La marcia del vittimismo

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 15 anno 98

So, you’ve been to school / For a year or two / And you know you’ve seen it all /
In daddy’s car / Thinking you’ll go far / Back east your type don’t crawl / Playing ethnicky jazz/
To parade your snazz / On your five-grand stereo / Braggin’ that you know / How the niggers feel cold / And the slum’s got so much soul”

Dead Kennedys – Holiday in Cambodia

Assistere alla March4ourLives del 24 marzo e alle reazioni entusiaste di una buona fetta della sinistra istituzionale europea e della presunta sinistra radicale europea ci fa pensare che sia il caso di aprire una serie di considerazioni. In questo pezzo ci dedicheremo ad alcune considerazioni contingenti ma queste stesse dovranno successivamente essere espanse e divenire considerazioni di carattere generale.

Una breve storia

Tanto per iniziare: un po’ di storia. Il 15 febbraio un giovane nazista della Florida entrava nella sua ex scuola, da cui era stato espulso, e ammazzava a colpi di arma da fuoco 17 tra studenti e personale della scuola. Sui retroscena di questo grave fatto abbiamo già scritto in “Armi, società e potere – Militarizzazione sociale” apparso sul numero 8 di questo anno di Umanità Nova. Per un inquadramento della vicenda rimandiamo quindi alla lettura del citato articolo e in particolare dei paragrafi inerenti alla cultura di destra che sta dietro a questi atti. Per quanto riguarda più in generale la questione della armi da fuoco nella società statunitense rimandiamo invece agli articoli: “La propaganda alla prova dei fatti” parte uno e parte due, pubblicati rispettivamente su Umanità Nova numero 31 anno 95 e sul numero 1 anno 96, a “La stretta autoritaria negli USA” pubblicato sul numero 24 anno 96, a “La social-misantropia” pubblicato sul numero 30 anno 97. Per un maggiore inquadramento della questione della violenza poliziesca, tema che è strettamente legato a quello trattato negli altri articoli, rimandiamo invece a “Genealogia della violenza poliziesca”, pubblicato sul numero 33 anno 93. Tutti gli articoli sono reperibili sia sul sito di Umanità Nova che sul blog dell’autore (photostream.noblogs.org).

Quello che ci interessa qui analizzare invece è quanto è successo dopo la strage di Parkland con l’emergere di quel movimento denominato “March4OurLives”, un movimento che ha suscitato forti entusiasmi a sinistra ma che si muove completamente all’interno del paradigma della compatibilità sistemica. Un movimento che è pienamente conservatore e, in alcuni aspetti, reazionario.

Iniziamo con l’analizzare la piattaforma del movimento, reperibile facilmente sul web. La fonte che ho usato io è l’articolo “Parkland students: our manifesto to change America’s gun laws” pubblicato sull’edizione online del Guardian ma curato direttamente dagli studenti di Parklands. Consiglio vivamente la lettura della pagina web originale in quanto iconograficamente svela molto a un occhio attento. Il punto primo della piattaforma rivendicativa è intitolato “Bandire le armi semi automatiche che sparano proiettili ad alta velocità” ed esordisce con “I civili non dovrebbero avere accesso alle stesse armi a cui hanno accesso i soldati”. E già qua chiunque abbia una concezione anche solo vagamente progressiva della società dovrebbe sentire un brivido lungo la spina dorsale: la piattaforma esprime chiaramente la necessità del monopolio statale non solo della forza ma anche della possibilità dell’uso della forza e della possibilità stessa di accedere a determinati strumenti su cui i “civili” non dovrebbero mettere le mani perché sono pericolosi. E, attenzione, non perché siano strumenti pericolosi, solo un cretino potrebbe negarlo, ma perché i civili stessi sono pericolosi: “Il fatto che possano essere comprati dai civili non promuove la tranquillità domestica ma, bensì, ci espone al tipo di pericoli che sono affrontati da uomini e donne nelle zone di guerra”. Da questo se ne ricava che va bene che i militari statunitensi ammazzino – e si facciano ammazzare – all’estero, fuori dai confini della tranquillità domestica, ma guai se un’arma simile circola entro i confini statunitensi. Insomma: chi non è un membro effettivo delle forze armate sarebbe oggettivamente più pericoloso e va tenuto sotto controllo. Basterebbe già questo a classificare una siffatta piattaforma come autoritaria, ma andiamo avanti, aggiungendo un altro dato banale ma spesso taciuto: le armi semi-automatiche in grado di sparare proiettili ad alta velocità sono disponibili sui mercati civili, e a prezzi accessibili, in quasi tutte le nazioni europee. In alcuni casi, come in quello italiano, in calibro leggermente differente, ma non meno potente, rispetto a quello militare, e con gli stessi identici effetti in termini di balistica terminale. E in questi paesi di mass-shooting non ve ne sono stati mai o ve ne sono stati pochissimi. Ma non si può pretendere che chi scrive una simile piattaforma abbia la consapevolezza del fatto che il mondo continua anche al di là del suo naso.

Il secondo punto della piattaforma è: “Proibire gli accessori che simulano la ripetizione automatica dei colpi”. Ancora torna fortemente il tema della necessità del monopolio statale dell’accesso a determinati strumenti, in quanto in mano ai civili sarebbero pericolosi dato che questi sono ontologicamente inaffidabili.

Il terzo punto dimostra ancor più quanto sia pienamente conservatore questo movimento. Infatti, esso chiede di stabilire dei controlli approfonditi su chi compra un’arma, inerenti alla sua salute mentale e alla sua fedina penale. Sull’aspetto della salute mentale torneremo in seguito, ma intanto dobbiamo rilevare come una simile proposta in un paese noto per politiche di incarcerazione di massa, per l’applicazione pluridecennale del diritto penale del nemico, per una pesantissima razzializzazione della società, e della giustizia penale, che si aggiunge all’oppressione di classe, significa fondamentalmente chiedere di impedire l’accesso a strumenti di autodifesa ad appartenenti alle classe popolari e alle minoranze marginalizzate. Il diavolo, per altro, sta nei dettagli: il punto prende in considerazione la “capacità fisica” di chi possiede un’arma. Cosa vuol dire? Non si sa in quanto non è esplicitato. A logica si capisce solo che se, metti caso, sono in sedia a rotelle non dovrei possedere un’arma. Perchè? Non si sa.

Ma non è finita qua: il punto successivo chiede direttamente di modificare la legge sulla privacy per permettere agli organi preposti alla salute mentale di comunicare con la polizia. Stupendo. Così una persona sarà ancora più scoraggiata dal rivolgersi a un centro di aiuto psicologico sapendo che lì non troverà un persona con cui stabilire un rapporto di fiducia ma un possibile delatore. In un paese che ha poi fatto della medicalizzazione della devianza sociale e dell’imposizione dello stigma la sua strategia principe nell’affrontare le questioni di salute mentale possiamo tranquillamente immaginare persone che si troveranno impossibilitate a possedere uno strumento di difesa perché anni prima hanno mandato a quel paese il professore e sono stati spediti a colloquio con lo psicologo della scuola o perché sono “stressate”. E non stiamo esagerando: basta guardare le statistiche sulle prescrizioni di psicofarmaci negli USA per capire come vengono affrontate queste problematiche.

Aggiungiamoci poi il fatto che stragi come quelle perpetrate da Cruz non hanno la propria origine in patologie psichiatriche o in disagi psicologici ma nella completa introiezione dei meccanismi basilari della società capitalista: darwinismo sociale, suprematismo, misoginia. Quindi, invrece di intervenire su questi temi, prendiamocela con adolescenti medicalizzati e psichiatrizzati fin dalla più tenera età, bollandoli come possibili stragisti. Evviva lo stigma: Goffmann, chi era costui?

Seguono alcuni punti sugli escamotage legali che fanno sì che esista uno scarso controllo sull’acquisto di armi da fuoco, la cui trattazione prevederebbe un livello di approfondimento che va al di là dei nostri scopi dato che variano da stato a stato. I tre punti finali invece sono da analizzare attentamente. Il primo chiede di alzare a ventuno anni l’età che dà accesso alla possibilità di acquistare armi. Con l’intelligentissima motivazione: “dato che fino a ventuno anni non possiamo bere alcoolici o prendere in affitto una macchina dovremmo essere messi nelle condizioni di non potere comprare un’arma semiautomatica”. Tradotto: “siccome siamo considerati dei minorati vogliamo essere considerati ancora più minorati”. Una rivendicazione che va sicuramente in direzione dell’emancipazione individuale e collettiva. Altra perla del punto è il classificare l’AR15, la versione civile e semiautomatica dell’M16, come arma di distruzione di massa. Si vede che chi ha scritto questo punto non ha mai visto l’effetto delle vere armi di distruzione di massa: e dire che di video che mostrano i bombardamenti al fosforo su Falluja da parte dell’USAF se ne trovano, come se ne trovano che mostrano gli effetti delle bombe termobariche e FAE sui villaggi afghani. Ma è inutile fare queste osservazioni a chi ha affermato fin dall’inizio che è legittimo ammazzare il prossimo al di fuori dei confini patrii. Ovviamente, nel punto è scritto chiaramente che questa misura non va applicata a chi a 18 anni si arruola nell’esercito.

Il secondo punto della parte finale torna sulla questione della salute mentale, chiedendo maggiori fondi federali dedicati a questo tema e sottolineando, ancora, come chi commette dei mass shooting sia sofferente di “depressione, disturbi post traumatici e altre malattie mentali”. Peccato che non sia affatto così. Si richiede poi una maggiore medicalizzazione delle scuole con l’introduzione di ancora più psicologi e “counselors”, ovvero quelle figure con il compito di consigliare e guidare gli studenti. Insomma, oltre a voler essere a tutti i costi considerati come minorati in quanto giovani, costoro vogliono pure essere considerati malati.

E, infine, il punto conclusivo: “Aumentare i fondi per la sicurezza scolastica”, in cui letteralmente chiedono di militarizzare, con una maggiore presenza poliziesca, scuole e università. Una rivendicazione, anche questa, che va senza dubbio in direzione di una maggiore emancipazione, sopratutto in un momento in cui avvengono imponenti mobilitazioni di massa dei lavoratori della scuola – appoggiati in molti casi dagli studenti – per avere aumenti salariali.

