Queste mezzeclassi che disprezziamo

Grande emozione e ondate di simpatia nella sua eccezione più etimologica percorrono il mondo occidentale assistendo allo spettacolo di decine di migliaia di “giovani americani” che scendono in piazza “contro le armi”. Manifestazioni che danno speranza, vecchia trappola sempre in agguato, la speranza, dicono taluni. Manifestazioni contro il trumpismo imperante, ignari di come il GOP stia preparando misure esecutive, una cosa che dovrebbe schifare anche un sincero democratico, che vanno nelle direzioni auspicate da questi figliocci della marcescente middle class che scendono in piazza.

Nel frattempo, nel mondo reale, 288 persone sono cadute sotto il piombo delle polizie statunitensi. Pochi giorni fa un nero che si faceva beatamente una telefonata in giardino è stato ammazzato con venti colpi di pistola da dei poliziotti perchè pensavano che avesse un’arma e poi in realtà cercavano un altro nero e insomma, che cazzo, imparasse ad essero meno nero così non lo confondono con l’altro nero e magari se ne stesse in casa al posto di farsi beatamente i cazzi suoi in cortile. Che poi tanto alla fine anche se non cercavano lui era un nero e quindi, a prescindere, soggetto a questo e altro. Ovviamente non una parola spesa dal New York Times, quel giornale che ci teneva a specificare come Travon Martin fumasse erba, o dal Washington Post, quel giornale che dava per buone le menzogne sulle armi chimiche irakene.

Sia mai che la vite di migliaia di poveri ammazzati annualmente – con tendenza in aumento – dalle varie polizie statunitensi, dei neri sottoposti a racial profiling, freddati in giardino o in macchina, dei nativi finiti a vivere in squallide riserve in mezzo alle badlands, sia mai che queste vite a perdere valgano come le vite dei diciassette morti ammazzati di Parkland, figli della borghesia urbana, di una delle aree più ricche del loro stato, bianchi o, al più, house nigger. Oh, intendiamoci, nessun condono per l’infame perpetratore di quella strage, ma nessun condono nemmeno per i mandanti degli omicidi con lo stemma dello stato. Ma questo lo diciamo noi, che siamo rivoluzionari e classisti, non lo dicono gli amanti del doppio standard che fanno finta che questo nemmanco esista, pena la fine della loro superior moral stance, non lo dicono i bambocci che amano il loro ruolo di vittima che riempiono Pennsylvania Avenue per chiedere più stato, più controlli, più polizia – ovvero più crimine – più servi e più padroni.

Tutti bianchi, mediamente benestanti, loro. Che se ne sbattono i coglioni dei negri ammazzati, loro. Che se ne sbattono di chi crepa di silicosi nelle varie coal county, loro. Che se ne sbattono di chi campa in un trailer camp sull’altopiano di Orzak, di chi muore con una pera in un braccio in una baracca sotto un ponte, sessanta mila nel 2016, sottostimati e solo per cause dirette, che se ne sbattono di chi sopravvive in un ghetto, di chi beve l’acqua avvelenata a Flint.

O magari, in un’impeto di non richiesta pietà versano una lacrimuccia e fanno un flash mob. Per poi tornare alle loro calde coperte, illusi, loro, di essere salvati e non sommersi.

“Le armi d’assalto non devono stare nelle strade statunitensi, sono armi da guerra” dicono, loro, mentre il loro governo con le loro risorse, con il loro mandato elettorale democratico, con la loro approvazione va ad ammazzare proletari: siriani, afghani, yemeniti, pakistani, irakeni. Ma questi sono negri delle sabbie o delle montagne dell’Indu Kush, sono al di fuori dal patto sociale, sono vite a perdere. Come i negri bianchi dei trailer park. Mica come loro, che sono istruiti e presentabili, il futuro-della-nazione.

Mica scendono in piazza, loro, quando vi sono le lotte per il salario minimo, quando ci sono gli scioperi, quando ci sono i picchetti.

Sia mai che il mondo reale irrompa nello spettacolo messo in piedi da questa classe disagiata di figli di una classe destinata ad essere stritolata dall’impietoso meccanismo della concentrazione di capitale.

Di ciò “tutte queste mezze classi che noi sentitamente disprezziamo, dall’alto del nostro puro classismo” se ne lavano le mani.

Gli piace rappresentarsi come vittime, a loro, godono del loro status di vittima, di martiri intoccabili – che a noi, notoriamente, non fan cambiar giudizio – te li ritrovi poi a chiedere counseiling psicologico perchè qualcuno scrive “vote Trump” con il gessetto sul marciapiede del loro college, loro. Mentre nel mondo reale i loro coetanei, fuori dallo spettacolo, crepano sotto una bomba turca in Siria, magari con le armi in mano perchè magari si sono stancati di essere vittime, o su di un barcone nel Mediterraneo.

Mi ricordano certi minchioni che conosco, gente della mia età, che non ha mai fatto un cazzo in vita sua se non campare con i soldi del babbo mentre studiano design di stocazzo, ma li trovi pure a giurisprudenza – e sono i peggiori -, convinti che tutto sia loro dovuto, che il fatto di essere nati in una famiglia medioborghese, di essere dei relativamente privilegiati, senza saperlo, significhi che noi poveri stronzi, noi pezzenti che veniamo dal nulla e verso il nulla andiamo, dobbiamo stare ad ascoltarli, a pendere dalle loro labbra illuminate dal fatto che si sono fatti sei mesi di Erasmus.

Andate a tirare di lima, alle rettifiche 8 ore al giorno a togliere le sbavature dai cordoni di saldatura in attesa di essere sostituiti da una macchina. Vuoti a perdere lo diventerete pure voi, e scomparirete anche se non ne avrete voglia, potendo contare solo su di voi.

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Armi, società e potere – Militarizzazione sociale

Il seguente articolo è apparso sul numero 8 anno 98 di Umanità Nova

Le sparatorie nelle scuole americane, così come i morti per omicidio, sono in calo costante da trenta anni eppure diventano oggetto di dibattito e di campagne politiche.

A fronte del massacro avvenuto a Parkland, Florida, si è nuovamente scatenato il dibattito sul perché e sul percome avvengano questi fatti. Sono state avanzate proposte di legge, a livello federale e statale, che vorrebbero imporre la presenza di guardie, poliziotti, guardia nazionale o privati, dentro gli istituti, che vorrebbero imporre la blindature degli edifici, che vorrebbero impedire l’accesso alle armi a chi è sotto i ventuno anni – a meno che non si arruoli, chiaramente – o che pongono il focus sulla questione della salute mentale. Andiamo per ordine.

Negli stati uniti esiste un fiorente mercato della sicurezza privata che fornisce, oltre a guardie private propriamente dette, materiali, mezzi, corsi di addestramento e equipaggiamento. Proposte come quelle di permettere la blindatura delle scuole mediante porte e finestre blindate in tutte le aule, con addirittura la possibilità di sigillare da remoto le aule, significa un giro di affari da centinaia di milioni di dollari. Addestrare il personale a reagire a un active shooter significa spendere centinaia o migliaia di dollari su ogni membro dello staff che venga designato per questo compito. Introdurre guardie private significa altri milioni di dollari per stipendiarle o per pagare le società che le forniscono. Misure, queste, squisitamente keynesiane in quanto stimolerebbero mediante la spesa pubblica il mercato e permetterebbero di riassorbire, in parte, la disoccupazione rampante tra i veterani delle recenti guerre, un problema endemico negli USA, riciclandoli come contractor nelle scuole.

Questa proposta, sopratutto, si inserisce nella generale tendenza alla militarizzazione della società, tendenza cui assistiamo più o meno ovunque. In una fase in cui aumenta grandemente la massa di persone destinate a una disoccupazione o ad una sottoccupazione cronica a causa del cambio di paradigma nei sistemi produttivi – manifatturieri e cognitivi – è necessario aumentare il controllo sociale. La militarizzazione altro non è che l’altra faccia della medaglia rispetto a sistemi di gestione della miseria come il reddito universale. Si dovrà pure gestire in qualche modo la crescente massa di esclusi, di poveri e di semi-poveri, no? Carota e bastone sono sempre buoni metodi.

Diventa pertanto necessario trasformare ancora di più le scuole in caserme, per prevenire sommovimenti sociali e per abituare gli individui fin da giovani alla militarizzazione della società. Negli USA la situazione non è stagnante, nonostante spesso ce la si rappresenti come tale. La rivolta di Ferguson, il movimento BLM hanno riportato in primo piano il tema dell’intersezione tra dominio di classe e dominio razzializzato. Hanno fatto paura perché l’anno scorso hanno dimostrato di non essere recuperabili e cooptabili, disertando in massa le urne nonostante gli sforzi del Democratic Party. Allo stesso modo in questi giorni è in atto una vasta mobilitazione degli insegnanti, in sciopero selvaggio in West Virginia e sul piede di guerra in altri stati, per ottenere assicurazioni sanitarie decenti ed aumenti salariali, al fianco dei quali si sono schierati molti studenti. Le mobilitazioni ambientali contro il fracking e la volontà di riprendere le estrazioni di carbone sono in espansione, l’insediamento di Trump è stato segnato da uno sciopero generale, da scontri in molti città e da imponenti mobilitazioni sulle questioni di genere.

A fianco di queste vi sono state le solite, variegate, proposte di restringimento delle possibilità di accesso alle armi da fuoco, le quali ovviamente buona parte della sinistra nostrana, tra cui pezzi e pezzettini di movimento, riprendono, decidendo così di affidarsi all’opinione del Democratic Party statunitense piuttosto che sentire che cosa hanno da dire organizzazioni militanti e movimenti sociali negli Stati Uniti. D’altra l’egemonia è quel meccanismo per cui l’ideologia propria della classe dominante penetra anche in coloro che vorrebbero opporsi ad essa, per cui non ci stupiamo del fatto che pezzi della sinistra radicale europea vadano dietro al Democratic Party ed ignorino bellamente Redneck Revolt, Rosa Negra/Black Rose e altri compagni, e ho fatto solo due nomi per non fare un elenco lungo.

