Insurrezione nel Golfo – Fuoco ai turbanti

Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran, che barattavano la fine di decenni di sanzioni economiche e la distensione dei rapporti diplomatici con l’interruzione a tempo indeterminato del programma nucleare, ufficialmente civile ma nei fatti dual-use come tutti i programmi nucleari, della Repubblica Islamica, ha visto il ritorno e il rafforzarsi delle sanzioni economiche verso Theran.

Se alcuni paesi, come la Russia e la Cina, possono ignorare le sanzioni statunitensi continuando e rafforzando gli accordi commerciali, basati sull’export del greggio persiano, altri paesi come quelli dell’Eurozona si sono dovuti, anche se obtorto collo, piegare ai diktat di Washington, riducendo gli acquisti delle materie prime petrolifere iraniane. Questo ha causato una contrazione economica in Iran che il governo islamista ha scaricato, ovviamente, sulle classi popolari. Il grande aumento, negli anni tra il 2015 e il 2017, delle spese militari iraniane, che supportano la politica di potenza degli Ayatollah e gli ingenti finanziamenti a quei gruppi militari filo iraniani, pensiamo ad Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq e a quelle Houti in Yemen, hanno inoltre drenato ulteriori risorse verso l’imponente apparato militare agli ordini della borghesia religiosa di Theran. Il ritorno delle sanzioni ha imposto, nel 2018 e nel 2019, un relativo calo della spesa militare che comunque continua ad assorbire il 2.7% del PIL (nel 2012 era stato il 2.2% salito progressivamente verso il 3.1% del 2017 secondo i dati SIPRI).

La geopolitica aborre il vuoto: il progressivo disimpegno statunitense dall’Iraq a partire dal 2011 ha aperto ampie praterie per l’Iran. L’Iraq è diventato sostanzialmente uno stato cliente di Theran, le milizie finanziate da questa, l’impegno militare diretto delle forze speciali, delle “milizie di volontari” e i finanziamenti al governo di Baghdad sono ciò che hanno garantito lo stop all’avanzata verso est dell’ISIS. Stesso ruolo è stato giocato, in joint-venture con la Russia, in Siria, permettendo la tenuta del regime di Damasco.

Ma colonizzare le praterie ha un costo e il ritorno non è sempre immediato. Fallita la normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti, bloccati gli investimenti dei paesi dell’Euro-zona, che in Iran potrebbero accedere a un paese con una grande riserva di manodopera altamente qualificata a relativo basso costo e con forti bisogni di rinnovamento delle infrastrutture e disponibile ad acquisire tecnologie di alto livello sia in ambito civile che militare, investimenti e possibilità di commercio che fanno gola alle grandi industrie sia tedesche che italiane che francesi, la crisi economica è tornata a divorare i salari. L’export ha subito una disastrosa caduta dell’ottanta percento, l’inflazione viaggia intorno a valori del 35% di aumento su base annua, il Rial è svalutato e la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30%.

La politica di assistenzialismo e di sussidi elargiti a larghe mani dal governo islamico tramite la sua rete di ricche fondazioni controllate direttamente dal clero sciita non basta più a tamponare la situazione.

La decisione, presa il 15 novembre, di aumentare del 300% il prezzo della benzina, in un paese che è tra i primi produttori mondiali di prodotti petroliferi, ha funto da detonatore della rivolta.

Banche, scuole coraniche, caserme sono state prese d’assalto e date alle fiamme. Gli slogan contro il governo e contro le sue politiche si diffondono e vengono ripresi in piazze di tutte le principali città del paese. La critica non travolge solo la politica antiproletaria del governo di Rohuani ma attacca direttamente il concetto stesso di Repubblica Islamica e la Guida Suprema Khamenei. La risposta è stata la stessa degli anni scorsi: spari ad altezza uomo, minacce di impiccagione, alla repressione si affiancano parziali passi indietro negli aumenti del prezzo del carburante nella speranza di fare rientrare l’insurrezione.

Uno dei principali centri della rivolta è la provincia del Khuzestan, al confine con l’Iraq e abitata da popolazione araba, che è stata obiettivo, negli ultimi anni, di una forte repressione contro esponenti della società civile e contro i tentativi di sindacalizzazione dei lavoratori di raffinerie e campi petroliferi. Una zona colpita, per altro, da gravi problemi ambientali dovuti alla presenza dell’industria estrattiva.

Anche nel Kurdistan Iraniano vi sono state grosse mobilitazioni: oltre alla repressione contro la cultura kurda, l’oppressiva religiosità sciita e la compressione salariale che ha colpito i lavoratori in tutto il paese quest’area è stata colpita negli anni da diversi e disastrosi eventi sismici e, nella città di Kermanshah, capitale della provincia, migliaia di persone vivono in tendopoli da oltre un decennio in quanto i lavori di ricostruzione vanno a rilento.

Di fronte alle proteste la Guida Suprema Khamenei ha dichiarato che gli iraniani devono stringere la cinghia per il bene della nazione e che chi scende in strada è un teppista istigato dalle potenze straniere.

Negli ultimi anni il movimento dei lavoratori in Iran si è espanso, nonostante la dura repressione che ha visto decine di attivisti sindacali finire imprigionati, costretti a pagare pesanti cauzioni per tornare in libertà, condannati a pene corporali. Allo stesso modo il movimento femminista ha ripreso a criticare a volto scoperto il regime clericale, mobilitandosi contro la repressione di genere che colpisce le donne iraniane. La popolazione giovanile è in aumento demografico da decenni e difficilmente viene contenuta entro le strutture create dalla controrivoluzione islamica che sono alla base del paese. Non esiste più l’Iran rurale di Komenei, Theran raggiunge i dieci milioni di abitanti, il tasso di scolarizzazione è altissimo così come sono enormemente aumentati i laureati. Le donne lavorano fuori casa da anni.

La decisione di interrompere i servizi internet in concomitanza con la rivolta, per bloccare la comunicazione tra i rivoltosi e rendere difficile la diffusione di notizia sia all’interno che all’estero ha anche reso impossibile il lavoro a quelle centinaia di migliaia di abitanti di Theran che integrano il loro reddito tramite la gig economy. Con le relative aperture durante l’accordo sul nucleare in Iran si sono diffuse piattaforme digitali, alcune garantiscono un milione e duecentomila corse di taxisti privati al giorno, ma, come riportato nell’articolo di Vincenzo Nigro uscito il 19 ottobre su La Repubblica, ve ne sono anche altre che garantiscono ogni sorta di servizio e sempre con maggiore diffusione. Con internet bloccato tutto questo settore si trova impossibilitato a lavorare e questo incide negativamente sul reddito di chi si è dovuto reinventare come taxista/fattorino in moto dato che con una laurea in ingegneria non trova lavoro. Difficilmente questo farà guardare con maggiore favore al regime. Per inciso questo blocco di internet ci insegna anche come sia necessario dotarsi di infrastrutture digitali resistenti al controllo centralizzato.

Ciclicamente il paese viene attraversato da ondate di proteste, sempre più ravvicinate tra di loro – l’ultima violenta insurrezione era avvenuta a fine 2017 – e radicali sia nelle pratiche di piazza che nelle rivendicazioni. All’epoca della sconfitta elettorale dei riformisti e della riconferma di Ahmadinejad alla presidenza della repubblica molti di coloro che scendevano in strada speravano in un’ipotesi di riformismo politico interna alla Repubblica Islamica. Ora al potere ci sono i così detti moderati ma la crisi economica ha travolto ancora maggiormente i lavoratori e, la repressione religiosa non si è allentata. Ora si assaltano le stazioni di polizia e si vuole la fine della ierocrazia sciita, si mette in discussione la politica di potenza voluta negli ultimi anni dalla classe dominante iraniana che ha portato a un aumento delle spese militari a discapito del welfare. Non è un cambio di poco conto, indica che le fasce giovanili del proletariato vogliono un deciso cambio di passo.

Non possiamo sapere, e non ci illudiamo, che questo cambio di passo sia in senso immediatamente rivoluzionario e permane comunque un certo nazionalismo di fondo, anche se magari laico, repubblicano, democratico e progressista, in molti settori che ora sono in piazza.

Sicuramente si apre una fase interessante, che potrebbe scardinare dall’interno quella che è stata la potenza regionale a più rapida crescita, in termini di effettiva capacità di proiezione militare e politica oltre i suoi confini, dell’area. Se il progetto egemonico neo-ottomano della borghesia turca che si è legata all’AKP sembra essere finito in un’impasse, come abbiamo rilevato più volte, dovendo trovare un accordo con la Russia e, nei fatti con la Siria assadista, e correndo tuttora il rischio di impantanarsi in una lunga guerra nel Rojava, il progetto egemonico persiano ha riportato grosse vittorie: è riuscito ad occupare lo spazio lasciato vuoto dagli USA in Iraq, divenendo fondamentale per la coesione di un paese soggetto a spinte centrifughe, è riuscito a rompere il fronte delle petromonarchie della penisola araba, legandosi al Qatar, mettendo in crisi in Baherein, ponendo una propria stabile testa di ponte oltre il golfo persco in Yemen e facendo dissipare all’Arabia Saudita enormi risorse in tentativi infruttuosi di riprendere il controllo del vicino meridionale. È riuscito a portarsi ai confini settentrionali di Israele, grazie alla presenza militare in Siria e al legame oramai trentennale con Hezbollah in Libano.