Le mezzeclassi del vittimismo

I dati che emergono da questa mobilitazione sono diversi e van tenuti in conto per una valutazione generale del fenomeno:

  1. si è trattato di una mobilitazione esclusivamente delle mezzeclassi urbane, concentrate sopratutto nella costa est e nelle grandi città della costa ovest. Il Midwest, il sud e l’area delle Montagne Rocciose, così come l’Appalachia e l’Altopiano di Ozark, hanno visto ben poco di questa mobilitazione;

  2. come scrive lo stesso Washington Post, che pure è un giornale che su questa mobilitazione molto ha puntato, la maggioranza dei manifestanti non erano giovani. Secondo la loro rilevazione, solo il 10% dei partecipanti alla marcia a Washington erano adolescenti e l’età media degli adulti presenti era appena sotto i 49 anni. L’89% dei presenti a Washington sono stati elettori della Clinton e il 72% ha un titolo accademico;

  3. la mobilitazione è stata fortemente voluta e promossa dai quadri del Democratic Party e in particolare dalla frazione di destra, quella di cui i Clinton sono stati i massimi esponenti;

  4. anche se in alcune città sono stati portati anche altri temi, i tagli pluridecennali all’istruzione in primis, l’attenzione dei media si è concentrata sulla questione armi.

Siamo di fronte quindi a una mobilitazione che possiamo definire come specifica della classe media e medioalta delle aree urbane, che è sporadicamente riuscita a cooptare elementi delle classi popolari, come a Chicago.

È interessante notare che chi ha animato questa mobilitazione non solo si autorappresenta come vittima ma vuole vedere riconosciuto e mantenere questo status sociale, e non emanciparsi, in quanto in questo vede dei vantaggi. È tipico delle mezzeclassi nei periodi di crisi autorappresentarsi in questo modo: vittime della finanziarizzazione, dei flussi migratori, del disfacimento dei costumi, di qualche oscuro complotto. Il voler vedere riconosciuto e mantenere lo status di vittima, e quindi di soggetto da mettere sotto tutela, è il tentativo di pararsi dai colpi della proletarizzazione incombente di sempre più ampi settori delle classi medie. In molti casi, queli che si sono organizzati, o che più spesso si sono fatti organizzare dalle organizzazioni legate al Democratic Party, per scendere in piazza “contro le armi”, sono gli stessi che hanno sistematicamente taciuto davanti a tutte le guerre condotte dallo Stato, sono gli stessi che si voltano dall’altra parte quando a cadere sotto il piombo della polizia sono appartenenti al proletariato e al sottoproletariato.

Si potrà dire: però non si può negare che i sopravissuti della strage di Parkland che hanno parlato dal palco di Pennsylvania Avenue siano stati vittime. Ma, ancora, il diavolo sta nei dettagli: essi sono stati vittime di una strage, e pur essendovi sopravvissuti ne porteranno i segni per sempre, ma questo non li rende sacri e incriticabili. Un conto è essere effettivamente vittima di un qualche evento e un altro conto è assumere il ruolo di vittima eterna facendo leva sui peggiori attrezzi dell’emotività elevata a strumento di irregimentazione del discorso pubblico per far passare un messaggio che ha precisi scopi, che emergono tranquillamente da un’analisi dei punti della piattaforma rivendicativa, presentandolo come “naturale” in quanto proveniente da vittime.

D’altra parte, come già segnalavamo nell’articolo “La stretta autoritaria” pubblicato nel luglio 2016, il tentativo di porre sotto un maggiore controllo l’accesso agli strumenti di difesa rientra pienamente nell’irrigidimento del controllo sociale che è strutturalmente legato a un periodo che vede una crisi economica globale oramai perenne e un’erosione della legittimità delle strutture politiche correnti. Non è un affare puramente statunitense, come ben dimostra il tentativo fatto a livello europeo di regolamentare maggiormente, e in termini restrittivi, l’accesso alle armi per i “comuni cittadini” con la direttiva 477.

Possiamo altresì sostenere che la critica portata da destra a questa tendenza altro non è che l’altra faccia della stessa medaglia. Gruppi di pressione come l’NRA negli Stati Uniti e i loro – estremamente minori – omologhi europei rappresentano l’altra voce della media borghesia in crisi e poggiano su un retorica securitarista e razzista che è speculare a quella di chi scende in piazza per chiedere di disarmare tutti meno che lo stato. L’NRA è uno dei tanti tasselli del suprematismo bianco, ovvero l’ideologia base degli stati occidentali, e non è un caso che abbia taciuto quando la polizia ha ammazzato Phileando Castile, detentore di un porto d’armi ma nero, e quindi soggetto alla possibilità di essere ammazzato per strada senza motivo.

Spesso si sostiene che la democrazia per sua natura sia opposta al razzismo ma in realtà non è così. La democrazia rappresentativa moderna è legata in modo indissolubile allo stato-nazione, in quanto si basa sul rappresentare l’umanità divisa, non in base al collocamento di classe, ma all’appartenenza ad un gruppo nazionale – presentato come naturale ma in realtà con una precisa genesi storica che affonda nella materialità dei rapporti di produzione – che avrebbe la sovranità su un dato territorio per diritto di sangue. Nei periodi di crescita economica ci si può illudere che la democrazia sia per sua natura includente, dimenticando l’accumulazione originaria rappresentata da secoli di colonialismo che hanno, tra l’altro, permesso la creazione di sistemi di welfare. Ma nei periodi di recessione o comunque di crisi il rimosso dell’origine strutturalmente razzista della democrazia ritorna, sotto forma di ideologia sovraniste e particolarmente reazionarie o sotto la forma dell’ideologia liberal democratica che allo stato demanda il mantenimento del buon ordine sociale, come se lo stato fosse strumento imparziale e non organizzazione specifica della classe dominante in un dato contesto geografico. Questa ideologia liberal-democratica a ben vedere è autoritaria e razzista al pari del sovranismo – o in altre epoche del fascismo propriamente detto – in quanto pretende di mettere i “soggetti discriminati” sotto tutela permanente cooptandoli in parte all’interno della struttura sociale dominante ma dispiegando al contempo dispositivi di controllo sociale estremamente penetranti.

Tra l’NRA e i supporter della teoria secondo la quale solo lo stato deve essere armato vi è meno differenza di quanto si possa pensare e, per quanto riguarda le nostre sorti, tra un Bannon e un liberale editorialista del New York Times la differenza è nulla.

Il feticismo delle masse e l’eterno ritorno dell’opportunismo

Ovviamente non sono mancati coloro che nella sinistra radicale, compresi pezzi della variegata galassia trotskysta, hanno visto con simpatia o hanno partecipato alla March4OurLives. La giustificazione addotta per l’essersi fatti portare a spasso dal comitato elettorale del Democratic Party è stata: “ci stanno le masse quindi il Partito deve stare là”. Una posizione similare è stata espressa anche da chi in Italia si riempie la bocca dei termini “autonomia e contropotere” in un articolo su Infoaut che criticava Obama per non fare abbastanza per diminuire il numero di armi circolanti. Il movimentismo e il feticismo per le masse hanno come unico sbocco l’opportunismo, d’altra parte. Al posto di lavorare sulle contraddizioni esistenti costoro hanno scelto il vicolo cieco che parte dall’abdicazione delle capacità di analisi autonoma e finisce con l’intruppamento dietro a una delle tante fazioni borghesi.

Da un punto di vista puramente classista, basti considerare una cosa: un personaggio come George Cloneey, che ha donato cinquecentomila dollari all’organizzazione di March4OurLives, può tranquillamente non sentire la necessità di doversi difendere in prima persona. È appartenente a una fascia di popolazione ricca che è difesa dalla polizia e, sopratutto, può permettersi, e le ha, guardie private pagate per pigliarsi eventuali pallottole al suo posto e per reagire di conseguenza. Una lavoratrice o un lavoratore di colore di un qualche suburbio o di una zona rurale invece possono contare solamente sulla propria capacità di difesa, e, speriamo, sulla capacità di difesa collettiva della comunità in cui vivono, e di certo non sulla protezione offerta dalle varie polizie pubbliche o private.

Chi negli Stati Uniti invece lavora per costruire forme di autogestione e di radicale alterità rispetto alle condizioni presenti non è un caso che si opponga sia a questi tentativi di stretta autoritaria che alle varie organizzazioni che sono espressione del suprematismo bianco.

Chi chiede più controlli, più polizia nelle scuole e nelle università, di essere considerato e di considerare tutti dei soggetti da mettere sotto tutela, evidentemente ha altri interessi.

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Lo sdraiato sull’amaca

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 14 anno 98

Ciclicamente i media italiani ci propinano “l’emergenza bullismo”. Accadeva già una decina di anni fa, dopo alcuni brutti fatti di cronaca, è accaduto di nuovo pochi anni fa, e l’emergenza torna in grande stile adesso. Ovviamente ci si dimentica di citare i dati per impostare uno straccio di analisi materiale del fenomeno che vado oltre al sensazionalismo da titolo strillato. Ma nei tempi dell’emergenza continua, con il suo corollario di peste emozionale, questi non sono necessari, anzi.

In ogni caso, dopo il video dei ragazzini di Lucca che aggredivano verbalmente un professore si è nuovamente scatenata l’indignazione. Abbiamo potuto vedere il giornale dell’opinione pubblica progressista italiana, La Repubblica, pubblicare l’ottusa riflessione del più sopravvalutato opinionista italico, Serra, in cui si sosteneva che questi odiosi episodi avvengono negli istituti frequentati dai figli delle classi popolari mentre i templi della cultura, i licei, ne sarebbero praticamente immuni.

Effettivamente è difficile vedere un gruppetto di studenti di un qualche classico scagliarsi contro un professore. Molto più facile, però, vederlo scagliarsi, in forme aperte o subdole, verso un proprio pari che in qualche modo non corrisponde ai canoni imperanti in quell’ambiente: figli e figlie di operai che osano invadere una scuola appannaggio di classi alte e mezzeclassi, individui LGBT, disabili, devianti vari. Magari non lo farà apertamente in classe ma lo farà nei corridoi, nei bagni, fuori da scuola. Magari non alzerà manco una mano ma userà mesi e mesi di logorante violenza psicologica.

