queste occasioni sopratutto in tempi di colera sociale come i correnti. Se i cordoni sono assenti, o se sono un mero vezzo estetico, viene meno questa basilare funzione.

Decenni di movimenti sociali hanno prodotto una massa di saperi collettivi che ora stiamo velocemente perdendo e li stiamo perdendo a scapito nostro. E stiamo parlando di questioni che si situano al livello della pura e semplice autotutela individuale e collettiva, a un livello precedente al discorso “politico”. Così come sappiamo camminare, bere e mangiare dobbiamo sapere in che modo si sta in piazza, individuare possibili vie di fuga e pericoli, comportamenti scorretti e quanto altro. Obbiettivo primario di un qualsiasi corteo è che tutti coloro che vi partecipino si trovino in condizioni di sicurezza e che possano tornare a casa.

Se a questo ci aggiungiamo il fatto che gli organizzatori di manifestazione come questa vedono i partecipanti come comparse e si rifiutano di comunicare con le altre strutture, pur essendo queste parte in causa della questione per cui si è in piazza, agendo di conseguenza come opportunisti ci si rende conto del pericolo.

La manifestazione di sabato 9 a Bologna ha dimostrato che vi è una massa non indifferente di abitanti, da fuori si era relativamente in pochi e per altro mancavano ancora molti studenti universitari, sopratutto giovani che è contraria alle politiche urbane portate avanti dalla governance locale. Ha dimostrato però al contempo i limiti della mobilitazione in quanto:

a)è mancata una saldatura con le mobilitazione dei lavoratori e con il movimento per la casa

b)la mobilitazione si lascia dirigere da una banda di opportunisti che ha oggettivamente appoggiato il PD alle ultime amministrative e che è pronto a rifarlo, condannato all’eterna coazione a ripetere tipica della frazione dominata della classe dominante

c)le altre strutture di movimento sono incapaci di rispondere in modo adeguato alla volontà egemonica dei soggetti dell’area post-disobbediente lasciando campo aperto a questi personaggi che preparano la prossima campagna elettorale mentre creano catene di franchising di frullati biologici

D’altra parte è risaputo che “alternativa non è ideologia / ma organizzazione” per cui rimboccarsi le maniche e via.

lorcon

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Sputare sui morti

Martedì 22 agosto il miglior fornitore di carta straccia del centro-nord Italia, il Quotidiano

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L’articolo del QN in oggetto. Cliccare per ingrandire. Declino ogni responsabilità per episodi di nausea dovuti alla lettura dello stesso.

Nazionale, tramite un articolo di tal Cesare de Carlo si è premurato di informarci che , anarchici di lingua italiana migrati negli USA e ammazzati dallo stato il 23 agosto del 1927, erano due “pacifisti giustiziati per calcolo”, “Integrati, non violenti: nulla a che vedere con i clandestini di oggi” “Nicola e Bart si riconoscevano nei valori dell’America, dove arrivarono legalmente”.

Ogni singola cosa scritta in quell’articolo è scritta in malafede. Sacco e Vanzetti erano due rivoluzionari anarchici, la violenza, loro e i gruppi di affinità di cui facevano parte la utilizzavano. Il 16 settembre del 1920 la Borsa di New York non saltò in aria a causa di una fuga di gas o di una caldaia, tanto per ricordarcelo. Per ovvi motivi quando Sacco e Vanzetti vennero accusati di una rapina a mano armata finita con due morti il movimento a livello internazionale adottò la parola d’ordine “Sacco e Vanzetti innocenti” e questa parola d’ordine ha, bene o male, influenzato buona parte della narrazione di quella vicenda. Ma questo non toglie che i due fossero due limpidi rivoluzionari, militanti di provata fede che volevano scardinare il sistema capitalistico, altro che “integrati che si riconoscevano nei valori statunitensi”.

L’orrido articolo del Resto del Carlino-Il Giorno-La Nazione, giornale a cui d’altra parte va riconosciuta una certa coerenza nello sputare veleno sui proletari fin dalla sua fondazione, serve solo a riversare odio sui proletari di ieri e oggi. Serve a costruire una narrazione in cui gli italiani sono sempre stati laboriosi migranti desiderosi di integrarsi nei luoghi dove arrivavano e altre simili fesserie.

La chiusa finale dell’articolo, un delirio sulla “cultura del buonismo” contro cui monterebbe la protesta dell’opinione pubblica come questa montò contro la condanna di Sacco e Vanzetti, è la migliore dimostrazione della malafede del giornalista. Contro la condanna di Sacco e Vanzetti montò la protesta non di una generica e indefinita “opinione pubblica” ma bensì la mobilitazione di centinaia di migliaia di rivoluzionari in tutto il mondo, dei settori della borghesia progressista e di chiunque riconoscesse come odioso l’operato delle istituzioni statunitensi.