Tutto questo in meno di dieci anni, e non è un risultato da poco per un paese che è nemmeno di cultura araba, al contrario degli altri citati. Ma potrebbero essere state vittorie di Pirro, un’espansione che manca delle strutture necessarie a mantenerla

Le ondate di protesta in Libano che si susseguono da anni mettono in discussione il ruolo di Hezbollah e del suo protettore iraniano così come la grande onda insurrezionale che sta attraversando l’Irak, superando, pare, i settarismi religiosi si muove su due binari paralleli: rivendicazioni di classe dovute alla tragica situazione in cui versa il proletariato Irakeno, che non è nuovo a grandi moti di insurrezione – si pensi all’esperienza delle Shoras, i Consigli Operai, nel 1991, con la diserzione di massa dell’esercito durante la Prima Guerra del Golfo, ripetutasi nel 2003, e la successiva insurrezione dei centri industriali repressa nel sangue dal Baath con la collaborazione del nazionalismo Kurdo e il beneplacito della Coalizione a guida USA – e che dimostra ancora oggi la sua combattività, insieme alla rivendicazione della fine delle ingerenze Iraniane nel paese. L’inchiesta pubblicata sull’Intercept il 18 novembre 2019, basata su settecento pagine di documenti dell’intelligence iraniana e trafugati da una fonte anonima, dimostrano come questa abbia letteralmente comprato il network di spionaggio che gli Stati Uniti avevano abbandonato con il ritiro dal paese e posto sotto controllo buona parte della classe politica irakena, compresi prominenti membri degli ultimi governi.

La faglia geopolitica del Golfo da anni accumula tensioni che sono pronte ad esplodere. Fino ad ora si è fatto di tutto per evitare uno scontro militare diretto tra le due principali potenze, Arabia Saudita e Iran, nonostante spesso si sia andati vicine al limite di rottura, si pensi all’attacco con droni che ha messo in grave crisi la capacità di produzione dell’Aramco, la compagnia petrolifera statale dei Saud. Probabilmente questo non è avvenuto in quanto nessuno dei contendenti si sente sicuro sul fronte interno. Talvolta le guerre inter-imperialistiche si trasformano in guerre civili e a volte queste aprono scenari rivoluzionari. Gli Hohenzollern e i Romanov ne hanno fatto le spese di questa dinamica, i Savoia rischiarono di farle, più vicino nel tempo e nello spazio la già citata insurrezione irakena del 1991 vide una dinamica simile, forse sia i Saud che la borghesia clericale persiana hanno imparato e temono quella lezione. Fronti interni troppo accesi non sempre consigliano di lanciarsi verso l’esterno.

Taluni probabilmente si metteranno a strillare dell’ennesimo complotto giudo atlantistico massonico e si daranno alla difesa d’ufficio della ierocrazia di Theran in nome dell’antimperialismo.

Ma la geopolitica è per noi interessante fintanto che ci permette di restituire un quadro di quanto accade nel mondo, non per farci affliggere dalla febbre tifoide del campismo e neanche per compiacerci di essere presunti custodi di una altrettanto presunta eterna, invariante e gloriosa scienza rivoluzionaria ma per sviluppare una linea d’azione coerente che ci permetta di individuare qui e ora i percorsi per l’emancipazione sociale.

La rivolta contro un regime intrinsecamente antiproletario, misogino, clericale non può che essere guardata con favore e appoggiata.

lorcon

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Censura e autogestione

Articolo apparso su Umanità Nova numero 31 anno 99

La recente ondata di censura da parte del social network Facebook nei confronti di pagine che si occupavano di informazione, da un punto di vista filo-confederalismo-democratico, su quanto accade in Rojava costringe a riprendere il filo di alcuni discorsi.

Buona parte della così detta “controinformazione”, ovvero ciò di cui non si occupano i media legati a conglomerati editoriali e, quindi, a interessi economici particolari, passa oramai su Facebook e su Twitter.

Tramontate oramai da anni esperienze come il network globale di Indymedia – Indipendent Media Center, IMC – un network di controinformazione che nel suo momento di massima diffusione aveva contato decine di nodi sparsi per Europa, USA e America Latina e che costringeva i media mainstream ad inseguire quanto veniva su di esso pubblicato (pensiamo all’emblematico ruolo assunto da IMC Italy in occasione di Genova 2001), e tramontata la volontà di dotarsi di media autogestiti di massa ci si è dovuto affidare gioco-forza a sistemi come i social network controllati da corporation. Scrivo gioco-forza in quanto se da parte di molti la scelta di usare questi mezzi è stata fatta in quanto mancavano i mezzi per attuare una scelta altra da parte di alcuni ci si è cullati nell’illusione di poter usare – per fare il proprio gioco – e non farsi usare corporation come Facebook, che basano il loro modello di business sull’estrazione di valore dai dati.

Illusione perniciosa questa che ha dimostrato la propria debolezza per l’ennesima volta. Nel giro di pochi giorni facebook ha proceduto a un vero e proprio crackdown nei confronti di decine di pagine che si occupavano delle vicende del Rojava. Pagine da decine di migliaia di utenti, in cui chi le ha create ha investito un enorme quantità di tempo, risorse, economiche ma anche emotive, in alcuni casi anche centinaia di migliaia, sono state cancellate nel giro di pochi giorni. Perse, come lacrime nella pioggia e senza neanche l’epica di uno scontro su di un grattacielo di una megalopoli piovosa e di una frase ad effetto.

Certo anche gli IMC subirono innumerevoli tentativi di censura: procuratori che cercavano di sequestrare i server, blocchi dei DNS e perquisizioni nelle case degli amministratori. Ma erano strutture dotate di una forte resilienza, queste censure sono sempre state aggirate, le rogatorie per i sequestri dei server in molti casi sono miseramente fallite. E certo, anche sugli IMC ogni tanto si procedeva a cancellare certi contenuti, ricordo chiaramente quando, come admin di IMC Emilia Romagna, ci davamo praticamente i turni per moderare il newswire a pubblicazione libera durante un conflitto particolarmente teso tra due gruppi politici bolognesi, per togliere tempestivamente post e commenti in a base di insulti e divulgazione di dati personali. Ma il regolamento di Indymedia era un regolamen te discusso e deciso collettivamente dal collettivo di gestione, chiunque volesse contattarci poteva farlo facilmente, sia tramite mezzi telematici che presentandosi alle – più o meno periodiche – assemblee aperte. Vi erano alcuni punti fermi che permettevano di cancellare senza pensarci due volte commenti razzisti, fascisti, di spam e di pubblicità. Ma per qualsiasi altra cosa era possibile una discussione tra chi utilizzava il mezzo e chi lo gestiva.

Nella stragrande maggioranza dei casi on esisteva una distinzione netta tra gli amministratori di un nodo locale e chi lo utilizzava in modo, diciamo, passivo. Più o meno si frequentavano gli stessi spazi fisici, vi era un’idea di comunità in lotta, un’etica condivisa dai più, nessuno spazio per il lucro.

L’esatto contrario di un mezzo di comunicazione che invece nasce esplicitamente per il guadagno dei suoi azionisti.

Circa un mese prima di questa ondata di censura nei confronti dei contenuti riguardanti il Rojava Facebook aveva proceduto ad eliminare, senza preavviso alcuno, le pagine dei principali partiti politici esplicitamente neofascisti presenti in Italia. All’epoca alcuni dissero, a ragione, che c’era poco da festeggiare: la lotta verso i servi del capitale non la si può delegare al capitale stesso, così come non la si può delegare alle procure e alle mozioni comunali. Si ravvisava il pericolo che con le stesse motivazioni con cui Facebook aveva messo a tacere le pagine di questa marmaglia dal braccio teso – istigazione all’odio e alla violenza – la stessa azienda avrebbe potuto censurare chiunque si ponesse al di fuori dall’orizzonte liberale. E così è stato. Facebook sembra applicare alla lettere la teoria degli opposti estremismi, d’altra parte questa è un mantra per il pensiero liberale.

La questione della censura sui social media fa sorgere ancora una volta, e con ancora più forza, la necessità di dotarsi di propri mezzi di comunicazione. Che essi siano giornali cartacei come il nostro, siti web, radio in AM autogestite – e in Italia ne abbiamo diverse, per fortuna – è fondamentale avere la capacità di comunicare senza passare da canali padronali.