Negli stessi licei si potranno anche osservare professori che sembrano usciti dritti da The Wall accanirsi su studenti, inculcare modelli competitivi, fare favoritismi, coprire condotte inaccettabili – insomma si vorrà mica rovinare la reputazione dell’Avvocato Tal dei Tali perché il figlio è uno stronzo che molesta le compagne di classe.

Evidentemente, Serra non ha mai avuto il piacere di avere a che fare con i figliocci della buona borghesia, provinciale o urbana che sia, che riproducono in tutto e per tutto i valori della loro classe sociale di appartenenza.

Non che le classi popolari siano escluse da certi comportamenti, anzi, – nessuna operaiolatria – ma sostenere che certi comportamenti siano appannaggio di chi è figlio del proletariato è una violenta forma di classismo. L’ideologia dominante ha la capacità di penetrare anche tra coloro che non fanno parte della classe dominante: è l’egemonia. In una società fondata strutturalmente sulla violenza anche nelle scuole si riprodurranno modelli violenti, sessisti, razzisti e classisti.

Sembra che da qualche anno uno degli sport favoriti di una certa schiuma di intellettuali sia diventato il tiro al piccione con degli astrattissimi “giovani” a fare la parte dei volatili.

Non è un caso quindi che questo fuoco di fila si infittisca quando si ha la possibilità di sparare contro coloro i quali sono pure figli dei ceti popolari, e che questi fungano da capro espiatorio.

A guardare i pochi dati disponibili su un fenomeno che è difficile studiare in termini statistici sembrerebbe, comunque, che gli atti di bullismo siano generalmente in calo e che la rinnovata attenzione verso gli stessi altro non sia che il frutto di meccanismi mediatici. Ma anche ammettendo che questo fenomeno sia in qualche modo in aumento, di cosa stupirsi?

In un periodo in cui è completamente saltato il vecchio patto sociale, e l’accesso al mondo del lavoro è quello che è, in cui il modo del lavoro fa più schifo di quanto già non facesse prima, in cui le scuole sono oramai depositi per futura merce-lavoro in surplus, ci dovremmo stupire che al suo interno avvengano fenomeni di violenza?

Nei momenti di forte mobilitazione sociale gli individui accomunati dagli stessi interessi di classe, o dalla condizione di marginalizzati, si riconosco tra di loro. Non è un caso che le mobilitazioni studentesche degli anni ‘60 e ‘70 ridimensionarono e infine misero fine a quei fenomeni di violenza ritualizzata – quella dei goliardi universitari e dei loro imitatori nei licei più esclusivi – che venne travolta dall’apertura delle istituzioni accademiche alle classi subalterne.

Quindi, anche ammettendo che esista un crescente fenomeno di bullismo – cosa ad ora indimostrata, anzi i dati ci fanno presupporre il contrario – non saranno le invettive moraliste sulla carta stampata o l’indignazione da bar 2.0 del “popolo del web” a porre fine a questo fenomeno: sarà la mobilitazione di chi la scuola la vive, anche suo malgrado, tutti i giorni.

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Quello che è mancato

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 12 anno 98

 

L’offensiva turca su Afrin è entrata in una nuova fase. Dopo più di un mese di offensiva le forze dell’esercito turco e le bande di mercenari al loro seguito, che a giudicare dalle statistiche giocano nel ruolo di carne di macello per evitare che l’opinione pubblica turca cominci a mal digerire la guerra vedendo troppi soldati morti, è riuscita a penetrare in pieno centro cittadino. Le forze delle SDF si sono tatticamente ritirate nei quartieri periferici, con l’obbiettivo di evitare una strage, e ora si apre una nuova fase fatta di guerriglia. Mentre scriviamo queste righe giunge la notizia, da verificare, che un sabotaggio ha distrutto o pesantemente danneggiato le salmerie e gli arsenali turchi nella città. Nel frattempo continua la guerra interna in Turchia, con Erdogan che dichiara che chi si oppone all’intervento militare è un terrorista.

Ma non è di cronaca che tocca parlare. Il punto è: come è che quello che è una delle più importanti e interessanti esperienze della contemporaneità, pur con tutte le proprie contraddizioni, sta rischiando di essere stritolato sotto i carri armati di Ankara?

A nostro parere emergono abbastanza chiaramente una serie di fattori:

  1. Il fenomeno ISIS oltre a servire propriamente come momentaneo cuscinetto negli attriti interimperialistici ha avuto il fondamentale ruolo di andare a legare il più possibile il più importante soggetto autonomo dello scenario, il progetto di Confederalismo Democratico in Rojava, alle dinamiche del campo di forze imperialista. Per sostenere lo sforzo bellico contro le bande genocide dello Stato Islamico il PYD si è trovato obtorto collo a doversi rivolgere alternativamente a Russia e USA, concedendo a questi ultimi l’uso di basi in Rojava

  2. Questo stesso fenomeno ha reso più difficile la lotta contro il regime di Assad. Si può tranquillamente affermare che l’ISIS è stato il miglior nemico per Damasco. Ha costretto la comunità internazionale ad abbassare i toni contro l’infame regime degli Assad e ha rafforzato la già ambigua relazione tra PYD e governo siriano

  3. Ciò che è maggiormente mancato è stato il radicamento sul luno periodo del movimento di classe e antimilitarista in Turchia. Il radicamento di queste forze avrebbe portato da un lato a più miti consigli il governo dell’AKP, o nelle migliori delle ipotesi lo avrebbe rovesciato, e al contempo avrebbe permesso, o costretto, il PYD a muoversi in una prospettiva maggiormente internazionalista e di classe

  4. Stessa osservazione la si può fare per quanto riguarda l’Iran. L’insurrezione di fine 2017 è stata duramente repressa e non è riuscita a inficiare gli sforzi imperialistici della borghesia persiana

  5. Parimenti le primavere arabe, che pure avevano fatto prendere un grosso spavento alle classi dirigenti delle petromonarchie, che, ricordiamo, sono in competizione tra loro, hanno esaurito oramai da anni la loro forza propulsiva. Anche qua il fenomeno ipermoderno dell’ISIS e dei suoi epigoni di tutto l’islam politico ha giocato un ruolo fondamentale nel deviare verso soluzioni reazionarie i movimenti sociali.

  6. Sempre la medesima osservazione si applica per i paesi del blocco atlantico in cui la sostanziale mancanza di mobilitazioni in questo senso di questo ultimo decennio ha facilitato i compiti alle borghesie statunitensi ed europee

  7. Per quanto concerne la Russia la situazione pare ancora peggiore: nulla si muove che lo Zar non voglia. Ma la storia è sempre pronta a sorprenderci

La dirigenza del PYD non è priva di responsabilità ma si è trovata nella situazione di dover difendere le comunque importanti conquiste sociali da un attacco altrimenti letale, facendolo per altro con un costo altissimo in termini umani. Se è quindi necessario criticare gli errori commessi da chi si è ritrovato nel progetto del Confederalismo Democratico, e criticare anche questo concetto in sé, non bisogna dimenticare che questo progetto ha permesso oggettive conquiste sociali e che il soddisfacimento dei bisogni materiali, e il conservare la propria vita rientra tra questi, immediati non possono accettare il continuo rimando dell’azione basato su un’attesa semi-messianica dello scatto di un qualche meccanismo ad orologeria di cui i sacerdoti dell’azione rivoluzionaria sarebbero gli unici fini intenditori.

L’imponente sommovimento del 2014 in Bakur, e non solo, ha ben dimostrato che fermare i piani di guerra è possibile: il piano neo-ottomano di espansione a sud subì un pesante rallentamento, da cui non è affatto detto che si sia ripreso.

Ciò che è mancato in passato nel recente passato si dovrà dare nell’immediato futuro se non vorremo finire stritolati negli attriti tra i garanti della nostra miseria che rappresentano le varie borghesie nazionali.

Lorcon

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Queste mezzeclassi che disprezziamo

Grande emozione e ondate di simpatia nella sua eccezione più etimologica percorrono il mondo occidentale assistendo allo spettacolo di decine di migliaia di “giovani americani” che scendono in piazza “contro le armi”. Manifestazioni che danno speranza, vecchia trappola sempre in agguato, la speranza, dicono taluni. Manifestazioni contro il trumpismo imperante, ignari di come il GOP stia preparando misure esecutive, una cosa che dovrebbe schifare anche un sincero democratico, che vanno nelle direzioni auspicate da questi figliocci della marcescente middle class che scendono in piazza.

Nel frattempo, nel mondo reale, 288 persone sono cadute sotto il piombo delle polizie statunitensi. Pochi giorni fa un nero che si faceva beatamente una telefonata in giardino è stato ammazzato con venti colpi di pistola da dei poliziotti perchè pensavano che avesse un’arma e poi in realtà cercavano un altro nero e insomma, che cazzo, imparasse ad essero meno nero così non lo confondono con l’altro nero e magari se ne stesse in casa al posto di farsi beatamente i cazzi suoi in cortile. Che poi tanto alla fine anche se non cercavano lui era un nero e quindi, a prescindere, soggetto a questo e altro. Ovviamente non una parola spesa dal New York Times, quel giornale che ci teneva a specificare come Travon Martin fumasse erba, o dal Washington Post, quel giornale che dava per buone le menzogne sulle armi chimiche irakene.

Sia mai che la vite di migliaia di poveri ammazzati annualmente – con tendenza in aumento – dalle varie polizie statunitensi, dei neri sottoposti a racial profiling, freddati in giardino o in macchina, dei nativi finiti a vivere in squallide riserve in mezzo alle badlands, sia mai che queste vite a perdere valgano come le vite dei diciassette morti ammazzati di Parkland, figli della borghesia urbana, di una delle aree più ricche del loro stato, bianchi o, al più, house nigger. Oh, intendiamoci, nessun condono per l’infame perpetratore di quella strage, ma nessun condono nemmeno per i mandanti degli omicidi con lo stemma dello stato. Ma questo lo diciamo noi, che siamo rivoluzionari e classisti, non lo dicono gli amanti del doppio standard che fanno finta che questo nemmanco esista, pena la fine della loro superior moral stance, non lo dicono i bambocci che amano il loro ruolo di vittima che riempiono Pennsylvania Avenue per chiedere più stato, più controlli, più polizia – ovvero più crimine – più servi e più padroni.

