L’osceno spettacolo del bispensiero

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 23

In perfetta continuità con quanto accaduto l’estate scorsa, la lunga estate calda in cui si è preparato il terreno a Minniti prima e a Salvini poi a furia di inchieste giornalistiche basate sul sentito dire e di inchieste giudiziare finite archiviate su inesistenti legami tra trafficanti e ONG, continua la campagna di terrorismo voluta dalla borghesia italiana. Lo spettacolo aumenta di intensità, il cambio di passo viene segnato dalla sostituzione dell’algido ministro Minniti con un tizio che sembra un imprenditore varesotto alticcio che si lancia in invettive contro gli immigrati durante una cena aziendale, tipico rappresentante della furbizia bottegaia.

Si sdogana ancora maggiormente il discorso apertamente razzista, quello che prima si poteva dire durante la cena di famiglia si è potuto iniziare a dirlo a bassa voce al bar e ora si può sbraitare ad alta voce.

Salvini si è divorato i Cinque Stelle a livello di presenza video, questi radicano i loro strati intermedi e provano ad occupare le casematte del potere, aprono a grandi opere e olimpiadi e appoggiano, con qualche ipocrita distinguo di quelli che coprono le più alte cariche istituzionali, le politiche leghiste. D’altra parte già prima avevano salvato l’opera del Minniti dagli strali lanciati contro il PD. Il governo reggerà o forse no ma intanto si continuano a distribuire menzogne razziste e propaganda antiproletaria, in perfetta continuità con l’opera dei precedenti governi.

I media liberaldemocratici urlano indignati, si proclamano i nuovi partigiani, fanno finta di non avere mai proclamato quanto sarebbe stato bello bombardare i porti libici o mandare una bella missione militare su quella che considerano ancora quarta sponda, cianciano di fronti repubblicani, dimenticano di avere appoggiato la politica sanguinosa del precedente governo in tema di gestione dei flussi migratori, addirittura si riscoprono di sinistra e ci spiegano come la Flat Tax sia brutta. Grazie, lo sappiamo anche noi e sappiamo pure che con la Sacconi-Fornero – e si ricordi che la riforma Sacconi venne approvata con i voti della Lega – il Jobs Act e altre amenità si è portato avanti un grande attacco alle nostre condizioni di vita. Quindi fateci il piacere di tacere, sopratutto quegli editori che spingono per tale ipocrita linea mentre chiudono i centri di stampa per poi piangere lacrime di coccodrillo davanti a un tecnico degli stessi che si ammazza sul posto di lavoro. O che pubblicano editoriali indignati contro Salvini ed eleggono il novello papa-buono a guida metapolitica mentre il loro codazzo di giornali locali controllati è diventato la versione del Resto del Carlino con una grafica meno cafona.

Pura cretineria? Dissonanza cognitiva? Calcolo di mastri d’opera fine? Tutte le ipotesi sono sul tavolo, alla storia l’ardua sentenza.

Quello che sappiamo è che mentre costoro scribacchiano indignati editoriali si continua a morire nei campi, nelle officine, nel Canale di Sicilia. Anzi, tra una sparata di quei partiti che si proclamano “voce della gente” e l’altra i morti di lavoro sono pure aumentati, d’altra parte il profitto val bene una messa di suffraggio in onore dei caduti. Caduti sulla strada della ripresa economica, diranno i più sfacciati. D’altra parte se, coerentemente con la storia della democrazia, si è deciso che la vita degli stranieri conta meno ciò vale pure per la vita degli sfruttati. Non vi è novità.

La piccola borghesia nel suo eterno esercizio della nobile arte del piagnisteo, arte in cui eccelle da brava mezza classe, si schiera, ancora una volta, compatta dalla parte del gran capitale. Certo potranno dire “Soros e il capitale mondialista vogliono la sostituzione etnica, noi siamo contro il gran capitale” ma, da bravi fessi quali sono, perdono di vista il fatto che lavorano attivamente per conto della grande borghesia italiana, e non solo per questa. D’altra parte il capitale è meccanismo impersonale e, allo stesso modo, permea e forgia tutti i rapporti. Nel frattempo cresce il tasso di astensione nelle aree popolari e i Cinque Stelle perdono d’appeal a sinistra, soprattutto nelle famigerate periferie. Un gruppo di raffinati intellettuali di destra, tra cui degli autodefinitisi “evoliani a cinque stelle”, fa uscire una simpatica opera editoriale intitolata “Offrire sostegno spirituale alla buona politica” grazie alla quale possiamo dire, pacificamente, che, dato che tale opera non si prepara in due mesi, i Cinque Stelle sono sempre stati un partito di destra, cosa che d’altra parte già dicevamo anni fa, nonostante qualche cantore della realpolitik poststalinista li inseguisse.

Dopo le molto relative aperture degli anni scorsi si riesumano pure i vecchi attrezzi del cattolicesimo più reazionario come quel personaggio finito a fare il “ministro della famiglia” (grazie, ne sentivamo proprio il bisogno di tal ministero), a dimostrazione che il clericalismo è sempre la stampella del capitale, checchè ne dicano certi personaggi.

Non è questione di decadimento morale: siamo in tempi in cui la crescita langue, il saggio di profitto soffre e le fette di torta si restringono per i lavoratori e per le mezzeclassi. Queste si compattano intorno ai nazionalismi e si tenta di trovare un modo per disciplinare quella merce-lavoro in eccesso, i proletari, che rischia di creare ulteriore instabilità sistemica. Per ora si contentano di lasciare morire la gente nel deserto o di farla affogare, domani chi sa. Magari nel frattempo si introducono delle belle misure di “workfare state” per meglio disciplinare i proletari, e legarli al destino-della-nazione, che han la ventura di essere italiani e non di qualche altro stato.

Il gran ballo del capitale continua, sulle teste dei sommersi e tra le illusioni di coloro che si credono salvati.

lorcon

Posted in articoli | Tagged , , , , | Leave a comment

Questione carceraria e lotta di classe

Il seguente articolo è stato pubblicato sul numero 21 anno 98 di Umanità Nova

In occasione del congresso costitutivo della CIT/IWC a Parma abbiamo avuto modo di intervistare due compagni, uno statunitense e uno tedesco, in merito alle lotte dei carcerati. L’IWOC, Imprisoned Workers Oraganizing Committee, è la branca dell’IWW che si occupa dei lavoratori incarcerati; il GG/BO, Gefangenen-Gewerkshaft/Bundesweite Organisation, è un’unione sindacale di detenuti nata in Germania nel 2014.

In entrambi questi paesi è diffuso il lavoro carcerario; nel caso statunitense, poi, siamo di fronte a un sistema carcerario fondato fin dai suoi albori, come vedremo, sul lavoro coatto. Riconoscendo che lavoratori-carcerati sono lavoratori a tutti gli effetti questi sindacati hanno coerentemente sviluppato strumenti di analisi e di lotta per intervenire in queste situazioni.

Nel corso degli ultimi decenni con i fenomeni legati alla così detta “guerra alla droga” e alle varie “emergenze” securitarie si è assistito a un ritorno in auge delle politiche di reclusione di massa come dispositivo di controllo sociale, basti pensare alla pluridecennale esplosione della popolazione carceraria negli Stati Uniti.

Inoltre il dispiegarsi di questo dispositivo di disciplinamento si inserisce in una fase storica in cui le modifiche ai sistemi produttivi hanno trasformato parte della manodopera in merce-lavoro in eccedenza che va in qualche modo stoccata e controllata. Fenomeno questo che si unisce, nel caso statunitense in modo palese ma anche in molti altri contesti, con la razzializzazione di settori del proletariato che già erano stati messi da parte rispetto al godimento del vecchio patto sociale di stampo social-democratico e che sono poi stati duramente colpiti dalla liquidazione dello stesso.

Per quanto riguarda un paese europeo come la Germania che viene spesso dipinto come un paese con un forte sistema welfaristico e di cui spesso si prende a modello il sistema dell’Hartz IV, reddito minimo in cambio di lavoro obbligatorio in pessime condizioni, non si può non notare come lo sviluppo di un sistema carcerario-industriale altro non sia che il logico corollario a queste soluzioni.

È quindi necessario, per chi si riconosce in una linea anarcosindacalista e sindacalista-rivoluzionaria, considerare l’esistenza di milioni di lavoratori che si trovano a lavorare in condizioni servili, in alcuni casi schiavistiche, in quanto incarcerati e considerare questo come logica conseguenza del modo di produzione capitalista e non una sua stortura.

Una questione, fondamentale, che viene affrontata nell’articolo è il senso di una lotta economicista all’interno di un’istituzione totale quale un carcere e il come conciliare questa lotta con una prospettiva rivoluzionaria e abolizionista delle galere stesse.

D: Cosa è l’Iwoc e quale è la sua storia?

L’IWOC è stato creato nel 2014 da membri dell’IWW in contatto con carcerati membri del Free Alabama Movement, e con l’anarchico nero Lorenzo Erwin. È nato come comitato per facilitare dall’esterno la formazione di sezioni sindacali all’interno dei carceri e per aiutare i carcerati inviando materiale, lettere, facilitando visite familiari, impostare reti di mutuo appoggio.

D: Nei vostri documenti viene utilizzato l’espressione “prison-industrial complex”, “complesso carcerario-industriale”, che significato ha questa espressione e da dove deriva?

Basiamo le nostre analisi sul fatto che l’industria delle prigioni esistente al giorno d’oggi negli USA è la continuazione della schiavitù dei secoli scorsi; gli esempi su cui si è basata questa analisi sono le prigioni in Luisiana e in altri stati schiavisti. In questi stati dopo la fine della schiavitù la produzione di cotone è continuata tramite l’uso di prigionieri, lo stato si è fatto garante di questa continuità e ha preso il posto dei vecchi proprietari terrieri. L’esistenza del complesso carcerario-industriale si è quindi intrecciata fin dalla nascita con la razzializzazione e il mantenimento della supremazia bianca negli stati uniti, caratteristiche, queste, fondanti del capitalismo statunitense stesso.

D: con la guerra alla droga iniziata e diffusasi tra gli anni settanta e gli anni ottanta vi è stata un’esplosione dell’incarcerazione di massa, per altro con caratteri estremamente razzisti, cosa puoi dirci su questi temi?

La war on drugs iniziò colpendo inizialmente gli attivisti: appena un paio di anni fa un vecchio membro dell’amministrazione Nixon ha scritto chiaramente in un libro che avevano deciso di usare la guerra alla droga per colpire i militanti. Associarono l’eroina ai militanti neri e la marjuana a quelli bianchi, aumentando le pene per il possesso di entrambe queste sostanze, incarcerando moltissimi militanti grazie a queste nuove leggi. Ora, per dire, in stati come la California la marjuana è legale ma ci sono persone che hanno passato decine di anni in prigione per il possesso di questa sostanza, tra cui molti militanti, politici e sindacali. Alcune droghe vennero legate, come abbiamo detto, a gruppi razzializzati: ad esempio la cocaina veniva considerata una droga per i bianchi mentre il crack [che è sempre un derivato della cocaina, ma più economico e con effetti più devastanti a breve termine, ndt] è stato associato ai neri e ai poveri, ma per il possesso di crack le pene sono doppie rispetto a quelle per il possesso di cocaina. Vi è quindi un forte elemento razzista e classista nella guerra alla droga che ha fatto si che questa colpisse specificatamente le comunità nere e mandato in prigione per decenni i membri di queste comunità

D: Negli Usa vi è anche la questione delle prigioni gestite da privati, fenomeno assente in molti paesi europei o comunque nuovo. Come si inserisce la presenza di questo tipo di prigioni nelle questione del complesso carcerario-industriale?

Ci sono moltissime prigioni private negli Stati Uniti. L’amministrazione Obama aveva dichiarato che le avrebbe chiuse ma questa decisione ha riguardato solamente sei prigioni federali, per altro i prigionieri sono poi stati semplicemente spostati in altre prigioni federali. Vi sono corporation, come McDonalds e Bank of America, che hanno contratti per gestire ed estrarre profitti dalle prigioni tramite il lavoro dei detenuti e grazie ad accordi fatti con gli stati o direttamente con le prigioni stesse. I prigionieri che escono semplicemente non troveranno lavoro e questo nonostante venga raccontato che far lavorare i prigionieri serva per educarli, dargli delle competenze e reinserirli. Il sistema carcerario-industriale immagazzina, letteralmente, forza lavoro in eccesso permettendo di avere un esercito industriale di riserva per il settore privato come per quello pubblico. Tramite l’utilizzo del lavoro dei prigionieri, che lavorano per un salario bassissimo, che sono ricattabili e che sono tanti grazie alle politiche di incarceramento di massa degli ultimi decenni, viene attaccata la classe lavoratrice nel suo complesso, deprezzando il costo del lavoro e imponendo, quindi, bassi salari anche ai lavoratori che non sono in carcere, a questi viene detto “se non lavorate per il minimo salariale, per quello che vi diamo, faremo lavorare al vostro posto i prigioneri”. Quando ci sono gli scioperi dei carcerati-lavoratori questi non si presentano al lavoro, lasciando così marcire le colture nei campi, mandando in malora il cibo che deve essere lavorato nelle fabbriche-prigione, in queste fabbriche-prigione i lavoratori-prigionieri si occupano di tutto, dalla produzione fino alla manutenzione, per cui rifiutandosi di lavorare possono effettivamente bloccarle. Ovviamente una protesta di questo tipo espone i prigionieri a ritorsioni, possono ricevere ulteriori condanne, vedersi rifiutare la libertà vigilata, essere trasferiti o messi in isolamento. È necessario quindi il supporto dall’esterno.