La stessa cosa vale per i social network. Esistono esperienze come varie istanze mastodon gestite da compagn*[1] che stanno cominciando a diffondersi. Certo non permettono una diffusione di massa come su Facebook, anche se bisognerebbe riflettere su quanto le notizie date da pagine di controinformazione riescano a bucare la loro bolla di riferimento, ma intanto permettono di creare canali nostri su cui si sia liberi di esprimersi al di fuori da logiche di estrazione del valore e di logiche censorie.

Ovviamente esiste un problema di fondo di qualsiasi esperienza di autogestione dei media digitali: l’informazione passa per canali fisici, ponti radio, satelliti, fibra ottica, doppino, che non sono controllati da noi. Anche questo è un tema su cui occorre riflettere e iniziare con sperimentazione che permettano di fornire un’alternativa ai provider, che sono legati spesso a doppio filo alle strutture statali, come sottolineavamo nell’articolo “Gli arcana imperii dell’economia dell’informazione” e “Anatomia di un’intelligenza artificiale”[2].

Intanto, siccome sappiamo che la pagina di Uenne presente su facebook è a rischio censura abbiamo proceduto a creare una pagina di riserva – Umanità Nova – Settimane Anarchico – e a creare un canale Telegram (raggiungibile dall’indirizzo t.me/umanitanova) . Inoltre siamo presenti, anche se al momento solo con un bot che ripubblicava automaticamente gli articoli dal sito, su mastodon.bida.im con l’account @uenne@mastodon.bida.im (al momento stiamo vedendo di renderlo un account vero e proprio e non un semplice bot, fermo, per altro, da qualche mese).

E non scordiamoci di altri mezzi fondamentale mezzo per la diffusione delle nostre idee: volantinaggi, diffusione militante, giornali e manifesti murari, chiacchere al bar e al mercato e, sopratutto, esempi pratici di autogestione. Che possono avvenire anche su internet.

lorcon

[1] si veda l’articolo “Autogestire i social”, apparso su Umanità Nova numero 9 anno 99, https://umanitanova.org/?p=9505 e sul blog photostream.noblogs.org

[2] “Gli arcana imperii del’economia dell’informazione” pubblicato su Umanità Nova numero 31 anno 96, https://umanitanova.org/?p=3667 e “Anatomia di un’intelligenza artificiale” apparso su Umanità Nova numero 31 anno 98 https://www.umanitanova.org/?p=8601 entrambi gli articoli son o disponibili anche sul blog dell’autore, photostream.noblogs.org

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Medioriente – Quanto resta della notte?