Tutti bianchi, mediamente benestanti, loro. Che se ne sbattono i coglioni dei negri ammazzati, loro. Che se ne sbattono di chi crepa di silicosi nelle varie coal county, loro. Che se ne sbattono di chi campa in un trailer camp sull’altopiano di Orzak, di chi muore con una pera in un braccio in una baracca sotto un ponte, sessanta mila nel 2016, sottostimati e solo per cause dirette, che se ne sbattono di chi sopravvive in un ghetto, di chi beve l’acqua avvelenata a Flint.

O magari, in un’impeto di non richiesta pietà versano una lacrimuccia e fanno un flash mob. Per poi tornare alle loro calde coperte, illusi, loro, di essere salvati e non sommersi.

“Le armi d’assalto non devono stare nelle strade statunitensi, sono armi da guerra” dicono, loro, mentre il loro governo con le loro risorse, con il loro mandato elettorale democratico, con la loro approvazione va ad ammazzare proletari: siriani, afghani, yemeniti, pakistani, irakeni. Ma questi sono negri delle sabbie o delle montagne dell’Indu Kush, sono al di fuori dal patto sociale, sono vite a perdere. Come i negri bianchi dei trailer park. Mica come loro, che sono istruiti e presentabili, il futuro-della-nazione.

Mica scendono in piazza, loro, quando vi sono le lotte per il salario minimo, quando ci sono gli scioperi, quando ci sono i picchetti.

Sia mai che il mondo reale irrompa nello spettacolo messo in piedi da questa classe disagiata di figli di una classe destinata ad essere stritolata dall’impietoso meccanismo della concentrazione di capitale.

Di ciò “tutte queste mezze classi che noi sentitamente disprezziamo, dall’alto del nostro puro classismo” se ne lavano le mani.

Gli piace rappresentarsi come vittime, a loro, godono del loro status di vittima, di martiri intoccabili – che a noi, notoriamente, non fan cambiar giudizio – te li ritrovi poi a chiedere counseiling psicologico perchè qualcuno scrive “vote Trump” con il gessetto sul marciapiede del loro college, loro. Mentre nel mondo reale i loro coetanei, fuori dallo spettacolo, crepano sotto una bomba turca in Siria, magari con le armi in mano perchè magari si sono stancati di essere vittime, o su di un barcone nel Mediterraneo.

Mi ricordano certi minchioni che conosco, gente della mia età, che non ha mai fatto un cazzo in vita sua se non campare con i soldi del babbo mentre studiano design di stocazzo, ma li trovi pure a giurisprudenza – e sono i peggiori -, convinti che tutto sia loro dovuto, che il fatto di essere nati in una famiglia medioborghese, di essere dei relativamente privilegiati, senza saperlo, significhi che noi poveri stronzi, noi pezzenti che veniamo dal nulla e verso il nulla andiamo, dobbiamo stare ad ascoltarli, a pendere dalle loro labbra illuminate dal fatto che si sono fatti sei mesi di Erasmus.

Andate a tirare di lima, alle rettifiche 8 ore al giorno a togliere le sbavature dai cordoni di saldatura in attesa di essere sostituiti da una macchina. Vuoti a perdere lo diventerete pure voi, e scomparirete anche se non ne avrete voglia, potendo contare solo su di voi.

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Armi, società e potere – Militarizzazione sociale

Il seguente articolo è apparso sul numero 8 anno 98 di Umanità Nova

Le sparatorie nelle scuole americane, così come i morti per omicidio, sono in calo costante da trenta anni eppure diventano oggetto di dibattito e di campagne politiche.

A fronte del massacro avvenuto a Parkland, Florida, si è nuovamente scatenato il dibattito sul perché e sul percome avvengano questi fatti. Sono state avanzate proposte di legge, a livello federale e statale, che vorrebbero imporre la presenza di guardie, poliziotti, guardia nazionale o privati, dentro gli istituti, che vorrebbero imporre la blindature degli edifici, che vorrebbero impedire l’accesso alle armi a chi è sotto i ventuno anni – a meno che non si arruoli, chiaramente – o che pongono il focus sulla questione della salute mentale. Andiamo per ordine.

Negli stati uniti esiste un fiorente mercato della sicurezza privata che fornisce, oltre a guardie private propriamente dette, materiali, mezzi, corsi di addestramento e equipaggiamento. Proposte come quelle di permettere la blindatura delle scuole mediante porte e finestre blindate in tutte le aule, con addirittura la possibilità di sigillare da remoto le aule, significa un giro di affari da centinaia di milioni di dollari. Addestrare il personale a reagire a un active shooter significa spendere centinaia o migliaia di dollari su ogni membro dello staff che venga designato per questo compito. Introdurre guardie private significa altri milioni di dollari per stipendiarle o per pagare le società che le forniscono. Misure, queste, squisitamente keynesiane in quanto stimolerebbero mediante la spesa pubblica il mercato e permetterebbero di riassorbire, in parte, la disoccupazione rampante tra i veterani delle recenti guerre, un problema endemico negli USA, riciclandoli come contractor nelle scuole.

Questa proposta, sopratutto, si inserisce nella generale tendenza alla militarizzazione della società, tendenza cui assistiamo più o meno ovunque. In una fase in cui aumenta grandemente la massa di persone destinate a una disoccupazione o ad una sottoccupazione cronica a causa del cambio di paradigma nei sistemi produttivi – manifatturieri e cognitivi – è necessario aumentare il controllo sociale. La militarizzazione altro non è che l’altra faccia della medaglia rispetto a sistemi di gestione della miseria come il reddito universale. Si dovrà pure gestire in qualche modo la crescente massa di esclusi, di poveri e di semi-poveri, no? Carota e bastone sono sempre buoni metodi.

Diventa pertanto necessario trasformare ancora di più le scuole in caserme, per prevenire sommovimenti sociali e per abituare gli individui fin da giovani alla militarizzazione della società. Negli USA la situazione non è stagnante, nonostante spesso ce la si rappresenti come tale. La rivolta di Ferguson, il movimento BLM hanno riportato in primo piano il tema dell’intersezione tra dominio di classe e dominio razzializzato. Hanno fatto paura perché l’anno scorso hanno dimostrato di non essere recuperabili e cooptabili, disertando in massa le urne nonostante gli sforzi del Democratic Party. Allo stesso modo in questi giorni è in atto una vasta mobilitazione degli insegnanti, in sciopero selvaggio in West Virginia e sul piede di guerra in altri stati, per ottenere assicurazioni sanitarie decenti ed aumenti salariali, al fianco dei quali si sono schierati molti studenti. Le mobilitazioni ambientali contro il fracking e la volontà di riprendere le estrazioni di carbone sono in espansione, l’insediamento di Trump è stato segnato da uno sciopero generale, da scontri in molti città e da imponenti mobilitazioni sulle questioni di genere.

A fianco di queste vi sono state le solite, variegate, proposte di restringimento delle possibilità di accesso alle armi da fuoco, le quali ovviamente buona parte della sinistra nostrana, tra cui pezzi e pezzettini di movimento, riprendono, decidendo così di affidarsi all’opinione del Democratic Party statunitense piuttosto che sentire che cosa hanno da dire organizzazioni militanti e movimenti sociali negli Stati Uniti. D’altra l’egemonia è quel meccanismo per cui l’ideologia propria della classe dominante penetra anche in coloro che vorrebbero opporsi ad essa, per cui non ci stupiamo del fatto che pezzi della sinistra radicale europea vadano dietro al Democratic Party ed ignorino bellamente Redneck Revolt, Rosa Negra/Black Rose e altri compagni, e ho fatto solo due nomi per non fare un elenco lungo.

Il babau della sinistra liberale – la famigerata NRA – è favorevole a queste misure di militarizzazione, così come è favorevole a certe forme di gun control al pari della stessa amministrazione Trump, in quanto rappresenta gli interessi di una frazione della middle-upper class bianca. Sa benissimo che misure come maggiori background check o il vietare l’acquisto di armi ai minori di 21 anni non influirebbero sui propri soci. Anzi; non dimentichiamo che in passato ha appoggiato misure restrittive per l’accesso alle armi purché riguardassero le persone di colore – emblematico fu il caso californiano negli anni ’60 in cui venne limitato il porto in pubblico di armi come risposta alle manifestazioni del Black Panther Party – e se ne è ampiamente fregata di omicidi ingiustificabili come quello di Phileando Castile, un nero dotato di porto d’armi per difesa personale ammazzato a freddo da un poliziotto durante un controllo a un posto di blocco, il tutto immortalato in video.

La NRA ha dimostrato di guardare con favore a qualsiasi misura che tenga appartenenti a minoranze e poveri lontani dalle armi e di non essere neanche interessata a tutelare proprietari di armi che non siano parte della propria demografia di riferimento – questo in quanto rappresenta gli interessi di quelle migliaia di piccole imprese semi-individuali che campano grazie alla militarizzazione sempre maggiore della società e che sono favorevoli a tutte le politiche in quella direzione. Non penseremo mica che i grandi produttori di armi belliche, il complesso militare industriale, abbiano bisogno della NRA per tutelare i propri interessi, che risiedono nelle guerre propriamente dette?

È da notare, per altro, che i siti e i libri scritti da persone legate alla NRA che affrontano a guisa di manuale, ovvero una forma di comunicazione che dovrebbe essere puramente tecnica e imparziale, le tematiche legate alle armi da fuoco, come i manuali sul tiro operativo scritti da Massad Ayoob (manuali che sono punti di riferimento internazionali anche per molti tiratori sportivi) o da altri autori, hanno un sottotesto profondamente influenzato dall’ideologia della middle-upper class americana, trasudano di giustificazioni per gli omicidi compiuti dalla polizia e di sperticati elogi alle forze dell’ordine. Non è un caso che da qualche anno si parli specificatamente di “gun culture” e che esistano anche corsi di studi dedicati allo studio di questi fenomeni (segnalo per chi fosse interessato il fondamentale sito Gun Culture 2.0 del sociologo e tiratore sportivo David Yamane).