D: Immagino che oltre a questo genere di ritorsioni date dalla condizione di estrema ricattabilità di questi proletari vi sia anche il problema delle divisioni tra gli stessi, con fenomeni come le gangs che nei fatti permettono di mantenere l’ordine dividendo la popolazione carceraria, razzismo e sessismo tra i prigionieri stesi eccetera. Come si fa a scardinare questo sistema?

Durante lo sciopero della fame di Pelican Bay[1] si videro rompere la barriere di razza, i carcerati fecero un documento comune, un accordo tra prigionieri, in cui decisero di interrompere le aggressioni reciproche mentre erano il lotta, per tutta la durata della stessa. Vinsero. Nell’IWOC, come nell’IWW abbiamo certi punti cardine, dei principi base ed i membri devono agire in accordo con questi principi. Chi aderisce all’organizzazione sa che ci sono membri bianchi, neri, latinos, transessuali, sa che non saranno accettate forme di suprematismo. Le differenze, le stesse differenze che permettono di dividere e controllare i carcerati, vanno messe da parte per un bene superiore, dal momento in cui si sviluppano delle lotte che riguardano tutti, che hanno un immediato sbocco materiale, ad esempio sul cambiare certi regolamenti o sul comportamento delle guardie.

D: Puoi parlarci del GGBO in Germania?

GGBO: Anche noi siamo nati nel 2014, come sindacato locale di prigionieri a Berlino ma ci siamo espansi in tutta la Germania. In Germania una parte rilevante della popolazione carceraria è impiegata come forza-lavoro. Questi lavoratori fanno principalmente lavori poco qualificati, ad esempio si occupano di produrre i confezionamenti per i supermercati, ma vi sono anche delle prigioni, nel sud della Germania, dove grosse compagnie investono in formazione e i prigionieri costruiscono turbine per aeroplani. Le prigioni stesse vanno dalle aziende e si propongono facendo leva sul basso salario, sulla mancanza di coperture sociali, sul fatto che le aziende possono impostare programmi di formazione ad hoc. Quindi il ventaglio di lavori coperto dal complesso carcerario-industriale tedesco è ampio, va dai lavori poco qualificati fino a quelli specializzati. In altri casi i prigionieri lavorano direttamente per il governo, ad esempio ultimamente sono stati utilizzati come manodopera nella costruzione di un palazzo governativo a Berlino. Noi vogliamo abolire le prigioni ma pensiamo che sia necessaria una lotta per un salario minimo per i prigionieri. Se parli con molte persone e gli dici che lavori per l’abolizione delle prigioni difficilmente instauri un dialogo, ti guardano come se fossi pazzo, ma se gli dici che lavori per far sì che i carcerati siano pagati maggiormente per il loro lavoro, che abbiano una pensione e condizioni migliori, ti rispondo che sono cose che hanno senso, riesci a instaurare un dialogo. Per abolire le prigioni dobbiamo cambiare la società, questo è il nostro obiettivo, ma intanto siamo davanti a dei bisogni materiali di lavoratori-carcerati e non possiamo ignorarli.

D: Non penso che questa sia una grande contraddizione, d’altra parte come sindacalisti noi lottiamo sul posto di lavoro ma noi vogliamo abolire il lavoro salariato. Sono in un sindacato perché voglio delle condizioni di lavoro migliori per me e per i miei compagni di lavoro ma voglio abolire il sistema del lavoro salariato, è la stessa cosa delle lotte di chi è dentro una prigione che vuole migliorare immediatamente le proprie condizioni materiali ma sa che è necessario abolire la prigione in sé. Vi sono delle contraddizioni in questo? Si, ma viviamo in una società, viviamo una vita fatta di contraddizioni.

GGBO: Alcuni compagni sostengono che se rendi migliori le condizioni di vita le persone non si solleveranno, ma non possiamo stare qua a urlare quanto è brutto il mondo. Organizziamo le nostre lotte, organizziamoci tra di noi.

IWOC: Anche noi come IWOC abbiamo scritto chiaramente che vogliamo abolire le prigioni. Ma abbiamo scritto chiaramente che vogliamo abolire, ad esempio, l’isolamento perché la pratica dell’isolamento, che a volte dura anni, impatta direttamente sulla vita dei detenuti e questa è una necessità che è stata chiaramente espressa dai detenuti stessi. Come sono i lavoratori sul posto di lavoro gli unici titolati a decidere su come condurre una lotta così lo stesso vale per i carcerati, perché alla fine sono loro che sanno come possono costruire una rete di supporto dentro la prigione, come coinvolgere altri prigionieri, sono loro ad assumersi i rischi e a subire ripercussioni durante le lotte. Possono essere ripercussioni pesanti: uno può rimanere in carcere dieci anni in più se ha lottato, la questione può essere di vita o di morte. Noi comunque siamo abolizionisti, noi non vogliamo nessuna galera e questa è una cosa che chi è detenuto apprezza.

D: Possiamo quindi immaginare che negli Stati Uniti, ma anche in Germania le aziende esercitino pressione sul governo perché ci siano pene più severe, più prigioni, più crimini e più polizia, in modo di poter alimentare il complesso carcerario-industriale da cui traggono profitto.

GGBO: In Germania il tasso di criminalità sta scendendo di anno in anno ma nonostante questo nel Land della Baviera vi è stato un ulteriore inasprimento delle leggi di polizia, cosa che razionalmente è un controsenso. Ma così come i politici spingono sull’avere più leggi per mostrarsi duri con il crimine davanti all’elettorato le industrie spingono per avere più prigionieri per poter aumentare i profitti.

IWOC: È esattamente quanto abbiamo visto accadere negli Stati Uniti nel corso degli ultimi decenni. A tutti i problemi sociali le risposte date sono state a base di più prigioni, più leggi, più polizia. La spesa sociale è stata tagliata per quanto riguarda le spese sanitarie, l’istruzione ed è aumentata invece la spesa per quanto concerne i carceri e la sorveglianza. Anche quando all’interno delle prigioni le contraddizioni sono esplose sotto forme di rivolte o sotto la forma di violenza tra carcerati o di autolesionismo, la risposta è stata a base di maggiore repressione sia immettendo più guardie che imponendo una medicalizzazione, facendo ampio uso di psicofarmaci sulla popolazione carceraria. Lo stesso taglio alle risorse per la salute mentale ha fatto si che ha sofferenze psichiche finisse più facilmente carcerato, il problema è stato affrontato ancora una volta tramite una maggiore reclusione.

D: Inoltre negli Stati Uniti è da considerare che la figura del District Attonery [Procuratore Distrettuale, equivalente del Pubblico Ministero, ndt], è una figura che viene nominata tramite elezioni popolari, così come gli sceriffi nelle contee. Questo immagino che porti questi personaggi politici a mostrarsi più duri con il crimine per poter fare propaganda e ottenere più voti e garantirsi la carriera.

IWOC: Si questa è una delle maggiori questioni da affrontare. Così come quella della militarizzazione della polizia: l’esercito ha passato gli ultimi anni in guerra, in Iraq e in Afghanistan, evolvendo il suo equipaggiamento ed ora sta passando questo equipaggiamento ai dipartimenti di polizia. In occasione di alcune proteste contro le manifestazioni dl Ku Klux Klan abbiamo visto la polizia di piccole città rurali del sud equipaggiate con mezzi blindati, gli stessi usati dall’esercito, in abbigliamento militare. Questo si è visto in occasione delle proteste a Standing Rock contro la costruzione di un oleodotto: la polizia, sia locale che federale, era equipaggiata come in guerra, sono state usate pallottole di gomma, granate stordenti eccetera.

D: Se ben ricordo qualche anno fa Obama disse che avrebbe bloccato la militarizzazione delle forze dell’ordine ma non è stato così, la militarizzazione è andata avanti. È una tendenza che l’amministrazione federale non ha nessuna intenzione di stoppare ed è dimostrato come in questo non vi sia nessuna differenza tra Partito Democratico e Partito Repubblicano

IWOC: Non vi è nessuna differenza tra democratici e repubblicani. Molte persone sono state entusiaste quando venne eletto Obama ma i rivoluzionari neri hanno detto fin da subito che il suprematismo bianco assume diverse forme e che Obama era parte di quello stesso sistema. D’altra parte ha fatto deportare più migranti di qualsiasi altro presidente, ha ampiamente usato i droni e bombardato vari paesi. I suoi supporter sostengono che ha provato a dare assistenza sanitaria a tutti, ma dimenticano che ha bombardato altri paesi, che ha distrutto famiglie di migranti tramite la deportazione di membri delle stesse. Noi sappiamo che Repubblicani e Democratici rappresentano le due facce della stessa medaglia. In fin dei conti fanno gli interessi della classe dominante, del capitalismo, anche se Trump oltre a ciò ha apertamente dato voce a gruppi fascisti, a idee xenofobe, razziste, sessiste e omofobiche.

lorcon

[1] Prigione di massima sicurezza in California in cui si è svolta una dura lotta dei denuti https://tinyurl.com/y9l6zaa9

Sempre in merito a questo argomento consiglio la lettura di Giustizia a stelle e strisce, il podcast de la mia intervista su Radio Blackout sul tema e Genesi della violenza poliziesca

Posted in articoli | Tagged , , , , | Leave a comment

La lotta degli insegnanti del West Virginia

Pezzo pubblicato su Umanità Nova numero 19 anno 98

Ha avuto un certo eco la lotta condotta dagli insegnanti del West Virginia, e successivamente di altri stati degli USA, per ottenere immediati aumenti salariali. Una lotta che ha messo in crisi i sindacati burocratici segnando lo scavalcamento degli stessi da parte della capacità di autorganizzazione autonoma dei lavoratori. Una lotta che avviene in un momento di ripresa della conflittualità sociale, quindi anche di classe, negli USA e che mostra le contraddizioni presenti nell’entità statale che è al centro del sistema-mondo. Una lotta che mostra l’importanza della capacità di organizzazione autonoma e che è avvenuta in un’area geografica, quella dell’Appalachia, generalmente ignorata dalle cronache d’oltreoceano, quasi esclusivamente concentrate su quanto avviene nelle grandi metropoli delle due coste oceaniche, e che sconta dei pesanti pregiudizi nell’immaginario non solo europeo ma statunitense stesso. Dimentichi dei grandi cicli di lotta che là si sono avuti per decenni tra il XIX e il XX secolo, spesso si indulge in una concezione profondamente negativa di quell’area geografica. Una concezione che è data dalla stessa rappresentazione che è stata voluta dalle classi dominanti di quella specifica area degli Stati Uniti, classi dominanti che hanno fatto loro quel complesso sistema che va sotto il nome di White Supremacy e che si è creata cancellando sistematicamente la memoria delle lotte dei minatori e delle insurrezioni degli schiavi e degli abolizionisti. Eppure quelle memorie come un fiume carsico sopravvivono nel romanzo familiare di chi, a decenni di distanza, ha imposto con la forza della lotta migliori condizioni di lavoro e di vita per decine di migliaia di lavoratori e che, non a caso, è sceso in piazza con le bandane rosse simbolo di coloro che nei primi decenni del novecento sfidarono il padronato. Lotte, quelle di ieri e quelle di oggi, che si sono basate sulla presenza di comunità solidali, sulla creazione di reti di mutuo appoggio che, creando qui e ora le condizioni per un altro mondo, possibile e necessario, hanno permesso lo svolgimento delle lotte e le vittorie. Da segnalare anche il fatto, di non secondaria importanza, della partecipazione di massa degli studenti alla mobilitazione degli insegnanti, travalicando quindi quel ruolo di soggetti passivi che l’educazione assegna, da sempre, loro.

