La lotta all’Italpizza di Modena – Dove sta la nostra classe

9/02/019 – Un momento del corteo lungo la Via Emilia a Modena

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 5 anno 99

L’Italpizza di Modena è una delle aziende leader del settore dei prodotti da forno surgelati. Questa posizione è stata costruita sullo sfruttamento intensivo della manodopera: doppi turni, lavoratori e lavoratrici presi mediante agenzie interinali e cooperative, mancata applicazione dei contratti collettivi e mancato rispetto dei mansionari.

In novembre-dicembre, dopo mesi e anni di rabbia carsica, era partita una prima vertenza sindacale organizzata da lavoratrici e lavoratori aderenti al SICOBAS con uno sciopero prolungato, picchetti, che hanno visto l’immediato intervento delle forze dell’ordine per reprimere i lavoratori, e una campagna di boicottaggio verso i prodotti dell’azienda. Il blocco della produzione e delle spedizioni, e in subordine la campagna di boicottaggio e la conseguente cattiva pubblicità per l’azienda – le notizie avevano avuto un forte eco sulla stampa locale – aveva costretto il padronato e le cooperative a scendere a patti: in dicembre si arrivava alla firma di un accordo tra le parti in Prefettura, con l’organo locale del governo che assumeva la funzione di garante.

Già in gennaio si vedeva quanto vale la parola dei padroni e delle istituzioni: l’azienda violava sistematicamente gli accordi presi e, non contenta, tentava di confinare gli iscritti al SICOBAS in un reparto-confino affinché il virus della lotta di classe non contagiasse altri lavoratori. La risposta non si è fatta attendere: una nuova ondata di scioperi e di picchetti. Ovviamente vi sono state di nuovo cariche, lacrimogeni, denunce.

Queste sono state le premesse che han portato alla convocazione per sabato 9 febbraio di una manifestazione in centro a Modena da parte del SICOBAS. Il corteo si è snodato da Piazzale Sant’Agostino lungo tutta la Via Emilia, portando le rivendicazioni operaie nel salotto buono della città, ha fatto sosta sotto il tribunale della città emiliana, dove è sotto processo per una montatura giudiziaria il coordinatore nazionale del SICOBAS, per poi proseguire verso la prefettura, dove è stato scandito a più riprese lo slogan “Questo palazzo non serve a un cazzo”, riferendosi al mancato rispetto degli accordi lì firmati da parte dell’Italpizza e dei suoi complici, per poi tornare nuovamente in pieno centro e lì sciogliersi.

La partecipazione è stata alta: circa ottocento i manifestanti: lavoratori e lavoratrici Italpizza, facchini della logistica, dal modenese e dal distretto piacentino ma con delegazioni anche da Genova, Roma e Novara, studenti, lavoratori metalmeccanici e del terziario. Presente anche una delegazione dell’Unione Sindacale Italiana – Confederazione Internazionale dei Lavoratori (USI-CIT) della sezione di Modena, che hanno fornito anche supporto logistico, e l’area anarchica, purtroppo poco visibile anche se numericamente non indifferente. Anche qualche membro della corrente sinistra della FIOM-CGIL era presente, cosa che non ha impedito a diversi interventi di attaccare il ruolo di crumiri e oggettivi provocatori antiproletari, per tacere degli abominevoli contratti firmati, spesso assunto da questa organizzazione nei confronti delle vertenze condotte dagli iscritti ai sindacati di base.

Numerosi gli slogan e i cartelli contro il governo, a dimostrazione che le frazioni più avanzate della classe operaia non si fanno ingannare dalle elemosine governative e ben sanno come “il governo del popolo” dei gialloverdi sia, come è naturale che sia, espressione degli interessi di classe della borghesia e porti avanti progetti tesi frazionare la classe lavoratrice tra lavoratori italiani e lavoratori di origine straniera.

Chi era in corteo sabato sa benissimo che il superamento della barriera della nazionalità è condizione sine qua non per intraprendere la strada che porti alla costruzione di una società di liberi ed eguali, senza servi e senza padroni.
Moltissimi lavoratori della Italpizza sono di origine straniera e vivono sulla loro pelle le politiche razziste dello stato italiano, politiche portate avanti con feroce continuità da decenni da parte dei governi di tutti i colori. Vivono sulla loro pelle l’oppressione di classe e l’oppressione razzista, così come le lavoratrici vivono coscientemente l’aggiunta dell’oppressione di genere.
Giustamente questo tema è stato ampiamente trattato dagli interventi al corteo, a cui era presente anche uno spezzone di Non Una di Meno – Modena, ricordando la necessità di costruire lo sciopero globale dell’Otto Marzo: alla faccia di quei rifiuti della storia del movimento operaio che negano la necessità della lotta contro il patriarcato.

Gli interventi finali hanno sottolineato come la giusta lotta economica da sola non possa portare a uno sbocco rivoluzionario, sopratutto se questa non si accompagnasse a una visione internazionalista.

La vertenza dell’Italpizza può segnare lo sbocco del sindacalismo di base in Emilia al di fuori del “ghetto della logistica”, e dei settori dove ha una storica ma variegata presenza in regione ovvero trasporti e istruzione, verso il settore dell’alimentare, componente fondamentale del sistema economico dell’Aemila Felix. Avvisaglie di questo tipo vi erano già state con la vertenza della Levoni l’anno scorso.
Non è un caso che governo e apparati statali, sindacati corporativi, questi ultimi impegnati contemporaneamente a sfilare a Roma alla ricerca di riconoscimenti governativi, e industriali abbiano fatto blocco unico: si creano montature giudiziarie nei confronti della dirigenza dei sindacati di base, si opera il crumiraggio, e anche l’aggressione fisica nei confronti dei lavoratori iscritti ai sindacati di base, si mandano in malora gli accordi siglati da poche settimane, si legifera che chi attua un picchetto può finire in galera.

La governance locale, Legacoop/Confcooperative, Partito Democratico, agrari e industriali, insieme alle multinazionali che, come Amazon e Ikea, fondano il loro modello di business sul feroce sfruttamento dei lavoratori della logistica, reagiscono alla ripresa del conflitto operaio.

Davanti al contrattacco padronale diventa imperativo categorico che il sindacalismo di base superi gli atteggiamenti tesi alla creazione di parrocchie sempre pronte a degenerare in senso burocratico e verticistico, atteggiamento a cui lo stesso SICOBAS non sfugge affatto, per rispondere agli attacchi padronali e portare la lotta su piani sempre più avanzati.

In ogni caso l’appuntamento è per l’Otto Marzo.

lorcon

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Il caso Battisti – Le maschere dello stato

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 2 anno 99

Domenica 13 gennaio, la lunga vendetta dello stato italiano nei confronti di un uomo in esilio ha potuto avere la sua spettacolare svolta. Uno dei tanti militanti dell’area del lottarmatismo diffuso, trasformato dai media italiani, su gentile imboccata della magistratura, in nemico pubblico numero uno, a cui sono stati appioppati diversi ergastoli, in parte per psicoreati quali il “concorso morale”, con dei processi farsa basati su dichiarazioni di un pentito, è stato prelevato in Bolivia e, in sprezzo alle stesse leggi del paese latinoamericano e di un po’ di convenzioni internazionali, trasportato in Italia, mostrato come un trofeo e poi sepolto in isolamento diurno nel carcere di Oristano, tanto per rendere difficili i contatti con legali e familiari. Detto per inciso: alla faccia di quelli che si illudono sui “paesi socialisti”.