Altro che le ondate di razzismo antiproletario fomentate, tra gli altri, dalla gazzetta di una famiglia di petrolieri neofascisti riciclatisi nell’editoria, altrimenti detta Resto del Carlino.

I nomi di Sacco e Vanzetti sono ricordati dai rivoluzionari di tutto il mondo e anche da parte di chi pur non riconoscendosi nelle posizioni rivoluzionarie si riconosce anche solo in una generica speranza in un mondo migliore, il nome di Frederick Katzmann è ricordato solo dagli addetti ai lavori, il nome di Cesare de Carlo e di altre migliaia di mentitori professionisti finirà nel dimenticatoio della storia. Dove merita di stare.

lorcon

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Charlottesville – Crimine annunciato

Manifestazione antirazzista, in primo piano una bandiera dell'IWW

Manifestazione antirazzista, in primo piano una bandiera dell’IWW

Il vile e codardo attacco contro una manifestazione antirazzista a , una cittadina di cinquantamila abitanti in Virginia, che ha ucciso Heateher Heyer, militante antirazzista, è la naturale evoluzione della diffusione degli attacchi da parte di suprematisti bianchi e neonazisti di tutte le tendenze.

Negli ultimi anni gli Stati Uniti stanno vivendo una rinascita di movimenti sociali e l’emergere delle squadracce neonaziste altro non è che la risposta da parte del capitale.

A Charlottesville era previsto un raduno nazionale dell’estrema destra statunitense, “Unite the right rally”, per protestare contro la pianificata rimozione di una statua del generale Lee[1]. Contro questo evento, il quale lungi dall’essere una pacifica manifestazione sarebbe stato l’occasione per assaltare e intimidire membri delle minoranze etniche, lavoratori e persone individuate come appartenenti a movimenti sociali, si è mobilitata una vasta coalizione antirazzista.

Già nella giornata di venerdì si era tenuta una fiaccolata in stile KKK diretta verso una chiesa della comunità di colore

Fiaccolata dei suprematisti bianchi intorno alla statua del generale Lee

Fiaccolata dei suprematisti bianchi intorno alla statua del generale Lee

in cui si teneva un meeting antirazzista. La fiaccolata è stata bloccata grazie all’intervento del servizio d’ordine delle organizzazioni antirazziste che ha protetto, anche con le armi in pugno, il luogo di ritrovo e i partecipanti che si allontanavano alla fine del meeting.

Sabato sono arrivati in città altri militanti dell’estrema destra ma è aumentato anche il numero dei contromanifestanti. Il pericolo di gravi incidenti ha spinto il governatore della Virginia a proclamare lo stato d’emergenza, dopo diversi scontri tra gruppi di antirazzisti e suprematisti bianchi, in cui la polizia e la Guardia Nazionale non sono intervenute.

La forte mobilitazione antirazzista messa in campo dalle organizzazioni antirazziste ha costretto le autorità locali a vietare all’ultimo la manifestazione dell’estrema destra. Nonostante questo gruppi di neonazisti, ovviamente lasciati liberi d’agire da parte delle autorità, in più occasioni hanno provato ad attaccare il Justice Park, dove la coalizione antirazzista ha installato il suo quartier generale. Tutti gli attacchi sono stati respinti dal servizio d’ordine che ha costretto, anche con la minaccia dell’uso di armi da fuoco, i nazisti a tenersi a una distanza di sicurezza.

Impossibilitati dalla determinazione dei militanti ad attaccare il Justice Park un gruppo di nazisti ha attaccato un altro gruppo di manifestanti antirazzisti utilizzando una o più auto, i report non sono ancora chiari, dirette a forte velocità contro la folla. Un attacco volutamente omicida che ha lasciato sul terreno un morto e una ventina di feriti, di cui alcuni in gravi condizioni.

Ovviamente le autorità, locali, statali e federali, si sono prodotte in generici comunicati di condanna della violenza equiparando i gruppi contrapposti. Non ce ne stupiamo affatto: le autorità, a qualsiasi livello, non possono ammettere di proteggere e foraggiare le proprie mosche cocchiere, almeno fintanto che queste fanno comode. Infatti i movimenti nazisti, suprematisti e nazionalisti altro non sono che gruppi che fanno il lavoro sporco per conto del capitale nell’intento di mantenere uno status quo basato su sfruttamento economico, razzismo strutturale e discriminazioni di genere. I vari Richard Spencer, Augustus Invictus, i Proud Boys, Defend Europa[2] e le altre organizzazioni della destra statunitense sono le squadracce del ventunesimo secolo lasciate libere d’agire nell’intento di attaccare coloro che in vario modo si oppongono allo status quo.