La lotta degli insegnanti e dei lavoratori pubblici del West Virginia, e successivamente dell’Oklahoma e dell’Arizona, hanno messo in crisi la dirigenza locale degli stati, le burocrazie sindacali che pretendevano di rappresentare i lavoratori e la stessa narrazione che vuole i lavoratori del centro del sistema globale capitalista come del tutto integrati e proni. E quella stessa rappresentazione dell’interno degli Stati Uniti in cui indulge buona parte della sinistra europea.

Ancora qualche breve nota introduttiva che permetta al lettore di inquadrare il contesto in cui si è svolta questa lotta. Il sistema educativo statunitense è organizzato in tre modi differenti e complementari: vi è il sistema di istruzione pubblico, massacrato da decenni di aziendalizzazione e taglio delle risorse, quello integralmente privato, scuole laiche ma sopratutto religiose, cattoliche ed evangeliche, e, infine, il sistema misto in cui abbiamo scuole gestite da privati ma con fondi pubblici. La tendenza degli ultimi anni è stata quella di spostare, in alcuni casi sull’ondata di devastazioni di incredibile portata come quelle portate dall’uragano Katrina e dalla criminale gestione del disastro – gestione che sta venendo replicata a Puerto Rico –, le risorse verso questo ultimo modello.

La seguente intervista è stata realizzata durante il Congresso fondativo della Confederazione Internazionale dei Lavoratori svoltosi a Parma il 12, 13 e 14 maggio. L’intervistata è una compagna dell’IWW-NORA, la sezione nord americana dell’IWW, insegnante virginiana e militante anarco-comunista.

D: Puoi dirci delle lotte negli insegnanti in West Virginia, lotte che poi si sono espanse a un livello sovrastatale, quasi federale, sempre nell’ambito dell’educazione?

Quali sono gli scopi di queste lotte, come si sono sviluppate e quale è il coinvolgimento dell’IWW?

È importante sapere che il West Virginia è uno stato di destra, in cui vi sono forti restrizioni legali alla libertà di organizzazione dei dipendenti statali stessi, alcuni sindacati presenti, sono organizzazione burocratiche legate a questo stato di cose. L’organizzazione dei lavoratori così si è sviluppata in modo semi-nascosto, dal basso, tramite gruppi sui social media che hanno contribuito a diffondere informazione, trovare contatti e costruire relazioni. Quando è iniziata la mobilitazione i sindacati conservatori hanno detto ai lavoratori di non scioperare ma questi hanno scioperato lo stesso, dimostrando di essere maggiormente e meglio organizzati rispetto a questi sindacati, di avere ben chiaro che cosa volere e come ottenerlo

Nello specifico la rivendicazione principale era di un aumento salariale del 5%, un aumento non solo per gli insegnanti ma per tutti i lavoratori statali, questo ha contribuito a costruire un tessuto di solidarietà di classe tra i lavoratori, perchè si è visto che gli insegnanti in lotta non combattevano solamente per loro stessi.

Altre rivendicazioni erano un’assicurazione sanitaria per i lavoratori e l’imposizione di una tassa sul gas naturale estratto e trasportato tramite un gasdotto che dei privati stanno costruendo, tassa per finanziare assicurazione sanitaria e aumenti salariali.

D: Se ben ricordo dopo una settimana di sciopero lo stato ha fatto una controproposta che però non è stata accettata dai lavoratori e la lotta è poi proseguita

La dirigenza dei sindacati burocratici ha aperto un tavolo di trattative con lo stato e il governo ha fatto delle proposte viste favorevolmente da questi dirigenti. I lavoratori invece non sono stati di questo avviso in quanto queste controproposte non andavano realmente incontro alle rivendicazioni. Queste proposte infatti non includevano nessun piano su come rendere praticabile l’aumento salariale. Le dirigenze sindacali, che pure avevano proclamato lo sciopero per poterlo dirigere, sono state scavalcate dai lavoratori stessi che hanno deciso di continuare la lotta anche se i dirigenti erano contrari. Lo sciopero si è espanso ed è andato avanti.

D: Questo mi sembra un punto interessante perchè dopo un’altra settimana di sciopero la lotta è stata vinta

Sì, assolutamente. La lotta è stata vinta e le rivendicazioni accettate dal governo. Questo è stato di ispirazione per la lotta in altri stati, in Arizona, Oklahoma, New Jersey e in altri stati. Vi è stato anche uno sciopero a Puerto Rico, su cui però abbiamo poche informazioni.

Inoltre nel mio lavoro di insegnante e di organizzatrice sindacale, io lavoro come insegnante in Virginia, che è confinante con il West Virginia, questo sciopero è stato di grande ispirazione perchè ha spazzato via la paura. Prima per molti di noi era quasi inconcepibile, impensabile, scioperare, ma ora questo sciopero è stato esemplare, una vera ispirazione per molti, perchè ha dimostrato che è possibile lottare e che si può vincere. Vi sono stati altri settori che hanno scioperato contestualmente e simultaneamente, sia in solidarietà con gli insegnanti in lotta che per questioni inerenti in modo più specifico i loro settori di lavoro.

D: Da quel che sappiamo vi sono differenti tipi di scuola negli USA, pubbliche, semiprivate, finanziate dagli stati ma gestite privatamente, scuole completamente private. Questo sciopero è stato solamente nel settore pubblico. Vi sono state mobilitazioni anche nel settore privato?

Io lavoro sia nel settore pubblico come insegnante, ma lavoro anche, come secondo lavoro, come insegnante in una scuola privata. Generalmente vi è una differenza di classe tra i lavoratori della scuola pubblica e quelli delle scuole private, così come puoi immaginare, vi è una differenza tra gli studenti del pubblico e quelli del privato. Da quanto sappiamo e da quanto ho visto questo sciopero non ha impattato sul settore privato, ma in futuro speriamo di potere cominciare ad organizzarci anche nelle scuole private.

D: Vi è stato un supporto da parte degli studenti a questa lotta?

Si, vi è stato un supporto di massa da parte degli studenti e questo supporto è stato uno dei fattori che ha reso possibile la vittoria. Gli studenti hanno lottato insieme agli insegnanti. Quando nel settore educativo ti organizzi per migliori condizioni di lavoro ti organizzi anche per migliori condizioni di apprendimento per gli studenti. Sia gli studenti che i genitori hanno visto quindi con favore questa lotta e hanno organizzato delle massive iniziative di mutuo appoggio insieme agli stessi insegnanti in sciopero.

Molti studenti per mangiare si appoggiano ai pasti distribuiti nelle scuole e dal momento che le scuole erano chiuse per lo sciopero avrebbero rischiato di rimanere senza cibo. Per questo ci si è organizzati per attuare lo stesso la distribuzione del cibo in base a un criterio di mutuo appoggio.

D: Penso che questo sia un bell’esempio di come costruire un supporto comunitario alle lotte

Si, questo è legato anche alle condizioni del West Virginia, uno stato rurale, composto prevalentemente da piccole cittadine, cosa che ha reso imprescindibile l’avere una forte relazione con le comunità stesse, relazioni che d’altra parte esistevano già e questo ha reso possibile organizzare più facilmente reti di mutuo appoggio.

D: Penso che ci sia una percezione fortemente distorta in Europa su che cosa siano le aree rurali degli Stati Uniti d’America, una percezione distorta diffusa anche tra molti compagni e compagne e simpatizzanti, si pensa a queste aree come aree abitate prevalentemente da hillbillies -campagnoli zotici – razzisti che si ubriacano con whisky distillato in casa e picchiano le mogli a cinghiate, ma da quanto sappiamo vi è una grande storia di lotte in queste aree geografiche e vi è anche una memoria di queste lotte, presente nelle stesse memorie famigliari delle persone. Hai avuto anche tu una percezione di questo durante questa lotta?

Si, io sono un’abitante del Sud, vivo in Virginia e sono un’anarco-comunista. Un fattore molto importante che ha reso possibile la vittoria in questa lotta è stata propria la storia di lotte sul lavoro radicali e gli scioperanti stessi si sono esplicitamente ricollegati a questa tradizioni di lotta, sopratutto alle lotte dei minatori, lotte che hanno segnato dei veri e propri punti di svolta nella storia delle lotte sul lavoro negli Stati Uniti. Questo ha fornito un senso di autoconfidenza, obbiettivi, ha permesso di inquadrarsi in quella storia di lotte radicali che sono molto sentite nella memoria, e questa cosa è una specificità dell’Appalachia difficile da trovare in altre aree degli USA.

Bisogna considerare che l’Appalachia e il Sud hanno un’importante tradizione di lotta, di organizzazione dal basso e di insurrezioni antischiaviste e antirazziste. La memoria stessa di queste lotte è considerata pericolosa per l’accumulazione di capitale e lo stato ha fatto di tutto per cancellarla. La soppressione di queste memorie, di queste informazioni, è stata così completa che in molti hanno in mente la concezione del Sud e dell’Appalachia come stati bianchi quando in realtà non è così, vi è una forte presenza di persone di colore in questi stati in quanto anche dopo l’abolizione della schiavitù per gli schiavi liberati vi era spesso l’impossibilità reale di viaggiare. Inoltre la cultura e la stessa topografia di questi stati sono profondamente legati a ciò che ha reso possibili le insurrezioni antischiaviste e vi sono state moltissime organizzazioni rivoluzionare sviluppatesi dal basso.

lorcon

Posted in articoli | Tagged , , , , , , , , | Leave a comment

La marcia del vittimismo

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 15 anno 98

So, you’ve been to school / For a year or two / And you know you’ve seen it all /
In daddy’s car / Thinking you’ll go far / Back east your type don’t crawl / Playing ethnicky jazz/
To parade your snazz / On your five-grand stereo / Braggin’ that you know / How the niggers feel cold / And the slum’s got so much soul”

Dead Kennedys – Holiday in Cambodia

Assistere alla March4ourLives del 24 marzo e alle reazioni entusiaste di una buona fetta della sinistra istituzionale europea e della presunta sinistra radicale europea ci fa pensare che sia il caso di aprire una serie di considerazioni. In questo pezzo ci dedicheremo ad alcune considerazioni contingenti ma queste stesse dovranno successivamente essere espanse e divenire considerazioni di carattere generale.

Una breve storia

Tanto per iniziare: un po’ di storia. Il 15 febbraio un giovane nazista della Florida entrava nella sua ex scuola, da cui era stato espulso, e ammazzava a colpi di arma da fuoco 17 tra studenti e personale della scuola. Sui retroscena di questo grave fatto abbiamo già scritto in “Armi, società e potere – Militarizzazione sociale” apparso sul numero 8 di questo anno di Umanità Nova. Per un inquadramento della vicenda rimandiamo quindi alla lettura del citato articolo e in particolare dei paragrafi inerenti alla cultura di destra che sta dietro a questi atti. Per quanto riguarda più in generale la questione della armi da fuoco nella società statunitense rimandiamo invece agli articoli: “La propaganda alla prova dei fatti” parte uno e parte due, pubblicati rispettivamente su Umanità Nova numero 31 anno 95 e sul numero 1 anno 96, a “La stretta autoritaria negli USA” pubblicato sul numero 24 anno 96, a “La social-misantropia” pubblicato sul numero 30 anno 97. Per un maggiore inquadramento della questione della violenza poliziesca, tema che è strettamente legato a quello trattato negli altri articoli, rimandiamo invece a “Genealogia della violenza poliziesca”, pubblicato sul numero 33 anno 93. Tutti gli articoli sono reperibili sia sul sito di Umanità Nova che sul blog dell’autore (photostream.noblogs.org).

Quello che ci interessa qui analizzare invece è quanto è successo dopo la strage di Parkland con l’emergere di quel movimento denominato “March4OurLives”, un movimento che ha suscitato forti entusiasmi a sinistra ma che si muove completamente all’interno del paradigma della compatibilità sistemica. Un movimento che è pienamente conservatore e, in alcuni aspetti, reazionario.