La vicenda di Cesare Battisti solleva diverse questioni. Intanto vi è l’osceno spettacolo a uso e consumo dei media e della propaganda del governo offerto dai due ministri, interni e giustizia, che si recano ad accogliere il prigioniero, con tanto di sfoggio di giacche e mostrine. Il ministro meno dotato dei due per non passare in secondo piano rispetto al collega degli interni promuove pure un orripilante video, con il gentile contributo dei secondini. Fatti che causano una discreta irritazione non solo in tutti coloro che sono dotati di un minimo di decenza ma addirittura nei ranghi della magistratura.

Ai magistrati e ai professionisti del sistema giudiziario andrebbe chiesto se forse non sono stati proprio loro a promuovere per primi la spettacolarizzazione dei processi. Dalle dichiarazioni mezzo stampa di un Calogero all’epoca del processo Sette Aprile fino a Tangentopoli, passando per la vicenda Tortora, e poi avanti per decine di processi anche per reati comuni, la magistratura italiana si è distinta per l’avere usato l’esposizione mediatica degli indagati e degli imputati come mezzo di pressione verso questi e di auto-promozione per le carriere individuali dei magistrati inquirenti.

Forse le critiche della magistratura e simili verso il ministro della Giustizia sono più dovute al fatto che con la sua cafonaggine ha rubato la scena alla Procura Generale di Milano che ad altro.

Noi siamo dell’idea che se anche la vicenda si fosse svolta nel massimo riserbo e nel rispetto assoluto delle procedure non cambierebbe molto del nucleo di tutta la questione: il sistema di leggi emergenziali volute negli anni settanta, la torsione dello stesso diritto liberale – di cui di certo non siamo fan – in diritto penale del nemico, il ricorso sistematico alla tortura contro gli indiziati, la pentitocrazia, nata dall’incontro tra l’alienazione dei gruppi lottarmatisti e la volontà inquisitoria dei pool antiterrorismo dei Caselli e dei Dalla Chiesa, continuano a seppellire persone nei circuiti dei carceri speciali.

Uno dei grandi non detti di questa squallida vicenda è che lo stato è parte in causa. La strategia della tensione, le bombe nelle piazze, gli omicidi di decine di manifestanti, sono stati voluti e attuati da componenti dello stato italiano, a volte in modo diretto e a volte tramite gli utili servi del terrorismo neofascista, poi prontamente liquidati quando ascesi a un potere troppo elevato tentavano di acquisire un’autonomia decisionale e quando era l’ora per lo stato di reinventarsi antifascista. Lo stato può permettersi di giudicare come terrorista qualcuno solo perché ha vinto quella guerra contro i movimenti sociali e contro il movimento rivoluzionario negli settanta. Questa è una banalità che va tenuta sempre a mente: non esiste nessuna superiorità morale da parte dello stato, checché ne dicano gli intellettuali democratici.

La stessa memoria di quegli anni è stata appiattita dalla costruzione di un discorso pubblico che elide sia i movimenti sociali di massa, e in questo lo stesso lottarmatismo ebbe pesanti responsabilità, per parlare esclusivamente di “anni di piombo” come prodotto dello scontro tra gli opposti estremismi e le istituzioni democratiche, sia tutte le torsioni dello stesso diritto liberale di cui abbiamo detto prima, come le responsabilità nelle stragi degli apparati statali, ovvero di coloro che governano per conto della classe dominante. I giornali pubblicano interviste ai “parenti delle vittime” del “terrorismo rosso”, mentre fingono di ignorare le carte processuali e le testimonianze che mostrano come molti di quei processi che hanno portato alla presunta individuazione di colpevoli si reggono su procedimenti quasi esclusivamente indiziari “convalidati” da pentiti che ambivano a sconti di pena o che erano stati spronati a pentirsi dagli “interrogatori potenziati” in cui si stavano specializzando le varie squadre dell’antiterrorismo.

Le formazioni armate di quegli anni, sia quelle di rigorosa impostazione stalino-maoista che quelle più “movimentiste”, sono fallimentari esempi di impostazione militarista, viziate a monte da visioni in alcuni casi assolutamente controrivoluzionarie e opportuniste, finite come logica vuole in una spirale di omicidi politici, illudendosi che il cuore dello stato sia rappresentato dalla vita biologica dei suoi funzionari, e poi di epurazioni interne mediante omicidi in carcere, “processi proletari” a là Vyšinskij, scissioni e alleanze con la borghesia criminale della Nuova Camorra Organizzata, e in altri casi di un’ingenuità disarmante proprie del lottarmatismo diffuso e spontaneista. Pur tenendo ferma la barra della critica, che la nostra organizzazione e il nostro movimento espressero in modo chiaro fin dagli albori di quelle vicende, non possiamo non essere solidali con chi si trova vittima di una vicenda giudiziaria oscena, se non di una vera e propria montatura.

Che lo stato indossi la maschera del freddo ma corretto esecutore di sentenze passate in giudicato o che i suoi rappresentati si abbandonino a cafonate indossando una maschera sguaiata, con il ghigno di chi irride il nemico sconfitto, poco incide sul giudizio che va dato a questa vicenda.

lorcon

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Il vero volto del sovranismo

Articolo originariamente pubblicato su Umanità Nova numero 36 anno 98

Alcuni personaggi che vorrebbero iscriversi a sinistra – intendo questo termine come il porsi dalla parte del lavoro nel conflitto capitale/lavoro – oramai da quasi due decenni sono finiti per fare da sponde alle borghesie nazionali in nome del sovranismo, quella serie di ideologie che rimpiangono i bei tempi andati in cui gli stati nazionali erano forti e garantivano, generalmente sulle spalle dei territori colonizzati – ma questo lo si tace – alcune briciole della torta ai lavoratori. In questo campo troviamo personaggi che derivano dalla socialdemocrazia, dallo stalinismo, ma anche “fascisti sociali” che si rifanno al sansepolcrismo. Personaggi che, non contenti di avere osannato qualsiasi stato purché antiamericano, dalla Cina all’Iran, ora si eccitano davanti alle figurine che si sono aggiunte al loro album di famiglia: Orban in Ungheria, Kurz e Strache in Austria, i gialloverdi in Italia.

Come sovente accade la realtà tende a fare stracci dei fantasmi mentali degli imbecilli, ecco così che questi governi, osannati come “attenti ai bisogni dei loro lavoratori”, fanno passare leggi assolutamente antiproletarie. In Austria si apre alla possibilità di fare lavorare fino a 52 ore settimanali, un giorno lavorativo e mezzo in più rispetto alle otto ore conquistate con decenni di lotte operaie; ovviamente il tutto viene spacciato come straordinari volontari ma contemporaneamente si stabilisce che la richiesta di straordinari potrà essere fatta individualmente ai lavoratori aggirando gli organi di rappresentanza sindacale e che, addirittura, sarà il singolo lavoratore a dover fornire una giustificazione al padrone casomai decidesse di rifiutare di fare straordinari.