A respingere costoro non potrà essere un generico richiamo all’, categoria ideologica e interclassista, ma la messa in crisi e il rovesciamento del vigente status quo nei suoi più intimi principi e meccanismi.

La presidenza di Donald Trump non è l’espressione del fascismo ma è l’espressione del suprematismo bianco[3], uno dei pilastri del capitalismo statunitense, ma l’emergere sempre più violento delle organizzazioni dell’estrema destra è un fenomeno che ha radici molto più profondo dell’elezione alla Casa Bianca di Trump.

Manifestazione antirazzista in Appalchia. Lo striscione richiama la figura di Jhon Brown, abolizionista che tentò un'insurrezione antischiavista prima della Guerra Civile

Manifestazione antirazzista in Appalchia. Lo striscione richiama la figura di John Brown, abolizionista che tentò un’insurrezione antischiavista prima della Guerra Civile

Come dicevamo in apertura a partire dal periodo a cavallo tra il primo e il secondo mandato presidenziale di Obama vi è stata una forte crescita delle mobilitazioni sociali. Dai movimenti ambientalisti che si oppongono alle distruttive pratiche di fracking e alla costruzione di oleodotti alla campagna per la difesa e l’aumento del salario #Fight415, da Black Lives Matter alle mobilitazioni dei lavoratori mantenuti in status di clandestinità, dalle mobilitazioni antisessiste alle proteste contro l’insediamento di Trump che hanno visto un importante sciopero generale.

Il Partito Democratico si è dimostrato incapace di tenere sotto controllo, mettendoci il cappello, questi movimenti in quanto le istanze portate da questi sono radicali e non fanno appello all’intervento dello stato di diritto ma alla mobilitazione diretta delle comunità locali e dei lavoratori. Il ruolo di pompiere assunto dal Partito Democratico negli ultimi decenni è venuto a meno. Alla costante stretta autoritaria[4], alla militarizzazione della polizia  si è accompagnato quindi l’emergere delle squadracce.

Ovviamente anche nel nostro paese abbiamo potuto assistere sui media mainstream a una completa disinformazione su quanto avvenuto. Già i lanci d’agenzia erano estremamente confusionari e a leggere i titoli dei principali quotidiani pare quasi che l’attacco omicida sia avvenuto contro la manifestazione dell’estrema destra, insomma la solita disinformazione a cui è necessario ribattere colpo su su colpo affermando con forza che l’attacco di Charlottesville è un attacco ai lavoratori di tutto il mondo. L’attacco di Charlottesville è un attacco contro noi tutti.

[1]Robert E. Lee, comandante in campo dell’esercito Confederato, assunta a icona per i movimenti suprematisti, nonostante sulle questioni razziali avesse delle vedute più ampie rispetto a molti unionisti. Per una storia della Guerra Civile Americana e dei suoi protagonisti, e sopratutto dei suoi reali motivi scatenanti, si rimanda ai lavori di Raimondo Luraghi.

[2]Per una panoramica sulle varie organizzazioni e sulle figure di spicco della destra statunitense vedi qui: http://www.politicalresearch.org/2017/08/10/a-guide-to-whos-coming-to-the-largest-white-nationalist-rally-in-a-decade/ e http://www.umanitanova.org/2016/11/26/la-legione-nera-di-donald/

[3] http://www.umanitanova.org/2017/03/26/fascismo-o-identita-bianca-1-parte/ e http://radioblackout.org/2017/03/anarres-del-24-marzo-trump-e-la-whiteness-cultura-di-guerra-a-scuola-lillusione-sovranista-e-le-celebrazioni-dei-60-anni-del-trattato-di-roma/

[4] E anche http://www.umanitanova.org/2015/10/20/la-propaganda-alla-prova-dei-fatti/

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Rigurgiti antisemiti

Il seguente articolo è apparso sul numero 23 di Umanità Nova

Nella fiammata complottista degli ultimi anni, tipica dei periodi di crisi in cui una piccola borghesia in via di proletarizzazione e un proletariato che ancora non si è dato le sue autonome forme di organizzazione di classe sono alla disperata ricerca di una risposta alla domanda “perchè sta andando tutto in malora?”, abbiamo potuto assistere a un ritorno in auge delle peggiori teorie antisemite. Tutto sommato queste teorie non sono nulla di nuovo: sono una riproposizione della teoria dei Savi Anziani di Sion con, in aggiunta, una spolverata di terzomondismo e di antimperialismo d’accatto come elemento di novità.