Iniziamo con l’analizzare la piattaforma del movimento, reperibile facilmente sul web. La fonte che ho usato io è l’articolo “Parkland students: our manifesto to change America’s gun laws” pubblicato sull’edizione online del Guardian ma curato direttamente dagli studenti di Parklands. Consiglio vivamente la lettura della pagina web originale in quanto iconograficamente svela molto a un occhio attento. Il punto primo della piattaforma rivendicativa è intitolato “Bandire le armi semi automatiche che sparano proiettili ad alta velocità” ed esordisce con “I civili non dovrebbero avere accesso alle stesse armi a cui hanno accesso i soldati”. E già qua chiunque abbia una concezione anche solo vagamente progressiva della società dovrebbe sentire un brivido lungo la spina dorsale: la piattaforma esprime chiaramente la necessità del monopolio statale non solo della forza ma anche della possibilità dell’uso della forza e della possibilità stessa di accedere a determinati strumenti su cui i “civili” non dovrebbero mettere le mani perché sono pericolosi. E, attenzione, non perché siano strumenti pericolosi, solo un cretino potrebbe negarlo, ma perché i civili stessi sono pericolosi: “Il fatto che possano essere comprati dai civili non promuove la tranquillità domestica ma, bensì, ci espone al tipo di pericoli che sono affrontati da uomini e donne nelle zone di guerra”. Da questo se ne ricava che va bene che i militari statunitensi ammazzino – e si facciano ammazzare – all’estero, fuori dai confini della tranquillità domestica, ma guai se un’arma simile circola entro i confini statunitensi. Insomma: chi non è un membro effettivo delle forze armate sarebbe oggettivamente più pericoloso e va tenuto sotto controllo. Basterebbe già questo a classificare una siffatta piattaforma come autoritaria, ma andiamo avanti, aggiungendo un altro dato banale ma spesso taciuto: le armi semi-automatiche in grado di sparare proiettili ad alta velocità sono disponibili sui mercati civili, e a prezzi accessibili, in quasi tutte le nazioni europee. In alcuni casi, come in quello italiano, in calibro leggermente differente, ma non meno potente, rispetto a quello militare, e con gli stessi identici effetti in termini di balistica terminale. E in questi paesi di mass-shooting non ve ne sono stati mai o ve ne sono stati pochissimi. Ma non si può pretendere che chi scrive una simile piattaforma abbia la consapevolezza del fatto che il mondo continua anche al di là del suo naso.

Il secondo punto della piattaforma è: “Proibire gli accessori che simulano la ripetizione automatica dei colpi”. Ancora torna fortemente il tema della necessità del monopolio statale dell’accesso a determinati strumenti, in quanto in mano ai civili sarebbero pericolosi dato che questi sono ontologicamente inaffidabili.

Il terzo punto dimostra ancor più quanto sia pienamente conservatore questo movimento. Infatti, esso chiede di stabilire dei controlli approfonditi su chi compra un’arma, inerenti alla sua salute mentale e alla sua fedina penale. Sull’aspetto della salute mentale torneremo in seguito, ma intanto dobbiamo rilevare come una simile proposta in un paese noto per politiche di incarcerazione di massa, per l’applicazione pluridecennale del diritto penale del nemico, per una pesantissima razzializzazione della società, e della giustizia penale, che si aggiunge all’oppressione di classe, significa fondamentalmente chiedere di impedire l’accesso a strumenti di autodifesa ad appartenenti alle classe popolari e alle minoranze marginalizzate. Il diavolo, per altro, sta nei dettagli: il punto prende in considerazione la “capacità fisica” di chi possiede un’arma. Cosa vuol dire? Non si sa in quanto non è esplicitato. A logica si capisce solo che se, metti caso, sono in sedia a rotelle non dovrei possedere un’arma. Perchè? Non si sa.

Ma non è finita qua: il punto successivo chiede direttamente di modificare la legge sulla privacy per permettere agli organi preposti alla salute mentale di comunicare con la polizia. Stupendo. Così una persona sarà ancora più scoraggiata dal rivolgersi a un centro di aiuto psicologico sapendo che lì non troverà un persona con cui stabilire un rapporto di fiducia ma un possibile delatore. In un paese che ha poi fatto della medicalizzazione della devianza sociale e dell’imposizione dello stigma la sua strategia principe nell’affrontare le questioni di salute mentale possiamo tranquillamente immaginare persone che si troveranno impossibilitate a possedere uno strumento di difesa perché anni prima hanno mandato a quel paese il professore e sono stati spediti a colloquio con lo psicologo della scuola o perché sono “stressate”. E non stiamo esagerando: basta guardare le statistiche sulle prescrizioni di psicofarmaci negli USA per capire come vengono affrontate queste problematiche.

Aggiungiamoci poi il fatto che stragi come quelle perpetrate da Cruz non hanno la propria origine in patologie psichiatriche o in disagi psicologici ma nella completa introiezione dei meccanismi basilari della società capitalista: darwinismo sociale, suprematismo, misoginia. Quindi, invrece di intervenire su questi temi, prendiamocela con adolescenti medicalizzati e psichiatrizzati fin dalla più tenera età, bollandoli come possibili stragisti. Evviva lo stigma: Goffmann, chi era costui?

Seguono alcuni punti sugli escamotage legali che fanno sì che esista uno scarso controllo sull’acquisto di armi da fuoco, la cui trattazione prevederebbe un livello di approfondimento che va al di là dei nostri scopi dato che variano da stato a stato. I tre punti finali invece sono da analizzare attentamente. Il primo chiede di alzare a ventuno anni l’età che dà accesso alla possibilità di acquistare armi. Con l’intelligentissima motivazione: “dato che fino a ventuno anni non possiamo bere alcoolici o prendere in affitto una macchina dovremmo essere messi nelle condizioni di non potere comprare un’arma semiautomatica”. Tradotto: “siccome siamo considerati dei minorati vogliamo essere considerati ancora più minorati”. Una rivendicazione che va sicuramente in direzione dell’emancipazione individuale e collettiva. Altra perla del punto è il classificare l’AR15, la versione civile e semiautomatica dell’M16, come arma di distruzione di massa. Si vede che chi ha scritto questo punto non ha mai visto l’effetto delle vere armi di distruzione di massa: e dire che di video che mostrano i bombardamenti al fosforo su Falluja da parte dell’USAF se ne trovano, come se ne trovano che mostrano gli effetti delle bombe termobariche e FAE sui villaggi afghani. Ma è inutile fare queste osservazioni a chi ha affermato fin dall’inizio che è legittimo ammazzare il prossimo al di fuori dei confini patrii. Ovviamente, nel punto è scritto chiaramente che questa misura non va applicata a chi a 18 anni si arruola nell’esercito.

Il secondo punto della parte finale torna sulla questione della salute mentale, chiedendo maggiori fondi federali dedicati a questo tema e sottolineando, ancora, come chi commette dei mass shooting sia sofferente di “depressione, disturbi post traumatici e altre malattie mentali”. Peccato che non sia affatto così. Si richiede poi una maggiore medicalizzazione delle scuole con l’introduzione di ancora più psicologi e “counselors”, ovvero quelle figure con il compito di consigliare e guidare gli studenti. Insomma, oltre a voler essere a tutti i costi considerati come minorati in quanto giovani, costoro vogliono pure essere considerati malati.

E, infine, il punto conclusivo: “Aumentare i fondi per la sicurezza scolastica”, in cui letteralmente chiedono di militarizzare, con una maggiore presenza poliziesca, scuole e università. Una rivendicazione, anche questa, che va senza dubbio in direzione di una maggiore emancipazione, sopratutto in un momento in cui avvengono imponenti mobilitazioni di massa dei lavoratori della scuola – appoggiati in molti casi dagli studenti – per avere aumenti salariali.

Le mezzeclassi del vittimismo

I dati che emergono da questa mobilitazione sono diversi e van tenuti in conto per una valutazione generale del fenomeno:

  1. si è trattato di una mobilitazione esclusivamente delle mezzeclassi urbane, concentrate sopratutto nella costa est e nelle grandi città della costa ovest. Il Midwest, il sud e l’area delle Montagne Rocciose, così come l’Appalachia e l’Altopiano di Ozark, hanno visto ben poco di questa mobilitazione;

  2. come scrive lo stesso Washington Post, che pure è un giornale che su questa mobilitazione molto ha puntato, la maggioranza dei manifestanti non erano giovani. Secondo la loro rilevazione, solo il 10% dei partecipanti alla marcia a Washington erano adolescenti e l’età media degli adulti presenti era appena sotto i 49 anni. L’89% dei presenti a Washington sono stati elettori della Clinton e il 72% ha un titolo accademico;

  3. la mobilitazione è stata fortemente voluta e promossa dai quadri del Democratic Party e in particolare dalla frazione di destra, quella di cui i Clinton sono stati i massimi esponenti;

  4. anche se in alcune città sono stati portati anche altri temi, i tagli pluridecennali all’istruzione in primis, l’attenzione dei media si è concentrata sulla questione armi.

Siamo di fronte quindi a una mobilitazione che possiamo definire come specifica della classe media e medioalta delle aree urbane, che è sporadicamente riuscita a cooptare elementi delle classi popolari, come a Chicago.

È interessante notare che chi ha animato questa mobilitazione non solo si autorappresenta come vittima ma vuole vedere riconosciuto e mantenere questo status sociale, e non emanciparsi, in quanto in questo vede dei vantaggi. È tipico delle mezzeclassi nei periodi di crisi autorappresentarsi in questo modo: vittime della finanziarizzazione, dei flussi migratori, del disfacimento dei costumi, di qualche oscuro complotto. Il voler vedere riconosciuto e mantenere lo status di vittima, e quindi di soggetto da mettere sotto tutela, è il tentativo di pararsi dai colpi della proletarizzazione incombente di sempre più ampi settori delle classi medie. In molti casi, queli che si sono organizzati, o che più spesso si sono fatti organizzare dalle organizzazioni legate al Democratic Party, per scendere in piazza “contro le armi”, sono gli stessi che hanno sistematicamente taciuto davanti a tutte le guerre condotte dallo Stato, sono gli stessi che si voltano dall’altra parte quando a cadere sotto il piombo della polizia sono appartenenti al proletariato e al sottoproletariato.

Si potrà dire: però non si può negare che i sopravissuti della strage di Parkland che hanno parlato dal palco di Pennsylvania Avenue siano stati vittime. Ma, ancora, il diavolo sta nei dettagli: essi sono stati vittime di una strage, e pur essendovi sopravvissuti ne porteranno i segni per sempre, ma questo non li rende sacri e incriticabili. Un conto è essere effettivamente vittima di un qualche evento e un altro conto è assumere il ruolo di vittima eterna facendo leva sui peggiori attrezzi dell’emotività elevata a strumento di irregimentazione del discorso pubblico per far passare un messaggio che ha precisi scopi, che emergono tranquillamente da un’analisi dei punti della piattaforma rivendicativa, presentandolo come “naturale” in quanto proveniente da vittime.

D’altra parte, come già segnalavamo nell’articolo “La stretta autoritaria” pubblicato nel luglio 2016, il tentativo di porre sotto un maggiore controllo l’accesso agli strumenti di difesa rientra pienamente nell’irrigidimento del controllo sociale che è strutturalmente legato a un periodo che vede una crisi economica globale oramai perenne e un’erosione della legittimità delle strutture politiche correnti. Non è un affare puramente statunitense, come ben dimostra il tentativo fatto a livello europeo di regolamentare maggiormente, e in termini restrittivi, l’accesso alle armi per i “comuni cittadini” con la direttiva 477.

Possiamo altresì sostenere che la critica portata da destra a questa tendenza altro non è che l’altra faccia della stessa medaglia. Gruppi di pressione come l’NRA negli Stati Uniti e i loro – estremamente minori – omologhi europei rappresentano l’altra voce della media borghesia in crisi e poggiano su un retorica securitarista e razzista che è speculare a quella di chi scende in piazza per chiedere di disarmare tutti meno che lo stato. L’NRA è uno dei tanti tasselli del suprematismo bianco, ovvero l’ideologia base degli stati occidentali, e non è un caso che abbia taciuto quando la polizia ha ammazzato Phileando Castile, detentore di un porto d’armi ma nero, e quindi soggetto alla possibilità di essere ammazzato per strada senza motivo.

Spesso si sostiene che la democrazia per sua natura sia opposta al razzismo ma in realtà non è così. La democrazia rappresentativa moderna è legata in modo indissolubile allo stato-nazione, in quanto si basa sul rappresentare l’umanità divisa, non in base al collocamento di classe, ma all’appartenenza ad un gruppo nazionale – presentato come naturale ma in realtà con una precisa genesi storica che affonda nella materialità dei rapporti di produzione – che avrebbe la sovranità su un dato territorio per diritto di sangue. Nei periodi di crescita economica ci si può illudere che la democrazia sia per sua natura includente, dimenticando l’accumulazione originaria rappresentata da secoli di colonialismo che hanno, tra l’altro, permesso la creazione di sistemi di welfare. Ma nei periodi di recessione o comunque di crisi il rimosso dell’origine strutturalmente razzista della democrazia ritorna, sotto forma di ideologia sovraniste e particolarmente reazionarie o sotto la forma dell’ideologia liberal democratica che allo stato demanda il mantenimento del buon ordine sociale, come se lo stato fosse strumento imparziale e non organizzazione specifica della classe dominante in un dato contesto geografico. Questa ideologia liberal-democratica a ben vedere è autoritaria e razzista al pari del sovranismo – o in altre epoche del fascismo propriamente detto – in quanto pretende di mettere i “soggetti discriminati” sotto tutela permanente cooptandoli in parte all’interno della struttura sociale dominante ma dispiegando al contempo dispositivi di controllo sociale estremamente penetranti.