In Ungheria viene proposta una legge simile: diventerebbero possibili fino a 400 ore di straordinario all’anno, una giornata lavorativa di otto ore in più a settimana, 250 quelle ammesse ad ora, anche qua la trattativa sarebbe individuale aggirando la contrattazione collettiva, i tempi per pagamenti degli straordinari verrebbero dilatati a tre anni, favorendo grandemente gli industriali. La proposta di legge ha scatenato un’ondata di proteste di massa che, ci auguriamo, siano solo il primo passo di una più ampia mobilitazione sociale.

In Italia il governo gialloverde, alla faccia degli illusi che hanno votato da sinistra per i Cinque Stelle, spazza via con un colpo di spugna la maternità obbligatoria per le donne ed abbatte il già scarso congedo parentale per gli uomini. Se il provvedimento proposto in Commissione Bilancio passasse, una donna in stato di gravidanza potrebbe lavorare, previo parere favorevole del medico, fino al termine della gravidanza per poi usufruire della maternità dopo il parto. Anche qua si sproloquia di come tutto questo sarà assolutamente volontario ma ben sappiamo come le donne sul posto di lavoro già subiscano una maggiore compressione salariale e siano già grandemente ricattate, cose cui si aggiunge il lavoro di cura non pagato ma fondamentale per la riproduzione del capitalismo. Ben sappiamo, più in generale, come il concetto di volontarietà nei rapporti di lavoro, basati sulla gerarchia e sullo sfruttamento, siano una pia illusione.

Nel frattempo, sempre in Italia, il numero di morti sul lavoro aumenta rispetto agli anni precedenti, mentre il governo, che alcuni vorrebbero dalla parte dei lavoratori, tace – e di conseguenza acconsente – sulla vicenda. Uno degli ultimi morti è stato un boscaiolo di origine rumena, ucciso dal cavo d’acciaio spaccatosi di una teleferica, che lavorava in nero in Trentino. Il padrone al posto di soccorrerlo l’ha buttato in dirupo, forse ancora vivo, per poi simulare che il lavoratore fosse uno sconosciuto di cui aveva rinvenuto il cadavere.

Il tentativo capitalista di affrontare le crisi che il capitalismo stesso crea in continuazione passa per la compressione del costo del lavoro a fronte di un aumento di produttività. Maggiore sfruttamento, allungamento degli orari di lavoro, dilazione dei pagamenti, minori investimenti sulla sicurezza, attacco alle organizzazioni sindacali, tentativo di ricondurre le trattative su di un piano individuale, dove il padrone è logicamente più forte.

In tempi di tecnologie che permetterebbero un’automazione spinta e possibilità di lavorare meno, o di non lavorare affatto, dando spazio al godimento della vita, il vecchio che non vuole morire continua a mangiare i vivi per riprodursi.

Già la socialdemocrazia mostrò chiaramente il suo fallimento quando appoggiò le imprese coloniali e votò i crediti di guerra nel 1914, dopo avere passato decenni a indebolire le lotte. Il sovranismo e le sue pappette riscaldate sta cominciando a mostrare il suo vero volto ancora prima.

lorcon

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Libertà per Cintoya Brown

Articolo originariamente pubblicato su Umanità Nova numero 36 anno 98

Aggiornamento del 07/01/2019:

Oggi il governatore del Tennessee, messo all’angolo da un’imponente campagna che ha travalicato gli stessi USA, ha promulgato la grazia nei suoi confronti dopo: sarà liberata nell’agosto 2019. Certo sarebbe stato auspicabile venisse liberata subito. Ma si dimostra, ancora una volta, che la libertà per i prigionier* potrà essere ottenuta solo con la lotta.

Negli Stati Uniti sta guadagnando attenzione, anche da parte dei media mainstream, il caso di Cyntoia Brown, una giovane donna afroamericana che si trova incarcerata in Tennessee condannata all’ergastolo e con la possibilità di uscire in libertà condizionata solamente dopo 51 anni di carcere. Il suo caso è il classico caso in cui più tipi di oppressione si intersecano strettamente tra di loro. Dopo un’infanzia non facile venne costretta, appena adolescente, a prostituirsi da un pappone che l’abusava abitualmente. A sedici, nel 2004, anni uccise un agente immobiliare quarantatreenne che l’aveva comprata dal suo pappone e venne, in seguito, arrestata. Ha sempre dichiarato di avere agito per autodifesa ma venne processata come adulta e condannata in base all’accusa mossa dal procuratore distrettuale – l’equivalente del pubblico ministero – ovvero di avere agito con lo scopo di derubare il morto, in quanto allontanandosi dalla scena dell’omicidio portò via con sé dei contanti e la perizia balistica avrebbe stabilito che il colpo fatale è stato esploso alle spalle.

Un caso in cui si miscelano chiaramente gli elementi dell’oppressione di classe, di genere e di razza.

Schiavizzata da un infame, abusata psicologicamente e fisicamente da questi in quanto donna, venduta come merce, proveniente da una situazione di povertà economica, appartenente a un “gruppo etnico” oppresso.

Da lì finita nelle maglie di un sistema giudiziario classista e razzista, processata come un adulto in spregio alle stesse regole del diritto liberale, condannata a una pena detentiva lunghissima.

Il suo caso aveva già destato scalpore all’epoca ma ora sta tornando d’attualità: il sei dicembre 2018 la corte suprema dello stato del Tennessee ha confermato che potrà essere rilasciata sulla parola solo dopo cinquantuno anni di carcerazione. Immediatamente i gruppi di attivisti e di militanti che avevano seguito il caso hanno fatto partire una campagna per farle concedere la grazia, e di conseguenza l’immediata libertà, da parte del governatore repubblicano dello stato. Questi è stato costretto a prendere parola pubblicamente dopo essere stato messo alle corde da parte di un attivista di Black Lives Matter durante un incontro sul sistema educativo del Tennessee che si teneva presso l’università dove Cyntoia si è laureata mentre era già in carcere. Il governatore, che è uscente e da qua a sei settimane terminerà il suo mandato, ha fatto una tiepida apertura verso la concessione della grazia dichiarando che il suo ufficio sta considerando la questione.

Immediatamente è stata intensificata la campagna a favore della prigioniera, raccogliendo cinquecentomila firme in favore della liberazione della Brown, organizzando manifestazioni e presidi e facendo partire una campagna stampa che ha guadagnati l’attenzione dei media nazionali sul caso.

Ancora una volta si dimostra come la giustizia sotto il regime della borghesia non è altro che un’illusione e che solo la mobilitazione dal basso potrà ottenere la libertà per i prigionieri.

Gli Stati Uniti sono il paese con il maggior rapporto carcerati/popolazione al mondo, i frutti della crisi capitalista sono stati affrontati, si dagli anni settanta, con la carcerazione di massa e con politiche carcerarie tese a massimizzare il profitto costringendo i detenuti a lavori malpagati o gratuiti che sono la diretta prosecuzione della schiavitù.