Il babau della sinistra liberale – la famigerata NRA – è favorevole a queste misure di militarizzazione, così come è favorevole a certe forme di gun control al pari della stessa amministrazione Trump, in quanto rappresenta gli interessi di una frazione della middle-upper class bianca. Sa benissimo che misure come maggiori background check o il vietare l’acquisto di armi ai minori di 21 anni non influirebbero sui propri soci. Anzi; non dimentichiamo che in passato ha appoggiato misure restrittive per l’accesso alle armi purché riguardassero le persone di colore – emblematico fu il caso californiano negli anni ’60 in cui venne limitato il porto in pubblico di armi come risposta alle manifestazioni del Black Panther Party – e se ne è ampiamente fregata di omicidi ingiustificabili come quello di Phileando Castile, un nero dotato di porto d’armi per difesa personale ammazzato a freddo da un poliziotto durante un controllo a un posto di blocco, il tutto immortalato in video.

La NRA ha dimostrato di guardare con favore a qualsiasi misura che tenga appartenenti a minoranze e poveri lontani dalle armi e di non essere neanche interessata a tutelare proprietari di armi che non siano parte della propria demografia di riferimento – questo in quanto rappresenta gli interessi di quelle migliaia di piccole imprese semi-individuali che campano grazie alla militarizzazione sempre maggiore della società e che sono favorevoli a tutte le politiche in quella direzione. Non penseremo mica che i grandi produttori di armi belliche, il complesso militare industriale, abbiano bisogno della NRA per tutelare i propri interessi, che risiedono nelle guerre propriamente dette?

È da notare, per altro, che i siti e i libri scritti da persone legate alla NRA che affrontano a guisa di manuale, ovvero una forma di comunicazione che dovrebbe essere puramente tecnica e imparziale, le tematiche legate alle armi da fuoco, come i manuali sul tiro operativo scritti da Massad Ayoob (manuali che sono punti di riferimento internazionali anche per molti tiratori sportivi) o da altri autori, hanno un sottotesto profondamente influenzato dall’ideologia della middle-upper class americana, trasudano di giustificazioni per gli omicidi compiuti dalla polizia e di sperticati elogi alle forze dell’ordine. Non è un caso che da qualche anno si parli specificatamente di “gun culture” e che esistano anche corsi di studi dedicati allo studio di questi fenomeni (segnalo per chi fosse interessato il fondamentale sito Gun Culture 2.0 del sociologo e tiratore sportivo David Yamane).

L’amministrazione Trump ha fatto di tutto per spostare la discussione della vicenda sulla questione della salute mentale. Ora intendiamoci: tradotto in soldoni questo significa semplicemente medicalizzazione del disagio psichico, disagio che non può non essere presente in una società alienata, e possibile ritorno a metodi ancora più autoritari. La questione della salute mentale è reale, non solo negli USA, e va affrontata; ma abbiamo un secolo di disastri e tragedie causate dalla gestione puramente medicalizzata a indicarci che non è quello il modo corretto di procedere, anche se è l’unico modo pensabile di procedere nel paradigma di una società alienata. Per altro dovremmo sottolineare che chi compie attacchi come quelli di Parkland non è per nulla detto che lo faccia perché clinicamente instabile. In realtà, chi compie simili atti agisce in modo perfettamente coerente ed interno ai paradigmi della nostra società, allo stesso modo in cui non si possono trasformare gli omicidi di genere in questioni mediche – il famoso raptus di follia con cui ci ammorbano i giornali in ogni occasione – non si può pretendere di ridurre una questione sociale con molteplici implicazioni in una questione di gestione del disagio psichico.

Per altro rimane sempre il problema del chi definisce chi è pazzo. Fino a pochi decenni fa un omosessuale o una lesbica erano clinicamente considerati malati – questo lo diceva il DSM non un qualche psichiatra di provincia – ed i soggetti transessuali esperiscono ancora adesso un simile trattamento. In base a questo ragionamento sarebbe stato necessario impedire ad omosessuali e transgender di accedere alla possibilità di difendersi da aggressioni. Come si vede non è esattamente una questione semplice, nonostante quanto sostengano sia i Trump, che ha dichiarato di essere favorevole al sequestro di armi a persone “pericolose” – di nuovo: definiti tali da chi? – senza passare da un “due process”, un giusto processo alla base dello stesso diritto liberale, sia i vari liberal alla Clinton.

La demografia di chi compie massacri nelle scuole dice più di quanto dica tutto il resto. Mentre la stampa europea si intruppa dietro al Washington Post e al New York Times, viene fuori che nel caso di Parkland, per l’ennesima volta, l’attentatore è un suprematista bianco che rientra perfettamente nella demografia dei responsabili di killing spree da active shooter: bianco, under trenta, di famiglia piccolo borghese. In altre parole quella componente demografica, piccolo borghese, suburbana e bianca, che ha visto attaccata la sua posizione relativamente privilegiata – estremamente privilegiata rispetto ad altre componenti sociali – e che è tra i maggiori supporter della presidenza Trump (che ha preso, ricordiamolo, più voti dai bianchi suburbani che dai bianchi rurali nonostante quanto ne dica la vulgata classista dei liberal) e che, persasi nelle nebbie della confusione, delira contro il mondo moderno.

L’origine di queste stragi è da ricercare internamente alla classe media bianca e alle sue forme di pensiero: darwinismo sociale, individualismo nel senso negativo, misoginia – l’autore della strage di Parkland era attivo in forum di misogini che sono organicamente parte dell’alt-right – suprematismo bianco. Un atto di questo genere è un atto che ricorda molto da vicino le modalità di azione del nazismo e del fascismo, sopratutto di quello spontaneista: assoluto disprezzo per gli altri individui che in qualche modo non abbiano avuto accesso a un qualche livello di illuminazione e non siano iniziati alla visione giusta, eterna, immutabile del mondo ed è indifferente che questa iniziativa avvenga tramite un qualche rito iniziatico come nelle varie società segrete che costituirono poi l’inner circle del NSDAP o avvenga tramite l’attiva frequentazione di forum online. L’attentatore si astrae dalla massa su cui scarica le sue armi in un rito di purificazione e compie l’affermazione di sé. Ci troviamo di fronte all’eterno ritorno della cultura di destra. L’attentatore in questo caso ha scelto di attaccare quelli che sono i membri della stessa comunità – comunità di cui a parole i nazisti si ergono a paladini – e non ha attaccato membri di una comunità individuata come “altra” – come invece era accaduto, sempre per mano di un giovane suprematista bianco, a Charleston nel 2015 – ma non c’è da stupirsene. Il “soldato politico” della cultura di destra si considera superiore, facendo sua una mentalità predatoria, anche, e sopratutto, a coloro che dice di voler difendere. Le pagine degli scritti di Evola, e lo stesso Mein Kampf di Hitler o il Mito del XX secolo di Rosenberg, sono pieni di passaggi che esplicitano questa visione. Nihil novi sub sole.

L’unica risposta sensata a tutto questo è l’autorganizzazione. Come ha scritto il 27 febbraio il network di Redneck Revolt:

“Nei giorni seguenti al massacro di Parkland il dibattito pubblico si è spostato sul tema della prevenzione. Questo è lo stesso dibattito che si crea ogni volta che accade una tragedia simile ed è comprensibile. Quando una persona sceglie di scaricare la propria rabbia sui propri simili, sui propri vicini o colleghi, l’inclinazione naturale porta a cercare un modo fare si che ciò non possa accadere mai più. Per molte persone la soluzione più ovvia è una stretta legislativa sulle armi: se togliamo le armi queste non potranno cadere nelle mani di assassini di massa.

Per quanto possiamo trovare comprensibile questo volere agire immediatamente con i mezzi più apparentemente semplici dobbiamo ricordare che i problemi sistemici non possono che essere risolti andando alla radice degli stessi: in questo caso suprematismo bianco, misoginia e alienazione sociale. Questioni sociali di questo calibro richiedono una risposta collettiva e comunitaria e non possono essere aggiustate tramite provvedimenti legislativi che non hanno nessun effetto sulla cultura della nazione o sulla vita quotidiana delle persone ordinarie. É imporrante riconoscere due questioni fondamentali:

1) rimuovere una particolare arma da fuoco [si riferiscono al dibattito sui fucili semiautomatici, soprattutto sugli AR15 ndt] non fermerà chi vorrà commettere violenza di massa o mitigherà quanto potranno fare. Una persona determinata può ottenere gli stessi risultati ottenibili con un AR15 con un fucile da caccia e le sostanze per fabbricare bombe si trovano sotto il lavandino della cucina.

2) Le armi da fuoco non sono una questione esclusiva della NRA, dei fascisti o dei killer antisociali. Sono spesso un deterrente o l’ultima linea di difesa per poveri e appartenenti a minoranze discriminate. La storia è piena di esempi di vittime di ingiustizia istituzionalizzata e strutturale che sono state in grado di preservare la propria vita e quella dei propri cari grazie alla volontà e alla possibilità di usare un fucile. Dall’insurrezione di Oka nei territori Mohawk occupati, a Robert F. Williams e le organizzazioni locali del NAACP che si armarono e si autodifesero contro il KKK. L’accesso alle armi ha preservato la vita di persone che la società non aveva interesse a difendere.

Dobbiamo chiederci realisticamente se la volontà di risolvere la questioni degli omicidi di massa tramite una legislazione emergenziale invece di un profondo cambiamento culturale non finirebbe con lo spogliare della possibilità di difesa senza risolvere alcun problema. Questa tradizione [di difesa armata delle comunità e degli individui marginalizzati ndt] è ancora viva oggi e sta vivendo una seconda primavera. Nuovi, emancipatori club di tiratori e gruppi di difesa comunitaria stanno sorgendo rapidamente, molti di questi sono nati specificatamente per difendere le persone oppresse. Una lista di questi gruppi è presente di seguito.