Il seguente articolo verrà pubblicato su Umanità Nova numero 29 anno 99

Un anno e mezzo dopo l’offensiva che ha portato all’occupazione di Afrin, occupazione che ha visto per l’altro il sorgere ed il dispiegarsi di una forte guerriglia di opposizione, lo stato turco cerca di chiudere una volta per tutte la partita in Rojava.
Dopo mesi di preparazione e subito dopo l’annuncio del presidente statunitense Trump circa il ridislocamento delle forze del Pentagono presenti nell’area, l’aviazione e l’artiglieria turca hanno iniziato i bombardamenti dei villaggi e delle città nel Rojava mentre colonne corazzate sono penetrate di circa cinque chilometri nel territorio curdo-siriano sotto il controllo del PYD e delle SDF.
Contemporaneamente milizie islamiste non ufficialmente legate allo stato Turco, quindi più libere di compiere massacri ed al contempo maggiormente sacrificabili, hanno fatto il lavoro sporco fornendo la forza d’urto sul fronte e compiendo attacchi nelle retrovie.
L’azione dello stato turco non era più rimandabile nella logica di Erdogan. La pluriennale crisi economica che ha molato i denti della tigre anatolica rischia di trasformarsi in recessione conclamata, soprattutto se gli attriti sempre più forti nel Golfo Persico portassero a un’impennata nel prezzo del greggio. Anni di guerra civile in Bakur, dove per altro l’insurrezione non si è ancora placata, non hanno aiutato anche se il blocco di affaristi del cemento che sostiene Erdogan sta facendo affari con la ricostruzione delle città, in molti casi vere e proprie operazioni di ingegneria demografica.
Il ricorso al nemico esterno è sicuramente un buon diversivo per la pubblica opinione e probabilmente c’è chi spera che funga da volano per l’economia, il settore militare divora un 2% abbondante del PIL – anche se siamo lontani dal 4,5% degli anni novanta non è poco – le commesse militari fanno gola e sono sempre buona occasione per arricchirsi per la borghesia anatolica.
Il progetto neo-ottomano di Erdogan consiste nel creare un corridoio a sud, penetrando in Siria, scalzando Assad e la sua cricca rafforzando, nel contempo, la propria presenza nel Caucaso e nelle aree musulmane dei Balcani dove proporsi come protettore nell’eventualità di eventuali rigurgiti sciovinisti serbo-croati, tutto ciò aumentando la propria capacità di proiezione nel Mediterraneo, è in stallo da anni.
I rovesci della guerra civile siriana, il crollo dello Stato Islamico, la tenuta del regime di Assad e la necessità di trovare una forma di collaborazione con la Russia putiniana dopo il pericoloso deteriorarsi delle relazioni bilaterali tra i due paesi, hanno portato la Turchia in una posizione isolata.
Contemporaneamente all’assedio di Kobane da parte dell’ISIS, finanziato e sostenuto a tutti i livelli dalla Turchia, anche tramite l’acquisto di enormi quantità di petrolio di contrabbando e la fornitura diretta di materiale bellico, intelligence ed approvvigionamenti, vi è stata l’insurrezione del Bakur. Un’insurrezione che nei suoi risultati immediati è stata vittoriosa: ha costretto il governo turco ad aprire la frontiera ai profughi curdo-siriani, alleggerendo la situazione umanitaria in Rojava ed a fare transitare gli aiuti militari internazionali verso Kobane. Uno smacco enorme per Erdogan. I sogni della borghesia di Ankara di porsi come paese egemone a livello sovra regionale sono stati frustrati. Con questa operazione Erdogan probabilmente si gioca il tutto per tutto.
Se, come auspicabile, la forza armata turca fallirà nell’operazione lampo che dovrebbe permettere di respingere permanentemente di almeno quaranta-cinquanta chilometri le forze dell’SDF dalla frontiera, il governo di Erdogan rischierà di trovarsi impantanato in un Vietnam (o in un Afghanistan) in salsa siriana.
Di fronte ad una crisi economica difficilmente contenibile e con la spada di Damocle di un’imminente impennata dei prezzi delle commodities energetiche, per l’aggravarsi della crisi nella faglia del Golfo, sostenere il peso di una guerra di logoramento potrebbe innescare una pesante crisi interna. La piccola borghesia che fino a ora ha sostenuto l’AKP potrebbe rivoltarsi e le stesse forze armate potrebbero, nonostante le pesanti purghe degli ultimi anni, dimostrarsi meno collaborative del dovuto.
Erdogan ha sì un forte consenso interno ma è un consenso polarizzato: milioni di turchi lo votano ma altri milioni lo vorrebbero vedere volentieri scomparire dalla scena politica e non pochi lo espellerebbero volentieri dal consorzio umano. La politica di appeasement verso la Russia, che è stata una scelta obbligata per non aprire uno scomodo fronte diplomatico contro Mosca – ma anche militare vista la posizione del governo di Putin sulla questione siriana – ha portato a un deterioramento delle relazioni con l’asse atlantico. Lo stesso Israele, da decenni vicino diplomaticamente e militarmente alla Turchia, vede con sempre meno simpatia il governo di Ankara.
Erdogan è un giocatore d’azzardo: quando è in difficoltà rilancia. Ma il suo è un gioco pericoloso, un giocatore con una migliore mano di carte potrebbe decidere di vedere e il bluff a quel punto sarebbe palese. C’è chi vedrebbe volentieri la Turchia impantanata nel Rojava e potrebbe decidere che fornire supporto di intelligence e di forniture militari – ovviamente sottobanco – al PYD e alle SDF sarebbe una buona mossa. Sicuramente Damasco vuole recuperare a sé le aree curdo-siriane. In cambio di un alleggerimento delle richieste di autonomia dal governo centrale potrebbe agire effettivamente come protettore di un territorio su cui teoricamente avrebbe la sovranità. A quel punto per Ankara la partita si complicherebbe sul piano militare.
Potrebbe perdere ma paradossalmente vincere: sconfitta sul campo da un non sostenibile sforzo bellico ma vittoriosa nel fine di impedire la realizzazione di un territorio autonomo curdo. Ma sarebbe, a ogni modo, una sconfitta per Ankara – se vince il nemico del tuo nemico non vinci automaticamente tu – come lo sarebbe per il PYD e il suo progetto di una Siria secolarista, democratica e federalista: Damasco ne risulterebbe il vero vincitore. Insieme a Teheran che, pur condannando l’aggressione turca, vede come fumo negli occhi l’autonomia del Rojava che intrattiene fraterni rapporti con il PJAK, il ramo iraniano dell’indipendentismo curdo, che ha fatto sue le teorie apociste. Il progetto del Confederalismo Democratico, in ogni modo, non ne uscirà indenne, come non è uscito indenne dalle prove che ha dovuto affrontare in questi anni.
L’insorgenza siriana del 2012, che è coeva alle altre primavere arabe, ha le sue origini in un decennio di smantellamento in senso neoliberale delle strutture pubbliche che, fornendo aiuti materiali alle classi popolari sotto forma di sussidi economici o distribuzione diretta di beni di prima necessità – cibo ed acqua, principalmente – sancivano il patto sociale che era in vigore dagli anni ’60, cioè quando i governi impiantanti dalle ex potenze coloniali erano stati spazzati via dai colpi di stato militari – ma di militari modernisti – in Siria ed Egitto. Crollato il patto sociale socialnazionalista – ed in certi momenti panarabo – le forze centrifughe hanno prevalso: la questione di classe, largamente nascosta anche in molte analisi fatte da sinistra, è esplosa al pari della questione delle varie identità culturali che sono state schiacciate sotto progetti di arabizzazione forzata: vi è il problema, questo tipicamente siriano, del rapporto tra alauiti e sunniti, con la complicazione del rapporto tra alauiti e sciiti, i quali hanno riconosciuti gli alauiti come musulmani esclusivamente per ragioni politiche.
L’insorgenza siriana è nata sulle parole d’ordine di una società maggiormente libera e con meno divario sociale ed è finita schiacciata sotto il martello della repressione militare di Damasco. La reazione islamista ha avuto gioco facile nell’imporsi come principale opposizione ad Assad che, per altro, preferiva grandemente avere come nemico principale degli impresentabili tagliagole islamisti che partiti ed organizzazioni laiche e di sinistra. Così facendo si è riciclato come baluardo contro l’islamismo sunnita e si è garantito una continuità nel potere che non sarebbe stata altrimenti scontata. Le organizzazioni curdo-siriane in quella situazione hanno pensato di poter fare il loro gioco tirandosi fuori per alcuni anni dalla mischia con un accordo di non belligeranza con il regime di Damasco – che è il motivo per cui quello che rimane dell’opposizione laica e di sinistra ad Assad non vede con simpatia le istanze portate avanti in Rojava – per ricavarsi lo spazio geografico per l’esperimento di Confederalismo Democratico.
Progetto molto interessante sulla carta ma viziato nella pratica da diversi problemi, alcuni imputabili a quello che è stato un errore strategico dettato dall’opportunità – il patto di non belligeranza con il regime che ha portato alla forte ostilità di altre componenti dell’insorgenza – altri dovuti dal fatto che l’attacco del 2014 da parte dello Stato Islamico ha costretto ad un’innaturale alleanza con delle forze imperialiste che seguivano le loro agende e che hanno usato i curdi siriani come fanteria legandoli a sé. Non che il PYD non se ne rendesse conto ma oramai era in ballo e doveva ballare. Ora si trova tra il martello dell’aggressione turca e l’incudine del dovere probabilmente accettare un accordo svantaggioso con il governo di Damasco che nel frattempo ha recuperato, grazie a russi e iraniani, molto terreno.
Il riflusso dell’insorgenza Turca di Gezi Park, la pesante repressione in Bakur, la mancata saldatura tra l’insorgenza sociale urbana di Istanbul e la questione di classe nei centri minori dell’Anatolia, dove pure il proletariato impegnato in settori come quello minerario, edile e manifatturiero ha dato prova di una certa combattività, il tentativo di colpo di stato dei generali del luglio 2016 che ha rafforzato il potere dell’AKP, tutti questi fattori hanno contribuito a rendere difficilmente attuabile l’estensione del modello democratico-confederalista nel Bakur, che sarebbe stata la garanzia per la tenuta del progetto. La scommessa dell’HDP di poter giocare pulito per via elettorale nel Bakur è stata persa: rafforzatosi il potere dell’AKP i sindaci delle municipalità controllate dall’HDP sono stati rimossi, perseguitati e arrestati.
Il progetto stesso del confederalismo democratico paga le conseguenze di alcuni problemi di fondo: un’organizzazione sociale che, se pur estremamente avanzata, non affronta compiutamente la questione di classe nei territori dove è riuscita vittoriosa, le circostanze della sua nascita stessa, ovvero la non belligeranza con il regime di Damasco nel momento in cui questo stava per collassare, il residuale etnicismo curdo, l’essersi dovuto legare obtorto collo all’agenda imperialista statunitense e in certi periodi russa in Siria.
La guerra contro i tagliagole islamisti dell’ISIS ha costretto il PYD e le SDF a porsi sotto l’ombrello di questa o quella compagine imperialista agendo anche fuori dei territori in cui il progetto democratico-confederalista era nato e aveva il supporto di massa. La battaglia di Raqqa che ha visto il tramonto del dominio territoriale dello Stato Islamico, che da Stato in pectore è tornato ad essere una compagine senza terra, ha visto pagare un prezzo altissimo alla popolazione di Raqqa. La narrazione epica non regge al confronto con la materialità. I bombardamenti da parte della Coalizione Internazionale su Raqqa hanno causato un’enorme numero di morti tra la popolazione civile, la stessa popolazione che veniva schiacciata sotto il dominio islamista è stata bombardata per mesi dall’aviazione della Coalizione. Allo stesso identico modo in cui i quartieri operai di Amburgo, Colonia, Torino, Milano e Roma venivano bombardati dall’aviazione Alleata durante il secondo conflitto mondiale.
Il paragone non è casuale: i conflitti inter-imperialistici vedono pagare il più alto prezzo da parte dei proletari stessi. Le narrazioni affabulatorie possono fornire giustificazioni a posteriori ma vanno dissezionate. La superficie va divelta e bisogna guardare nell’abisso che si apre al di sotto di essa. La coerenza del programma rivoluzionario non permette cedimenti, non fornisce scuse per tatticismi. La logica del male minore la lasciamo volentieri alla retorica di “danni collaterali” cara al gioco al massacro delle guerre umanitarie. La tattica deve essere subordinata alla strategia.
La sperimentazione del modello del confederalismo democratico in Rojava ha dato importanti risultati. Ha permesso di infliggere pesanti colpi alla società patriarcale in quelle terre, ha aperto spiragli nella cappa di piombo degli stati-nazione. Ha aperto una sfida importate. Ha impostato un’economia di stampo cooperativistico, un risultato intermedio comunque non indifferente. Ha messo in crisi profonda il monopolio della violenza caro ai sovranisti, non a caso tutti innamorati di Assad e della sua cricca di criminali. Si è scontrato però contro i limiti dati da rivoluzioni appena abbozzate e fallite in Siria e Turchia e con il tatticismo della non belligeranza verso Damasco prima e del legame troppo stretto con le agende delle classi dominanti statunitensi e russe. Tatticismi di certo non desiderati ed imposti ma che hanno minato il progetto. La situazione di guerra ha minato il processo di avanzamento sociale, fermare la guerra significa riaprire uno spiraglio che dia spazio all’azione di quanti si muovono verso la costruzione di una società altra. La guerra contro lo Stato Islamico e contro lo stato turco ha fatto cadere sul campo migliaia di compagni, tra cui decine di volontari internazionali accorsi per partecipare a un progetto che, pur con i limiti e le contraddizioni che abbiamo evidenziato, ha rappresentato un importante passo nella direzione della costruzione di una società radicalmente avversa al mondo vigente. Passi parziali e in certi momenti incerti, passi che si sono mossi in un contesto irto di pericoli ma, comunque, un generoso tentativo che ha rilanciato la scommessa contro lo stato e il capitale.
Ora che i venti di guerra si rafforzano – di certo non hanno mai smesso di soffiare – sul Rojava è necessario creare un’ampia mobilitazione internazionale dal basso che metta i bastoni tra le ruote dell’invasione da parte dello stato turco. Coloro che sono nella posizione per bloccare i piani criminali di Ankara sono gli stessi proletari turchi che potrebbero porre fine al gioco al massacro, che ricadrà su loro stessi dato che di certo non sono le famiglie dell’oligarchia dell’AKP a fornire i soldati che moriranno, abbattendo il regime di Erdogan. L’esempio della Prima Guerra Mondiale ha mostrato, in Germania come in Russia, che il disfattismo rivoluzionario, l’ammutinamento, la diserzione, lo sciopero possono attivamente fermare massacri che i governi vogliono portare avanti per conto dei loro mandanti.
La Turchia è un paese NATO e le sue forze armate sono integrate nel sistema militare atlantico. L’Italia è uno uno dei maggiori fornitori di tecnologie belliche per il paese anatolico – si pensi agli elicotteri Mangusta – dunque le fabbriche di questi sistemi d’arma si trovano sul territorio italiano. Rilanciare la mobilitazione antimilitarista in Italia, come in tutti i paesi, significa aiutare concretamente chi si trova a combattere sul campo il tentativo di genocidio messo in atto da Ankara. Quest’anno si terrà, a Torino, il biennale European Defence Meeting, la fiera di settore – rigorosamente aperta solo ad appartenenti a chi agisce nel campo bellico – e questa può essere una buona occasione di mobilitazione, che sta già venendo organizzata. Anche lo sciopero generale del sindacalismo di base del 25 ottobre deve diventare occasione di rilancio della mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici contro le politiche di guerra.
La guerra, con i suoi cicli di distruzione e creazione di merce, è centrale per il processo di accumulazione capitalista, denunciare questo fattore è fondamentale per la nostra azione.
La linea di faglia del Golfo è sempre più tesa, il rischio di una conflagrazione sovra-regionale è dietro l’angolo. Il prezzo della guerra lo pagheranno i proletari di tutto il mondo. Alcuni lo pagheranno venendo massacrati in guerra, altri lo pagheranno con una riedizione della crisi petrolifera. Come è sempre stato e come sempre sarà fintanto che non verranno smantellate le fondamenta stesse di un’organizzazione sociale basata sull’accumulazione di capitale, sul dominio, sul patriarcato, sugli stati.