I deliri che circolano in rete sul famigerato e inesistente piano Kalergi, l’ideazione paranoica che convince taluni, compresi certi filosofi da talk show e social network come Fusaro, che vi sia un piano preordinato dietro i flussi migratori per sostituire etnicamente le popolazioni europee, sono l’ammodernamento di quella visione che pretendeva i perfide ebrei dietro qualsiasi sollevamento proletario.

Non solo: l’incancrenirsi pluridecennale del conflitto arabo-israeliano e la posizione israeliana nei conflitti nel medioriente ha fatto si che interi settori di movimento perdessero completamente la bussola dell’analisi politica, pretendendo di ricondurre qualsiasi evento geopolitico della regione mediterranea a una qualche trama occulta ordita dal Mossad.

Da questa posizione discende l’idea che la situazione israelo-palestinese rappresenti un qualche tipo di forte peculiarità rispetto alle normali, e già di per se criminali, condotte statali e capitaliste. Questo fa si che anche certi che si definiscono libertari, se non proprio anarchici, sostengano con fervore la necessità della creazione di uno stato palestinese, dimentichi del fatto che la ragion d’essere di uno stato, di un qualsiasi stato, è l’oppressione dei lavoratori a vantaggio di chi detiene il controllo dei mezzi di produzione.

Assumendo la posizione che vede come positiva la creazione di uno stato palestinese si finisce per legittimare qualsiasi tipo di dominio statale, dimenticandosi che uno stato arabo-palestinese sarebbe criminale allo stesso modo dello stato israeliano. Le stesse esperienze del nazionalismo arabo e panarabo, comprese quelle socialisteggianti come quelle baathiste, dimostrano che anche gli stati nati su una base esplicitamente anticolonialista attueranno politiche di massacro e guerra permanente nei confronti delle classi subalterne e di quelle popolazioni che per motivi culturali non si integrano nelle identità nazionali costruite a tavolino (pensiamo ai Cabili o ai Sarawi nel Magreb o a Kurdi in Iraq e Siria).

Ancora peggio, molti di queste persone che hanno fatto della questione palestinese il fulcro del loro agire politico, spesso dimenticando qualsiasi altra lotta, finiscono per legittimare l’oppressione religiosa. Persone che qua sono laiche se non anticlericali finiscono per sostenere un’eccezionalità in positivo di componenti islamiste come Hamas. Ancora più assurdo è vedere alcuni di questi sostenere con veemenza Hamas in Palestina ed attaccare con altrettanta veemenza la Fratellanza Musulmana in Egitto accusando questa di essere il burattino degli Stati Uniti. Peccato che Hamas e Fratellanza Musulmana siano due organizzazioni sorelle ed è un arduo esercizio di bispensiero sostenere che una sia l’adamantina speranza di redenzione per i popoli oppressi mentre l’altro lo strumento di oppressione. La verità è che ambo le organizzazioni fanno schifo allo stesso modo e l’han ben dimostrato sia con le loro politiche sociali bigotte e retrograde sia con l’oppressione sistematica dei proletari egiziani e palestinesi. In questo il breve periodo della presidenza Morsi in Egitto ha avuto poco da invidiare con la precedente e la successiva giunta militare.

L’attuale disgregazione del precedente assetto geopolitico in Medioriente ha molto a che vedere con le contraddizioni interne ai vari blocchi di potere regionale e nulla a che vedere con complotti del Mossad. Il governo israeliano ha, negli ultimi anni, impostato la propria azione di politica estera regionale nel saldare l’alleanza de facto con i sauditi e nel tenere attentamente monitorata la situazione siriana, tollerando la presenza dello Stato Islamico in aree a ridosso del proprio confine in quanto questo era troppo occupato a combattere con truppe lealiste (e relativi alleati) e contro la coalizione SDF per poter costituire una minaccia per Israele, temendo sopratutto un rafforzamento di quelle componenti apertamente filoiraniane come Hezbollah. Checchè se ne dica Israele negli ultimi anni ha visto con relativo favore una leadership come quella di Assad, in quanto con questa poteva trattare. Tanto più che nell’ultimo conflitto libanese l’intervento siriano si è limitato all’appoggio logistico a Hezbollah e non vi è stato nessun intervento diretto come durante la guerra civile negli anni settanta e ottanta.