Tra l’NRA e i supporter della teoria secondo la quale solo lo stato deve essere armato vi è meno differenza di quanto si possa pensare e, per quanto riguarda le nostre sorti, tra un Bannon e un liberale editorialista del New York Times la differenza è nulla.

Il feticismo delle masse e l’eterno ritorno dell’opportunismo

Ovviamente non sono mancati coloro che nella sinistra radicale, compresi pezzi della variegata galassia trotskysta, hanno visto con simpatia o hanno partecipato alla March4OurLives. La giustificazione addotta per l’essersi fatti portare a spasso dal comitato elettorale del Democratic Party è stata: “ci stanno le masse quindi il Partito deve stare là”. Una posizione similare è stata espressa anche da chi in Italia si riempie la bocca dei termini “autonomia e contropotere” in un articolo su Infoaut che criticava Obama per non fare abbastanza per diminuire il numero di armi circolanti. Il movimentismo e il feticismo per le masse hanno come unico sbocco l’opportunismo, d’altra parte. Al posto di lavorare sulle contraddizioni esistenti costoro hanno scelto il vicolo cieco che parte dall’abdicazione delle capacità di analisi autonoma e finisce con l’intruppamento dietro a una delle tante fazioni borghesi.

Da un punto di vista puramente classista, basti considerare una cosa: un personaggio come George Cloneey, che ha donato cinquecentomila dollari all’organizzazione di March4OurLives, può tranquillamente non sentire la necessità di doversi difendere in prima persona. È appartenente a una fascia di popolazione ricca che è difesa dalla polizia e, sopratutto, può permettersi, e le ha, guardie private pagate per pigliarsi eventuali pallottole al suo posto e per reagire di conseguenza. Una lavoratrice o un lavoratore di colore di un qualche suburbio o di una zona rurale invece possono contare solamente sulla propria capacità di difesa, e, speriamo, sulla capacità di difesa collettiva della comunità in cui vivono, e di certo non sulla protezione offerta dalle varie polizie pubbliche o private.

Chi negli Stati Uniti invece lavora per costruire forme di autogestione e di radicale alterità rispetto alle condizioni presenti non è un caso che si opponga sia a questi tentativi di stretta autoritaria che alle varie organizzazioni che sono espressione del suprematismo bianco.

Chi chiede più controlli, più polizia nelle scuole e nelle università, di essere considerato e di considerare tutti dei soggetti da mettere sotto tutela, evidentemente ha altri interessi.

Posted in articoli | Tagged , , , , | Leave a comment

Lo sdraiato sull’amaca

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 14 anno 98

Ciclicamente i media italiani ci propinano “l’emergenza bullismo”. Accadeva già una decina di anni fa, dopo alcuni brutti fatti di cronaca, è accaduto di nuovo pochi anni fa, e l’emergenza torna in grande stile adesso. Ovviamente ci si dimentica di citare i dati per impostare uno straccio di analisi materiale del fenomeno che vado oltre al sensazionalismo da titolo strillato. Ma nei tempi dell’emergenza continua, con il suo corollario di peste emozionale, questi non sono necessari, anzi.

In ogni caso, dopo il video dei ragazzini di Lucca che aggredivano verbalmente un professore si è nuovamente scatenata l’indignazione. Abbiamo potuto vedere il giornale dell’opinione pubblica progressista italiana, La Repubblica, pubblicare l’ottusa riflessione del più sopravvalutato opinionista italico, Serra, in cui si sosteneva che questi odiosi episodi avvengono negli istituti frequentati dai figli delle classi popolari mentre i templi della cultura, i licei, ne sarebbero praticamente immuni.

Effettivamente è difficile vedere un gruppetto di studenti di un qualche classico scagliarsi contro un professore. Molto più facile, però, vederlo scagliarsi, in forme aperte o subdole, verso un proprio pari che in qualche modo non corrisponde ai canoni imperanti in quell’ambiente: figli e figlie di operai che osano invadere una scuola appannaggio di classi alte e mezzeclassi, individui LGBT, disabili, devianti vari. Magari non lo farà apertamente in classe ma lo farà nei corridoi, nei bagni, fuori da scuola. Magari non alzerà manco una mano ma userà mesi e mesi di logorante violenza psicologica.

Negli stessi licei si potranno anche osservare professori che sembrano usciti dritti da The Wall accanirsi su studenti, inculcare modelli competitivi, fare favoritismi, coprire condotte inaccettabili – insomma si vorrà mica rovinare la reputazione dell’Avvocato Tal dei Tali perché il figlio è uno stronzo che molesta le compagne di classe.

Evidentemente, Serra non ha mai avuto il piacere di avere a che fare con i figliocci della buona borghesia, provinciale o urbana che sia, che riproducono in tutto e per tutto i valori della loro classe sociale di appartenenza.

Non che le classi popolari siano escluse da certi comportamenti, anzi, – nessuna operaiolatria – ma sostenere che certi comportamenti siano appannaggio di chi è figlio del proletariato è una violenta forma di classismo. L’ideologia dominante ha la capacità di penetrare anche tra coloro che non fanno parte della classe dominante: è l’egemonia. In una società fondata strutturalmente sulla violenza anche nelle scuole si riprodurranno modelli violenti, sessisti, razzisti e classisti.

Sembra che da qualche anno uno degli sport favoriti di una certa schiuma di intellettuali sia diventato il tiro al piccione con degli astrattissimi “giovani” a fare la parte dei volatili.

Non è un caso quindi che questo fuoco di fila si infittisca quando si ha la possibilità di sparare contro coloro i quali sono pure figli dei ceti popolari, e che questi fungano da capro espiatorio.

A guardare i pochi dati disponibili su un fenomeno che è difficile studiare in termini statistici sembrerebbe, comunque, che gli atti di bullismo siano generalmente in calo e che la rinnovata attenzione verso gli stessi altro non sia che il frutto di meccanismi mediatici. Ma anche ammettendo che questo fenomeno sia in qualche modo in aumento, di cosa stupirsi?

In un periodo in cui è completamente saltato il vecchio patto sociale, e l’accesso al mondo del lavoro è quello che è, in cui il modo del lavoro fa più schifo di quanto già non facesse prima, in cui le scuole sono oramai depositi per futura merce-lavoro in surplus, ci dovremmo stupire che al suo interno avvengano fenomeni di violenza?

Nei momenti di forte mobilitazione sociale gli individui accomunati dagli stessi interessi di classe, o dalla condizione di marginalizzati, si riconosco tra di loro. Non è un caso che le mobilitazioni studentesche degli anni ‘60 e ‘70 ridimensionarono e infine misero fine a quei fenomeni di violenza ritualizzata – quella dei goliardi universitari e dei loro imitatori nei licei più esclusivi – che venne travolta dall’apertura delle istituzioni accademiche alle classi subalterne.

Quindi, anche ammettendo che esista un crescente fenomeno di bullismo – cosa ad ora indimostrata, anzi i dati ci fanno presupporre il contrario – non saranno le invettive moraliste sulla carta stampata o l’indignazione da bar 2.0 del “popolo del web” a porre fine a questo fenomeno: sarà la mobilitazione di chi la scuola la vive, anche suo malgrado, tutti i giorni.

Posted in articoli | Leave a comment

Quello che è mancato

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 12 anno 98

 

L’offensiva turca su Afrin è entrata in una nuova fase. Dopo più di un mese di offensiva le forze dell’esercito turco e le bande di mercenari al loro seguito, che a giudicare dalle statistiche giocano nel ruolo di carne di macello per evitare che l’opinione pubblica turca cominci a mal digerire la guerra vedendo troppi soldati morti, è riuscita a penetrare in pieno centro cittadino. Le forze delle SDF si sono tatticamente ritirate nei quartieri periferici, con l’obbiettivo di evitare una strage, e ora si apre una nuova fase fatta di guerriglia. Mentre scriviamo queste righe giunge la notizia, da verificare, che un sabotaggio ha distrutto o pesantemente danneggiato le salmerie e gli arsenali turchi nella città. Nel frattempo continua la guerra interna in Turchia, con Erdogan che dichiara che chi si oppone all’intervento militare è un terrorista.

Ma non è di cronaca che tocca parlare. Il punto è: come è che quello che è una delle più importanti e interessanti esperienze della contemporaneità, pur con tutte le proprie contraddizioni, sta rischiando di essere stritolato sotto i carri armati di Ankara?

A nostro parere emergono abbastanza chiaramente una serie di fattori:

  1. Il fenomeno ISIS oltre a servire propriamente come momentaneo cuscinetto negli attriti interimperialistici ha avuto il fondamentale ruolo di andare a legare il più possibile il più importante soggetto autonomo dello scenario, il progetto di Confederalismo Democratico in Rojava, alle dinamiche del campo di forze imperialista. Per sostenere lo sforzo bellico contro le bande genocide dello Stato Islamico il PYD si è trovato obtorto collo a doversi rivolgere alternativamente a Russia e USA, concedendo a questi ultimi l’uso di basi in Rojava

  2. Questo stesso fenomeno ha reso più difficile la lotta contro il regime di Assad. Si può tranquillamente affermare che l’ISIS è stato il miglior nemico per Damasco. Ha costretto la comunità internazionale ad abbassare i toni contro l’infame regime degli Assad e ha rafforzato la già ambigua relazione tra PYD e governo siriano

  3. Ciò che è maggiormente mancato è stato il radicamento sul luno periodo del movimento di classe e antimilitarista in Turchia. Il radicamento di queste forze avrebbe portato da un lato a più miti consigli il governo dell’AKP, o nelle migliori delle ipotesi lo avrebbe rovesciato, e al contempo avrebbe permesso, o costretto, il PYD a muoversi in una prospettiva maggiormente internazionalista e di classe

  4. Stessa osservazione la si può fare per quanto riguarda l’Iran. L’insurrezione di fine 2017 è stata duramente repressa e non è riuscita a inficiare gli sforzi imperialistici della borghesia persiana

  5. Parimenti le primavere arabe, che pure avevano fatto prendere un grosso spavento alle classi dirigenti delle petromonarchie, che, ricordiamo, sono in competizione tra loro, hanno esaurito oramai da anni la loro forza propulsiva. Anche qua il fenomeno ipermoderno dell’ISIS e dei suoi epigoni di tutto l’islam politico ha giocato un ruolo fondamentale nel deviare verso soluzioni reazionarie i movimenti sociali.

  6. Sempre la medesima osservazione si applica per i paesi del blocco atlantico in cui la sostanziale mancanza di mobilitazioni in questo senso di questo ultimo decennio ha facilitato i compiti alle borghesie statunitensi ed europee

  7. Per quanto concerne la Russia la situazione pare ancora peggiore: nulla si muove che lo Zar non voglia. Ma la storia è sempre pronta a sorprenderci

La dirigenza del PYD non è priva di responsabilità ma si è trovata nella situazione di dover difendere le comunque importanti conquiste sociali da un attacco altrimenti letale, facendolo per altro con un costo altissimo in termini umani. Se è quindi necessario criticare gli errori commessi da chi si è ritrovato nel progetto del Confederalismo Democratico, e criticare anche questo concetto in sé, non bisogna dimenticare che questo progetto ha permesso oggettive conquiste sociali e che il soddisfacimento dei bisogni materiali, e il conservare la propria vita rientra tra questi, immediati non possono accettare il continuo rimando dell’azione basato su un’attesa semi-messianica dello scatto di un qualche meccanismo ad orologeria di cui i sacerdoti dell’azione rivoluzionaria sarebbero gli unici fini intenditori.

L’imponente sommovimento del 2014 in Bakur, e non solo, ha ben dimostrato che fermare i piani di guerra è possibile: il piano neo-ottomano di espansione a sud subì un pesante rallentamento, da cui non è affatto detto che si sia ripreso.

Ciò che è mancato in passato nel recente passato si dovrà dare nell’immediato futuro se non vorremo finire stritolati negli attriti tra i garanti della nostra miseria che rappresentano le varie borghesie nazionali.

Lorcon

Posted in General | Leave a comment

Queste mezzeclassi che disprezziamo

Grande emozione e ondate di simpatia nella sua eccezione più etimologica percorrono il mondo occidentale assistendo allo spettacolo di decine di migliaia di “giovani americani” che scendono in piazza “contro le armi”. Manifestazioni che danno speranza, vecchia trappola sempre in agguato, la speranza, dicono taluni. Manifestazioni contro il trumpismo imperante, ignari di come il GOP stia preparando misure esecutive, una cosa che dovrebbe schifare anche un sincero democratico, che vanno nelle direzioni auspicate da questi figliocci della marcescente middle class che scendono in piazza.