 

Lorcon e J.R.

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La punk spiegata alla nonna – Filosottile @ Esplosioni ’19 Asti

Qualche foto scattata allo spettacolo di Filomena “Filo” Sottile “La punk spiegata alla nonna” svoltosi durante Esplosioni ’19, il primo compleanno del Laboratorio Autogestito La Miccia di Asti.

 

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Essenza del capitalismo e disastro ambientale

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 27 anno 99

La crisi ecologica che stiamo vivendo globalmente è il prodotto diretto del capitalismo: un modo di produzione basato non sul soddisfacimento dei bisogni di individui e comunità ma sullo sfruttamento del lavoro dei più e sulla distruzione delle risorse naturali per il profitto della classe dominante.

Il capitalismo si basa sulla trasformazione di qualsiasi risorsa e del lavoro umano in merce, il cui valore di scambio è slegato dal valore d’uso. La produzione di merce non segue nessuna razionalità se non quella interna alla logica del capitale. Pensiamo, ad esempio, al settore tessile, uno dei settori che è stato alla base dell’accumulazione capitalista fin dal tardo medioevo: non si privilegia la creazione di capi duraturi ma una sovrabbondanza di capi di pessima qualità, con filiere lunghissime – materie prime e centri di produzione dislocati in diverse aree del pianeta e semilavorati e lavorati spostati tramite reti logistiche globali – che durano poco e soggetti, per altro, ai cicli delle mode. O all’elettronica di consumo, dagli elettrodomestici ai computer e smartphone, in cui l’obsolescenza programmata e il rendere difficoltose le riparazioni – non facendo reperire i pezzi di ricambio o incollando la componentistica al posto di usare meccanismi di chiusura a vite o incastro – sono la norma.

Ma allarghiamo l’orizzonte: la produzione energetica globale, fonte di pesanti devastazioni ambientali nei siti dove si estraggono le materie prime fossili e che per questo andrebbe razionalizzata fortemente, finisce per alimentare produzioni sovrabbondanti e inutili, anche grazie al legame tra materie fossili e materie plastiche di cui spesso si potrebbe fare a meno. E le plastiche hanno conseguenze ambientali pesantissime anche quando vengono riciclate dato che spezzare le catene polimeriche, decolorare, frantumare e riassemblare sono operazioni energeticamente costose. Eppure in un sistema in cui si deve alimentare il vulcano della produzione, che ciclicamente andrà ad impantanarsi nella palude del mercato, queste materie sono ovunque: costano meno rispetto ad altre, garantiscono maggiore profitto. [1]

L’origine della crisi ecologica non è da ricercarsi nei consumi ma nella produzione, ovvero nel capitalismo di cui il consumismo è solo un corollario: è l’offerta che determina la domanda. La critica dei consumi va sostituita con la critica della produzione, pena la caduta nel circolo vizioso del moralismo, della colpevolizzandone dell’individuo e dell’assoluzione del sistema che soggiace a produzioni nocive e irrazionali. Certo, ad esempio, noi tutti potremmo utilizzare borracce di alluminio in luogo delle bottigliette di plastica, e c’è chi lo fa da tempi non sospetti, ma se poi mancano le fontanelle pubbliche, spesso eliminate in nome di politiche contro il “degrado urbano”, per riempirle? E sei nei bar si rifiutano di farmi rifornimento? Forse sarebbe il caso di pensare che il problema non è tanto chi si trova a dovere comprare bottigliette di plastica ma il fatto che le aziende che vendono acqua imbottigliata in realtà vendono bottiglie di plastica. Altro esempio: fonte di inquinamento massiccio nelle aree urbanizzate sono i sistemi di riscaldamento poco efficienti. Bisognerebbe sostituire con nuovi sistemi le vecchie caldaie condominiali e attuare coibentazioni degli ambienti, ma in un quartiere popolare chi ha i soldi per fare queste migliorie? Come si può pretendere che persone a basso reddito, già costrette a comprare un appartamento in seguito all’alienazione del patrimonio immobiliare degli istituti per le case popolari, investano parte consistente dello stesso per fare realizzare un cappotto al loro stabile quando, magari, hanno difficoltà a pagare le normali bollette.

Dopo decenni di inazione da parte dei governi, ovvero dei comitati esecutivi della classe dominante, un movimento globale sorge e chiede “risposte concrete” su questi temi. Ma è un movimento che finora non ha avuto modo di legarsi e amalgamarsi con un più generale movimento per l’emancipazione sociale, chiede a chi ha generato il problema di risolvere. Ma per risolvere questo problema il capitalismo dovrebbe autoestinguersi, e non ci pare che la classe dominante abbia in agenda la propria stessa abolizione.

Si prova a costruire un discorso, un regime di verità, basato su una concezione pauperistica della vita, che leghi la risposta alla crisi ambientale, che deve essere rigorosamente individuale, monadica, e non collettiva, a misure di austerity che permettano di conservare a ampliare i profitti della classe dominante. La loro scommessa è fare introiettare l’austerity e il pauperismo come elementi morali e valori fondamentali per la vita associata, senza toccare il nodo delle industrie inquinanti, responsabili della gran parte delle emissioni di gas serra, scaricando, al solito, la colpa sulla classe dominata, cornuta e mazziata. I proletari non possono permettersi il cibo biologico e prodotto nel “rispetto dell’ambiente” di NaturaSì, vanno a fare la spesa al Lidl, o quando va bene in un normale supermercato di una qualche catena della GDO. Non possono permettersi auto elettriche o ibride e al contempo devono fare fronte a una cronica e strutturale mancanza di trasporti pubblici e devono usare macchine Euro2 o Euro3 per recarsi sul luogo di lavoro, a volte distante decine di kilometri. Ma questo i fautori del pauperismo fanno finta di ignorarlo, altrimenti si dovrebbe mettere in discussione la presenza di lavori assolutamente irrazionali e inutili, sia nel manifatturiero che nei servizi, eppure energivori sia in termini di produzione che in termini di energie spese per recarsi sui luoghi di lavori stessi.

L’ideologia della classe dominante fa di tutto per presentarsi come scientifica, ragionevole e razionale quando in realtà è semplice ragione strumentale e logica con assiomi assunti come precetti religiosi.

La green economy che provano a spacciare per salvezza non intacca minimamente i problemi strutturali del sistema sociale in cui viviamo. Ai fini dell’emancipazione umana e di un armonico rapporto con l’ecosistema in cui l’umanità vive poco cambia che si distrugga il Delta del Niger a furia di trivellazioni petrolifere o gli altipiani dell’America Latina per estrarre litio per le batterie di costosissime auto sportive Tesla. Distruggere le colture a uso alimentare per ricavare biomassa o biodiesel non è differente rispetto a distruggere i territori estraendo greggio.

La classe dominante ha intuito che movimenti come Fridays for Futures e Extinction Rebellion possono diventare qualcosa di più di semplici presentazioni di desiderata ai governi o, alla peggio di un qualche parziale ricambio nella classe dirigente. Per questo ha la necessità di ingabbiarla, cooptarla, disinnescarla. Ecco spiegato perché la politica politicante fa a gara per esprimere vicinanza ai giovani che scendono in piazza – certamente oltre a questo vi è anche il tentativo di cercarsi nuovi e giovani elettori in una fascia demografica piuttosto disincantata rispetto ai richiami delle urne – ha intuito i pericoli, ha bisogno riassorbire queste energie che potrebbero prendere altre strade.