Le lotte dei carcerati americani di questi anni, compresi gli scioperi dei lavoratori detenuti, le rivolte carcerarie, gli scioperi della fame, gli atti di resistenza individuali e collettivi, si inseriscono nel generale fermento che investe il paese. La lotta di Cyntoia Brown è la lotta di tutti e tutte coloro che sono stati imprigionati da un sistema basato strutturalmente sull’oppressione e sullo sfruttamento.

lorcon

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Contro il TAV e il suo mondo – Il vento della Valle arriva in città

Articolo originariamente pubblicato su Umanità Nova numero 35 anno 98

Un otto dicembre con l’aria pulita a Torino. Il föhn, il vento caldo che dalla Val di Susa si incunea sul corridoio di Corso Francia e da lì dilaga per tutta la città, ha spazzato la cappa di smog che assediava da giorni il capoluogo piemontese. Un vento che ha portato sessantamila valligiani e torinesi in piazza per affermare che la lotta contro la linea ferroviaria TAV/TAC Torino – Lione va avanti, nonostante la manifestazione del 10 novembre a favore della realizzazione dell’opera che secondo alcuni fini giornalisti avrebbe segnato una “rivoluzione civile” che sposterebbe l’equilibrio di forza a favore della costruzione della linea.

Il concentramento di Piazza Statuto straripa verso piazza XVIII Dicembre, fin quasi alla stazione di Porta Susa, quando la testa del corteo e un buona parte di questo sono giunti al termine del percorso in Piazza Castello la coda del corteo si trova ancora davanti a Porta Susa. Via Cernaia e via Pietro Micca sono invase da una fiumana di manifestanti. Pochi da fuori, moltissimi da Torino e dall’hinterland e dalla stessa Valle. Una consistente delegazione dall’Alessandrino dei comitati no Terzo Valico.

Cartelli, striscioni e slogan denunciano la decimazione dei servizi pubblici essenziali, sanità e trasporti locali, mentre le risorse economiche vengono dirottate verso infrastrutture mastodontiche e inutili come la nuova linea Torino-Lione. È la logica delle grandi opere: drenaggio delle casse pubbliche a favore delle tasche del padronato, cantieri pluridecennali in grado di garantire un costante flusso a favore di questo, costi pubblici e profitti privati. Nel frattempo chi è pendolare passa ore al giorno su infrastrutture decadenti, e tragicamente pericolose in certi casi, e il traffico veicolare aumenta, insieme all’inquinamento dell’aria.

Molto diffuso anche il tema antirazzista e contro le frontiere: mentre i padroni cianciano del TAV necessario “all’integrazione europea” chi tenta di passare la frontiera rischia di morire congelato nei valichi a causa della militarizzazione o finisce in veri e propri lager, depositi di umanità in eccedenza rispetto alle esigenze del capitale, come quello di Settimo Torinese.

Una piazza con alcune, anche vistose, contraddizioni come il volere riconoscere, da parte di alcuni, come interlocutore attendibile, seppure aspramente criticato, il Movimento Cinque Stelle che ha già dato ampiamente prova di sè con la costruzione del governo dei bottegai e dei latifondisti con la Lega Nord e il voltafaccia su TAP e ILVA. Il vicesindaco pentastellato di Torino viene giustamente contestato da un gruppo di compagni e lo spezzone organizzato dai compagni della Federazione Anarchica Torinese ribadisce, con slogan, interventi e con gli stessi striscioni, che l’opposizione non è solo al TAV ma a tutto il suo mondo: il mondo delle frontiere e dei porti chiusi, dei morti di lavoro, della devastazione ambientale, dello sfruttamento. L’opposizione all’attuale governo è trasversale a molti spezzoni del corteo, è ribadita da una miriade di striscioni, cartelli, volantini, slogan. Chi pensava di poter sfruttare in chiave filo-grillina, sia nella dialettica interna al governo che nel perenne scontro con il PD, sicuramente non ha avuto gioco favorevole. Il movimento ha dimostrato, ancora una volta, di sapere camminare su gambe proprie.

Lo spezzone, molto visibile, organizzato dai compagni della FAT è stato partecipato da centocinquanta compagni e compagne e ha saputo ribadire costantemente l’autonomia dalla politica politicante, dagli sbandamenti elettoralistici e filoistituzionali. Molti interventi fatti dallo spezzone hanno ricordato la lotta antirazzista, i ministri pentastellati sono stati additati come volenterosi complici di Salvini, ampio spazio è stato dato al tema della continua strage di lavoratori e lavoratrici.

I giornali del fronte Si Tav sono in palese difficoltà. Avevano lanciato la prova dei numeri e l’han palesemente persa. Alla piazza chiamata dall’alto, da confindustriali ed edili e dal loro partiti di rifermento in affanno, una piazza corporativa partecipata da quella borghesia medio alta che naviga a vista e che si rifugia nella mitica età dell’oro, da Cavour agli Agnelli, che ha seminato i semi della sua stessa crisi, ha risposto una piazza convocata dal movimento No TAV e partecipata dai comitati dei paesi della Valle, dalle organizzazioni di classe, dai sindacati di base, da chi lotta tutti i giorni per un mondo senza frontiere, senza servi e senza padroni. La stessa Repubblica è costretta ad ammettere, nell’edizione del nove dicembre, che la piazza No Tav era più numerosa rispetto a quella del dieci novembre. La Stampa, fedele al suo storico soprannome di busiarda, prima da dei numeri vicini alla realtà e poi fa marcia indietro dando una cifra ancora inferiore alla stima al ribasso della stessa questura. Per poi contraddirsi dichiarando che tanto le due piazze non sono paragonabili, in un capolavoro sofistico di non sense logico presentato come un concetto sensato.

Una piazza composita, con contraddizioni di cui già abbiamo detto, ma dinamica, capace di proiettarsi verso un qualcosa di altro e di radicalmente diverso rispetto al mondo che i signori del TAV vorrebbero plasmare a loro uso e consumo.

lorcon

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California Über Alles

Articolo pubblicato originariamente su Umanità Nova numero 32 anno 98

I am Governor Jerry Brown
My aura smiles and never frowns
Soon I will be president”

California Über Alles è il titolo di una famosa canzone del gruppo punk Dead Kennedys, che riprende l’inno imperiale tedesco,. Venne registrata nel 1979, quando il Jerry Brown citato nel testo era stato eletto governatore dello stato più ricco dell’Unione. Jerry Brown è stato rieletto come governatore nel 2011 e manterrà tale carica fino almeno fino al 2019. Nel 1979 la California era nel pieno di una delle più grandi bolle immobiliari della seconda metà del ventesimo secolo, quella che ha portato alla creazione di quelle infinite distese urbane che sono le aree metropolitane San Diego e Los Angeles, magistralmente descritte dal sociologo urbano Mike Davis o dall’autore di gialli Don Winslow, che spesso si è occupato nelle sue opere narrative delle questioni legate al comparto immobiliare. Uno dei suoi più noti romanzi, “La lingua del fuoco”, termina con un gigantesco incendio che investe zona costiera di San Diego.