L’amministrazione Trump ha fatto di tutto per spostare la discussione della vicenda sulla questione della salute mentale. Ora intendiamoci: tradotto in soldoni questo significa semplicemente medicalizzazione del disagio psichico, disagio che non può non essere presente in una società alienata, e possibile ritorno a metodi ancora più autoritari. La questione della salute mentale è reale, non solo negli USA, e va affrontata; ma abbiamo un secolo di disastri e tragedie causate dalla gestione puramente medicalizzata a indicarci che non è quello il modo corretto di procedere, anche se è l’unico modo pensabile di procedere nel paradigma di una società alienata. Per altro dovremmo sottolineare che chi compie attacchi come quelli di Parkland non è per nulla detto che lo faccia perché clinicamente instabile. In realtà, chi compie simili atti agisce in modo perfettamente coerente ed interno ai paradigmi della nostra società, allo stesso modo in cui non si possono trasformare gli omicidi di genere in questioni mediche – il famoso raptus di follia con cui ci ammorbano i giornali in ogni occasione – non si può pretendere di ridurre una questione sociale con molteplici implicazioni in una questione di gestione del disagio psichico.

Per altro rimane sempre il problema del chi definisce chi è pazzo. Fino a pochi decenni fa un omosessuale o una lesbica erano clinicamente considerati malati – questo lo diceva il DSM non un qualche psichiatra di provincia – ed i soggetti transessuali esperiscono ancora adesso un simile trattamento. In base a questo ragionamento sarebbe stato necessario impedire ad omosessuali e transgender di accedere alla possibilità di difendersi da aggressioni. Come si vede non è esattamente una questione semplice, nonostante quanto sostengano sia i Trump, che ha dichiarato di essere favorevole al sequestro di armi a persone “pericolose” – di nuovo: definiti tali da chi? – senza passare da un “due process”, un giusto processo alla base dello stesso diritto liberale, sia i vari liberal alla Clinton.

La demografia di chi compie massacri nelle scuole dice più di quanto dica tutto il resto. Mentre la stampa europea si intruppa dietro al Washington Post e al New York Times, viene fuori che nel caso di Parkland, per l’ennesima volta, l’attentatore è un suprematista bianco che rientra perfettamente nella demografia dei responsabili di killing spree da active shooter: bianco, under trenta, di famiglia piccolo borghese. In altre parole quella componente demografica, piccolo borghese, suburbana e bianca, che ha visto attaccata la sua posizione relativamente privilegiata – estremamente privilegiata rispetto ad altre componenti sociali – e che è tra i maggiori supporter della presidenza Trump (che ha preso, ricordiamolo, più voti dai bianchi suburbani che dai bianchi rurali nonostante quanto ne dica la vulgata classista dei liberal) e che, persasi nelle nebbie della confusione, delira contro il mondo moderno.

L’origine di queste stragi è da ricercare internamente alla classe media bianca e alle sue forme di pensiero: darwinismo sociale, individualismo nel senso negativo, misoginia – l’autore della strage di Parkland era attivo in forum di misogini che sono organicamente parte dell’alt-right – suprematismo bianco. Un atto di questo genere è un atto che ricorda molto da vicino le modalità di azione del nazismo e del fascismo, sopratutto di quello spontaneista: assoluto disprezzo per gli altri individui che in qualche modo non abbiano avuto accesso a un qualche livello di illuminazione e non siano iniziati alla visione giusta, eterna, immutabile del mondo ed è indifferente che questa iniziativa avvenga tramite un qualche rito iniziatico come nelle varie società segrete che costituirono poi l’inner circle del NSDAP o avvenga tramite l’attiva frequentazione di forum online. L’attentatore si astrae dalla massa su cui scarica le sue armi in un rito di purificazione e compie l’affermazione di sé. Ci troviamo di fronte all’eterno ritorno della cultura di destra. L’attentatore in questo caso ha scelto di attaccare quelli che sono i membri della stessa comunità – comunità di cui a parole i nazisti si ergono a paladini – e non ha attaccato membri di una comunità individuata come “altra” – come invece era accaduto, sempre per mano di un giovane suprematista bianco, a Charleston nel 2015 – ma non c’è da stupirsene. Il “soldato politico” della cultura di destra si considera superiore, facendo sua una mentalità predatoria, anche, e sopratutto, a coloro che dice di voler difendere. Le pagine degli scritti di Evola, e lo stesso Mein Kampf di Hitler o il Mito del XX secolo di Rosenberg, sono pieni di passaggi che esplicitano questa visione. Nihil novi sub sole.

L’unica risposta sensata a tutto questo è l’autorganizzazione. Come ha scritto il 27 febbraio il network di Redneck Revolt:

“Nei giorni seguenti al massacro di Parkland il dibattito pubblico si è spostato sul tema della prevenzione. Questo è lo stesso dibattito che si crea ogni volta che accade una tragedia simile ed è comprensibile. Quando una persona sceglie di scaricare la propria rabbia sui propri simili, sui propri vicini o colleghi, l’inclinazione naturale porta a cercare un modo fare si che ciò non possa accadere mai più. Per molte persone la soluzione più ovvia è una stretta legislativa sulle armi: se togliamo le armi queste non potranno cadere nelle mani di assassini di massa.

Per quanto possiamo trovare comprensibile questo volere agire immediatamente con i mezzi più apparentemente semplici dobbiamo ricordare che i problemi sistemici non possono che essere risolti andando alla radice degli stessi: in questo caso suprematismo bianco, misoginia e alienazione sociale. Questioni sociali di questo calibro richiedono una risposta collettiva e comunitaria e non possono essere aggiustate tramite provvedimenti legislativi che non hanno nessun effetto sulla cultura della nazione o sulla vita quotidiana delle persone ordinarie. É imporrante riconoscere due questioni fondamentali:

1) rimuovere una particolare arma da fuoco [si riferiscono al dibattito sui fucili semiautomatici, soprattutto sugli AR15 ndt] non fermerà chi vorrà commettere violenza di massa o mitigherà quanto potranno fare. Una persona determinata può ottenere gli stessi risultati ottenibili con un AR15 con un fucile da caccia e le sostanze per fabbricare bombe si trovano sotto il lavandino della cucina.

2) Le armi da fuoco non sono una questione esclusiva della NRA, dei fascisti o dei killer antisociali. Sono spesso un deterrente o l’ultima linea di difesa per poveri e appartenenti a minoranze discriminate. La storia è piena di esempi di vittime di ingiustizia istituzionalizzata e strutturale che sono state in grado di preservare la propria vita e quella dei propri cari grazie alla volontà e alla possibilità di usare un fucile. Dall’insurrezione di Oka nei territori Mohawk occupati, a Robert F. Williams e le organizzazioni locali del NAACP che si armarono e si autodifesero contro il KKK. L’accesso alle armi ha preservato la vita di persone che la società non aveva interesse a difendere.

Dobbiamo chiederci realisticamente se la volontà di risolvere la questioni degli omicidi di massa tramite una legislazione emergenziale invece di un profondo cambiamento culturale non finirebbe con lo spogliare della possibilità di difesa senza risolvere alcun problema. Questa tradizione [di difesa armata delle comunità e degli individui marginalizzati ndt] è ancora viva oggi e sta vivendo una seconda primavera. Nuovi, emancipatori club di tiratori e gruppi di difesa comunitaria stanno sorgendo rapidamente, molti di questi sono nati specificatamente per difendere le persone oppresse. Una lista di questi gruppi è presente di seguito.

John Brown Gun Club

Black Women Defense League

Indigenous Defense League

Huey p. Newton Gun Club

Guerilla Mainframe

Brothas Against Racist Cops

Trigger Warning

The Pink Pistols

Socialist Rifle Association

National African American Gun Association

Black Guns Matter”

Per ulteriori articoli sull’argomento rimando agli articoli, reperibili sul sito di Umanità Nova, e su questo blog:

La propaganda alla prova dei fatti 1 e 2, La stretta autoritaria, Genealogia della violenza poliziesca e La Social-misantropia. Inoltre per un’analisi sul fenomeno delle stragi nelle scuole rimando a “The fatal pressure of competion” di Robert Kurz (Gruppo Krisis).

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Una lotta di tutt*

Il seguetne articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 7 anno 98

Per anni è stato dato per assodato che l’Otto Marzo fosse una scadenza di lotta esclusivamente femminile e in quell’immagine è stata ingabbiata, depotenziata e ridotta a ritualità, necessaria ma percepita come incapace di dirci qualcosa sul qui e ora.

Se vi è un merito, tra i tanti, da ascrivere alla nuova ondata del femminismo intersezionale, di cui Non Una di Meno è, in definitiva, espressione, è l’avere saputo rivitalizzare e risignificare in senso radicale l’Otto Marzo.

Il patriarcato è una delle strutture fondamentali del sistema di dominio del capitalismo. Il patriarcato, nel senso moderno del termine, nasce insieme all’accumulazione originaria del capitalismo settecentesco, permette il disciplinamento delle masse proletarizzate che iniziavano il processo di inurbamento contemporaneo all’industrializzazione. Permette, essendo diffuso insieme al cristianesimo, nelle colonie, di spezzare la miriade di forme familiari, o familiari-comunitarie, autoctone per sostituirle con la netta divisione in base al genere permettendo un disciplinamento delle masse indigene e una loro integrazione, in posizione subordinata, nel nascente mercato globale.