John Brown Gun Club

Black Women Defense League

Indigenous Defense League

Huey p. Newton Gun Club

Guerilla Mainframe

Brothas Against Racist Cops

Trigger Warning

The Pink Pistols

Socialist Rifle Association

National African American Gun Association

Black Guns Matter”

Per ulteriori articoli sull’argomento rimando agli articoli, reperibili sul sito di Umanità Nova, e su questo blog:

La propaganda alla prova dei fatti 1 e 2, La stretta autoritaria, Genealogia della violenza poliziesca e La Social-misantropia. Inoltre per un’analisi sul fenomeno delle stragi nelle scuole rimando a “The fatal pressure of competion” di Robert Kurz (Gruppo Krisis).

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Una lotta di tutt*

Il seguetne articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 7 anno 98

Per anni è stato dato per assodato che l’Otto Marzo fosse una scadenza di lotta esclusivamente femminile e in quell’immagine è stata ingabbiata, depotenziata e ridotta a ritualità, necessaria ma percepita come incapace di dirci qualcosa sul qui e ora.

Se vi è un merito, tra i tanti, da ascrivere alla nuova ondata del femminismo intersezionale, di cui Non Una di Meno è, in definitiva, espressione, è l’avere saputo rivitalizzare e risignificare in senso radicale l’Otto Marzo.

Il patriarcato è una delle strutture fondamentali del sistema di dominio del capitalismo. Il patriarcato, nel senso moderno del termine, nasce insieme all’accumulazione originaria del capitalismo settecentesco, permette il disciplinamento delle masse proletarizzate che iniziavano il processo di inurbamento contemporaneo all’industrializzazione. Permette, essendo diffuso insieme al cristianesimo, nelle colonie, di spezzare la miriade di forme familiari, o familiari-comunitarie, autoctone per sostituirle con la netta divisione in base al genere permettendo un disciplinamento delle masse indigene e una loro integrazione, in posizione subordinata, nel nascente mercato globale.

Se nella maggior parte dell’occidente abbiamo potuto assistere, grazie a un secolo di lotte sociali e a significative modifiche del sistema produttivo stesso, a un allentamento del patriarcato bisogna comunque tenere conto di una serie di considerazioni:

  1. Nelle aree che negli ultimi anni si sono caratterizzate, a fasi alterne, per un’alta crescita economica, Brasile e stati del Golfo di Guinea, abbiamo potuto assistere al prepotente emergere di movimenti religiosi di stampo cristiano evangelico che hanno come nucleo ideologico fondante la difesa della famiglia di stampo patriarcale. L’espansione di questa religione è avvenuta altresì in Cina e nella diaspora cinese stessa. D’altra parte il cristianesimo di stampo protestante è il vangelo della prosperità ed è stato per anni, e lo è ancora, il nucleo ideologico del capitalismo anglosassone. In paesi in cui si è assistito a un tumultuoso sviluppo delle borghesie nazionali è normale che queste stesse adottino questa religione come propria ideologia, imponendola anche come ideologia egemonica sulle classi subalterne, andando così a riprodurre il patriarcato nel suo scopo primo e originario: disciplinamento della forza lavoro, divisione su base di genere, disciplinamento e irregimentazione del lavoro riproduttivo

  2. In uno stato come la Russia putiniana si è potuto assistere alla prepotente ridiscesa in campo della Chiesa Ortodossa che si è legata in modo indissolubile alla nuova borghesia nazionale e concorre a pieno titolo all’apparato di controllo della forza lavoro. Inutile dire quanto la Chiesa Ortodossa Russa sia una delle istituzioni più reazionarie al mondo, come fornisca continue giustificazioni alle violenze domestiche, agli omicidi e alle violenze di genere, come diffonda ai quattro venti parole d’ordine omotransofobiche. La stessa ideologia nazionale della Russia contemporanea, diffusa a piene mani anche dai dementi epigoni nostrani del putinismo, si basa sulla netta divisione di genere, sull’omotransofobia istituzionalizzata e rivendicata, sulla difesa di supposti “valori tradizionali”. La sindrome di accerchiamento ed il nazionalismo non possono non usare il patriarcato come struttura fondamentale. Situazioni similari si possono osservare anche nell’Europa Balcanica e nell’Est-Europa in generale, sia ortodossa sia cattolica (si pensi alla Polonia ed ai reiterati tentativi da parte del governo di vietare l’aborto).

  3. In ambito mesopotamico-mediorientale e magrebino le strutture patriarcali sono state messe in crisi da anni di lotte per l’emancipazione. Se paesi come l’Iran e la stessa Arabia Saudita sono costretti a operare delle aperture, anche se a volte solo simboliche, in questo senso è perché anni di lotta sociale hanno costretto le borghesie nazionali a cedere terreno. Il patriarcato resta però fondamentale per il mantenimento dell’ordine sia nelle aree dominate da regimi clericali, Gaza, stati del Golfo e Iran, sia nei regimi suppostamente laici, che in realtà fanno un uso in chiave arabo-nazionalista del sunnismo modernista o di specifiche correnti religiose islamiche, come Egitto e Siria. Anche nello stesso Israele parimenti alla crescita del nazionalismo vi è stato un forte slancio delle componenti più ortodosse e reazionarie dell’ebraismo che in quanto a discriminazioni di genere non hanno nulla da invidiare al regime clericale Saudita o Iraniano.

  4. In ambito europeo-occidentale abbiamo potuto vedere un ritorno sul piano pubblico delle istanze conservatrici e reazionarie, pensiamo alla corte dei miracoli “antigender” in Italia e Francia. Per ora queste istanze sono state rintuzzate, non grazie a governi illuminati ma grazie a qualche decennio di mobilitazioni da parte dei movimenti ed alcune conquiste, pur parziali e interne alle compatibilità sistemiche, paiono assodate.

  5. Sempre in ambito europeo-occidentale abbiamo potuto assistere all’emergere di istanze propriamente reazionarie quali quelle portate avanti da fenomeni sociali come gli Incels e i Men’s Rights Activists o la diffusione di meme su niceboy e friendzone [vedi nota alla fine di quest’articolo]. Pensare a questi fenomeni come espressioni della nerd culture sui social media, siano essi Facebook o Reddit, significa sottovalutarli. Sono infatti la logica conseguenza della crisi della piccola borghesia bianca suburbana, per quanto riguarda il mondo anglosassone, e specificatamente statunitense, e non vanno affatto sottovalutati in quanto forniscono l’impianto ideologico alle violenze di genere. Sottointendono, per quanto riguarda niceboy e friendzone, una visione mercantile dei rapporti sentimentali.

  6. Nei paesi europei di area mediterranea la sessualità femminile, e in modo differente quella maschile, è considerata tabù anche nei suoi aspetti più medico-scientifici con tutte le conseguenze negative in termine di benessere e salute individuale individuale e di igiene pubblica che questa rimozione comporta.

  7. Pur gli avanzamenti precedentemente scritti rimane una fortissima disparità a livello salariale, segnalo per una disanima dei dati e un’analisi degli stessi l’articolo “Parità tra uomo e donna” pubblicato sul monografico di Uenne dell’anno scorso sull’Otto Marzo (http://www.umanitanova.org/2017/03/05/parita-tra-uomo-e-donna/), il lavoro femminile risente di molti ricatti da parte di padroni, padroncini e capetti, nella grande industria così come nelle piccole medie imprese in cui vi è anche una considerevole presenza di violenze sessuate ai danni della manodopera femminile. A questo va aggiunto la presenza di un settore, quello della prostituzione, caratterizzato dalla presenza di uno sfruttamento di tipo schiavistico e di una forte razzializzazione, ma perfettamente integrato nel sistema capitalistico, in altre parole quello della prostituzione schiavistica e della relativa tratta.

Insomma, sembra proprio che capitalismo, patriarcato e razzializzazione vadano sempre di pari passo, checché ne dicano certi personaggi che si producono in sofismi nel tentativo di sostenere la tesi che il capitalismo si combatta grazie ai valori tradizionali di famiglia, patria e religione. Certo, in certe aree e in certi momenti storici la gabbia patriarcale si allenta anche sotto il capitalismo ma in caso di necessità la si rafforza. Certamente il capitalismo è in grado di cooptare le singole lotte qualora queste non si colleghino tra di loro in modo strutturale: basti vedere come la lotta economica sia stata captata grazie ai sistemi di cogestione o come le lotte nelle questioni di genere siano state usate per operazioni di pink-washing quando non direttamente per nuove fasi di accumulazione in determinati territori.

Come dicevamo in apertura la nuova onda femminista intersezionale ha affermato esplicitamente come oppressione di classe, di genere e razzializzazione siano intimamente collegate e connesse.

Il patriarcato si basa sulla costruzione di una guerra tra sessi ed ingabbia tutti i soggetti in schemi di pensiero socialmente determinati ma rappresentati come naturali e biologicamente determinati in comportamenti atti a dividere surrettiziamente la popolazione per poter meglio gestire lavoro riproduttivo e produttivo. Non a caso qualche anno fa si individuò come fondamentale il tema della diserzione dalla guerra tra sessi, quella guerra che ci viene imposta fin dalla nostra educazione e socializzazione.

Il superamento di questi schemi è necessario non soltanto per l’emancipazione femminile ma per l’emancipazione di tutti gli sfruttati. Fin dalle sue origini il movimento anarchico individuò come necessaria la distruzione del patriarcato: “Amor ritiene uniti / Gli affetti naturali / E non domanda riti / Né lacci coniugali / Noi dai profan mercati / Distôr vogliam gli amori / E sindaci e curati / Ci chiaman malfattori” afferma, con un certo lirismo, il Canto dei Malfattori e “Ricostruzione della famiglia in quel modo che risulterà dalla pratica dell’amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso” afferma il Programma Anarchico.

I nostri nemici ci accusano di volere distruggere la famiglia e raramente accusa fu più vera. Riteniamo infatti necessario rivendicare la volontà di distruggere il dominio patriarcale che si è cristallizzato nella forma della “famiglia naturale” e rilanciare affermando che per essere finalmente umani sarà necessario distruggere ogni ruolo di genere oltre che ogni forma di classismo e di razzializzazione. La rivoluzione è un cambio integrale e radicale della società, fin nei suoi rapporti più molecolari e rappresentati come biologicamente determinati e in quanto tali immutabili.