Le cronache degli ultimi anni hanno reso reali le previsioni narrative di Winslow: proprio in queste ultime settimane si sta consumando uno dei più grossi e mortali incendi californiani di sempre.

Lo sviluppo urbano che ha favorito l’espansione dello sprawl, la città dispersa e diffusa, progettata direttamente dagli imprenditori edili, irrazionale ed energivora, ha contribuito ampiamente al degrado ambientale e alla pauperizzazione delle risorse idriche. Questa dinamica pluridecennale unita al cambiamento climatico di origine antropica ha fatto sì che l’aura luminosa del sempiterno governatore Brown sia dovuta agli incendi che imperversano ogni anno in modo più pesante in quello stato.

La siccità e la mancanze di piogge si sono sommate allo spreco delle risorse gestite in modo irrazionale, le casette in legno sono tanto carine ma vanno facilmente in fumo, si ricreano le condizioni per tempeste di fuoco che avrebbero fatto invidia a Bomber Harris.

La California è quel posto dove da più di un decennio se la cantano e se la suonano con il Green Capitalism, il locale Republican Party ne è stato alfiere quando era al governo con Shwarzenegger, in cui si muovono i vari Musk e dove nascono in continuazione start up che promettono di salvare il pianeta. Ma, siccome il capitalismo è un modo di produzione irrazionale, non si può pensare, figuriamoci pretendere, che possa trovare rimedio per le catastrofi che ha lui stesso prodotto.

Il Democratic Party potrà anche sfottere quel tizio con la capigliatura buffa che siede alla Casa Bianca e che sostiene che la causa degli incendi californiani sia la mancata pulizia delle foreste della Sierra ma, intanto, è egualmente colpevole. Gli zen-fascist denunciati nella canzone dei Dead Kennedys sono quelli che hanno contribuito a cementificare tutto il cementificabile.

Per non farsi mancare nulla, siccome i Vigili del Fuoco californiani non bastano a fronteggiare i roghi, si impiegano detenuti costringendoli al lavoro coatto come pompieri, pagandoli un dollaro l’ora. Ovviamente, quando costoro potranno uscire dalla galera non potranno neanche andare a lavorare come pompieri veri e propri: sono pregiudicati.

La California è infatti uno degli stati dove la famigerata guerra alla droga, lanciata da Nixon e portata avanti in modo entusiasta da tutti i successivi governi, ha fatto più carcerati, ovviamente in modo sproporzionato, ovvero, principalmente tra latinos e comunità nere. Uno stato che ricorre, da sempre, al lavoro coatto dei carcerati, in condizioni semi-schiavistiche ma profondamente integrate negli schemi dell’accumulazione capitalistica.

Sempre per la serie “il capitalismo e le sue mille contraddizioni”, i ricchi, industriali e le star televisive, o di Hollywood, che non vogliono vedersi bruciare la loro villa mastodontica, assumono squadre di pompieri privati con lo scopo di proteggere esclusivamente la loro proprietà. Bruci pure tutta la città ma villa dei Kardashan sarà salva dalle fiamme. Mentre i residenti delle aree più povere, in senso relativo o assoluto poco importa, devono inventarsi come contenere le fiamme che rischiano di renderli rifugiati climatici nel proprio stesso stato.

Un futuro che aspetta buona parte degli abitanti del mondo se la catastrofe ecologica sarà gestita dalla coppia di ferro di Stato & Capitale.

lorcon

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Anatomia di un’Intelligenza Artificiale

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 31 anno 98

Anche per il mercato italiano è ora disponibile Amazon Echo, il terminale di Alexa, “l’assistente personale” prodotto Amazon. L’oggetto in sé altro non è una scatola nera, di un paio di fogge differenti, dotato di un microfono, di un paio di altoparlanti, qualche circuito e una scheda per la connessione senza fili ma tramite di esso è possibile fare direttamente ordini online – su Amazon, ovviamente – richiedere la riproduzione di contenuti multimediali – tramite Amazon Music e Amazon Prime Video – mandare messaggi ad altri utenti e gestire la domotica, ovvero illuminazione, elettrodomestici, impianti domestici automatizzati. Ma anche gestire agende personali, sveglie, liste della spesa. Un’assistente domestico, appunto.

La potenza di questo ordigno elettronico non risiede nelle sue – scarse – capacità computazionali o nella sua inesistente memoria ma bensì nel fatto di essere un terminale piuttosto semplice che è collegato a una potentissima rete di elaborazione dati. Tutte le informazioni che l’Echo raccoglie dall’ambiente circostante le invia tramite internet al sistema computazione di Amazon che le filtra, le processa, le restituisce all’utente – sotto forma di uno streaming video richiesto, di un’azione su di un servocomando su di un tapparella, di un promemoria vocale o sotto forma di un acquisto – e utilizza lo stesso feedback dell’utente per apprendere e migliorare le proprie capacità.

Lo stato dell’arte, insomma, di quanto il cloud computing – l’elaborazione dei dati a distanza dai dispositivi che li raccolgono – può offrire a livello di prodotti di consumo.

Lo si potrebbe definire una governante in outsourcing. Vi sono delle implicazioni, che non saltano immediatamente all’occhio, in questo prodotto. Intanto i dati vengono processati e immagazzinati da una società privata che potrà così accedere a un livello di conoscenza molto intimo dell’utente e dell’ambiente in cui questo vive, accumulando dati, ovvero materia prima dell’economia digitale, che potranno essere ulteriormente raffinati e venduti.

Se nel corso degli anni abbiamo potuto vedere come i computer a uso domestico siano diventati sempre più potenti – nell’esperienza di chi scrive si consideri che il computer che usa ora è trentadue volte più potente, e parliamo solamente di memoria di lavoro, la RAM, di quello che aveva a fine anni novanta – in quanto dovevano integrare nuove funzioni e memorizzare masse crescenti di dati ora siamo di fronte a una modifica di questa traiettoria. I dati – foto, video, documenti personali e no – vengono affidati sempre di più a servizi di conservazione dati esterni – Dropbox, GoogleDrive, Icloud – vi è stata l’esplosione dei servizi di video in streaming – Netflix, Amazon Prime Video, a breve FacebookTV e altri – che permettono di non dover più né riempirsi le librerie di VHS o di DVD né di dover scaricare via Torrent, Soulseeker o Emule i video. Stesso discorso per quanto riguarda la musica, basti pensare all’esplosione di una piattaforma come Spotify. Ovviamente stiamo parlando di piattaforme che sono a pagamento, o meglio che sfruttano l’esistenza di un account base gratuito, che permette di accedere a un servizio limitato, ma che permette all’azienda di farsi conoscere e di accumulare dati e metadati – ed è il motivo per cui queste aziende a volte lavorano in perdita per qualche anno – e poi a sistemi di account a pagamento, anche multilivello, che possono essere sfruttati a pieno quando l’azienda ha raggiunto una posizione di monopolio o di oligopolio nel suo settore. Il risultato è che adesso vengono utilizzati terminali relativamente stupidi, come gli smartphone, che necessitano di una connessione permanente a internet per accedere a dati e servizi che risiedono altrove, in uno o più datacenter nel globo. Sorge intanto un problema di privacy non indifferente – che dovrebbe saltare ancora più all’occhio ai militanti che si ostinano ad usare con leggerezza certi servizi – su piattaforme sempre più estese. Si pensi ad Alphabet: gestisce le mail con Gmail, le ricerche via web con Google, lo storage di file personali con GoogleDrive, la navigazione nel mondo fisico con GoogleMaps, il tutto con una piattaforma unificata dai cui dati si può desumere la vita intera di milioni di individui. O di intere organizzazioni, grazie al processo di outsourcing in cloud di risorse che fino a poco fa venivano gestite internamente: vi è in questi ultimi due anni una forte espansione di servizi di gestionali in cloud e di backup in cloud, per non parlare delle mail. Gestioni, queste in cloud, oscure e assolutamente incontrollabili da parte dell’utente, sia esso un singolo o un’organizzazione.