Lo sviluppo del discorso ecologico porta al riconoscere un’intersezionalità del dominio e la necessità di un’intersezionalità delle lotte sociali. E di questo la classe dominante ha paura. La devastazione ambientale si collega a dinamiche legate al dominio di classe ma anche a quelle della razzializzazione e della divisione per generi. Se negli Stati Uniti, ad esempio, deve essere costruita una nuova discarica per rifiuti tossici o impiantata un’industria nociva questo verrà fatto in una zona in cui vi è una maggioranza di popolazione di colore o vicino a una riserva indiana. Le dinamiche del land grabbing nei paesi in via di sviluppo incidono fortemente sull’autonomia femminile, come ben spiegato da Silvia Federici nella sua raccolta di saggi “Reincantare il mondo”[2]. Il dominio passa da diversi vettori, chi vuole resistere alla devastazione sociale e ambientale e costruire qui e ora un mondo radicalmente altro non può non tenerne conto.

Un altro aspetto non secondario è che la crisi ambientale offre nuove possibilità di accumulazione capitalista. Banalmente l’innalzamento delle temperature marine – e gli oceani sono gli ecosistemi che più stanno raccogliendo calore e più risentono del global warming – permette l’apertura di nuove rotte commerciali a nord, nel Circolo Polare Artico, permettendo di ridurre drasticamente i tempi di navigazione tra Asia e Europa ed evitare il potenzialmente instabile canale di Suez o gli stretti del sud-est asiatico. Offre, sopratutto, migliori possibilità di sfruttamento dei giacimenti fossili e minerari in Siberia, nei mari dello stesso Circolo Polare, che potrebbero permettere, ad esempio, a potenze come Cina e Stati Uniti di rendersi energeticamente indipendenti sia dall’importazione di idrocarburi dal medio-oriente che da sistemi eccessivamente costosi di estrazione delle risorse fossili come il fracking.

E, inoltre, vi è tutto il mercato finanziario legato ai disastri naturali: assicurazioni per eventi climatici estremi, con relativo mercato di riassicurazioni, obbligazioni-catastrofe, bond ambientali, mercato delle quote di CO2.

Non basta ridurre i consumi individuali per porre freno alla crisi ecosistemica, bisogna agire alla radice del problema. Non servono maggiori o minori soluzioni tecniche, come quelle offerte da presunti “Green New Deal” o da soluzioni di decrescita (in)felice. E non si può dimenticare l’enorme impatto ambientale degli apparati militari, attualmente tra i più grandi inquinatori al mondo [3].

I piani per un Green New Deal sono fallimentari per loro stessa natura così come è stato fallimentare il vecchio New Deal degli anni che furono, collassato dopo pochi decenni sotto le sue stesse contraddizioni e la volontà della classe dominante di aumentare il suo profitto dopo essere stato costretto dai movimenti sociali a cederne una quota tramite il salario differito delle politiche welfaristiche. Lungo il corso del novecento le soluzioni riformiste, cioè che avevano la pretesa di cambiare solo alcuni aspetti del sistema economico senza intaccare le radici dei problemi, hanno dimostrato i loro limiti e sono, infine, tramontate.

La nostra scommessa è quella di una società basata sull’autogestione delle nostre vite, sulla produzione di beni – non di merci – che permettano di soddisfare i bisogni di tutti e tutte, di costruire una vita che vada oltre la mera sopravvivenza.

La razionalizzazione della produzione per evitare gli sprechi non è possibile con una società che si basa sullo squilibrio economico e di potere. Una produzione orientata verso il soddisfacimento dei bisogni e non verso l’accumulazione di capitale è possibile solamente in una società autogestita che abolisca fin da subito i privilegi e le differenze di classe, razza genere e specie, che abolisca il lavoro salariato e lo stato.

I limiti di movimenti come Friday For Future sono evidenti ma questi movimenti dimostrano al contempo che esiste un malcontento di fondo da parte di moltissimi giovani, che si vedono ora non solo negato un futuro dignitoso, , anche se interno alle compatibilità sistemiche, per quanto riguarda la condizione economica ma anche, e sempre più, per quanto riguarda le stesse condizioni ambientali.

Lorcon

[1] si veda anche l’articolo “Energia e rivoluzione industriale”: https://umanitanova.org/?p=3039 presente anche su questo blog

[2] Federici, Silvia “Reincantare il Mondo”, Ombre Corte, 2018

[3] Keucheyan, Razmig “La natura è un campo di battaglia. Saggio di ecologia politica”, Ombre Corte, 2019

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Lo stato gendarme

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 26 anno 99

Negli ultimi anni si è potuto assistere a un crescente dispiegamento di meccanismi disciplinari e repressivi in moltissimi paesi occidentali. Per rimanere in Europa abbiamo avuto due paesi, Italia e Francia, in cui vi è stata l’instaurazione di uno stato di eccezione permanente.
In Italia una classe dirigente priva di grandi capacità progettuali sul medio-lungo termine ragiona costantemente in termini emergenziali, incapace di affrontare i problemi sistemici che lei stessa ha generato o contribuito a creare. L’emergenza dei flussi migratori provenienti dalla Libia oramai perdura da quasi quindici anni e si è acuita dopo la rottura del blocco che è stato garantito per qualche tempo dall’alleanza con il deposto satrapo Ghedaffi, deposto e assassinato anche per mano di una politica estera schizoide portata avanti in occasione dell’attacco al governo Libico dalla stessa borghesia italiana. L’umanità eccedente costituita da immigrati presenti illegalmente sul territorio italiano, e creati ad arte da una legislazione criminale che opera oramai dai tempi della legge Turco-Napolitano, è basata sullo strumento della detenzione amministrativa, elemento centrale dei meccanismi basati sul diritto penale del nemico e sullo stato di eccezione. La criminale volontà di non aprire dei canali migratori liberi ha permesso il prosperare di organizzazioni di trafficanti e di procedere a una sempre più pressante militarizzazione del Mediterraneo da parte delle marine militari dell’Unione Europea e della così detta “Guardia Costiera Libica”, finanziata e sostenuta dai governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni. Chi, come le ONG che operano nel mare Mediterraneo, con la sua presenza insidia il controllo dei governi viene perseguito il più possibile.
L’umanità eccedente ai bisogni del mercato del lavoro viene chiusa un po’ ovunque in Europa in lager – e questo termine va usato nel significato più proprio del termine: deposito – in attesa di espulsione. Il migrante, specie se clandestino, è oramai un soggetto escluso dalle tutele dello stesso diritto liberale, allo stesso modo dello zingaro e del militante politico di cui la magistratura decreti la “pericolosità sociale”. Si intrecciano diversi piani di oppressione: migrante razzializzato, proletario o sottoproletario e, in alcuni casi, donna in una società patriarcale e magari sex worker. Soggetti esclusi da qualsiasi tutela, da additare come nemici non per quello che fanno ma per quello che sono. Soggetti a retate improvvise, detenzioni amministrative che si prolungano per mesi, trasferimenti improvvisi, espulsioni. Soggetti a cui viene completamente strappata una qualsiasi capacità di controllare la propria vita, sottoposti a un regime disciplinare quotidiano gestito sia dai professionisti della repressione, poliziotti, guardioni e militari presenti nei CPR, che, laddove presente, da infermieri e psichiatri che bombardano di psicofarmaci persone oramai frustrate nella loro intimità e sottoposte a una vita panottica.
Chi, anche se cittadino a tutti gli effetti, rimane intrappolato nella spirale del debito finisce in meccanismi disciplinari non meno feroci – anche se di una feroce meno evidente – in quanto alla sbarre e al filo spinato dei CPR si sostituiscono i controllori del programmi di workfare state, su tutti il famigerato Hartz IV tedesco o il meccanismo di workfare britannico. Tentativi, fino ad ora timidi anche se annunciati in pompa magna, di introdurre simili sistemi si sono avuti in Italia con il Reddito di Inclusione e il Reddito di Cittadinanza. Incapace di proporre anche solo delle riforme minime – riduzione dell’orario di lavoro, aumenti salariali, salario minimo, patrimoniale – la classe dominante gioca a scaricare tutto il costo delle sue continue crisi sulla classe dominata, utilizzando meccanismi di colpevolizzandone – è il soggetto indebitato la causa del suo indebitamento perché ha voluto vivere al di sopra dei suoi mezzi, ovvero vivere appena oltre la soglia della mera sussistenza, quindi è causa del suo male e pianga solo sé stesso – che contribuiscono a rescindere i legami sociali tra sfruttati.
L’insorgenza sociale a cui si è assistito in Francia negli ultimi tre anni, prima con la contestazione alla Loi Travail e poi il movimento dei Gilè Gialli, ha visto lo stato francese dispiegare la sua capacità di guerra interna: una polizia e una gendarmeria sempre più militarizzata hanno attaccato ferocemente qualsiasi manifestazione. Mezzi che prima venivano utilizzati solamente contro i gruppi razzializati della società che vivevano ai margini dello spazio metropolitano – banlieusard a tutti gli effetti – vengono ora usati anche contro i francesi di pura discendenza francese: pallottole di gomma, lacrimogeni, granate vere proprie vengono lanciate contro i manifestanti. Se Papon affogava gli algerini nella Senna durante le proteste contro l’ultima guerra coloniale combattuta dalla Francia ora nei fiumi ci finiscono affogati dai gendarmi anche i giovani francesi rei di avere partecipati a una festa che ha superato gli orari consentiti. È successo quest’estate.
Persa qualsiasi maschera si premiano in pompa magna i poliziotti e i gendarmi rei delle peggiori violenze: oramai una decina sono i caduti in operazioni di polizia durante i sommovimenti degli ultimi mesi.
Lo spazio urbano diventa sempre più terreno di lotta feroce nei confronti degli indesiderabili, degli oppositori. Chiunque si opponga alla città come macchina per crescita economica – a puro favore della classe dominante, ovviamente – o chiunque si trovi con la sua mera esistenza sul percorso dei progetti di riqualificazione/rigenerazione urbana – eufemismi per gentrificazione ed espulsione cotta degli abitanti – è un nemico e come tale viene trattato.
Il patto sociale social-democratico è inesorabilmente tramontato, la crisi ecologica è evidente ma non è ancora esplosa in tutta la sua violenza, le reti sociali informali di solidarietà, anche quelle più retrive come quelle familiari, in crisi.
Non verremo salvati da nessuno – dio, stati illuminati o tribuni della plebe – potremo essere solamente noi ad emancipare noi stessi.
lorcon