Nota terminologica

Essendo termini di difficile resa in italiano abbiamo preferito utilizzare i termini originali in inglese. Si rende così necessario aggiungere un piccolo dizionario.

  • Incels: contrazione di Involontary Celibate, ovvero celibato involontario. Subcultura che nasce e si sviluppa sopratutto su Reddit che sostiene che i giovani maschi bianchi hanno sempre maggiori difficoltà a trovare una compagna causa femministe cattive/complotto ebraico/neri/aggiungete la paranoia che preferite.

  • Men’s Rights Activist: o MRA, letteralmente attivisti per i diritti degli uomini. Sostengono che gli uomini sono stati messi in una posizione di subordinazione dal femminismo. Similari posizioni si possono trovare in Italia in alcune associazioni di padri separati.

  • Niceboy e friendzone: i niceboy sarebbero i bravi ragazzi che cadono nella tremenda friendzone, ovvero hanno un’amore non corrisposto con un’amica. Siccome si comportano in modo gentile con lei, magari facendole pure dei regali e offrendole la cena, ovvero ci investono risorse economiche, ritengono profondamente ingiusto non riuscire a concludere. Anche sui social italiani esistono pagine dedicate a costoro che ovviamente sono un coacervo di misoginia e insulti sessiste contro le perfide donne che osano non considerarsi merce.

Inutile dire che questi personaggi sopra segnalati non sono gruppi tra di loro separati, parliamo più di subculture digitali, e sono fondamentalmente sovrapposti tra di loro. Negli USA vi è un fortissimo legame con l’alt right e anche svariati autori di attacchi terroristici nelle scuole si rifacevano a queste subculture. Il termine meme è usato nel suo significato orginario di “virus culturale”.

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Terrorismo – Si semina in estate, si coglie in inverno

Il seguente pezzo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 5 anno 98

Macerata, sabato tre febbraio duemiladiciotto, il tempo del raccolto è giunto. Dopo avere accuratamente seminato il campo in una lunga estate calda all’insegna della preparazione della guerra razziale, la diffusione scientifica delle menzogne sulle ONG, su come i perfidi migranti economici attacchino il reddito dei proletari e della classe media depauperata, su come ci sia il grande complotto giudaico dietro le migrazioni, il frutto è arrivato a maturazione ed è stato colto.

L’attacco condotto da un militante, ed ex candidato, della sezione locale della Lega Nord, personaggio dalle esplicite simpatie naziste, è la replica di quanto già accaduto a Firenze pochi anni fa con la strage, compiuta questa volta da un militante di Casa Pound, di ambulanti senegalesi.

Di nuovo i media si rifiutano di chiamare quanto accaduto con il suo nome: terrorismo fascista. Non ce ne è da stupirsene: da anni il padronato italiano ha deciso che i fascisti possono avere un ruolo politico maggiore in funzione del loro storico ruolo antiproletario. Gli attrezzi vecchi sono stati rispolverati e gli è stata data una lucidata per renderli più accattivanti. Sono stati legittimati pubblicamente dai principali media, anche quelli di sinistra.

Servono per attaccare i lavoratori in sciopero, come più volte è successo nell’ultimo anno. Servono per diffondere la propaganda razzista necessaria per fare riversare l’odio dei proletari contro altri proletari. Servono per attaccare l’opposizione sociale.

Servono, alla sinistra elettorale e al centrosinistra, per fare appelli antifascisti in nome della costituzione e della legalità per risaldare le proprie fila, per tentare di stoppare l’emorragia di voti verso l’astensione degli ultimi anni in nome del “o votate noi o arrivano i nazisti” e per rinsaldare la fiducia del proprio elettorato deluso nello stato democratico fondato sui valori repubblicani. Niente di nuovo sotto il sole: è un trucco vecchio di decenni anche questo.

Non è necessario che abbiano un grande incremento elettorale, i fascisti. Al netto che non abbiamo la sfera di cristallo e non sappiamo quanto prederanno alle elezioni politiche in programma per il mese prossimo se verrà confermato il trend attuale dell’aumento del tasso d’astensione avranno un aumento relativo dei voti ma in termini assoluti cresceranno ben poco. Per la Lega il discorso è differente: è una forza già in parlamento e che punta a una posizione di forza verso Berlusconi.

Si confermeranno come le organizzazioni, i fascisti e la loro variante leghista, in grado di mobilitare in senso reazionario settori della popolazione, come accadde con il movimento dei Forconi. Dai figli della medio alta borghesia che appoggiano Casapound come in passato facevano con la destra extraparlamentare ai figli della piccola borghesia depauperata a qualche proletario. La Lega continuerà a rappresentare la piccola borghesia e la classe padronale delle piccole medie imprese del nord Italia, classi sociale, queste, destinate ad essere schiacciate dalla concentrazione di capitale e che, per quanto riguarda lo sfruttamento della manodopera, italiana o migrante, sono campioni indiscussi.

Cosa è stata la legge Bossi-Fini, il gioiello legislativo della Lega Nord anni duemila che ha reso ancora più ricattabili i lavoratori di origine straniera, se non il più grande regalo a questa classe di padroni e padroncini che dello sfruttamento intensivo della manodopera campano?

Ovviamente questi padroncini sono in crisi in quanto non possono reggere la logica della concentrazione di capitale e ovviamente si rifugiano nei miti sovranisti e identitari, spacciandosi come i buoni padroni italiani contro i cattivi padroni globalisti, ne hanno materialmente bisogno per potere comprimere ancora di più il costo del lavoro diffondendo menzogne tra i lavoratori stessi, dividendoli. Ma un padrone è sempre un padrone, e i suoi servi sono sempre i suoi servi.

Quando questi attrezzi antiproletari serviranno meno verranno riposti. È stato così a cavallo tra gli anni settanta e ottanta quando il neofascismo aveva esaurito il suo compito e venne represso dagli stessi che se ne erano serviti contro l’insubordinazione delle classi popolari fino al giorno prima. È stato così in Grecia pochi anni fa quando Alba Dorata tirò troppo la corda e venne rapidamente condotta a più miti consigli dallo stato greco, che ovviamente continua ad usarla ancora oggi contro l’opposizione sociale. Se domani sarà comodo essere liberali antifascisti gli stessi che oggi foraggiano il fascismo non esiteranno ad esserlo. La reale differenza tra un liberale e un fascista la possiamo chiedere a quelle decine di scioperanti ammazzati dalle forze dell’ordine dell’Italia repubblicana e antifascista a inizio anni cinquanta o alle decine di migliaia di algerini, indocinesi, indiani, africani ammazzati dal colonialismo liberale delle antifasciste Francia e Inghilterra. O ai lavoratori massacrati a Berlino e Budapest negli anni cinquanta dall’antifascismo stalinista dell’URSS.

I mandanti del terrorismo fascista sono coloro che gli hanno preparato il terreno. Non serve nemmeno più che l’utile idiota sia individualmente eterodiretto: i semi dell’odio in terreno fertile crescono bene senza particolari cure. Ora vediamo gli stessi fomentatori dell’odio razziale scaricare la colpa sui social network quando abbiamo alle spalle più di un decennio di campagna del terrore mezzo stampa agita dai principali gruppi editoriali, cartacei e online, regionali e nazionali. Le ondate di bufale sul web sono le ultime arrivate, sono l’effetto e non la causa profonda.

A sconfiggere l’odio razziale non sarà il paradigma multiculturale. Non sarà l’antirazzismo morale, e spesso moralistico.

All’epoca delle grandi migrazioni interne degli anni del boom il sentimento di razzismo contro i meridionali era forte. Non venne sconfitto da una qualche campagna di stampo progressista fatta da un qualche ministro. Venne incrinato dal mutuo riconoscersi come sfruttati in lotta tra operai meridionali migrati a nord e operai settentrionali. Venne incrinato dal riconoscersi come classe portatrice di interessi comuni al suo interno e particolari e opposti rispetto alle altre classi.

Certo, non siamo in una fase espansiva del capitale, anzi. Le lotte sul lavoro ora sono molto settoriali e faticano a trovare una dimensione unitaria e la crisi è oramai strutturale e sistemica. Ma dobbiamo avere ben chiaro che il fascismo è solo una faccia del terrorismo del capitale, uno dei suoi strumenti che, avendo sia la capacità di reprimere il dissenso e le organizzazioni di classe che di creare consenso ed egemonia nella popolazione intorno a temi interclassisti, il capitale usa quando valuta opportuno farlo.

A Macerata vi è stato un nuovo raccolto dei frutti dell’odio razziale. Fermarlo tocca alla mobilitazione diretta e agita in prima persona da quelli che, italiani o migranti, si sono trovati affibbiati il ruolo di vittime designate. Fermarlo sta a noi.

lorcon

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Railog

Foto scattata non so più quando non so di preciso dove (dovrebbe essere un interporto in zona Sassuolo)

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Il sultano ci riprova

Il seguente articolo è stato pubblicato sul numero 3 anno 98 di Umanità Nova

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Dopo mesi di costante guerra a bassa intensità le truppe turche attaccano direttamente il Rojava, prima con un violento bombardamento, sia d’artiglieria che aereo, della città di Afrin e poi penetrando oltre confine con truppe terrestri e bande jihadiste. Frustrato nel suo sogno di spodestare Assad per porre buona parte del territorio siriano sotto il controllo de facto di Ankara, il sogno neottomano come lo chiamò qualcuno, Erdogan non rinuncia ad attaccare, con il beneplacito russo e qualche mugugno americano, il Rojava.