Ma torniamo alla scatolina magica di Amazon. Esiste un ottimo progetto di analisi di quanto c’è dietro a questo apparecchio: anatomyof.ai, sito web curato da alcuni ricercatori dell’economia digitale che fornisce, purtroppo solo in inglese, un’analisi complessiva di Alexa.

E che ci ricorda come l’empireo digitale del cloud computing, a uso aziendale o a uso domestico, si basi sulla materialità fisica di ciò che ne permette la concreta realizzazione. Catene di approvvigionamento delle materie prime necessarie che si estendono a livello globale, spesso talmente complesse che neanche le stesse aziende che agiscono in posizione di oligopolio hanno idea da chi è che stia effettivamente comprando cosa. Figure lavorative che vanno dai responsabili tecnici delle multinazionali del digitale, pagati anche decine di migliaia di dollari al mese, fino al lavoratore in condizioni semi schiavistiche che estrae i minerali necessari alla produzione di circuiti integrati in Congo. Passando per lavoratori impiegatizi, amministrativi, commerciali, tecnici infrastrutturali di medio livello, moderatori dei contenuti, o manuali, addetti alla posa di cavi, lavoratori della logistica – ricordiamoci che Amazon si è guadagnata la sua posizione tramite la vendita di prodotti fisici e le pessime condizioni di lavoro nei poli logistici han permesso la vendita al ribasso di merce – assemblatori hardware. E che nel capitalismo è dal lavoro umano che si estrae profitto. Anatomyof.ai offre un’interessante rappresentazione grafica di questa dinamica: il frattale a triangolo di Sierpinski. I frattali, come noto, sono oggetti geometrici che riproducono la propria forma su scala diverse, creando uno schema scalabile ma sempre ripetitivo. Ai due vertici alla base del triangolo si trovano il lavoro umano (il soggetto) e i mezzi di produzione (l’oggetto), al vertice il prodotto del lavoro (il soggetto-oggetto, ovvero il frutto della sintesi tra l’oggetto e il soggetto). Il triangolo complessivo di Alexa è dato da una miriade di altri triangoli al suo interno che rappresentano la miriade di rapporti di lavoro, per lo più nella forma di lavoro salariato ma che in alcuni casi sfociano nel lavoro servile e nelle economie informali, che permettono la realizzazione di questo prodotto e la messa a profitto dei dati che esso raccoglie.

Per anni in molti si sono crogiolati nell’idea che l’avvento dell’economia digitale avesse fatto brani della dialettica conflittuale tra classi sociali. Questa ricerca ricorda – a chi se lo fosse scordato, ovviamente – che non è così. L’economia digitale poggia su di un substrato materiale: infrastrutture di rete, server, terminali, edifici che permettono la conservazione in sicurezza di nodi delle infrastrutture in cui avviene l’elaborazione del dato-materia prima. Le nuvole del clouding sono nuvole molto pesanti per quanto ramificate e poco visibili. Un datacenter di una delle grandi piattaforme digitali dall’esterno altro non è che un grosso capannone ma al suo interno nasconde una miriade di sistemi complessi, da quelli che si occupano dell’incanalare e trattare la materia prima e i prodotti lavorati a quelli che permettono il funzionamento di tutto questo: complessi sistemi di raffredamento, sistemi di sicurezza, sistemi di alimentazione ridondanti e impianti antincendio. E questi sistemi sono creati e mantenuti dal lavoro umano, per quanto automatizzato possa essere in alcuni suoi aspetti (quale la produzione fisica di certi componenti, da parte della Foxconn, che comunque andranno spostati, generalmente via nave, testati, progettati, configurati).

La lotta tra classi non è finita in quanto essa è legata alla stessa esistenza di differenti classi sociali che sono portatrici di interessi contrapposti.

L’avvento dell’economia digitale non ha segnato la scomparsa del lavoro umano: anzi. La piena automazione e l’emancipazione dal lavoro salariato potranno avvenire solamente con un cambio del modo di produzione, l’economia digitale potrà semplicemente cambiare alcuni modi in cui si lavora, creare alcune figure e cancellarne altre. Potrà far nascere nuove infrastrutture, così come la seconda rivoluzione industriale ha dato vita a petroliere e oleodotti, ma trascenderà proprio nulla. Certamente milioni di persone verranno spinte ai margini, o anche al di fuori, del mercato del lavoro in condizioni lavorative pessime, pensiamo ai già citati lavoratori della logistica, ma l’automazione sotto il capitalismo può solo disciplinare il lavoro umano, non abolirlo, pensiamo ai braccialetti usati nei centri logistici di Amazon, o meglio ancora alle gabbie/esoscheletro progettate dalla stessa azienda con lo scopo di “razionalizzare i movimenti dei lavoratori” ovvero di aumentarne la produttività nelle otto ore di lavoro salariato, ovvero di incrementare il valore estratto dal tempo di lavoro.

Altro dato da tenere in considerazione è il modo in cui molte di queste piattaforme sono nate. Facebook e Google sono progetti profondamente legati al complesso militare-industriale statunitense, per chi volesse approfondire consiglio la lettura dell’articolo di “Washington e Silicon Valley non si amano ma spiano il mondo insieme” di Luca Mainoldi, pubblicato sul numero di Novembre 2018 di Limes, che offre una buona panoramica dei legami tra lo Stato Profondo USA e i giganti della Silicon valley. Le grandi piattaforme digitali cinesi, prima fra tutti la mastodontica e tentacolare WeChat, sono a loro volta legate a doppio filo allo Stato-Partito cinese e costituiscono la base per la costruzione di un ecosistema informatico chiuso in Cina (o al più aperto a quelle borghesie nazionali che si vorranno legare al Dragone). I progetti di fornitura di connessioni a banda larga, infrastruttura fondamentale per l’espansione dell’economia digitale, sono ovunque finanziati in modo ingente dagli stati. In questo periodo in alcune città italiane si può assistere ai lavori per portare la fibra ottica in centinaia di migliaia di edifici, ammodernando l’intera rete telematica e permettendo connessioni domestiche da 1gb/s, velocità che fino a pochi anni fa erano possibili solo con spese di migliaia di euro per l’utente. Questo progetto permetterà ai provider, Telecom in primis, di offrire a prezzi accessibili connessioni che sono fondamentali per l’espansione dei settori digitali dell’economia: se la connessione non è buona il cloud computing è inutile. Il progetto, OpenFiber, ovviamente non è stato commissionato da qualche singola azienda telematica e neanche da un consorzio di provider: mancano della capacità di spesa e le singole aziende sono incapaci di una simile capacità di progettazione a medio-lungo termine. Infatti OpenFiber è creazione della Cassa Depositi e Presiti e dell’ENEL, anche essa controllata statale.