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Trieste

Comunque a Trieste ci sono anche altre cose oltre a magnifici esempi di uso del cemento. Consiglio vivamente di visitare la città. Se siete un monarca fatevi mandare una cartolina, che l’ultima volta non è finita bene e ci sono stati un po’ troppi morti. Le foto qua sotto sono scattate al Museo presente dentro il Castello di San Giusto, che è molto bello. Anche Muggia merita una visita, prendetevi il traghetto e andateci, possibilmente nel meriggio così potete vedere il sole tramontare dal mare sulla terraferma (Muggia è a Est del Golfo e quindi si vede il sole tramontare a Ovest).

E sopratutto andate a trovare i compagni del Gruppo Anarchico Germinal che sono brav*.

 

 

 

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Brutalismo triestino

Un po’ di foto scattate un anno fa in quel di Melara, progetto di edilizia popolare in Trieste, e sul Monte Grisa, dove è presente una chiesa gigantesca che domina l’intero golfo. Ambo i posti sono caratterizzati da un pregevole uso del cemento, che a me piace tanto.

 

il corridoio centrale di Melara

alcune delle tante scale

uno dei corridoi laterali

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In vita del compagno Franco Belloni

Sabato 31 agosto 2019 è venuto a mancare il compagno Franco “Mao” Belloni, di Reggio Emilia.

Franco lo conobbi nel 2006 quando mi avvicinai all’anarchismo reggiano, apparteneva a quella generazione che aveva iniziato a fare politica, intesa come controcultura e ricerca di una vita radicalmente differente rispetto a quella proposta dal modello della fabbrica di massa, prima ancora del 1968, tramite quello che dei movimenti beatnick e provos filtrava nella provincia italiana. Franco non ebbe una vita facile, l’infanzia segnata dalla guerra, cresciuto in istituto, operaio alla Sit-Siemens di Milano dopo essersi trasferito da Reggio Emilia e poi montatore di impianti elettrici industriali trasfertista, situazioni non facili neanche negli anni più recenti.

Franco la sua vita se la visse con gioia, con un’insopprimibile voglia di libertà, di socialità. Franco amava tremendamente trasmette i suoi saperi, che non erano pochi, accumulati in anni da lavoro, prima come tecnico elettronico e poi come artigiano elettricista e allestitore autonomo. Il suo lavoro e la sua passione l’avevano portato a contatto anche con il mondo dell’arte “alta”, allestitore di fiducia per molti artisti di Fluxus.

Franco era, per me, una versione hippy di Tino Faussone, il protagonista de “La chiave a stella” di Primo Levi, libro che sempre ho amato.

Franco che mi ha insegnato ad usare il tester elettrico e il flex, che mi ha insegnato a usare il filo a battere, a montare gli isolatori in ceramica dei cavi intrecciati, a tirare cavi nelle canale, i trucchi per scoprire se un cavo della 220 è sotto tensione senza tester o cercafase e per giuntare manualmente un cavo sotto tensione senza staccare la luce (un metodo che comunque sconsiglio), a ricavare le fasi 220 da un impianto trifase industriale. Franco che mi ha regalato l’impianto stereo, una combinazione di uno dei primi amplificatori a stato solido made in Italy, un Sit-Siemens, appunto, e casse RCF passive degli anni ‘80. Franco con cui andavo a recuperare faretti e lampade strobo in discoteche in disuso a cui aveva accesso tramite la sua infinita rete di contatti. Franco che mi faceva incazzare quando, già con un’anca in titanio, camminava sulla scala da imbianchino come uno sprovveduto ventenne (e io sono sempre stato un maniaco della sicurezza sul lavoro…).

Questo Tino Faussone di provincia, diventato metropolitano e poi tornato alla provincia, Homo Faber nel suo significato più alto del termine sarà sempre nei ricordi miei e degli altri compagni e compagne che l’hanno conosciuto e che con lui hanno condiviso molto.

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Note sulla rivolta cantonese – Essere l’acqua

Il seguente articolo è stato pubblicato sul numero 24 di Umanità Nova

Il progetto di introdurre nella città di Hong Kong, sotto la sovranità cinese, così come la città di Macao, ma con un diverso sistema di governo e un’ampia autonomia amministrativa e legislativa, una legge che permettesse una maggiore facilità nell’estradare soggetti indagati dalla magistratura cinese verso la Repubblica Popolare stessa ha scatenato, oramai da quattro mesi, ampie proteste.

Un’ampia analisi, fornita da compagni cantonesi, l’abbiamo pubblicata sul quaderno di Umanità Nova uscito in digitale questa estate intitolato “Anarchici nella rivolta di Hong Kong”. In quel testo si fornisce un’analisi della composizione del movimento, delle discontinuità di questo da movimenti come quello degli Ombrelli del 2014 e i suoi cascami, innanzi tutto la maggiore radicalità nella pratiche di piazza, e di conseguenza la messa in crisi qui ed ora della pretesa del monopolio della violenza da parte dello stato, la pratica dell’illegalità di massa, la presenza di componenti, tra cui quella dei nostri compagni, che puntano sulle questioni di classe in una città che ha fatto del neoliberismo la sua identità e sull’alleanza con i lavoratori stranieri, migrati dalla Cina continentale ma anche da paesi del sud est asiatico come le Filippine.

Hong Kong è una città-stato retta da un’oligarchia cresciuta sotto la frusta del dominio coloniale britannico e poi legatasi al Partito-Stato cinese. Il suo benessere economico è nato sullo sfruttamento di milioni di lavoratori e lavoratrici, sia “nativi” che migrati clandestini, quindi ricattabili, dalla Cina continentale in barba alle leggi che regolano le migrazioni interne. Vi è anche una non indifferente presenza di immigrati da paesi del sud-est asiatico. L’esiguo spazio ha imposto un’urbanizzazione verticale e la speculazione ha imposto case-cubicolo – dette non a caso case-bara – in cui si ammassano milioni di individui. Gli affitti per questi spazi sono altissimi e la città stessa è una delle più costose al mondo. Di questi elementi, molto materiali, non si può non tenere conto quando si parla delle mobilitazioni che hanno investito questa città.

Le mobilitazioni di questi ultimi quattro mesi, che hanno visto più di un milione di persone scendere contemporaneamente in strada, hanno dimostrato l’alta capacità autorganizzativa della popolazione. L’utilizzo di mezzi classici di comunicazione durante le manifestazioni, impianti audio e megafoni, per coordinare le azioni è stato affiancato anche dall’uso di applicazioni per cellulari che permettono con un certo grado di sicurezza di scambiare dati, comunicazione gestuale per indicare i mezzi di cui avevano bisogno in quel momento certe aree della piazza – vi sono gesti che indicano che c’è bisogno di acqua e soluzione salina per i lacrimogeni, o caschi, maschere antigas e ombrelli per le protezioni o materiale per le barricate – lo scambio di progetti per la costruzione di barricate che fossero sia veloci da costruire che resistenti – generalmente transenne stradali fascettate tra di loro a guisa di triangolo equilatero – metodi per ritmare il flusso delle folla per evitare i pericolosi fenomeni di panico e possibili schiacciamenti. Si è assistito anche alla formazione di catene per passare il materiale verso le prime linee in modo efficace e veloce.