L’incandescente situazione nel Golfo Persico, con l’Arabia Saudita impegnata a ribadire, con difficoltà, il proprio predominio nei confronti delle altre petromonarchie, sopratutto quella Qatarina che, negli ultimi anni, ha giocato autonomamente nello scacchiere appoggiando la Fratellanza Musulmana e portando avanti una politica di conciliazione con la Repubblica Islamica Iraniana, non ha nulla a che vedere con presunte trame occulte israeliane. La crisi degli stati arabi come Siria, Egitto e Iraq ha delle complesse cause sistemiche e non può essere nemmeno questa ricondotta a chissà quale complotto.

Eppure gli amanti dell’antimperialismo degli stati, ovvero di quell’antimperialismo che rimane puramente all’interno del campo capitalista, ripetono come un mantra che la responsabilità ultima dei massacri quotidiani risiede in Israele. Intendiamoci: se si volesse fare l’elenco dei crimini commessi dal governo israeliano, dall’utilizzo del fosforo bianco su Gaza al land grabbing con modalità coloniali all’appropriazione di risorse idriche, questo sarebbe molto lungo. Casualmente quelli che amano sciorinarlo tendono a dimenticarsi che gli israeliani non coincidono in toto con il loro governo. Se in molti storcerebbero il naso a sentire accusare tutti gli italiani delle politiche ecocide dell’ENI in Nigeria in virtù di un presunto eccezionalismo, diventa legittimo accusare tutti gli israeliani, compresi quindi quelli che subiscono la fortissima repressione interna che ha caratterizzato negli ultimi anni il paese (senza parlare di coloro che si ribellano apertamente come i disertori), delle azioni commesse dalla classe dominante israeliana.

Come dicevamo sopra anche nell’ambito anarchico si è vista una certa, seppure molto minoritaria, penetrazione di queste distorte teorie. Segnaliamo, a tal proposito, la pubblicazione on-line dell’opuscolo “Samantha Comizzoli – Ritratto di un’antisemita”,[1] curato da alcuni compagni milanesi. Samantha Comizzoli è un personaggio già noto da anni su internet per le modalità usate per esprimersi in merito alla questione israelo-palestinese, modalità evolutesi sempre più in senso antisemita. Fino a qualche tempo fa la si sarebbe potuta classificare come uno dei tanti personaggi di internet, purtroppo costei ha trovato legittimità all’interno di contesti di movimento venendo anche invitata a parlare in alcuni spazi anarchici in Emilia Romagna. Riportiamo dalla mail di accompagnamento mandataci dai compagni dello Spazio Luna Nera di Milano che ci segnalava la pubblicazione da loro curata:

è un fatto che nei periodi di crisi in segmenti del proletariato e delle classi medie in rovina si diffondano narrazioni razziste e/o complottiste che restituiscono l’immagine rovesciata della propria sconfitta o momentanea impotenza: rapporti sociali incontrollati e impersonali esercitano su costoro un dominio pressoché totale, ma essi possono incolpare con un capro espiatorio più debole e isolato e/o autoinvestirsi dell’onore di avere aperto gli occhi, di aver riconosciuto il volto di

chi davvero tiene le fila di tutto: “Io so. Io so i nomi dei responsabili!”. Per questo crediamo sia un pericolo che nei movimenti circolino personaggi come Samantha Comizzoli che condivide i pensieri di Paolo Barnard, Gilad Atzmon e Andrea Carancini, creando un pericoloso cortocirtuito tra

compagni solidali coi Palestinesi, antisemiti, negazionisti e complottisti.”

Insomma, è sempre necessario ribadire che solamente unità di classe degli sfruttati, al di là dei confini nazionali e culturali, potrà costruire una reale alternativa alla barbarie del capitale e degli stati, siano questi stati, e le rispettive borghesie, Israele o l’Iran, l’Arabia Saudita o il Qatar, gli Stati Uniti o la Russia.

lorcon

[1]L’opuscolo è liberamente scaricabile al seguente indirizzo:

https://spaziolunanera.noblogs.org/post/2017/05/30/un-caso-esemplare-di-complottismo-ed-antisemitismo/

Su Umanità Nova ci siamo più volte occupati delle derive rossobrune, terzomondiste e complottarde e segnaliamo i seguenti articoli apparsi sulle nostre colonne che possono risultare utile a chi voglia approfondire queste vicende:

http://www.umanitanova.org/2015/11/16/pericolose_idiozie/

http://www.umanitanova.org/2015/03/09/il-nemico-del-nostro-nemico-e-nostro-amico/

https://photostream.noblogs.org/2012/07/complottismi_o_fascismi/

Vedi anche

https://anarresinfo.noblogs.org/2017/06/01/il-grande-complotto-ebraico/ uscito invece su A – Rivista Anarchica.

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