Nel frattempo, nel mondo reale, 288 persone sono cadute sotto il piombo delle polizie statunitensi. Pochi giorni fa un nero che si faceva beatamente una telefonata in giardino è stato ammazzato con venti colpi di pistola da dei poliziotti perchè pensavano che avesse un’arma e poi in realtà cercavano un altro nero e insomma, che cazzo, imparasse ad essero meno nero così non lo confondono con l’altro nero e magari se ne stesse in casa al posto di farsi beatamente i cazzi suoi in cortile. Che poi tanto alla fine anche se non cercavano lui era un nero e quindi, a prescindere, soggetto a questo e altro. Ovviamente non una parola spesa dal New York Times, quel giornale che ci teneva a specificare come Travon Martin fumasse erba, o dal Washington Post, quel giornale che dava per buone le menzogne sulle armi chimiche irakene.

Sia mai che la vite di migliaia di poveri ammazzati annualmente – con tendenza in aumento – dalle varie polizie statunitensi, dei neri sottoposti a racial profiling, freddati in giardino o in macchina, dei nativi finiti a vivere in squallide riserve in mezzo alle badlands, sia mai che queste vite a perdere valgano come le vite dei diciassette morti ammazzati di Parkland, figli della borghesia urbana, di una delle aree più ricche del loro stato, bianchi o, al più, house nigger. Oh, intendiamoci, nessun condono per l’infame perpetratore di quella strage, ma nessun condono nemmeno per i mandanti degli omicidi con lo stemma dello stato. Ma questo lo diciamo noi, che siamo rivoluzionari e classisti, non lo dicono gli amanti del doppio standard che fanno finta che questo nemmanco esista, pena la fine della loro superior moral stance, non lo dicono i bambocci che amano il loro ruolo di vittima che riempiono Pennsylvania Avenue per chiedere più stato, più controlli, più polizia – ovvero più crimine – più servi e più padroni.

Tutti bianchi, mediamente benestanti, loro. Che se ne sbattono i coglioni dei negri ammazzati, loro. Che se ne sbattono di chi crepa di silicosi nelle varie coal county, loro. Che se ne sbattono di chi campa in un trailer camp sull’altopiano di Orzak, di chi muore con una pera in un braccio in una baracca sotto un ponte, sessanta mila nel 2016, sottostimati e solo per cause dirette, che se ne sbattono di chi sopravvive in un ghetto, di chi beve l’acqua avvelenata a Flint.

O magari, in un’impeto di non richiesta pietà versano una lacrimuccia e fanno un flash mob. Per poi tornare alle loro calde coperte, illusi, loro, di essere salvati e non sommersi.

“Le armi d’assalto non devono stare nelle strade statunitensi, sono armi da guerra” dicono, loro, mentre il loro governo con le loro risorse, con il loro mandato elettorale democratico, con la loro approvazione va ad ammazzare proletari: siriani, afghani, yemeniti, pakistani, irakeni. Ma questi sono negri delle sabbie o delle montagne dell’Indu Kush, sono al di fuori dal patto sociale, sono vite a perdere. Come i negri bianchi dei trailer park. Mica come loro, che sono istruiti e presentabili, il futuro-della-nazione.

Mica scendono in piazza, loro, quando vi sono le lotte per il salario minimo, quando ci sono gli scioperi, quando ci sono i picchetti.

Sia mai che il mondo reale irrompa nello spettacolo messo in piedi da questa classe disagiata di figli di una classe destinata ad essere stritolata dall’impietoso meccanismo della concentrazione di capitale.

Di ciò “tutte queste mezze classi che noi sentitamente disprezziamo, dall’alto del nostro puro classismo” se ne lavano le mani.

Gli piace rappresentarsi come vittime, a loro, godono del loro status di vittima, di martiri intoccabili – che a noi, notoriamente, non fan cambiar giudizio – te li ritrovi poi a chiedere counseiling psicologico perchè qualcuno scrive “vote Trump” con il gessetto sul marciapiede del loro college, loro. Mentre nel mondo reale i loro coetanei, fuori dallo spettacolo, crepano sotto una bomba turca in Siria, magari con le armi in mano perchè magari si sono stancati di essere vittime, o su di un barcone nel Mediterraneo.

Mi ricordano certi minchioni che conosco, gente della mia età, che non ha mai fatto un cazzo in vita sua se non campare con i soldi del babbo mentre studiano design di stocazzo, ma li trovi pure a giurisprudenza – e sono i peggiori -, convinti che tutto sia loro dovuto, che il fatto di essere nati in una famiglia medioborghese, di essere dei relativamente privilegiati, senza saperlo, significhi che noi poveri stronzi, noi pezzenti che veniamo dal nulla e verso il nulla andiamo, dobbiamo stare ad ascoltarli, a pendere dalle loro labbra illuminate dal fatto che si sono fatti sei mesi di Erasmus.

Andate a tirare di lima, alle rettifiche 8 ore al giorno a togliere le sbavature dai cordoni di saldatura in attesa di essere sostituiti da una macchina. Vuoti a perdere lo diventerete pure voi, e scomparirete anche se non ne avrete voglia, potendo contare solo su di voi.

Posted in General | Tagged , , , | Leave a comment

Armi, società e potere – Militarizzazione sociale

Il seguente articolo è apparso sul numero 8 anno 98 di Umanità Nova

Le sparatorie nelle scuole americane, così come i morti per omicidio, sono in calo costante da trenta anni eppure diventano oggetto di dibattito e di campagne politiche.

A fronte del massacro avvenuto a Parkland, Florida, si è nuovamente scatenato il dibattito sul perché e sul percome avvengano questi fatti. Sono state avanzate proposte di legge, a livello federale e statale, che vorrebbero imporre la presenza di guardie, poliziotti, guardia nazionale o privati, dentro gli istituti, che vorrebbero imporre la blindature degli edifici, che vorrebbero impedire l’accesso alle armi a chi è sotto i ventuno anni – a meno che non si arruoli, chiaramente – o che pongono il focus sulla questione della salute mentale. Andiamo per ordine.

Negli stati uniti esiste un fiorente mercato della sicurezza privata che fornisce, oltre a guardie private propriamente dette, materiali, mezzi, corsi di addestramento e equipaggiamento. Proposte come quelle di permettere la blindatura delle scuole mediante porte e finestre blindate in tutte le aule, con addirittura la possibilità di sigillare da remoto le aule, significa un giro di affari da centinaia di milioni di dollari. Addestrare il personale a reagire a un active shooter significa spendere centinaia o migliaia di dollari su ogni membro dello staff che venga designato per questo compito. Introdurre guardie private significa altri milioni di dollari per stipendiarle o per pagare le società che le forniscono. Misure, queste, squisitamente keynesiane in quanto stimolerebbero mediante la spesa pubblica il mercato e permetterebbero di riassorbire, in parte, la disoccupazione rampante tra i veterani delle recenti guerre, un problema endemico negli USA, riciclandoli come contractor nelle scuole.

Questa proposta, sopratutto, si inserisce nella generale tendenza alla militarizzazione della società, tendenza cui assistiamo più o meno ovunque. In una fase in cui aumenta grandemente la massa di persone destinate a una disoccupazione o ad una sottoccupazione cronica a causa del cambio di paradigma nei sistemi produttivi – manifatturieri e cognitivi – è necessario aumentare il controllo sociale. La militarizzazione altro non è che l’altra faccia della medaglia rispetto a sistemi di gestione della miseria come il reddito universale. Si dovrà pure gestire in qualche modo la crescente massa di esclusi, di poveri e di semi-poveri, no? Carota e bastone sono sempre buoni metodi.

Diventa pertanto necessario trasformare ancora di più le scuole in caserme, per prevenire sommovimenti sociali e per abituare gli individui fin da giovani alla militarizzazione della società. Negli USA la situazione non è stagnante, nonostante spesso ce la si rappresenti come tale. La rivolta di Ferguson, il movimento BLM hanno riportato in primo piano il tema dell’intersezione tra dominio di classe e dominio razzializzato. Hanno fatto paura perché l’anno scorso hanno dimostrato di non essere recuperabili e cooptabili, disertando in massa le urne nonostante gli sforzi del Democratic Party. Allo stesso modo in questi giorni è in atto una vasta mobilitazione degli insegnanti, in sciopero selvaggio in West Virginia e sul piede di guerra in altri stati, per ottenere assicurazioni sanitarie decenti ed aumenti salariali, al fianco dei quali si sono schierati molti studenti. Le mobilitazioni ambientali contro il fracking e la volontà di riprendere le estrazioni di carbone sono in espansione, l’insediamento di Trump è stato segnato da uno sciopero generale, da scontri in molti città e da imponenti mobilitazioni sulle questioni di genere.

A fianco di queste vi sono state le solite, variegate, proposte di restringimento delle possibilità di accesso alle armi da fuoco, le quali ovviamente buona parte della sinistra nostrana, tra cui pezzi e pezzettini di movimento, riprendono, decidendo così di affidarsi all’opinione del Democratic Party statunitense piuttosto che sentire che cosa hanno da dire organizzazioni militanti e movimenti sociali negli Stati Uniti. D’altra l’egemonia è quel meccanismo per cui l’ideologia propria della classe dominante penetra anche in coloro che vorrebbero opporsi ad essa, per cui non ci stupiamo del fatto che pezzi della sinistra radicale europea vadano dietro al Democratic Party ed ignorino bellamente Redneck Revolt, Rosa Negra/Black Rose e altri compagni, e ho fatto solo due nomi per non fare un elenco lungo.

Il babau della sinistra liberale – la famigerata NRA – è favorevole a queste misure di militarizzazione, così come è favorevole a certe forme di gun control al pari della stessa amministrazione Trump, in quanto rappresenta gli interessi di una frazione della middle-upper class bianca. Sa benissimo che misure come maggiori background check o il vietare l’acquisto di armi ai minori di 21 anni non influirebbero sui propri soci. Anzi; non dimentichiamo che in passato ha appoggiato misure restrittive per l’accesso alle armi purché riguardassero le persone di colore – emblematico fu il caso californiano negli anni ’60 in cui venne limitato il porto in pubblico di armi come risposta alle manifestazioni del Black Panther Party – e se ne è ampiamente fregata di omicidi ingiustificabili come quello di Phileando Castile, un nero dotato di porto d’armi per difesa personale ammazzato a freddo da un poliziotto durante un controllo a un posto di blocco, il tutto immortalato in video.

La NRA ha dimostrato di guardare con favore a qualsiasi misura che tenga appartenenti a minoranze e poveri lontani dalle armi e di non essere neanche interessata a tutelare proprietari di armi che non siano parte della propria demografia di riferimento – questo in quanto rappresenta gli interessi di quelle migliaia di piccole imprese semi-individuali che campano grazie alla militarizzazione sempre maggiore della società e che sono favorevoli a tutte le politiche in quella direzione. Non penseremo mica che i grandi produttori di armi belliche, il complesso militare industriale, abbiano bisogno della NRA per tutelare i propri interessi, che risiedono nelle guerre propriamente dette?

È da notare, per altro, che i siti e i libri scritti da persone legate alla NRA che affrontano a guisa di manuale, ovvero una forma di comunicazione che dovrebbe essere puramente tecnica e imparziale, le tematiche legate alle armi da fuoco, come i manuali sul tiro operativo scritti da Massad Ayoob (manuali che sono punti di riferimento internazionali anche per molti tiratori sportivi) o da altri autori, hanno un sottotesto profondamente influenzato dall’ideologia della middle-upper class americana, trasudano di giustificazioni per gli omicidi compiuti dalla polizia e di sperticati elogi alle forze dell’ordine. Non è un caso che da qualche anno si parli specificatamente di “gun culture” e che esistano anche corsi di studi dedicati allo studio di questi fenomeni (segnalo per chi fosse interessato il fondamentale sito Gun Culture 2.0 del sociologo e tiratore sportivo David Yamane).

L’amministrazione Trump ha fatto di tutto per spostare la discussione della vicenda sulla questione della salute mentale. Ora intendiamoci: tradotto in soldoni questo significa semplicemente medicalizzazione del disagio psichico, disagio che non può non essere presente in una società alienata, e possibile ritorno a metodi ancora più autoritari. La questione della salute mentale è reale, non solo negli USA, e va affrontata; ma abbiamo un secolo di disastri e tragedie causate dalla gestione puramente medicalizzata a indicarci che non è quello il modo corretto di procedere, anche se è l’unico modo pensabile di procedere nel paradigma di una società alienata. Per altro dovremmo sottolineare che chi compie attacchi come quelli di Parkland non è per nulla detto che lo faccia perché clinicamente instabile. In realtà, chi compie simili atti agisce in modo perfettamente coerente ed interno ai paradigmi della nostra società, allo stesso modo in cui non si possono trasformare gli omicidi di genere in questioni mediche – il famoso raptus di follia con cui ci ammorbano i giornali in ogni occasione – non si può pretendere di ridurre una questione sociale con molteplici implicazioni in una questione di gestione del disagio psichico.