Da quanto si è potuto apprendere il coordinamento avviene tramite gruppi di affinità di quartiere e, contemporaneamente, su forum di discussione online. D’altra parte la piattaforma rivendicativa del movimento è abbastanza larga da permettere a chiunque sia insoddisfatto del regime di partecipare al movimento stesso e, per quanto di impostazione classicamente liberale e, appunto, rivendicative – diritti e suffragio universale, ritiro definitivo della legge sull’estradizione, regime change in senso democratico – permette anche l’inserimento di temi più radicali quali la critica del lavoro, la questione abitativa, il carovita, tutti temi sicuramente sentiti anche istintivamente da chi, pur privo di una coscienza di classe elaborata, vive tutti i giorni una vita schiacciata tra stipendi relativamente bassi, abitazioni minuscole, ampio divario di classe e inflazione.

Appare quindi come l’autorganizzazione sia una proprietà emergente di un sistema, sia nell’elaborare piattaforme rivendicative ampiamente inclusive sia nell’organizzare in modo veloce la logistica della guerriglia urbana. Si dimostra anche come la necessità della violenza – anche se difensiva – sia accettata, seppure nei limiti esposti dai compagni nell’intervista a CrimethInc, anche da quelle persone che fino a poco tempo prima la aborrivano totalmente – o meglio che la nascondevano delegandola completamente allo stato e non riconoscendo quella violenza mimetica implicita nelle società gerarchizzate.

Emerge quindi una vera e propria intelligenza collettiva in grado di mettere in crisi qui e ora i sistemi di governance postmoderni: la fine dei partiti di massa in grado – storicamente – di stimolare e controllare le mobilitazioni non ha significato la fine delle mobilitazioni stesse.

Appurata l’importanza dell’organizzazione logistica dello spazio urbano come spazio di circolazione e accumulazione del capitale abbiamo potuto assistere a veloci azioni che andavano a bloccare, fuori dall’orario di punta di rientro dei lavoratori, i principali punti della circolazione stradale e poi, reiteratamente, lo scalo aereo di Hong Kong, uno dei principali aeroporti internazionali asiatici.

Davanti alla superiore tecnologia dell’apparato repressivo nella gestione di grossi assembramenti che occupano in maniera statica un’area i manifestanti hanno parzialmente abbandonato un paradigma che potremmo definire “napoleonico” nello scontro di piazza: grossi schieramenti che si scontrano in linea, chiaramente insostenibile di fronte a un nemico armato e addestrato per questo – pensiamo solamente all’uso dei cannoni ad acqua e dei lacrimogeni – per adottare una linea di azione più tipica della guerriglia: gruppi piccoli che compiono azioni veloci, aspettano l’arrivo delle forze di polizia, ingaggiano veloci scontri e si disimpegnano utilizzando gli stessi mezzi pubblici – chiaramente con la complicità anche non programmata dei conducenti e dei tecnici gestori di linee di autobus e metropolitana – mostrando di sapere sfruttare a proprio vantaggio il terreno urbano mentre le colonne della polizia rimangono bloccate negli ingorghi creati dalle azioni stesse.

Davanti alla monoliticità degli apparati repressivi l’intelligenza sociale ha saputo agire come l’acqua: dove può travolge, dove non può travolgere tracima, dove non può né travolgere né tracimare aggira. Una delle migliori applicazioni dei principi basi del Wing Chun, forma esterna del Kung Fu e arte marziale per eccellenza dell’area Cantonese. Allo scontro in strada si sono uniti scioperi spontanei, addirittura uno sciopero generale, boicottaggi, azioni di disturbo di vario genere che hanno mostrato la capacità immaginativa dei manifestanti.

L’estensivo utilizzo della guerra chimica da parte delle forze di polizia, con migliaia di candelotti lacrimogeni sparati in aree densamente abitate e contro presidi pacifici, aliena ad esse anche gli abitanti che in quel momento non stanno partecipando alle proteste e che vedono il loro – già esiguo – spazio domestico invaso dalle dense nubi di gas CS. Allo stesso modo la decisione da parte del governo di ricorrere a bande di criminali delle triadi per attaccare le manifestazioni e i passanti ha fatto aumentare la determinazione di molti, tanto più che diversi tentativi di attacchi da parte delle triadi si sono risolti con la fughe dalle stesse sotto le bastonate e le pietre. Si è, comunque, ancora una volta dimostrata la continuità tra stati e crimine organizzato.

Gli apparati di videosorveglianza e riconoscimento facciale, sempre più diffusi e fiore all’occhiello della tecnocrazia partitica della Repubblica Popolare, vengono messi in crisi da economici puntatori laser che accecano i sensori e la scelta dei colori dei puntatori stessi, blu e verdi, ovvero quelli con una lunghezza d’onda che acceca più facilmente, fa pensare a un vero e proprio scambio di conoscenze tecniche tra manifestanti.

La capacità di mettere fuori uso temporaneamente, accecandoli, o permanentemente, abbattendone i pali di sostegno, i meccanismi di telesorveglianza, uno degli assi portanti del controllo dello spazio urbano e la contemporanea convergenza verso mezzi di comunicazioni digitali criptati per lo scambio di informazioni dimostrano che la società della sorveglianza, un Moloch che spesso si immagina come implacabile e monolitico, può essere messo in crisi dall’autorganizzazione, dallo scambio di saperi pratici e teorici, dall’emergere di un’intelligenza collettiva e sociale che spezza l’alienazione dell’individuo-monade, dell’homo economicus – e sempre più speso sacer, sacrificabile – dell’ordinamento neoliberale della società.

Negli interstizi e nelle contraddizioni del vigente sistema nasce e si moltiplica la sua negazione.

I tristi cantori dello status quo, i propagatori della mortifera ideologia dello stato-partito cinese, minacciano una nuova Tienanmen, nel trentesimo anniversario del massacro stesso di migliaia di operai e studenti pechinesi, ma temono le reazioni. Dell’opinione pubblica internazionale, sicuramente, ma anche della stessa popolazione cantonese e non previsti – e prevedibili – moti di solidarietà da parte della società nel continente stesso. Da qua, in un modo semplificato e, diciamolo, un po’ razzista, ci immaginiamo spesso le società asiatiche come società irregimentate e monolitiche, dimenticando i grandi fermenti che le hanno attraversate, a volte in modo carsico. In Cina il conflitto di classe negli anni ha visto una sempre maggiore capacità di risposta operaia alle feroci situazioni di sfruttamento; nascono timidamente gruppi di studenti che si interessano alla questione di classe, per quanto il ricordo di Tienanmen sia ufficialmente censurato a livelli orwelliani sicuramente sopravvive nella trasmissione della memoria orale di un evento che coinvolse centinaia di migliaia di persone, tra cui interi reparti di fabbriche della cintura industriale di Pechino. Sicuramente vi è stata anche la trasmissione del trauma della Rivoluzione Culturale, ovvero di quel tentativo, disgraziatamente riuscito, di irregimentare e controllare dall’alto in un modo quasi preordinato le istanze di cambiamento radicale che emersero globalmente negli anni sessanta, che assunse in certe fasi i caratteri di vera e propria guerra civile che la stessa frazione del Partito-Stato che l’aveva evocata ebbe difficoltà a controllare. Memoria difficile, probabilmente questa, che ritorna anche in molte opere narrative tradotte in occidente, su tutti i polizieschi di Qiu Xiaolong e nei romanzi di fantascienza di Cixin Liu, memoria che viene anche evocata in negativo rispetto al presunto benessere creato dalla svolta verso il “socialismo di mercato” di Deng Xiaoping.

L’ideologia della Cina contemporanea, un paese che è uno dei centri dell’economia-mondo globale, ha il suo fulcro nella conservazione della tranquillità e della pace, una tranquillità e una pace che sono la quiescenza dei conflitti sociali che devono essere normati, gestiti e risolti dal Partito-Stato. E sempre più spesso repressi, basti vedere la creazione di un sistema concentrazionario a base etnica in Xinjiang. La rivolta di Hong Kong, come già fece la rivolta di Tienammen trenta anni fa, squarcia il velo della tranquillità e mostra il fuoco che cova sotto la cenere.

Se gli obiettivi immediati del movimento sono comunque interni alle compatibilità sistemiche è indubbio che mostrano, e preparano, un mondo che vuole e può uscire da queste compatibilità.

lorcon

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