Se nella maggior parte dell’occidente abbiamo potuto assistere, grazie a un secolo di lotte sociali e a significative modifiche del sistema produttivo stesso, a un allentamento del patriarcato bisogna comunque tenere conto di una serie di considerazioni:

  1. Nelle aree che negli ultimi anni si sono caratterizzate, a fasi alterne, per un’alta crescita economica, Brasile e stati del Golfo di Guinea, abbiamo potuto assistere al prepotente emergere di movimenti religiosi di stampo cristiano evangelico che hanno come nucleo ideologico fondante la difesa della famiglia di stampo patriarcale. L’espansione di questa religione è avvenuta altresì in Cina e nella diaspora cinese stessa. D’altra parte il cristianesimo di stampo protestante è il vangelo della prosperità ed è stato per anni, e lo è ancora, il nucleo ideologico del capitalismo anglosassone. In paesi in cui si è assistito a un tumultuoso sviluppo delle borghesie nazionali è normale che queste stesse adottino questa religione come propria ideologia, imponendola anche come ideologia egemonica sulle classi subalterne, andando così a riprodurre il patriarcato nel suo scopo primo e originario: disciplinamento della forza lavoro, divisione su base di genere, disciplinamento e irregimentazione del lavoro riproduttivo

  2. In uno stato come la Russia putiniana si è potuto assistere alla prepotente ridiscesa in campo della Chiesa Ortodossa che si è legata in modo indissolubile alla nuova borghesia nazionale e concorre a pieno titolo all’apparato di controllo della forza lavoro. Inutile dire quanto la Chiesa Ortodossa Russa sia una delle istituzioni più reazionarie al mondo, come fornisca continue giustificazioni alle violenze domestiche, agli omicidi e alle violenze di genere, come diffonda ai quattro venti parole d’ordine omotransofobiche. La stessa ideologia nazionale della Russia contemporanea, diffusa a piene mani anche dai dementi epigoni nostrani del putinismo, si basa sulla netta divisione di genere, sull’omotransofobia istituzionalizzata e rivendicata, sulla difesa di supposti “valori tradizionali”. La sindrome di accerchiamento ed il nazionalismo non possono non usare il patriarcato come struttura fondamentale. Situazioni similari si possono osservare anche nell’Europa Balcanica e nell’Est-Europa in generale, sia ortodossa sia cattolica (si pensi alla Polonia ed ai reiterati tentativi da parte del governo di vietare l’aborto).

  3. In ambito mesopotamico-mediorientale e magrebino le strutture patriarcali sono state messe in crisi da anni di lotte per l’emancipazione. Se paesi come l’Iran e la stessa Arabia Saudita sono costretti a operare delle aperture, anche se a volte solo simboliche, in questo senso è perché anni di lotta sociale hanno costretto le borghesie nazionali a cedere terreno. Il patriarcato resta però fondamentale per il mantenimento dell’ordine sia nelle aree dominate da regimi clericali, Gaza, stati del Golfo e Iran, sia nei regimi suppostamente laici, che in realtà fanno un uso in chiave arabo-nazionalista del sunnismo modernista o di specifiche correnti religiose islamiche, come Egitto e Siria. Anche nello stesso Israele parimenti alla crescita del nazionalismo vi è stato un forte slancio delle componenti più ortodosse e reazionarie dell’ebraismo che in quanto a discriminazioni di genere non hanno nulla da invidiare al regime clericale Saudita o Iraniano.

  4. In ambito europeo-occidentale abbiamo potuto vedere un ritorno sul piano pubblico delle istanze conservatrici e reazionarie, pensiamo alla corte dei miracoli “antigender” in Italia e Francia. Per ora queste istanze sono state rintuzzate, non grazie a governi illuminati ma grazie a qualche decennio di mobilitazioni da parte dei movimenti ed alcune conquiste, pur parziali e interne alle compatibilità sistemiche, paiono assodate.

  5. Sempre in ambito europeo-occidentale abbiamo potuto assistere all’emergere di istanze propriamente reazionarie quali quelle portate avanti da fenomeni sociali come gli Incels e i Men’s Rights Activists o la diffusione di meme su niceboy e friendzone [vedi nota alla fine di quest’articolo]. Pensare a questi fenomeni come espressioni della nerd culture sui social media, siano essi Facebook o Reddit, significa sottovalutarli. Sono infatti la logica conseguenza della crisi della piccola borghesia bianca suburbana, per quanto riguarda il mondo anglosassone, e specificatamente statunitense, e non vanno affatto sottovalutati in quanto forniscono l’impianto ideologico alle violenze di genere. Sottointendono, per quanto riguarda niceboy e friendzone, una visione mercantile dei rapporti sentimentali.

  6. Nei paesi europei di area mediterranea la sessualità femminile, e in modo differente quella maschile, è considerata tabù anche nei suoi aspetti più medico-scientifici con tutte le conseguenze negative in termine di benessere e salute individuale individuale e di igiene pubblica che questa rimozione comporta.

  7. Pur gli avanzamenti precedentemente scritti rimane una fortissima disparità a livello salariale, segnalo per una disanima dei dati e un’analisi degli stessi l’articolo “Parità tra uomo e donna” pubblicato sul monografico di Uenne dell’anno scorso sull’Otto Marzo (http://www.umanitanova.org/2017/03/05/parita-tra-uomo-e-donna/), il lavoro femminile risente di molti ricatti da parte di padroni, padroncini e capetti, nella grande industria così come nelle piccole medie imprese in cui vi è anche una considerevole presenza di violenze sessuate ai danni della manodopera femminile. A questo va aggiunto la presenza di un settore, quello della prostituzione, caratterizzato dalla presenza di uno sfruttamento di tipo schiavistico e di una forte razzializzazione, ma perfettamente integrato nel sistema capitalistico, in altre parole quello della prostituzione schiavistica e della relativa tratta.

Insomma, sembra proprio che capitalismo, patriarcato e razzializzazione vadano sempre di pari passo, checché ne dicano certi personaggi che si producono in sofismi nel tentativo di sostenere la tesi che il capitalismo si combatta grazie ai valori tradizionali di famiglia, patria e religione. Certo, in certe aree e in certi momenti storici la gabbia patriarcale si allenta anche sotto il capitalismo ma in caso di necessità la si rafforza. Certamente il capitalismo è in grado di cooptare le singole lotte qualora queste non si colleghino tra di loro in modo strutturale: basti vedere come la lotta economica sia stata captata grazie ai sistemi di cogestione o come le lotte nelle questioni di genere siano state usate per operazioni di pink-washing quando non direttamente per nuove fasi di accumulazione in determinati territori.

Come dicevamo in apertura la nuova onda femminista intersezionale ha affermato esplicitamente come oppressione di classe, di genere e razzializzazione siano intimamente collegate e connesse.

Il patriarcato si basa sulla costruzione di una guerra tra sessi ed ingabbia tutti i soggetti in schemi di pensiero socialmente determinati ma rappresentati come naturali e biologicamente determinati in comportamenti atti a dividere surrettiziamente la popolazione per poter meglio gestire lavoro riproduttivo e produttivo. Non a caso qualche anno fa si individuò come fondamentale il tema della diserzione dalla guerra tra sessi, quella guerra che ci viene imposta fin dalla nostra educazione e socializzazione.

Il superamento di questi schemi è necessario non soltanto per l’emancipazione femminile ma per l’emancipazione di tutti gli sfruttati. Fin dalle sue origini il movimento anarchico individuò come necessaria la distruzione del patriarcato: “Amor ritiene uniti / Gli affetti naturali / E non domanda riti / Né lacci coniugali / Noi dai profan mercati / Distôr vogliam gli amori / E sindaci e curati / Ci chiaman malfattori” afferma, con un certo lirismo, il Canto dei Malfattori e “Ricostruzione della famiglia in quel modo che risulterà dalla pratica dell’amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso” afferma il Programma Anarchico.

I nostri nemici ci accusano di volere distruggere la famiglia e raramente accusa fu più vera. Riteniamo infatti necessario rivendicare la volontà di distruggere il dominio patriarcale che si è cristallizzato nella forma della “famiglia naturale” e rilanciare affermando che per essere finalmente umani sarà necessario distruggere ogni ruolo di genere oltre che ogni forma di classismo e di razzializzazione. La rivoluzione è un cambio integrale e radicale della società, fin nei suoi rapporti più molecolari e rappresentati come biologicamente determinati e in quanto tali immutabili.

Nota terminologica

Essendo termini di difficile resa in italiano abbiamo preferito utilizzare i termini originali in inglese. Si rende così necessario aggiungere un piccolo dizionario.

  • Incels: contrazione di Involontary Celibate, ovvero celibato involontario. Subcultura che nasce e si sviluppa sopratutto su Reddit che sostiene che i giovani maschi bianchi hanno sempre maggiori difficoltà a trovare una compagna causa femministe cattive/complotto ebraico/neri/aggiungete la paranoia che preferite.

  • Men’s Rights Activist: o MRA, letteralmente attivisti per i diritti degli uomini. Sostengono che gli uomini sono stati messi in una posizione di subordinazione dal femminismo. Similari posizioni si possono trovare in Italia in alcune associazioni di padri separati.

  • Niceboy e friendzone: i niceboy sarebbero i bravi ragazzi che cadono nella tremenda friendzone, ovvero hanno un’amore non corrisposto con un’amica. Siccome si comportano in modo gentile con lei, magari facendole pure dei regali e offrendole la cena, ovvero ci investono risorse economiche, ritengono profondamente ingiusto non riuscire a concludere. Anche sui social italiani esistono pagine dedicate a costoro che ovviamente sono un coacervo di misoginia e insulti sessiste contro le perfide donne che osano non considerarsi merce.

Inutile dire che questi personaggi sopra segnalati non sono gruppi tra di loro separati, parliamo più di subculture digitali, e sono fondamentalmente sovrapposti tra di loro. Negli USA vi è un fortissimo legame con l’alt right e anche svariati autori di attacchi terroristici nelle scuole si rifacevano a queste subculture. Il termine meme è usato nel suo significato orginario di “virus culturale”.

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Terrorismo – Si semina in estate, si coglie in inverno

Il seguente pezzo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 5 anno 98

Macerata, sabato tre febbraio duemiladiciotto, il tempo del raccolto è giunto. Dopo avere accuratamente seminato il campo in una lunga estate calda all’insegna della preparazione della guerra razziale, la diffusione scientifica delle menzogne sulle ONG, su come i perfidi migranti economici attacchino il reddito dei proletari e della classe media depauperata, su come ci sia il grande complotto giudaico dietro le migrazioni, il frutto è arrivato a maturazione ed è stato colto.

L’attacco condotto da un militante, ed ex candidato, della sezione locale della Lega Nord, personaggio dalle esplicite simpatie naziste, è la replica di quanto già accaduto a Firenze pochi anni fa con la strage, compiuta questa volta da un militante di Casa Pound, di ambulanti senegalesi.