Lo sviluppo di un’area autonoma che è riuscita a garantire la sua sopravvivenza sia manu militari sia attraendo la simpatia dell’opinione pubblica internazionale è sempre stata visto come ben più di una spina nel fianco dal governo di Erdogan. Difatti la vittoria di Kobane e la successiva pluriennale controffensiva verso Raqqa hanno segnato il momento in cui il Califfato di al Baghdadi ha cominciato a perdere il passo. La controffensiva del Rojava, sostenuta sia da russi che da americani, insieme al contrattacco dei lealisti siriani, sostenuti da Russia e Iran, alla controffensiva da parte della regione autonoma del Kurdistan Irakeno e la ripresa delle forze armate Irakene, integrate da consiglieri iraniani e milizie sotto il diretto controllo di Theran hanno avuto in due anni ragione dell’Isis nella maggior parte dei teatri bellici, scacciando il Califfato sia da Raqqa che da Mosul.

Ma così come un cuscinetto a sfera si usura col passare del tempo con le sconfitte militari la funzione di stato cuscinetto che aveva assunto il Califfato è venuta a meno. Se per due anni infatti l’attrito tra i vari attori era stato mitigato dalla presenza di questo ente assunto al ruolo di Gran Villain della geopolitica, ruolo che per altro ha fatto di tutto per ottenere, ora questo cuscinetto sta venendo a meno e l’attrito torna a farsi risentire come mai.

Il governo turco ha la necessità di riprendere i suoi tentativi di marcia verso sud e se da un lato ha ritrovato una cordialità con la Russia dall’altro di certo non gradisce la presenza di grosse installazioni militari russe a poche centinaia di chilometri dal suo confine a meridianale, installazioni in cui Mosca può velocemente dispiegare sistemi d’arma antiaerei che hanno un raggio d’azione che si inoltra per centinaia di chilometri nello spazio aereo turco e che possono ospitare unità della marina in grado di penetrare lo spazio marittimo e l’area economica esclusiva di Ankara. D’altra parte se in Siria Erdogan e Putin possono avere negoziato un accordo sulle spalle del Rojava hanno ben altri disaccordi, più o meno dormienti e potenzialmente catastrofici, in Caucaso e nell’Asia Centrale, il polo delle inaccessibilità che si frappone tra Occidente e Cina.

Assad e la borghesia nazionale siriana a loro volta non hanno una grande voglia di accordarsi con chi come Erdogan, insieme a paesi del Golfo e USA, ha provato a fare loro le scarpe e li ha gettati in profonda difficoltà. E se sopportano a fatica l’autonomia del Rojava, con cui hanno dovuto siglare una tregua che sostanzialmente tiene da cinque anni, di certo non sopportano affatto che la Turchia con la scusa della protezione delle popolazioni turcofone nel nord ovest siriano si sia annessa de facto del territorio precedentemente controllato dallo stato siriano.

A precipitare ulteriormente la situazione c’è la lotta egemonica all’interno del blocco dei paesi del Golfo tra Arabia Saudita e Qatar, e la lotta per l’egemonia nel blocco sunnita tra Arabia Saudita e Turchia, e la nuova aggressiva politica saudita.

E sullo sfondo il grande gioco tra Iran e Arabia Saudita.

In tutto questo i contendenti hanno bisogno di rafforzare, consolidare ed espandere le proprie posizioni. E la Turchia vuole minare la presenza delle forze confederaliste-democratiche del Rojava nel cantone di Efrin, un territorio che si incunea nel territorio turco. Già da tempo Ankara si trova a tollerare controvoglia la presenza del Rojava sulla riva destra dell’Eufrate e ora gioca apertamente le sue carte.

Rischiando di rinfocolare l’insurrezione nel Bakur, il Kurdistan turco, e andandosi ad impegnare in una guerra asimmetrica in cui il PYD e il PKK hanno già dimostrato di saper giocare.

Se Erdogan ha passato l’ultimo anno e mezzo a rinforzarsi purgano dalle strutture statali tutti gli oppositori legati a Gulen e incarcerando migliaia di militanti kurdi e turchi non si può certo dire che la situazione interna turca sia pacificata.

La sistematica distruzione di alcune città del Bakur, la rimozione di tutti gli eletti dell’HDP dalle cariche pubbliche amministrative e lo stillicidio di guerra a bassa intensità contro il Rojava si aggiungono a una situazione sociale che vede un sempre maggiore sfruttamento della classe operaia turca e kurda, grandiosi progetti edilizi che prevedono l’espulsione di centinaia di migliaia di appartenenti alle classi popolari, sia nelle riconquistate, e rase al suolo, città kurde che nei grandi centri urbani anatolici e una repressione sociale in fortissimo aumento a causa della reislamizzazione della società che il governo vuole imporre.

Il pretendente sultano Erdogan e la borghesia turca hanno deciso di riprovarci con la marcia verso sud e sono disposte a giocare quello che può diventare un tutto per tutto dentro gli stessi confini turchi.

Il Rojava ha saputo, meritatamente, negli ultimi anni rappresentare un’alternativa agli occhi non solo dei kurdi. A indubbie contraddizioni in quell’esperienza si affiancano indubbi e notevoli progressi in moltissimi campi verso la costruzione di una società emancipata. Nel 2014, nei giorni in cui Kobane si trovava stretta tra l’attacco del Califfato e un serrato confine turco che impediva anche la fuga degli sfollati oltre che l’ingresso di aiuti l’insurrezione del Bakur, la pressione internazionale, l’ondata di proteste interne, l’azione diretta ai confini da parte dei compagni turchi e kurdi che abbatterono fisicamente le barriere di separazione costrinsero lo stato turco ad allentare la pressione su Rojava permettendo alle YPG/J di resistere e riconquistare la città.

La Turchia è un paese NATO e la tecnologia bellica che utilizza è tecnologia per lo più europea, è un paese organicamente inserito nell’economia mondiale, la sua borghesia fa affari quotidianamente con le borghesie europee, e non solo, gli investimenti da parte di imprese europee in Turchia sono enormi. Non è il Gran Villain della geopolitica, quell’ISIS che ora passa in secondo piano e sembra compiere la propria parabola. Nonostante questi fattori vi sarà ancora la capacità di costruire una mobilitazione che sia in grado di inceppare la macchina bellica della borghesia turca?

lorcon

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Iran – esplodono le contraddizioni

Il seguente pezzo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 1 anno 98 (immagini via Discard Images)

I moti di piazza in Iran sembrano acquisire sempre più una caratteristica insurrezionale. Le proteste, iniziate nella città di Mashhad contro il carovita e inizialmente spinte dai settori conservatori dell’estabilshment con lo scopo di mettere in difficoltà il governo riformista di Rouhani sono rapidamente diventate una mobilitazione di massa generalizzata contro non solo l’attuale governo ma contro la Repubblica Islamica in generale.

Fonti locali riferiscono della diffusione di slogan contro il clero sciita, contro la Guida Suprema, l’Ayatollah Khameni, e contro le strutture militari espressioni della ierocrazia. Viene riferita anche la presenza di parole d’ordine contro l’interventismo iraniano in Medio Oriente, sopratutto in Siria. Mentre scriviamo diverse fonti riportano di almeno una ventina di morti negli scontri causati dagli interventi repressivi.

Se l’ondata di proteste del 2009 fu concentrata sopratutto nella capitale e fu partecipata sopratutto da giovani, tra cui moltissimi studenti e studentesse universitarie, e fu segnata spiccatamente da questioni di ordine politico l’attuale ondata di mobilitazioni di massa hanno caratteristiche sia politiche, l’opposizione alla stessa forma della stato così come stabilita dalla presa del potere da parte del clero in poi, che economiche: se Rouhani è moderatamente riformista in campo sociale da un punto di vista economico è invece esplicitamente un neoliberale e le politiche messe in atto dal suo governo hanno portato a un ulteriore impoverimento dei ceti popolari. Al contempo non è riuscito a garantire che tiepide e lente riforme in campo sociale, troppo poco per un paese dove la popolazione giovanile è in crescita e tollera sempre meno il soffocante controllo clericale.
Tutta la frazione riformista della classe dominante persiana negli ultimi anni si è spostata sempre più verso le posizioni di Rouhani, cautela estrema nelle riforme sociali e forte propensione per il neoliberismo, e così facendo ha provocato una profonda delusione tra coloro che li avevano appoggiati alle urne, votandoli spesso in un ottica di meno peggio.

Il fatto che le proteste stiano coinvolgendo anche città storicamente fedeli al clero – tra cui la città di Qom, in cui si trova uno dei principali santuari sciiti – dimostra come la disaffezione verso la Repubblica Islamica sia sempre maggiore.

Il mix tra le mancate riforme in campo sociale e la pluriennale compressione dei salari reali ha creato le basi dell’attuale ondata di mobilitazioni. A questo punto eventi come le rivelazioni sulle ruberie da parte delle fondazioni legate al clero – fondazioni che possiedono buona parte dell’industria e della proprietà fondiaria del paese – o l’aumento del prezzo delle uova hanno fatto semplicemente da catalizzatori. Chi ha evocato la mobilitazione di piazza con l’obiettivo di fare le scarpe ai propri avversari politici – come ha fatto la fazione conservatrice della classe dominante persiana – ha evocato uno spettro che ovviamente non è in grado di controllare.

Le timide aperture da parte di alcuni esponenti del governo alle manifestazioni – che andrebbero ascoltate purché si mantengano nell’alveo della legalità – altro non sono state che la giustificazione all’omicidio di stato di una ventina di dimostranti in tutto il paese mentre il gran capo dei boia, il Presidente della Corte Rivoluzionaria di Theran, ha dichiarato che gli arrestati potranno essere accusati di avere “dichiarato guerra a dio”, accusa che prevede la pena di morte e che è sempre stata usata dal governo islamico per eliminare senza troppe spiegazioni, grazie a una definizione di reato estremamente vaga, gli oppositori politici, come avvenne anche a seguito delle proteste del 2009. Nel frattempo il governo aumentato la censura sul web e limitato ulteriormente l’accesso a Internet nel tentativo di rendere più difficoltosa la comunicazione tra i manifestanti e la fuoriuscita di notizie verso l’estero.