Alla faccia del libero mercato, con cui si esercitano in voli pindarici certi ammiratori di Musk o di Jobs, si dimostra ancora una volta come lo stato, essendo questo l’organizzazione territoriale della borghesia, sia fondamentale per la creazione di economie di scala.

E non è neanche un caso che nei paesi europei i grandi colossi delle telecomunicazioni, quelli che controllano fisicamente la rete, siano tutti dei controllati statali: sarebbe insensato lasciare un settore strategico all’anomia della singola azienda privata, soprattutto quando su quelle reti passano dati estremamente sensibili e il cui controllo garantisce anche la capacità di controllo su individui e comunità. Sarà mica un caso che in occasioni di ondate di mobilitazioni come quelle avvenute negli anni scorsi con le così dette Primavere Arabe, o come quelle avvenute ad Hong Kong o in Iran, per prima cosa la classe dominante si sia premurata di porre sotto ulteriore controllo le reti telematiche, in alcuni casi chiudendole direttamente?

Come ci può porre di fronte a questo? Lasciando da parte le ipotesi reazionarie proprie del primitivismo e delle sue varianti, che quando non sono abominevoli sono semplicemente fallimentari, è necessario rilanciare la capacità di appropriazione, o meglio di riappriopriazione, delle tecnologie. Tra gli anni novanta e duemila vi fu un fiorire di progetti autogestiti che attuavano in pratica il riappropriarsi delle tecnologie per utilizzarle per l’emancipazione sociale e per supportare le lotte sociale. Esperienze come riseup.net, Autistici/Inventati, ECN, han costituito l’ossatura di progetti come Indymedia. L’open source si è espanso dal software all’hardware, pensiamo a progetti come Arduino o RaspberryPi e alle miriade di schede multifunzione che sono usate da milioni di hobbysti e professionisti in tutto il mondo. Esistono progetti tesi a fornire gratuitamente l’accesso a internet ad aree che sono stata ignorate in quanto poco appetibili da un punto di vista commerciale, tramite le reti mesh. Senza stare ad attendere l’ora che volge è possibile, insomma, fin da ora costruire da noi e per noi le nostre infrastrutture, sfruttando quelle che già vengono create laddove necessario, ampliarle e popolarle di servizi, per uscire gradualmente dalla gabbia imposta dai grandi attori digitali, siano essi statali e aziendali.

 

lorcon

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Il governo dei bottegai

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 29 anno 98

Il governo dei bottegai

Autunno, tempo di bilanci

La classe dominante fa i suoi bilanci: lo stato fa il DEF; i conglomerati economici producono previsioni trimestrali o semestrali, Oliver Bäte firma l’introduzione dell’annuale studio dell’Allianz, di cui è amministratore delegto, sullo stato dell’economia globale, i commercialisti si preparano alla chiusura dei bilanci aziendali.

È tempo che anche noi come classe cominciamo a fare i conti e i bilanci di quello che questo governo giallo-verde-nero ci sta tirando addosso.

Al di là del velo di propaganda e di parole d’ordine è palese, fin da una prima analisi, che questo governo si colloca pienamente nel solco tracciato negli anni precedenti da coloro che li anticiparono nel ruolo di governanti.

Condoni e condonini fiscali, e relativo avanspettacolo televisivo di uno dei due esponenti principali di questa coalizione di governo, sono il favore dovuto al blocco elettorale che ha sostenuto la compagnine governativa della Lega, ma in parte anche dei Cinque Stelle: piccoli-medi imprenditori, commercianti, bottegai, quadri dirigenti. Parte della classe dominante, mezzeclassi, per loro natura reazionarie. Non abbastanza grossi da potere operare le sofisticate forme di evasione la cui maestria risiede nei grandi conglomerati industriali e finanziari ma con un ampio peso elettorale, anche grazie al loro substrato familista che fa di ogni imprenditore il portatore di un pacchetto di voti. È stato il segreto del successo della Lega: farsi portatrice delle istanze dei vari capitani di impresa che possono resistere alla ferrea logica della concentrazione di capitale solo attaccando il costo del lavoro, evadendo il più possibile, favorendo sempre ridotti strati di aristocrazia operaia e sfruttando pesantemente la manodopera migrante, tenuta appositamente in condizioni di ricattabilità grazie a una legislazione creata appositamente. O si penserà mica che i fenomeni di caporalato in agricoltura esistano solo nel sud italia? O che questi siano molto differenti dalle dinamiche che vediamo nei distretti della logistica del piano padano?

In questa dinamica gioca un pesante ruolo anche il partito che era al governo fino a ieri, il PD, che con le cooperative della logistica ha costruito per anni la propria fortuna. Ma la Lega rappresenta quella parte di borghesia che necessita di poter sfruttare in modo ancora più feroce i lavoratori.

Il famoso reddito di cittadinanza, pezzo forte della propaganda pentastellata, si è dimostrato alla fine essere quello che noi già avevamo preannunciato da tempo: il proseguimento del reddito di inclusione inaugurato dal PD in certe regioni, scopiazzando il modello tedesco, trasformato, probabilmente, in una specie di tessera annonaria, condito da ulteriori regalie alle aziende, che dalle ultime dichiarazioni dei 5S potranno trattenere per n-mesi il reddito dovuto al lavoratore neoassunto mediante questo infernale meccanismo.

La Lega, che a parole tanto si opponeva a quello che vedeva come un sussidio a favore degli odiati terroni, alla fine è stata pure contenta: ulteriore taglio del costo del lavoro sulle pelle dei lavoratori.

L’accordo sullo stabilimento ILVA di Taranto è altrettanto indicativo. Dopo avere fatto incetta di voti in quella città, i 5 stelle si sono prodotti in un logico voltafaccia. Confermato l’accordo siglato dal governo precedente, al diavolo qualsiasi piano che prevedesse sostanziali investimenti per ridurre l’impatto ambientale di uno dei siti produttivi più inquinanti d’Europa. Gli altoforni continueranno ad andare a carbone, i tarantini continueranno a respirarne le venefiche emissioni, a morirne, schiacciati dal ricatto salute in cambio del lavoro. La reale natura filo-padronale dei Cinque Stelle si mostra ancora una volta. Con tanti saluti agli illusi, singoli e organizzazioni sedicenti di classe, che pensavano da sinistra di poterli sostenere. Da un secolo abbondante il riformismo tira questi scherzi ma all’opportunismo non vi è limite.

E stessa cosa si dica per le grandi opere: dal no secco al ni al si il passo è cadenzato dal livello di penetrazione nelle istituzioni. Si è visto con il TAV e il TAP, lo si vede, ancora, con la farsesca vicenda delle future olimpiade invernali.