Per altro rimane sempre il problema del chi definisce chi è pazzo. Fino a pochi decenni fa un omosessuale o una lesbica erano clinicamente considerati malati – questo lo diceva il DSM non un qualche psichiatra di provincia – ed i soggetti transessuali esperiscono ancora adesso un simile trattamento. In base a questo ragionamento sarebbe stato necessario impedire ad omosessuali e transgender di accedere alla possibilità di difendersi da aggressioni. Come si vede non è esattamente una questione semplice, nonostante quanto sostengano sia i Trump, che ha dichiarato di essere favorevole al sequestro di armi a persone “pericolose” – di nuovo: definiti tali da chi? – senza passare da un “due process”, un giusto processo alla base dello stesso diritto liberale, sia i vari liberal alla Clinton.

La demografia di chi compie massacri nelle scuole dice più di quanto dica tutto il resto. Mentre la stampa europea si intruppa dietro al Washington Post e al New York Times, viene fuori che nel caso di Parkland, per l’ennesima volta, l’attentatore è un suprematista bianco che rientra perfettamente nella demografia dei responsabili di killing spree da active shooter: bianco, under trenta, di famiglia piccolo borghese. In altre parole quella componente demografica, piccolo borghese, suburbana e bianca, che ha visto attaccata la sua posizione relativamente privilegiata – estremamente privilegiata rispetto ad altre componenti sociali – e che è tra i maggiori supporter della presidenza Trump (che ha preso, ricordiamolo, più voti dai bianchi suburbani che dai bianchi rurali nonostante quanto ne dica la vulgata classista dei liberal) e che, persasi nelle nebbie della confusione, delira contro il mondo moderno.

L’origine di queste stragi è da ricercare internamente alla classe media bianca e alle sue forme di pensiero: darwinismo sociale, individualismo nel senso negativo, misoginia – l’autore della strage di Parkland era attivo in forum di misogini che sono organicamente parte dell’alt-right – suprematismo bianco. Un atto di questo genere è un atto che ricorda molto da vicino le modalità di azione del nazismo e del fascismo, sopratutto di quello spontaneista: assoluto disprezzo per gli altri individui che in qualche modo non abbiano avuto accesso a un qualche livello di illuminazione e non siano iniziati alla visione giusta, eterna, immutabile del mondo ed è indifferente che questa iniziativa avvenga tramite un qualche rito iniziatico come nelle varie società segrete che costituirono poi l’inner circle del NSDAP o avvenga tramite l’attiva frequentazione di forum online. L’attentatore si astrae dalla massa su cui scarica le sue armi in un rito di purificazione e compie l’affermazione di sé. Ci troviamo di fronte all’eterno ritorno della cultura di destra. L’attentatore in questo caso ha scelto di attaccare quelli che sono i membri della stessa comunità – comunità di cui a parole i nazisti si ergono a paladini – e non ha attaccato membri di una comunità individuata come “altra” – come invece era accaduto, sempre per mano di un giovane suprematista bianco, a Charleston nel 2015 – ma non c’è da stupirsene. Il “soldato politico” della cultura di destra si considera superiore, facendo sua una mentalità predatoria, anche, e sopratutto, a coloro che dice di voler difendere. Le pagine degli scritti di Evola, e lo stesso Mein Kampf di Hitler o il Mito del XX secolo di Rosenberg, sono pieni di passaggi che esplicitano questa visione. Nihil novi sub sole.

L’unica risposta sensata a tutto questo è l’autorganizzazione. Come ha scritto il 27 febbraio il network di Redneck Revolt:

“Nei giorni seguenti al massacro di Parkland il dibattito pubblico si è spostato sul tema della prevenzione. Questo è lo stesso dibattito che si crea ogni volta che accade una tragedia simile ed è comprensibile. Quando una persona sceglie di scaricare la propria rabbia sui propri simili, sui propri vicini o colleghi, l’inclinazione naturale porta a cercare un modo fare si che ciò non possa accadere mai più. Per molte persone la soluzione più ovvia è una stretta legislativa sulle armi: se togliamo le armi queste non potranno cadere nelle mani di assassini di massa.

Per quanto possiamo trovare comprensibile questo volere agire immediatamente con i mezzi più apparentemente semplici dobbiamo ricordare che i problemi sistemici non possono che essere risolti andando alla radice degli stessi: in questo caso suprematismo bianco, misoginia e alienazione sociale. Questioni sociali di questo calibro richiedono una risposta collettiva e comunitaria e non possono essere aggiustate tramite provvedimenti legislativi che non hanno nessun effetto sulla cultura della nazione o sulla vita quotidiana delle persone ordinarie. É imporrante riconoscere due questioni fondamentali:

1) rimuovere una particolare arma da fuoco [si riferiscono al dibattito sui fucili semiautomatici, soprattutto sugli AR15 ndt] non fermerà chi vorrà commettere violenza di massa o mitigherà quanto potranno fare. Una persona determinata può ottenere gli stessi risultati ottenibili con un AR15 con un fucile da caccia e le sostanze per fabbricare bombe si trovano sotto il lavandino della cucina.

2) Le armi da fuoco non sono una questione esclusiva della NRA, dei fascisti o dei killer antisociali. Sono spesso un deterrente o l’ultima linea di difesa per poveri e appartenenti a minoranze discriminate. La storia è piena di esempi di vittime di ingiustizia istituzionalizzata e strutturale che sono state in grado di preservare la propria vita e quella dei propri cari grazie alla volontà e alla possibilità di usare un fucile. Dall’insurrezione di Oka nei territori Mohawk occupati, a Robert F. Williams e le organizzazioni locali del NAACP che si armarono e si autodifesero contro il KKK. L’accesso alle armi ha preservato la vita di persone che la società non aveva interesse a difendere.

Dobbiamo chiederci realisticamente se la volontà di risolvere la questioni degli omicidi di massa tramite una legislazione emergenziale invece di un profondo cambiamento culturale non finirebbe con lo spogliare della possibilità di difesa senza risolvere alcun problema. Questa tradizione [di difesa armata delle comunità e degli individui marginalizzati ndt] è ancora viva oggi e sta vivendo una seconda primavera. Nuovi, emancipatori club di tiratori e gruppi di difesa comunitaria stanno sorgendo rapidamente, molti di questi sono nati specificatamente per difendere le persone oppresse. Una lista di questi gruppi è presente di seguito.

John Brown Gun Club

Black Women Defense League

Indigenous Defense League

Huey p. Newton Gun Club

Guerilla Mainframe

Brothas Against Racist Cops

Trigger Warning

The Pink Pistols

Socialist Rifle Association

National African American Gun Association

Black Guns Matter”

Per ulteriori articoli sull’argomento rimando agli articoli, reperibili sul sito di Umanità Nova, e su questo blog:

La propaganda alla prova dei fatti 1 e 2, La stretta autoritaria, Genealogia della violenza poliziesca e La Social-misantropia. Inoltre per un’analisi sul fenomeno delle stragi nelle scuole rimando a “The fatal pressure of competion” di Robert Kurz (Gruppo Krisis).

Posted in articoli | Tagged , , , , , | Leave a comment

Una lotta di tutt*

Il seguetne articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 7 anno 98

Per anni è stato dato per assodato che l’Otto Marzo fosse una scadenza di lotta esclusivamente femminile e in quell’immagine è stata ingabbiata, depotenziata e ridotta a ritualità, necessaria ma percepita come incapace di dirci qualcosa sul qui e ora.

Se vi è un merito, tra i tanti, da ascrivere alla nuova ondata del femminismo intersezionale, di cui Non Una di Meno è, in definitiva, espressione, è l’avere saputo rivitalizzare e risignificare in senso radicale l’Otto Marzo.

Il patriarcato è una delle strutture fondamentali del sistema di dominio del capitalismo. Il patriarcato, nel senso moderno del termine, nasce insieme all’accumulazione originaria del capitalismo settecentesco, permette il disciplinamento delle masse proletarizzate che iniziavano il processo di inurbamento contemporaneo all’industrializzazione. Permette, essendo diffuso insieme al cristianesimo, nelle colonie, di spezzare la miriade di forme familiari, o familiari-comunitarie, autoctone per sostituirle con la netta divisione in base al genere permettendo un disciplinamento delle masse indigene e una loro integrazione, in posizione subordinata, nel nascente mercato globale.

Se nella maggior parte dell’occidente abbiamo potuto assistere, grazie a un secolo di lotte sociali e a significative modifiche del sistema produttivo stesso, a un allentamento del patriarcato bisogna comunque tenere conto di una serie di considerazioni:

  1. Nelle aree che negli ultimi anni si sono caratterizzate, a fasi alterne, per un’alta crescita economica, Brasile e stati del Golfo di Guinea, abbiamo potuto assistere al prepotente emergere di movimenti religiosi di stampo cristiano evangelico che hanno come nucleo ideologico fondante la difesa della famiglia di stampo patriarcale. L’espansione di questa religione è avvenuta altresì in Cina e nella diaspora cinese stessa. D’altra parte il cristianesimo di stampo protestante è il vangelo della prosperità ed è stato per anni, e lo è ancora, il nucleo ideologico del capitalismo anglosassone. In paesi in cui si è assistito a un tumultuoso sviluppo delle borghesie nazionali è normale che queste stesse adottino questa religione come propria ideologia, imponendola anche come ideologia egemonica sulle classi subalterne, andando così a riprodurre il patriarcato nel suo scopo primo e originario: disciplinamento della forza lavoro, divisione su base di genere, disciplinamento e irregimentazione del lavoro riproduttivo

  2. In uno stato come la Russia putiniana si è potuto assistere alla prepotente ridiscesa in campo della Chiesa Ortodossa che si è legata in modo indissolubile alla nuova borghesia nazionale e concorre a pieno titolo all’apparato di controllo della forza lavoro. Inutile dire quanto la Chiesa Ortodossa Russa sia una delle istituzioni più reazionarie al mondo, come fornisca continue giustificazioni alle violenze domestiche, agli omicidi e alle violenze di genere, come diffonda ai quattro venti parole d’ordine omotransofobiche. La stessa ideologia nazionale della Russia contemporanea, diffusa a piene mani anche dai dementi epigoni nostrani del putinismo, si basa sulla netta divisione di genere, sull’omotransofobia istituzionalizzata e rivendicata, sulla difesa di supposti “valori tradizionali”. La sindrome di accerchiamento ed il nazionalismo non possono non usare il patriarcato come struttura fondamentale. Situazioni similari si possono osservare anche nell’Europa Balcanica e nell’Est-Europa in generale, sia ortodossa sia cattolica (si pensi alla Polonia ed ai reiterati tentativi da parte del governo di vietare l’aborto).

  3. In ambito mesopotamico-mediorientale e magrebino le strutture patriarcali sono state messe in crisi da anni di lotte per l’emancipazione. Se paesi come l’Iran e la stessa Arabia Saudita sono costretti a operare delle aperture, anche se a volte solo simboliche, in questo senso è perché anni di lotta sociale hanno costretto le borghesie nazionali a cedere terreno. Il patriarcato resta però fondamentale per il mantenimento dell’ordine sia nelle aree dominate da regimi clericali, Gaza, stati del Golfo e Iran, sia nei regimi suppostamente laici, che in realtà fanno un uso in chiave arabo-nazionalista del sunnismo modernista o di specifiche correnti religiose islamiche, come Egitto e Siria. Anche nello stesso Israele parimenti alla crescita del nazionalismo vi è stato un forte slancio delle componenti più ortodosse e reazionarie dell’ebraismo che in quanto a discriminazioni di genere non hanno nulla da invidiare al regime clericale Saudita o Iraniano.

  4. In ambito europeo-occidentale abbiamo potuto vedere un ritorno sul piano pubblico delle istanze conservatrici e reazionarie, pensiamo alla corte dei miracoli “antigender” in Italia e Francia. Per ora queste istanze sono state rintuzzate, non grazie a governi illuminati ma grazie a qualche decennio di mobilitazioni da parte dei movimenti ed alcune conquiste, pur parziali e interne alle compatibilità sistemiche, paiono assodate.

  5. Sempre in ambito europeo-occidentale abbiamo potuto assistere all’emergere di istanze propriamente reazionarie quali quelle portate avanti da fenomeni sociali come gli Incels e i Men’s Rights Activists o la diffusione di meme su niceboy e friendzone [vedi nota alla fine di quest’articolo]. Pensare a questi fenomeni come espressioni della nerd culture sui social media, siano essi Facebook o Reddit, significa sottovalutarli. Sono infatti la logica conseguenza della crisi della piccola borghesia bianca suburbana, per quanto riguarda il mondo anglosassone, e specificatamente statunitense, e non vanno affatto sottovalutati in quanto forniscono l’impianto ideologico alle violenze di genere. Sottointendono, per quanto riguarda niceboy e friendzone, una visione mercantile dei rapporti sentimentali.