In Iran circa dodici milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà. La particolare forma di assistenzialismo iraniano, basata sulle fondazioni religiose, riesce ad assistere circa la metà di questa massa di diseredati. Nonostante le distribuzioni con prezzi calmierati dei beni di prima necessità attuate da queste fondazioni, che hanno lo scopo di mantenere il controllo delle masse proletarizzate, i salari reali sono stati costantemente erosi negli ultimi anni.

Nel frattempo l’Ayatollah Khamenei, Guida Suprema del paese, e il presidente della Repubblica, Rohani, teoricamente rappresentati di due frazioni avverse, all’unisono accusano le solite potenze straniere di essere dietro alle mobilitazioni. Non abbiamo dubbi sul fatto che anche i nostrani apprendisti stregoni della geopolitica, quelli che, insomma, si eccitano con l’idea di appoggiare certi stati – e certe borghesie nazionali – in nome dell’antimperialismo, si metteranno a ripetere questa canzoncina a pappagallo.

Forse non sono edotti del fatto che l’espansione delle mobilitazioni di massa – sopratutto se con carattere insurrezionale – preoccupano non solo gli alleati diretti di Teheran, come la Russia e la Cina, ma anche la stessa Unione Europea, Italia e Germania in testa, che con l’Iran ha eccellenti, e in espansione, rapporti commerciali.
USA, Israele e Arabia Saudita sicuramente possono guardare con maggiore simpatia a tutto ciò che mette in difficoltà il paese che considerano come principale nemico ma solamente chi ha la testa imbottita dalla propaganda può pensare che le mobilitazioni di massa in Iran siano causate da qualche oscura manovra estera e non il risultato di anni di politiche economiche che hanno attaccato le condizioni di vita delle classi popolari e di una repressione sociale che dura da decenni.

Per altro la classe dominante Saudita vive nel terrore perenne che le contraddizioni interne al paese esplodano definitivamente e se le mobilitazioni di massa in Iran andranno avanti comincerà a temere il famigerato contagio rivoluzionario.

Davanti a questa possibilità le borghesie nazionali sono disposte a mettere da parte le proprie rivalità per concentrarsi, insieme, nell’assoggettamento del proletariato. La storia immediatamente seguente alla sconfitta irakena nella Prima Guerra del Golfo ben lo dimostra: dopo un decennio di guerre ininterrotte, prima con l’Iran e poi con il Kuwait e la NATO, il proletariato irakeno insorse contro i propri massacratori, immediatamente coloro che combattevano Saddam Hussein decisero che era meglio che rimanesse al comando affinché potesse reprimere l’insurrezione.

Una delle cause dello scontento da parte di coloro che in questi giorni combattono per le strade persiane è il costante drenaggio di fondi verso la spesa militare, drenaggio necessario per mantenere ed espandere quella gigantesca macchina da guerra costruita da Theran che ha permesso all’Iran di espandere, o consolidare, la propria influenza in Iraq e Siria.

Sia mai che anche le classi popolari di altri paesi – come l’Arabia Saudita o lo stesso Israele – decidano che si sono stancante di pagare per il mantenimento degli strumenti del proprio stesso asservimento.

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Un altro giro di danza

Danza Macabra – da Le Elevetiche di Hugo Pratt

Il seguente articolo apparirà su Umanità Nova n. 35 anno 97

La campagna elettorale permanente sta accelerando verso il suo apice: la celebrazione del gran ballo in maschera della democrazia. Fissato per la primavera 2018, invitati tutti.

L’ipnotico richiamo delle urne incanta, ancora una volta, la sinistra radicale, che si lancia nell’ennesima ricerca di rappresentanza elettorale finendo per restituire fiducia all’organizzazione sociale specifica della classe dominante: lo stato. Il pifferaio magico e la sua suadente melodia della conquista del potere politico, o per lo meno di una sua fetta, come mezzo per fare avanzare le conquiste sociali incanta ancora una volta certe fazioni politiche e la recente discesa in campo di “Potere al Popolo” non è che la riconferma di questa coazione a ripetere.

Forte di un effettivo radicamento territoriale l’EX OPG Occupato di Napoli si propone come capofila di una lista della sinistra radicale che sappia coinvolgere i soggetti della variegata galassia dei centri sociali post disobbedienti e post autonomi. Un’operazione non troppo differente rispetto a quella avviata dai centri sociali del Nord Est in Emilia Romagna e che ha portato la cricca del TPO e rimasugli di SEL in consiglio comunale a Bologna con Coalizione Civica, ma su scala più ampia. Una proposta viziata da pesantissimi errori di valutazione nelle sue basi e senza effettive gambe su cui camminare e che potrà, al massimo, servire nello stabilire un’egemonia – o nell’affossare quella costruita fino a ora in caso di clamoroso flop – a livello territoriale.

Oltre al progetto di Potere al Popolo abbiamo anche Sinistra Rivoluzionaria, unione del PCL di Ferrando e di Sinistra, Classe e Rivoluzione – l’ex “organizzazione nell’organizzazione” Falce e Martello del PRC dei tempi che furono – che si candida alle politiche.

Abbiamo poi anche l’ultrariciclato Marco Rizzo, da prode bombardiere della Serbia ad apostolo dell’antiamericanismo spacciato per antimperialismo, ma qua siamo oramai nel campo del comico, con il suo PC pronto per le elezioni.

Gli errori di valutazione alla base di queste scelte elettoraliste sono gli stessi di tutti coloro che credono che la partecipazione alla struttura statale possa portare a qualcosa di buono per la nostra classe. Storicamente le speranze riformiste si sono infrante quando le componenti della Seconda Internazionale votarono i crediti di guerra in Germania, Francia e Inghilterra contribuendo a gettare milioni di operai e contadini nel massacro della Prima Guerra Mondiale. Se l’opzione giacobina della conquista manu militari del potere da parte di un’auto-definitasi avanguardia si è dimostrata incapace di risolvere le proprie contraddizioni finendo per evolversi ovunque in una qualche forma di capitalismo di stato l’opzione socialdemocratica e riformista, in veste più o meno radicale, ha parimenti fallito. Ha fallito nelle sue forme storiche segnando l’evoluzione da welfare state a workfare state in Germania e Regno Unito. Definitivamente smantellata da anni negli USA, sotto pesante attacco in Italia e Francia. Regge ancora – per quanto? – in alcuni paesi nordici grazie alle loro peculiarità.

È fallita nelle sue riproposizioni contemporanee in Grecia,con Syriza rientrata nei ranghi e che non gioca nemmeno più all’opposizione delle politiche di austerity, è fallita nella crisi del “Nuovo Bolivarismo”, esperimento socialisteggiante condito con giacobinismo e teologia della liberazione salito al governo in Venezuela e che è finito stritolato dalle fluttuazioni del prezzo del greggio, che è determinato altrove, su cui basava la propria economia, economia per altro costruita a prezzo di un’ulteriore devastazione ambientale, prezzo pagato da molte comunità indigene. È fallita in Turchia dove l’HDP è stato estromesso da un golpe bianco dal governo delle municipalità che aveva democraticamente conquistato. Il “municipalismo” di Barcellona, preso a modello da certe componenti italiane, non è in grado di dare una chiara risposta di classe al conflitto tra lo stato centrale spagnolo e il nazionalismo catalano.

L’altro grande errore di valutazione compiuto da questi gruppi riformisti è l’idea che il processo di concentrazione del capitale – e di correlato depauperamento del proletariato e della così detta classe media – a cui abbiamo assistito in questi anni sia in qualche modo il risultato di un qualche oscuro piano neoliberale e non l’estinzione storicamente determinata del patto sociale di stampo socialdemocratico che aveva retto nei paesi occidentali per decenni: estinzione che è stata determinata dal superamento delle basi materiali che sorreggevano tale patto e dalle modifiche, sempre più profonde, ai meccanismi produttivi che non richiedono più operai/impiegati-massa. La fine delle possibilità di accumulazione tramite esproprio coloniale direttamente per mano degli stati europei e l’avanzamento delle capacità di produzione alla lunga alla fine hanno portato alla crisi delle varie forme di stato sociale, l’apertura al mercato del lavoro globale da parte del capitalismo di stato cinese ha fatto migrare parte consistente del manifatturiero. Le produzioni che vengono reinternalizzate adesso in occidente assorbono meno forza lavoro in quanto maggiormente automatizzate e permettono l’abbattimento dei costi dati dalla logistica.

L’espulsione dal mercato del lavoro – o la condanna a lavori saltuari informali o istituzionalizzati che siano – ora investe anche quella che un tempo sarebbe stata classe media: lavoratori impiegatizi, liberi professionisti, creativi. Il mondo si polarizza sempre più tra chi possiede i mezzi di produzione e chi non li possiede. È ovvio che il gioco non potrà durare in eterno: una popolazione di disoccupati o sottoccupati cronici non può assorbire la quantità di merci prodotta a ritmi sempre maggiori, la crisi sistemica diventa possibilità immediata.

A fronte di queste profonde modifiche appare evidente come portare indietro le lancette della storia, in modo democratico o meno, sia impossibile.

Tentare di partecipare al potere statale oltre che legittimare l’organizzazione di classe specifica della borghesia significa investire energie nel tentare di fare rimanere sul palco della storia chi ha esaurito le battute a disposizione.

Ma proseguiamo con la nostra carrellata sul ballo in maschera che si appronta. La “cosa” che si muove alla sinistra del PD ha accusato di leaderismo Renzi e poi ha scelto per acclamazione come proprio leader un magistrato, l’attuale presidente del senato Grasso. A questo punto ci tenevamo il centralismo democratico che almeno si discuteva, o almeno si faceva finta, per decidere chi sarebbe stato il leader. Ma tanto è. Pisapia & C. sembrano finalmente essersi decisi nell’abbandonare l’ipotesi di alleanza con il PD ma ancora non si sa cosa faranno sul serio.