Di nuovo i media si rifiutano di chiamare quanto accaduto con il suo nome: terrorismo fascista. Non ce ne è da stupirsene: da anni il padronato italiano ha deciso che i fascisti possono avere un ruolo politico maggiore in funzione del loro storico ruolo antiproletario. Gli attrezzi vecchi sono stati rispolverati e gli è stata data una lucidata per renderli più accattivanti. Sono stati legittimati pubblicamente dai principali media, anche quelli di sinistra.

Servono per attaccare i lavoratori in sciopero, come più volte è successo nell’ultimo anno. Servono per diffondere la propaganda razzista necessaria per fare riversare l’odio dei proletari contro altri proletari. Servono per attaccare l’opposizione sociale.

Servono, alla sinistra elettorale e al centrosinistra, per fare appelli antifascisti in nome della costituzione e della legalità per risaldare le proprie fila, per tentare di stoppare l’emorragia di voti verso l’astensione degli ultimi anni in nome del “o votate noi o arrivano i nazisti” e per rinsaldare la fiducia del proprio elettorato deluso nello stato democratico fondato sui valori repubblicani. Niente di nuovo sotto il sole: è un trucco vecchio di decenni anche questo.

Non è necessario che abbiano un grande incremento elettorale, i fascisti. Al netto che non abbiamo la sfera di cristallo e non sappiamo quanto prederanno alle elezioni politiche in programma per il mese prossimo se verrà confermato il trend attuale dell’aumento del tasso d’astensione avranno un aumento relativo dei voti ma in termini assoluti cresceranno ben poco. Per la Lega il discorso è differente: è una forza già in parlamento e che punta a una posizione di forza verso Berlusconi.

Si confermeranno come le organizzazioni, i fascisti e la loro variante leghista, in grado di mobilitare in senso reazionario settori della popolazione, come accadde con il movimento dei Forconi. Dai figli della medio alta borghesia che appoggiano Casapound come in passato facevano con la destra extraparlamentare ai figli della piccola borghesia depauperata a qualche proletario. La Lega continuerà a rappresentare la piccola borghesia e la classe padronale delle piccole medie imprese del nord Italia, classi sociale, queste, destinate ad essere schiacciate dalla concentrazione di capitale e che, per quanto riguarda lo sfruttamento della manodopera, italiana o migrante, sono campioni indiscussi.

Cosa è stata la legge Bossi-Fini, il gioiello legislativo della Lega Nord anni duemila che ha reso ancora più ricattabili i lavoratori di origine straniera, se non il più grande regalo a questa classe di padroni e padroncini che dello sfruttamento intensivo della manodopera campano?

Ovviamente questi padroncini sono in crisi in quanto non possono reggere la logica della concentrazione di capitale e ovviamente si rifugiano nei miti sovranisti e identitari, spacciandosi come i buoni padroni italiani contro i cattivi padroni globalisti, ne hanno materialmente bisogno per potere comprimere ancora di più il costo del lavoro diffondendo menzogne tra i lavoratori stessi, dividendoli. Ma un padrone è sempre un padrone, e i suoi servi sono sempre i suoi servi.

Quando questi attrezzi antiproletari serviranno meno verranno riposti. È stato così a cavallo tra gli anni settanta e ottanta quando il neofascismo aveva esaurito il suo compito e venne represso dagli stessi che se ne erano serviti contro l’insubordinazione delle classi popolari fino al giorno prima. È stato così in Grecia pochi anni fa quando Alba Dorata tirò troppo la corda e venne rapidamente condotta a più miti consigli dallo stato greco, che ovviamente continua ad usarla ancora oggi contro l’opposizione sociale. Se domani sarà comodo essere liberali antifascisti gli stessi che oggi foraggiano il fascismo non esiteranno ad esserlo. La reale differenza tra un liberale e un fascista la possiamo chiedere a quelle decine di scioperanti ammazzati dalle forze dell’ordine dell’Italia repubblicana e antifascista a inizio anni cinquanta o alle decine di migliaia di algerini, indocinesi, indiani, africani ammazzati dal colonialismo liberale delle antifasciste Francia e Inghilterra. O ai lavoratori massacrati a Berlino e Budapest negli anni cinquanta dall’antifascismo stalinista dell’URSS.

I mandanti del terrorismo fascista sono coloro che gli hanno preparato il terreno. Non serve nemmeno più che l’utile idiota sia individualmente eterodiretto: i semi dell’odio in terreno fertile crescono bene senza particolari cure. Ora vediamo gli stessi fomentatori dell’odio razziale scaricare la colpa sui social network quando abbiamo alle spalle più di un decennio di campagna del terrore mezzo stampa agita dai principali gruppi editoriali, cartacei e online, regionali e nazionali. Le ondate di bufale sul web sono le ultime arrivate, sono l’effetto e non la causa profonda.

A sconfiggere l’odio razziale non sarà il paradigma multiculturale. Non sarà l’antirazzismo morale, e spesso moralistico.

All’epoca delle grandi migrazioni interne degli anni del boom il sentimento di razzismo contro i meridionali era forte. Non venne sconfitto da una qualche campagna di stampo progressista fatta da un qualche ministro. Venne incrinato dal mutuo riconoscersi come sfruttati in lotta tra operai meridionali migrati a nord e operai settentrionali. Venne incrinato dal riconoscersi come classe portatrice di interessi comuni al suo interno e particolari e opposti rispetto alle altre classi.

Certo, non siamo in una fase espansiva del capitale, anzi. Le lotte sul lavoro ora sono molto settoriali e faticano a trovare una dimensione unitaria e la crisi è oramai strutturale e sistemica. Ma dobbiamo avere ben chiaro che il fascismo è solo una faccia del terrorismo del capitale, uno dei suoi strumenti che, avendo sia la capacità di reprimere il dissenso e le organizzazioni di classe che di creare consenso ed egemonia nella popolazione intorno a temi interclassisti, il capitale usa quando valuta opportuno farlo.

A Macerata vi è stato un nuovo raccolto dei frutti dell’odio razziale. Fermarlo tocca alla mobilitazione diretta e agita in prima persona da quelli che, italiani o migranti, si sono trovati affibbiati il ruolo di vittime designate. Fermarlo sta a noi.

lorcon

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Railog

Foto scattata non so più quando non so di preciso dove (dovrebbe essere un interporto in zona Sassuolo)

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Il sultano ci riprova

Il seguente articolo è stato pubblicato sul numero 3 anno 98 di Umanità Nova

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Dopo mesi di costante guerra a bassa intensità le truppe turche attaccano direttamente il Rojava, prima con un violento bombardamento, sia d’artiglieria che aereo, della città di Afrin e poi penetrando oltre confine con truppe terrestri e bande jihadiste. Frustrato nel suo sogno di spodestare Assad per porre buona parte del territorio siriano sotto il controllo de facto di Ankara, il sogno neottomano come lo chiamò qualcuno, Erdogan non rinuncia ad attaccare, con il beneplacito russo e qualche mugugno americano, il Rojava.

Lo sviluppo di un’area autonoma che è riuscita a garantire la sua sopravvivenza sia manu militari sia attraendo la simpatia dell’opinione pubblica internazionale è sempre stata visto come ben più di una spina nel fianco dal governo di Erdogan. Difatti la vittoria di Kobane e la successiva pluriennale controffensiva verso Raqqa hanno segnato il momento in cui il Califfato di al Baghdadi ha cominciato a perdere il passo. La controffensiva del Rojava, sostenuta sia da russi che da americani, insieme al contrattacco dei lealisti siriani, sostenuti da Russia e Iran, alla controffensiva da parte della regione autonoma del Kurdistan Irakeno e la ripresa delle forze armate Irakene, integrate da consiglieri iraniani e milizie sotto il diretto controllo di Theran hanno avuto in due anni ragione dell’Isis nella maggior parte dei teatri bellici, scacciando il Califfato sia da Raqqa che da Mosul.

Ma così come un cuscinetto a sfera si usura col passare del tempo con le sconfitte militari la funzione di stato cuscinetto che aveva assunto il Califfato è venuta a meno. Se per due anni infatti l’attrito tra i vari attori era stato mitigato dalla presenza di questo ente assunto al ruolo di Gran Villain della geopolitica, ruolo che per altro ha fatto di tutto per ottenere, ora questo cuscinetto sta venendo a meno e l’attrito torna a farsi risentire come mai.

Il governo turco ha la necessità di riprendere i suoi tentativi di marcia verso sud e se da un lato ha ritrovato una cordialità con la Russia dall’altro di certo non gradisce la presenza di grosse installazioni militari russe a poche centinaia di chilometri dal suo confine a meridianale, installazioni in cui Mosca può velocemente dispiegare sistemi d’arma antiaerei che hanno un raggio d’azione che si inoltra per centinaia di chilometri nello spazio aereo turco e che possono ospitare unità della marina in grado di penetrare lo spazio marittimo e l’area economica esclusiva di Ankara. D’altra parte se in Siria Erdogan e Putin possono avere negoziato un accordo sulle spalle del Rojava hanno ben altri disaccordi, più o meno dormienti e potenzialmente catastrofici, in Caucaso e nell’Asia Centrale, il polo delle inaccessibilità che si frappone tra Occidente e Cina.

Assad e la borghesia nazionale siriana a loro volta non hanno una grande voglia di accordarsi con chi come Erdogan, insieme a paesi del Golfo e USA, ha provato a fare loro le scarpe e li ha gettati in profonda difficoltà. E se sopportano a fatica l’autonomia del Rojava, con cui hanno dovuto siglare una tregua che sostanzialmente tiene da cinque anni, di certo non sopportano affatto che la Turchia con la scusa della protezione delle popolazioni turcofone nel nord ovest siriano si sia annessa de facto del territorio precedentemente controllato dallo stato siriano.

A precipitare ulteriormente la situazione c’è la lotta egemonica all’interno del blocco dei paesi del Golfo tra Arabia Saudita e Qatar, e la lotta per l’egemonia nel blocco sunnita tra Arabia Saudita e Turchia, e la nuova aggressiva politica saudita.