Nonostante tutta la lettura accademica contemporanea che si occupa di Studi Urbani – dal seminale lavoro di Harvey Molotch in poi – sia concorde nel sostenere come queste operazioni abbiano ricadute negative su chi la città la vive – o per lo meno la usa per sopravvivere – e non per l’estrazione di valore, i paladini del cittadinismo e del buon governo fanno a gara per accaparrarsi questo o quel grande evento, raccontando le stesse palle di un sindaco del PD o di FI.

Come ritmo incessante di questi eventi abbiamo una politica sempre più repressiva nei confronti delle componenti straniere della classe operaia, supportata dagli opportunisti del sovranismo sinistro, l’attacco a chi si è trovato a dover occupare una casa, l’aumento delle pene per chi effettua un blocco stradale durante una manifestazione. Il pacchetto sicurezza della Lega Nord ha lo scopo di creare decine di migliaia di clandestini, marginalizzando ulteriormente settori di “indesiderabili”.

Ovviamente, un tale masnada di reazionari non poteva farsi mancare l’elemento ferocemente misogino, sessista e patriarcale. Tra associazioni “pro-vita” dei feti – i già nati che non siano bianchi e cis-eterosessuali invece possono morire male – che alzano la cresta, parlamentari che propongono la restaurazione del diritto di famiglia pre riforma del ’75, ve ne è abbastanza per classificare costoro come il governo più reazionario degli ultimi anni: e dire che prima ci eravamo sorbiti personaggi come Giovanardi e la Binetti.

L’opposizione intanto gioca la triste e ritrita carta della “difesa delle istituzioni democratiche nate dalla resistenza antifascista”, pensa di lanciare come candidato di punta l’ex ministro dell’interno, stimato anche dall’attuale compagine di governo, e si produce in vette di bispensiero ben simboleggiate dal modo in cui un giornale come la Repubblica ha affrontato la vicenda di Riace e tirato fuori dalla naftalina Saviano.

Quelli che per anni si sono presentati come opposizione sociale ancora si stanno chiedendo se è vero che il partito che hanno neanche tanto velatamente appoggiato, i Cinque Stelle, li abbia davvero traditi mentre un’altra parte di quella galassia si lancia nell’ennesima fallimentare campagna elettorale per le amministrative.

Lo sciopero generale del 26 ottobre e le mobilitazioni contro il governo che si daranno nel prossimo periodo saranno sicuramente questioni di minoranze che si muoveranno in un deserto sociale, in un clima che in alcune zone sarà indubbiamente ostile. Ma è necessario giocare la partita.

lorcon

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Musk e la razionalità del capitalismo

Articolo originariamente pubblicato su Umanità Nova 26 anno 98

Eleon Musk, magnate della Silicon Valley, è una figura di imprenditore che ha assunto tratti quasi mitologici: self made man, geniale innovatore, visionario e grande comunicatore.

Personaggio capace di un’estenuante autopromozione ha stregato ampi settori della “nerd culture”e gli stessi media mainstream: promette di creare sistemi di trasporto ultraveloci, il loophole, di rilanciare la corsa allo spazio con Space X e i progetti di colonizzazione di Marte, di diffondere l’uso dell’auto elettrica con Tesla Motor – scegliendo di chiamare la sua azienda appunto come il grande inventore e scienziato del secolo scorso – ha creato uno dei sistemi di pagamento online più usati al mondo con PayPal.

In realtà, Musk è fondamentalmente uno spregiudicato robber baron del ventunesimo secolo, sicuramente geniale, anche se con dei limiti di cui diremo più avanti, all’interno delle premesse implicite proprie del modo di produzione capitalistico.

La fabbrica di automobili Tesla va avanti grazie a profonde infusioni di fondi pubblici, ha pesantissimi ritardi nelle consegne, vive grazie alla pubblicità, e, nostante quanto Musk e i suoi pretoriani senza farro si ostinano a ripetere, non sarà in grado di mettere nemmeno una pezza alla crisi ambientale generata dal capitalismo stesso, visto il costo ambientale delle batterie al litio e l’insostenibilità insita nei mezzi di trasporto individuali diffusi a livello di massa.

Progetti di trasporto pubblico come il Loop Hole, tunnel sottovuoto per permettere il viaggio a velocità elevate di treni, non sarebbero certo in grado di risolvere il problema della congestione dovuto al pendolarismo in aree urbane ad altissima densità abitativa: i sistemi di trasporto locali richiedono molte fermate, cosa incompatibile con velocità elevate – sempre che non ci si voglia divertire a spaccare le ossa dei viaggiatori con ripetute sollecitazioni G positive e G negative – e il pendolarismo è una diretta conseguenza dell’organizzazione irrazionale e non pianificata dello sviluppo urbano.

Ma andiamo oltre: Musk, negli ultimi mesi, ha fatto parlare di sé per comportamenti sempre più bizzarri, ad esempio fissare arbitrariamente il prezzo delle azioni di Tesla a 420$, in omaggio al consumo di cannabis (420 è utilizzato come sinonimo di marjuana da certe subculture di internet), atto che ha causato un mezzo terremoto in borsa, spaventato gli investitori, e causato l’intervento dell’agenzia di vigilanza federale sulla finanza. La classe dominante nel suo insieme deve pur difendersi in qualche modo da comportamenti bizzarri dei suoi singoli membri.

Ah, ovviamente, il libertariano Musk – che politicamente si dichiara tale pur finanziando sia i democratici che i repubblicani e non disdegnando di sedere per più di un anno un board dell’amministrazione Trump – è assolutamente favorevole al consumo di sostanze psicotrope per sé stesso, anche durante le interviste in diretta, ma nelle fabbriche Tesla i test antidroga selettivi sono utilizzati per colpire i lavoratori sindacalizzati. Il nostro è infatti anche un discreto campione di pratiche antisindacale nelle sue aziende.

Ma, forse, l’apoteosi dell’irrazionalità di questo imprenditore la si può apprezzare al meglio nel lancio nello spazio, con fini puramente pubblicitari, di una macchina elettrica Tesla grazie a un vettore Space X. Ora, per quanto i vettori Space X siano effettivamente un gioiello della tecnica, essendo riutilizzabili e non monouso come i vettori tradizionali – e questo grazie agli ingegneri e ai tecnici che li realizzano, di certo non grazie a Musk – bruciare qualche tonnellata di propellente per razzi per mettere in orbita un’automobile e farsi uno spot pubblicitario non è esattamente una pratica ambientalmente sostenibile. D’altra parte noi vecchi gufi sosteniamo da tempo che il capitalismo verde non è altro che un’elaborata pagliacciata.

Questo breve excursus su questo moderno robber baron per dire cosa? Per ricordarci che il capitalismo, per quanto dotato di un certo grado di coerenza interna, è un modo di produzione tutt’altro che razionale, che non potrà mai risolvere le contraddizioni che ha generato, e che dalla crisi ambientale non si uscirà grazie alle trovate di qualche “genio” dell’imprenditoria. Nessun Musk ci salverà, ci salveremo da soli.

lorcon

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Santa Viola @ Santa Maria

Santa Viola (cercateveli e ascoltateveli, che ne vale la pena) live a Santa Maria di Novellara

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