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Su PD, Lega, M5S, FDI, Alfaniani e quanto altro non pensiamo che sia necessario spendere ulteriori parole. Forse giusto un paio di battute sul M5S: quando pochi anni fa affermavamo che i 5 stelle servivano a recuperare alla classe dominante il controllo di quelle confuse istanze di rottura emerse agli albori della crisi economica e sociale c’era chi ci rispondeva con l’opportunità del voto tattico per il partito di Grillo e simili castronerie. Ora i 5 stelle hanno finalmente dimostrato di essere quello che già denunciavamo allora: una banda di banderuole.

Nel frattempo il Partito Democratico, lo stesso partito che con il suo ministro dell’Interno, che alcuni vedrebbero bene come futuro premier, ha sancito la possibilità di lasciare affogare i profughi in mare, purché si possa scaricare la responsabilità sulla Guardia Costiera altrui, e, meglio ancora, lasciarli ammazzare da bande di criminali in Libia, si mette a strillare sul pericolo del ritorno del fascismo e del razzismo a causa di quattro pagliacci fomentati dallo stesso governo. E allora via con il richiamo all’unità antifascista e altre storielle infantili. Come se i fascisti fossero un fenomeno dovuto a un qualche marciume morale e non fossero i vili scherani al servizio del padronato – i lavoratori dei magazzini SDA aggrediti da squadracce fasciste durante la vertenza di ottobre-novembre avrebbero qualcosa da insegnare alle anime belle dell’antifascismo morale a tal proposito – e come se i partiti liberali non avessero attuato, in nome della realpolitik o di qualche altro fantasma mentale – o più semplicemente in nome delle rispettive borghesie di riferimento – le stesse politiche di omicidio di massa invocate dai fascismi.

D’altra parte storicamente i campioni liberali dell’antifascismo, i Churchill o i De Gaulle, si sono sistematicamente dedicati allo sterminio e all’accumulazione mediante esproprio nelle colonie al pari del Reich con il suo Generalplan Ost o degli infami atti criminali compiuti dal Regno d’Italia in Africa Orientale – compiuti non a caso sia durante la monarchia liberale che durante la monarchia fascista.

I pagliacci neofascisti reggono ancora una volta il bordone a chi sta al governo agendo da parafulmine e specchietto per allodole. Probabilmente li lasceranno giocare un pochino ai nazional rivoluzionari per poi dargli quattro scappellotti quando passeranno il segno. La vicenda di Alba Dorata in Grecia insegna: prima pompati su tutti i media e poi pubblicamente castigati dalle procure elleniche.

Intanto si grida all’aggressione squadrista per quattro babbei con tre fumogeni sotto le finestre del direttore de La Repubblica quando per anni abbiamo visto aggressioni squadriste, e omicidi, a danni di attivisti e militanti politici, di lavoratori in sciopero, di immigrati individuati come nemici allogeni derubricate a “risse tra estremisti” “scontri tra ultras” o semplicemente ignorate.

Come se il Partito Democratico non avesse ampiamente legittimato Casa Pound come ben mostrato dal dossier sui rapporti tra il partito renziano e l’ultradestra composto dai Wu Ming e Bourbaki e liberamente consultabile online: https://www.wumingfoundation.com/giap/2016/06/casapound-rapporti-con-lestrema-destra-nel-ventre-del-partito-renziano/

Non ci stupiremmo, infine, di vedere varare nuove misure repressive – o legittimare quelle già esistenti ma scarsamente applicate, come la sorveglianza speciale – con la scusa della necessità di combattere qualche banda di babbioni che fanno il saluto romano per poi applicarle nei confronti dei movimenti sociali che provano a contrastare le dinamiche sempre più stritolanti del capitalismo.

I partecipanti al grande ballo in maschera prendono posizione. Noi sappiamo già quale è la nostra: dalla parte della nostra classe.

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Breve discorso sul reddito

Il seguente articolo, pubblicato su Umanità Nova n. 31 anno 97, è stato scritto congiuntamente da me e dal compagno JR ed è il frutto di una lunga riflessione a due sul tema del reddito.

Introduzione

Del reddito o dell’incompatibilità di sistema

Il discorso è incentrato sull’analisi di alcuni aspetti contraddittori legati alla ricerca di percorsi emancipativi che il “movimento” sta tentando di mettere in pratica negli ultimi due lustri.

L’analisi viene portata avanti partendo da alcuni concetti di base, quali la redditualità diretta, la redditualità indiretta ed il mutualismo; associati a questi si pone l’obbligo di ridefinire talune strategie e recuperare alcuni particolari significati. Nello specifico, prima di affrontare i concetti di base, è utile un ragionamento per inquadrare il problema dal punto di vista storico e sociale: si farà quindi riferimento ad un processo necessario, che qui viene definito di “identificazione”, ossia il processo di percezione del proprio ruolo all’interno di un contesto storico, economico, sociale e politico – processo a priori, rispetto alla ricostruzione del concetto, oramai svuotato di senso, di identità di classe. Il secondo significato oggetto dell’analisi è quello dell’incompatibilità col sistema, la quale si esplica come elemento essenziale per innescare una rottura sostanziale – quindi strutturale – con il sistema. L’incompatibilità è la prima importante fase da concepire, senza la quale si intraprendono percorsi che si ammantano di velleità antagoniste o di conflittualità col sistema ma che, nella sostanza, cercano di scavare nicchie comode all’interno dello stesso: nella fattispecie nicchie di mercato.

È chiaro che ci si muove nell’ambito di una critica radicale condotta con gli strumenti della decostruzione delle narrazioni ufficiali – la mercificazione totale ed il mercato come unico orizzonte di senso possibile – e delle contronarrazioni “antagoniste”, ossia la ricerca di forme alternative per l’ottenimento di reddito apparentemente fuori dalla logica mercatale.

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Medioriente – L’elefante nella stanza

Questo articolo apparirà su Umanità Nova numero 31 anno 97

Nelle ultime due settimane sono occorsi, in Medioriente, almeno tre eventi di grande importanza che sono stati quasi completamente ignorati dai mezzi di informazione mainstream.

Innanzi tutto in Arabia Saudita vi è stato quello che possiamo definire tranquillamente come un colpo di stato. Il principe reggente Mohammed bin Salman, figlio del re Salman, ha imbastito un’operazione che, in nome della lotta alla corruzione, ha portato all’arresto di undici dirigenti d’alto livello di imprese, ministri e principi. Inoltre sono stati dimissionati il Miteb bin Abdullah, capo della Guardia Nazionale, la struttura militare parallela all’esercito di cui è dotato il Regno, e figlio del precedente Re – quindi cugino di Mohammed dato che l’Arabia Saudita ha avuto fino ad ora un peculiare sistema di successione su linea fraterna e non filiale – e possibile contendente al trono, e del capo della Marina Militare, Abdullah bin Sultan. In questo modo Mohammed bin Salman ha concentrato su di sé tutto il potere militare: è già ministro della difesa, ora ha avocato anche il comando della Guardia Nazionale ed ha estromesso del tutto la famiglia del vecchio re. Tra gli altri arrestati si annoverano anche Alwaleed bin Talal, finanziere che ha partecipazioni anche in grosse imprese occidentali, sopratutto nel campo dei media (News Corporation e Twitter) e della tecnologia (Apple).

Il regno saudita ha una struttura di potere caratterizzata da una famiglia reale di dimensioni esorbitanti – oltre cinquemila membri – che ricalca la struttura tribale esistente prima della nascita dello stato moderno e questa peculiarità ha portato alla creazione di un complesso sistema di bilanciamento tra poteri e camere di compensazione che garantissero una rappresentanza a tutti i membri del’élite al potere con il re nel ruolo di primus inter pari. Il regno, che possiamo definire tranquillamente come una delle strutture statali più autoritarie al mondo, è guidato quindi non tanto in modo autocratico da un singolo ma da una formula di concertazione tra le diverse componenti della classe dominante. In un articolo apparso su formiche.net ed in un altro pezzo apparso online su l’Internazionale si ipotizza che la mossa di Mohammed bin Salman sia legata sopratutto a uno scontro interno alla classe dirigente saudita tra chi, gli arrestati e i loro clientes, sono legati al vecchio modello ed il Principe e la sua cordata che invece vogliono rilanciare in senso dinamico l’economia Saudita con anche aperture in senso riformista che aiutino anche l’immagine del paese. Come si faceva notare nell’articolo apparso su formiche.net in questo periodo l’Arabia Saudita ha deciso di vendere sul mercato azionario delle quote di Saudi Aramco, l’azienda petrolifera di stato, per liberalizzare l’economia ed incamerare dei fondi per lanciare i propri progetti mastodontici, che prevedono la creazione di gigantesche smart city da costruire ex novo. Proprio in questi giorni, per altro, sono in corso le trattative per scegliere la piazza finanziaria su cui condurre un’operazione da centinaia di miliardi di USD. Se venisse scelta Wall Street questo potrebbe significare un rilancio della partenership tra USA e Arabia Saudita: non più basata sull’acquisto da parte statunitense del greggio saudita ma su robuste transazioni finanziarie.

La mossa del principe reggente, tesa a concentrare in modo rapido il potere nelle proprie mani, è un fatto pregno di conseguenze a livello internazionale. Il principe che viene definito dai media occidentali come “progressista” – forse avendo in mente il “medioprogressismo” di un noto Megadirettore – sta spingendo per un’accelerazione del processo di disgregazione dell’ordine mediorientale per affermare l’egemonia saudita sull’intera regione e non solo sul Golfo.

Negli ultimi dieci anni l’Arabia Saudita è stata assorbita nel tentativo di contenere l’espansione della sfera egemonica iraniana, ma fino ad ora non le è andata troppo bene. In Iraq l’influenza di Tehran è più forte che mai, con l’assenso statunitense. Gli USA, storici alleati della dinastia dei Saud, hanno firmato l’accordo sul nucleare con Tehran e i sauditi, insieme agli israeliani, han fatto di tutto per farlo saltare.