  6. Nei paesi europei di area mediterranea la sessualità femminile, e in modo differente quella maschile, è considerata tabù anche nei suoi aspetti più medico-scientifici con tutte le conseguenze negative in termine di benessere e salute individuale individuale e di igiene pubblica che questa rimozione comporta.

  7. Pur gli avanzamenti precedentemente scritti rimane una fortissima disparità a livello salariale, segnalo per una disanima dei dati e un’analisi degli stessi l’articolo “Parità tra uomo e donna” pubblicato sul monografico di Uenne dell’anno scorso sull’Otto Marzo (http://www.umanitanova.org/2017/03/05/parita-tra-uomo-e-donna/), il lavoro femminile risente di molti ricatti da parte di padroni, padroncini e capetti, nella grande industria così come nelle piccole medie imprese in cui vi è anche una considerevole presenza di violenze sessuate ai danni della manodopera femminile. A questo va aggiunto la presenza di un settore, quello della prostituzione, caratterizzato dalla presenza di uno sfruttamento di tipo schiavistico e di una forte razzializzazione, ma perfettamente integrato nel sistema capitalistico, in altre parole quello della prostituzione schiavistica e della relativa tratta.

Insomma, sembra proprio che capitalismo, patriarcato e razzializzazione vadano sempre di pari passo, checché ne dicano certi personaggi che si producono in sofismi nel tentativo di sostenere la tesi che il capitalismo si combatta grazie ai valori tradizionali di famiglia, patria e religione. Certo, in certe aree e in certi momenti storici la gabbia patriarcale si allenta anche sotto il capitalismo ma in caso di necessità la si rafforza. Certamente il capitalismo è in grado di cooptare le singole lotte qualora queste non si colleghino tra di loro in modo strutturale: basti vedere come la lotta economica sia stata captata grazie ai sistemi di cogestione o come le lotte nelle questioni di genere siano state usate per operazioni di pink-washing quando non direttamente per nuove fasi di accumulazione in determinati territori.

Come dicevamo in apertura la nuova onda femminista intersezionale ha affermato esplicitamente come oppressione di classe, di genere e razzializzazione siano intimamente collegate e connesse.

Il patriarcato si basa sulla costruzione di una guerra tra sessi ed ingabbia tutti i soggetti in schemi di pensiero socialmente determinati ma rappresentati come naturali e biologicamente determinati in comportamenti atti a dividere surrettiziamente la popolazione per poter meglio gestire lavoro riproduttivo e produttivo. Non a caso qualche anno fa si individuò come fondamentale il tema della diserzione dalla guerra tra sessi, quella guerra che ci viene imposta fin dalla nostra educazione e socializzazione.

Il superamento di questi schemi è necessario non soltanto per l’emancipazione femminile ma per l’emancipazione di tutti gli sfruttati. Fin dalle sue origini il movimento anarchico individuò come necessaria la distruzione del patriarcato: “Amor ritiene uniti / Gli affetti naturali / E non domanda riti / Né lacci coniugali / Noi dai profan mercati / Distôr vogliam gli amori / E sindaci e curati / Ci chiaman malfattori” afferma, con un certo lirismo, il Canto dei Malfattori e “Ricostruzione della famiglia in quel modo che risulterà dalla pratica dell’amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso” afferma il Programma Anarchico.

I nostri nemici ci accusano di volere distruggere la famiglia e raramente accusa fu più vera. Riteniamo infatti necessario rivendicare la volontà di distruggere il dominio patriarcale che si è cristallizzato nella forma della “famiglia naturale” e rilanciare affermando che per essere finalmente umani sarà necessario distruggere ogni ruolo di genere oltre che ogni forma di classismo e di razzializzazione. La rivoluzione è un cambio integrale e radicale della società, fin nei suoi rapporti più molecolari e rappresentati come biologicamente determinati e in quanto tali immutabili.

Nota terminologica

Essendo termini di difficile resa in italiano abbiamo preferito utilizzare i termini originali in inglese. Si rende così necessario aggiungere un piccolo dizionario.

  • Incels: contrazione di Involontary Celibate, ovvero celibato involontario. Subcultura che nasce e si sviluppa sopratutto su Reddit che sostiene che i giovani maschi bianchi hanno sempre maggiori difficoltà a trovare una compagna causa femministe cattive/complotto ebraico/neri/aggiungete la paranoia che preferite.

  • Men’s Rights Activist: o MRA, letteralmente attivisti per i diritti degli uomini. Sostengono che gli uomini sono stati messi in una posizione di subordinazione dal femminismo. Similari posizioni si possono trovare in Italia in alcune associazioni di padri separati.

  • Niceboy e friendzone: i niceboy sarebbero i bravi ragazzi che cadono nella tremenda friendzone, ovvero hanno un’amore non corrisposto con un’amica. Siccome si comportano in modo gentile con lei, magari facendole pure dei regali e offrendole la cena, ovvero ci investono risorse economiche, ritengono profondamente ingiusto non riuscire a concludere. Anche sui social italiani esistono pagine dedicate a costoro che ovviamente sono un coacervo di misoginia e insulti sessiste contro le perfide donne che osano non considerarsi merce.

Inutile dire che questi personaggi sopra segnalati non sono gruppi tra di loro separati, parliamo più di subculture digitali, e sono fondamentalmente sovrapposti tra di loro. Negli USA vi è un fortissimo legame con l’alt right e anche svariati autori di attacchi terroristici nelle scuole si rifacevano a queste subculture. Il termine meme è usato nel suo significato orginario di “virus culturale”.

Posted in articoli | Tagged , , , , , | Leave a comment

Terrorismo – Si semina in estate, si coglie in inverno

Il seguente pezzo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 5 anno 98

Macerata, sabato tre febbraio duemiladiciotto, il tempo del raccolto è giunto. Dopo avere accuratamente seminato il campo in una lunga estate calda all’insegna della preparazione della guerra razziale, la diffusione scientifica delle menzogne sulle ONG, su come i perfidi migranti economici attacchino il reddito dei proletari e della classe media depauperata, su come ci sia il grande complotto giudaico dietro le migrazioni, il frutto è arrivato a maturazione ed è stato colto.

L’attacco condotto da un militante, ed ex candidato, della sezione locale della Lega Nord, personaggio dalle esplicite simpatie naziste, è la replica di quanto già accaduto a Firenze pochi anni fa con la strage, compiuta questa volta da un militante di Casa Pound, di ambulanti senegalesi.

Di nuovo i media si rifiutano di chiamare quanto accaduto con il suo nome: terrorismo fascista. Non ce ne è da stupirsene: da anni il padronato italiano ha deciso che i fascisti possono avere un ruolo politico maggiore in funzione del loro storico ruolo antiproletario. Gli attrezzi vecchi sono stati rispolverati e gli è stata data una lucidata per renderli più accattivanti. Sono stati legittimati pubblicamente dai principali media, anche quelli di sinistra.

Servono per attaccare i lavoratori in sciopero, come più volte è successo nell’ultimo anno. Servono per diffondere la propaganda razzista necessaria per fare riversare l’odio dei proletari contro altri proletari. Servono per attaccare l’opposizione sociale.

Servono, alla sinistra elettorale e al centrosinistra, per fare appelli antifascisti in nome della costituzione e della legalità per risaldare le proprie fila, per tentare di stoppare l’emorragia di voti verso l’astensione degli ultimi anni in nome del “o votate noi o arrivano i nazisti” e per rinsaldare la fiducia del proprio elettorato deluso nello stato democratico fondato sui valori repubblicani. Niente di nuovo sotto il sole: è un trucco vecchio di decenni anche questo.

Non è necessario che abbiano un grande incremento elettorale, i fascisti. Al netto che non abbiamo la sfera di cristallo e non sappiamo quanto prederanno alle elezioni politiche in programma per il mese prossimo se verrà confermato il trend attuale dell’aumento del tasso d’astensione avranno un aumento relativo dei voti ma in termini assoluti cresceranno ben poco. Per la Lega il discorso è differente: è una forza già in parlamento e che punta a una posizione di forza verso Berlusconi.

Si confermeranno come le organizzazioni, i fascisti e la loro variante leghista, in grado di mobilitare in senso reazionario settori della popolazione, come accadde con il movimento dei Forconi. Dai figli della medio alta borghesia che appoggiano Casapound come in passato facevano con la destra extraparlamentare ai figli della piccola borghesia depauperata a qualche proletario. La Lega continuerà a rappresentare la piccola borghesia e la classe padronale delle piccole medie imprese del nord Italia, classi sociale, queste, destinate ad essere schiacciate dalla concentrazione di capitale e che, per quanto riguarda lo sfruttamento della manodopera, italiana o migrante, sono campioni indiscussi.

Cosa è stata la legge Bossi-Fini, il gioiello legislativo della Lega Nord anni duemila che ha reso ancora più ricattabili i lavoratori di origine straniera, se non il più grande regalo a questa classe di padroni e padroncini che dello sfruttamento intensivo della manodopera campano?

Ovviamente questi padroncini sono in crisi in quanto non possono reggere la logica della concentrazione di capitale e ovviamente si rifugiano nei miti sovranisti e identitari, spacciandosi come i buoni padroni italiani contro i cattivi padroni globalisti, ne hanno materialmente bisogno per potere comprimere ancora di più il costo del lavoro diffondendo menzogne tra i lavoratori stessi, dividendoli. Ma un padrone è sempre un padrone, e i suoi servi sono sempre i suoi servi.

Quando questi attrezzi antiproletari serviranno meno verranno riposti. È stato così a cavallo tra gli anni settanta e ottanta quando il neofascismo aveva esaurito il suo compito e venne represso dagli stessi che se ne erano serviti contro l’insubordinazione delle classi popolari fino al giorno prima. È stato così in Grecia pochi anni fa quando Alba Dorata tirò troppo la corda e venne rapidamente condotta a più miti consigli dallo stato greco, che ovviamente continua ad usarla ancora oggi contro l’opposizione sociale. Se domani sarà comodo essere liberali antifascisti gli stessi che oggi foraggiano il fascismo non esiteranno ad esserlo. La reale differenza tra un liberale e un fascista la possiamo chiedere a quelle decine di scioperanti ammazzati dalle forze dell’ordine dell’Italia repubblicana e antifascista a inizio anni cinquanta o alle decine di migliaia di algerini, indocinesi, indiani, africani ammazzati dal colonialismo liberale delle antifasciste Francia e Inghilterra. O ai lavoratori massacrati a Berlino e Budapest negli anni cinquanta dall’antifascismo stalinista dell’URSS.

I mandanti del terrorismo fascista sono coloro che gli hanno preparato il terreno. Non serve nemmeno più che l’utile idiota sia individualmente eterodiretto: i semi dell’odio in terreno fertile crescono bene senza particolari cure. Ora vediamo gli stessi fomentatori dell’odio razziale scaricare la colpa sui social network quando abbiamo alle spalle più di un decennio di campagna del terrore mezzo stampa agita dai principali gruppi editoriali, cartacei e online, regionali e nazionali. Le ondate di bufale sul web sono le ultime arrivate, sono l’effetto e non la causa profonda.

A sconfiggere l’odio razziale non sarà il paradigma multiculturale. Non sarà l’antirazzismo morale, e spesso moralistico.

All’epoca delle grandi migrazioni interne degli anni del boom il sentimento di razzismo contro i meridionali era forte. Non venne sconfitto da una qualche campagna di stampo progressista fatta da un qualche ministro. Venne incrinato dal mutuo riconoscersi come sfruttati in lotta tra operai meridionali migrati a nord e operai settentrionali. Venne incrinato dal riconoscersi come classe portatrice di interessi comuni al suo interno e particolari e opposti rispetto alle altre classi.

Certo, non siamo in una fase espansiva del capitale, anzi. Le lotte sul lavoro ora sono molto settoriali e faticano a trovare una dimensione unitaria e la crisi è oramai strutturale e sistemica. Ma dobbiamo avere ben chiaro che il fascismo è solo una faccia del terrorismo del capitale, uno dei suoi strumenti che, avendo sia la capacità di reprimere il dissenso e le organizzazioni di classe che di creare consenso ed egemonia nella popolazione intorno a temi interclassisti, il capitale usa quando valuta opportuno farlo.

A Macerata vi è stato un nuovo raccolto dei frutti dell’odio razziale. Fermarlo tocca alla mobilitazione diretta e agita in prima persona da quelli che, italiani o migranti, si sono trovati affibbiati il ruolo di vittime designate. Fermarlo sta a noi.

lorcon

Posted in articoli | Tagged , , , , | Leave a comment