E sullo sfondo il grande gioco tra Iran e Arabia Saudita.

In tutto questo i contendenti hanno bisogno di rafforzare, consolidare ed espandere le proprie posizioni. E la Turchia vuole minare la presenza delle forze confederaliste-democratiche del Rojava nel cantone di Efrin, un territorio che si incunea nel territorio turco. Già da tempo Ankara si trova a tollerare controvoglia la presenza del Rojava sulla riva destra dell’Eufrate e ora gioca apertamente le sue carte.

Rischiando di rinfocolare l’insurrezione nel Bakur, il Kurdistan turco, e andandosi ad impegnare in una guerra asimmetrica in cui il PYD e il PKK hanno già dimostrato di saper giocare.

Se Erdogan ha passato l’ultimo anno e mezzo a rinforzarsi purgano dalle strutture statali tutti gli oppositori legati a Gulen e incarcerando migliaia di militanti kurdi e turchi non si può certo dire che la situazione interna turca sia pacificata.

La sistematica distruzione di alcune città del Bakur, la rimozione di tutti gli eletti dell’HDP dalle cariche pubbliche amministrative e lo stillicidio di guerra a bassa intensità contro il Rojava si aggiungono a una situazione sociale che vede un sempre maggiore sfruttamento della classe operaia turca e kurda, grandiosi progetti edilizi che prevedono l’espulsione di centinaia di migliaia di appartenenti alle classi popolari, sia nelle riconquistate, e rase al suolo, città kurde che nei grandi centri urbani anatolici e una repressione sociale in fortissimo aumento a causa della reislamizzazione della società che il governo vuole imporre.

Il pretendente sultano Erdogan e la borghesia turca hanno deciso di riprovarci con la marcia verso sud e sono disposte a giocare quello che può diventare un tutto per tutto dentro gli stessi confini turchi.

Il Rojava ha saputo, meritatamente, negli ultimi anni rappresentare un’alternativa agli occhi non solo dei kurdi. A indubbie contraddizioni in quell’esperienza si affiancano indubbi e notevoli progressi in moltissimi campi verso la costruzione di una società emancipata. Nel 2014, nei giorni in cui Kobane si trovava stretta tra l’attacco del Califfato e un serrato confine turco che impediva anche la fuga degli sfollati oltre che l’ingresso di aiuti l’insurrezione del Bakur, la pressione internazionale, l’ondata di proteste interne, l’azione diretta ai confini da parte dei compagni turchi e kurdi che abbatterono fisicamente le barriere di separazione costrinsero lo stato turco ad allentare la pressione su Rojava permettendo alle YPG/J di resistere e riconquistare la città.

La Turchia è un paese NATO e la tecnologia bellica che utilizza è tecnologia per lo più europea, è un paese organicamente inserito nell’economia mondiale, la sua borghesia fa affari quotidianamente con le borghesie europee, e non solo, gli investimenti da parte di imprese europee in Turchia sono enormi. Non è il Gran Villain della geopolitica, quell’ISIS che ora passa in secondo piano e sembra compiere la propria parabola. Nonostante questi fattori vi sarà ancora la capacità di costruire una mobilitazione che sia in grado di inceppare la macchina bellica della borghesia turca?

lorcon

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Iran – esplodono le contraddizioni

Il seguente pezzo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 1 anno 98 (immagini via Discard Images)

I moti di piazza in Iran sembrano acquisire sempre più una caratteristica insurrezionale. Le proteste, iniziate nella città di Mashhad contro il carovita e inizialmente spinte dai settori conservatori dell’estabilshment con lo scopo di mettere in difficoltà il governo riformista di Rouhani sono rapidamente diventate una mobilitazione di massa generalizzata contro non solo l’attuale governo ma contro la Repubblica Islamica in generale.

Fonti locali riferiscono della diffusione di slogan contro il clero sciita, contro la Guida Suprema, l’Ayatollah Khameni, e contro le strutture militari espressioni della ierocrazia. Viene riferita anche la presenza di parole d’ordine contro l’interventismo iraniano in Medio Oriente, sopratutto in Siria. Mentre scriviamo diverse fonti riportano di almeno una ventina di morti negli scontri causati dagli interventi repressivi.

Se l’ondata di proteste del 2009 fu concentrata sopratutto nella capitale e fu partecipata sopratutto da giovani, tra cui moltissimi studenti e studentesse universitarie, e fu segnata spiccatamente da questioni di ordine politico l’attuale ondata di mobilitazioni di massa hanno caratteristiche sia politiche, l’opposizione alla stessa forma della stato così come stabilita dalla presa del potere da parte del clero in poi, che economiche: se Rouhani è moderatamente riformista in campo sociale da un punto di vista economico è invece esplicitamente un neoliberale e le politiche messe in atto dal suo governo hanno portato a un ulteriore impoverimento dei ceti popolari. Al contempo non è riuscito a garantire che tiepide e lente riforme in campo sociale, troppo poco per un paese dove la popolazione giovanile è in crescita e tollera sempre meno il soffocante controllo clericale.
Tutta la frazione riformista della classe dominante persiana negli ultimi anni si è spostata sempre più verso le posizioni di Rouhani, cautela estrema nelle riforme sociali e forte propensione per il neoliberismo, e così facendo ha provocato una profonda delusione tra coloro che li avevano appoggiati alle urne, votandoli spesso in un ottica di meno peggio.

Il fatto che le proteste stiano coinvolgendo anche città storicamente fedeli al clero – tra cui la città di Qom, in cui si trova uno dei principali santuari sciiti – dimostra come la disaffezione verso la Repubblica Islamica sia sempre maggiore.

Il mix tra le mancate riforme in campo sociale e la pluriennale compressione dei salari reali ha creato le basi dell’attuale ondata di mobilitazioni. A questo punto eventi come le rivelazioni sulle ruberie da parte delle fondazioni legate al clero – fondazioni che possiedono buona parte dell’industria e della proprietà fondiaria del paese – o l’aumento del prezzo delle uova hanno fatto semplicemente da catalizzatori. Chi ha evocato la mobilitazione di piazza con l’obiettivo di fare le scarpe ai propri avversari politici – come ha fatto la fazione conservatrice della classe dominante persiana – ha evocato uno spettro che ovviamente non è in grado di controllare.

Le timide aperture da parte di alcuni esponenti del governo alle manifestazioni – che andrebbero ascoltate purché si mantengano nell’alveo della legalità – altro non sono state che la giustificazione all’omicidio di stato di una ventina di dimostranti in tutto il paese mentre il gran capo dei boia, il Presidente della Corte Rivoluzionaria di Theran, ha dichiarato che gli arrestati potranno essere accusati di avere “dichiarato guerra a dio”, accusa che prevede la pena di morte e che è sempre stata usata dal governo islamico per eliminare senza troppe spiegazioni, grazie a una definizione di reato estremamente vaga, gli oppositori politici, come avvenne anche a seguito delle proteste del 2009. Nel frattempo il governo aumentato la censura sul web e limitato ulteriormente l’accesso a Internet nel tentativo di rendere più difficoltosa la comunicazione tra i manifestanti e la fuoriuscita di notizie verso l’estero.

In Iran circa dodici milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà. La particolare forma di assistenzialismo iraniano, basata sulle fondazioni religiose, riesce ad assistere circa la metà di questa massa di diseredati. Nonostante le distribuzioni con prezzi calmierati dei beni di prima necessità attuate da queste fondazioni, che hanno lo scopo di mantenere il controllo delle masse proletarizzate, i salari reali sono stati costantemente erosi negli ultimi anni.

Nel frattempo l’Ayatollah Khamenei, Guida Suprema del paese, e il presidente della Repubblica, Rohani, teoricamente rappresentati di due frazioni avverse, all’unisono accusano le solite potenze straniere di essere dietro alle mobilitazioni. Non abbiamo dubbi sul fatto che anche i nostrani apprendisti stregoni della geopolitica, quelli che, insomma, si eccitano con l’idea di appoggiare certi stati – e certe borghesie nazionali – in nome dell’antimperialismo, si metteranno a ripetere questa canzoncina a pappagallo.

Forse non sono edotti del fatto che l’espansione delle mobilitazioni di massa – sopratutto se con carattere insurrezionale – preoccupano non solo gli alleati diretti di Teheran, come la Russia e la Cina, ma anche la stessa Unione Europea, Italia e Germania in testa, che con l’Iran ha eccellenti, e in espansione, rapporti commerciali.
USA, Israele e Arabia Saudita sicuramente possono guardare con maggiore simpatia a tutto ciò che mette in difficoltà il paese che considerano come principale nemico ma solamente chi ha la testa imbottita dalla propaganda può pensare che le mobilitazioni di massa in Iran siano causate da qualche oscura manovra estera e non il risultato di anni di politiche economiche che hanno attaccato le condizioni di vita delle classi popolari e di una repressione sociale che dura da decenni.

Per altro la classe dominante Saudita vive nel terrore perenne che le contraddizioni interne al paese esplodano definitivamente e se le mobilitazioni di massa in Iran andranno avanti comincerà a temere il famigerato contagio rivoluzionario.

Davanti a questa possibilità le borghesie nazionali sono disposte a mettere da parte le proprie rivalità per concentrarsi, insieme, nell’assoggettamento del proletariato. La storia immediatamente seguente alla sconfitta irakena nella Prima Guerra del Golfo ben lo dimostra: dopo un decennio di guerre ininterrotte, prima con l’Iran e poi con il Kuwait e la NATO, il proletariato irakeno insorse contro i propri massacratori, immediatamente coloro che combattevano Saddam Hussein decisero che era meglio che rimanesse al comando affinché potesse reprimere l’insurrezione.

Una delle cause dello scontento da parte di coloro che in questi giorni combattono per le strade persiane è il costante drenaggio di fondi verso la spesa militare, drenaggio necessario per mantenere ed espandere quella gigantesca macchina da guerra costruita da Theran che ha permesso all’Iran di espandere, o consolidare, la propria influenza in Iraq e Siria.

Sia mai che anche le classi popolari di altri paesi – come l’Arabia Saudita o lo stesso Israele – decidano che si sono stancante di pagare per il mantenimento degli strumenti del proprio stesso asservimento.

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