Durante le elezioni presidenziali americane hanno puntato su Hillary Clinton, veementemente antirussa, artefice dell’interventismo in Siraq e finanziata dai petroldollari del Golfo, ma questa non avrebbe potuto sconfessare apertamente quello che viene presentato come il capolavoro diplomatico dell’amministrazione Obama, amministrazione della quale ha fatto parte come Segretario di Stato.

Hanno poi sperato in Trump, che l’accordo con gli Ayatollah ha sempre contrastato, ma questi in un anno non è andato oltre alle roboanti dichiarazioni. Per di più ha un ambiguo rapporto con la Russia: se l’accordo USA-Russia è strategicamente impossibile sul lungo termine – troppi i contrasti a livello globale – l’amministrazione Trump sembra più che volenterosa di volere proseguire con gli accordi sulla Siria fatti fino a ora con Mosca, accordi che accettano di fatto il ruolo di Hezbollah e dei clientes iraniani in tutto il Siraq e che passano anche dall’accordo sul nucleare iraniano.

Il tentativo saudita di riportare alla subordinazione il Qatar, petromonarchia del Golfo sì, ma con una forte politica autonomista che sigla accordi bilaterali con gli Iraniani e gioca una politica tutta sua tramite la Fratellanza Musulmana, non ha sortito risultati.

L’intervento in Yemen, il vicino meridionale e negletto dei Saud, si è impantanato nonostante gli sforzi militari in una guerriglia lungo i confini del Regno e una crisi umanitaria catastrofica.

Nemmeno il tentativo di guerra economica alla Russia mediante l’artificioso ribasso del prezzo del greggio è andato a buon fine, l’economia russa è riuscita a contenerlo pur con qualche dissesto, dimostrando una resilienza che molti osservatori non si aspettavano. Nel mentre la cosa ha causato non pochi malumori anche negli altri paesi produttori di greggio, sopratutto negli USA che dell’autonomia nella produzione energetica hanno fatto uno scopo strategico e che da un troppo basso prezzo del petrolio sono colpiti.

In Siria Assad è riuscito, con le risorse proprie e il fondamentale appoggio iraniano e russo, a rimanere al potere nonostante cinque lunghi anni di guerra civile.

I due fronti in cui i Saud possono vantare una significativa vittoria sono quello in Egitto e quello in Bahrain: l’esercito egiziano è riuscito a riprendere in toto il controllo del paese dopo avere estromesso Morsi. Le spese del tutto l’han fatta, ovviamente, i proletari egiziani, forza trainante della rivoluzione che depose Mubarak ma subito repressi sia dalla Fratellanza Musulmana di Morsi che dal ritorno dell’esercito al potere.

Ma non ci si può certo illudere che l’Egitto, potenza regionale pari all’Arabia Saudita e paese pienamente inserito nella struttura di potere globale, sia un burattino nelle mani di Riad. Il regime egiziano si considera, ed è, un alleato alla pari e la cricca dei generali che governa il paese pur ringraziando i Saud per averli aiutati nel momento del bisogno ha la sua piena autonomia e le proprie prospettive strategiche peculiari.

In Bahrain la rivolta della popolazione sciita, subordinata a una dinastia sunnita ed esclusa dall’accesso a livelli reddituali decenti è stata schiacciata con violenza anche con il diretto intervento di Riad. La partita vera per il governo saudita si gioca nel ripristinare il pieno controllo sullo Yemen e ricondurre a una posizione subordinata il Qatar. Per fare questo però è necessario attaccare di petto Tehran – e il modo che pare essere stato trovato dal principe reggente è quello di aprire una crisi in Libano.

Il secondo fatto, di portata enorme, di cui si è taciuto sulla stampa in questi giorni è infatti che il primo ministro libanese, Hariri, sunnita ma a capo di un governo di unità nazionale che include anche Hezoballah, si è recato in Arabia Saudita per annunciare con un comunicato le proprie dimissioni dal ruolo di primo ministro e poi scomparire. Al momento in cui scrivo solo dopo una settimana l’ex primo ministro libanese ha fatto una dichiarazione pubblica in cui ha affermato che gode di “completa libertà in Arabia Saudita”, che le dimissioni sono giustificate dagli sviluppi della situazione regionale e che tornerà in Libano quanto prima per presentare le dimissioni “seguendo il percorso costituzionale” (lancio ANSA delle 22.20 del 1/11/017).

Anche chi si fa grasse risate davanti al concetto di “diritto internazionale” rimane piuttosto basito da un evento di tale portata: il primo ministro di uno stato sovrano si dimette – obtorto collo? – mentre si trova in visita in un paese estero dalle mire egemoniche e poi scompare. In tutto questo non si genera nessuno scandalo internazionale, l’ONU tace e tutti fanno pubblicamente finta di nulla di fronte all’elefante nella stanza. Penso che una migliore dimostrazione di quanto il concetto di “sovranità nazionale” altro non sia che un fantasma mentale davanti alla materialità dei rapporti di forza e della ferrea logica della politica di potenza non si possa trovare.

Mentre accadeva tutto questo Riad non ha trovato di meglio, e siamo al terzo evento grandemente taciuto, che tentare pubblicamente di creare una coalizione contro Hezbollah. Tentativo che si è scontrato con diversi ostacoli che paiono insormontabili: intanto Israele al momento non sembra interessato a intervenire in modo pesante in Libano ed è ben contento che le truppe di Hezbollah se ne stiano ben impegnate a supportare Assad lontano dai propri confini. Certo, ogni tanto bombarda qualche convoglio del movimento sciita o ne ammazza un qualche dirigente, per altro con il placet russo, quando questi paiono trasportare armamenti pesanti verso i confini israeliani. Inoltre qualsiasi tentativo di intervenire sul campo nel Libano meridionale porterebbe a uno scontro diplomatico con mezzo mondo: la missione delle Nazioni Unite UNFIL, che vede per altro la presenza di un contingente di un migliaio di truppe italiane – e di quasi milletrecento truppe indonesiane, ovvero di uno dei paesi musulmani sunniti più grandi al mondo – si ritroverebbe tra l’incudine e il martello e vi sarebbero immediate pressioni da parte di tutti i partecipanti alla missione ONU per porre fine al conflitto.

Per altro in questo periodo non è che l’Arabia Saudita goda di altissimo credito presso le cancellerie europee, considerando che i vari attentatori che hanno agito sul suolo europeo negli ultimi anni si erano per lo più radicalizzati in moschee e ambienti religiosi direttamente legate a Riad. Per non parlare, poi, degli irrisolti nodi nei Balcani che vedono un sempre maggiore interventismo sia saudita sia turco nel finanziare centri religiosi per espandere la propria influenza in una regione in cui altri stati europei hanno da sempre interessi strategici, Germania in primis.

Gli stati europei non avrebbero niente da guadagnare da un’aumentata tensione con l’Iran, anzi, ne avrebbero solo da perdere considerando che il ritiro delle sanzioni internazionali contro Tehran ha significato la riapertura di un mercato estremamente remunerativo per l’industria e per la finanza europea. I cinesi certamente si opporrebbero e la stessa cosa farebbero i russi.

Gli Stati Uniti potrebbero appoggiare un intervento contro Hezobollah ma non è detto che siano desiderosi di aprire l’ennesimo fronte in medioriente, sopratutto considerando che la prospettiva strategica americana degli ultimi anni è stata quella del disimpegno dal Medioriente per concentrarsi sul teatro del Pacifico. Molto probabilmente l’impegno statunitense si ridurrebbe al fornire intelligence e supporto diplomatico. Il placet israeliano a un’operazione simile è necessario ma al momento non è affatto scontato. Idem per quanto riguarda la Giordania.

Proviamo a tirare le somme della questione: appare evidente come il ruolo dell’ISIS in questi anni è stato quello di stato – in fieri ma pur sempre stato – cuscinetto tra le frizioni interimperialistiche. Ha attirato per tre anni su di se le attenzioni e gli sforzi bellici di diversi attori, normalmente in contrasto tra di loro, ma le sconfitte militari su più fronti hanno lo hanno usurato. Così come un cuscinetto a sfera usurato perde la capacità di svolgere le proprie funzioni, l’ISIS con i territori ridotti e la rete di accordi tribali in Siraq destrutturata non riesce a svolgere più il proprio ruolo. La Turchia di Erdogan si è trovata bloccata nel suo tentativo di proiezione a Sud a causa della sconfitta sul campo da parte della Confederazione a guida PYD in Rojava del proprio proxy – l’ISIS stessa – e ha dovuto rinunciare anche a defenestrate Assad. Se la classe dirigente dell’AKP ha imparato la lezione proverà a giocare non più la carta di un aggressivo disegno neo ottomano ma quella del divenire punto di equilibrio tra l’Arabia Saudita e l’Iran.

L’Arabia Saudita è riuscita a contenere il tentativo qatarino di assumere la guida del sunnismo politico mediante la Fratellanza Musulmana – tentativo agito, per altro, in concerto con la Turchia anche mediante l’ISIS stessa e tramite la propria rete jihadista – ma non è riuscita certamente a piegare il Qatar come avrebbe voluto, anzi, si è ridicolizzata nel provarci palesemente e nel fallirci altrettanto palesemente. Il confine meridionale dell’Arabia Saudita è un fronte di guerra e le milizie sciite yemenite sono riuscite a lanciare un missile, molto probabilmente gentilmente fornito dall’Iran, che ha colpito i dintorni di Riad stessa.

La mossa del principe reggente tesa ad accentrare su di sé il controllo del regno è probabilmente figlia della biforcazione sistemica che si profila nel sempre più vicino orizzonte: accettare una qualche forma di accordo con il rivale persiano e rideterminare l’assetto egemonico della regione in modo pacifico o andare allo scontro frontale e alla guerra sul campo. La classe dirigente saudita è in lotta al suo interno e bisogna vedere se il tentativo del principe riuscirà ad andare fino a fondo o se verrà rintuzzato nel prossimo periodo e che significato avrà questo a livello internazionale.

Questo articolo è stato scritto domenica 12 novembre e data l’accelerazione degli eventi non mi stupirei che quando esso giungerà a distributori e abbonati possa essere stato superato da nuovi fatti.

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