Due parole prendendo spunto dai fatti di Voghera

Messe giù così, a punti, che non ho voglia di scrivere un articolo vero:

– quando si parla di difesa personale si dovrebbe tenere ben presente il principio di proporzionalità. Chi, negli anni, ha attraversato non da fruitore passivo spazi autogestiti e simili ha sicuramente dovuto gestire gente molesta, come pare che l’uomo ucciso fosse. Il più delle volte la faccenda si risolve parlando in modo pacato ma mostrandosi decisi. In qualche altra occasione si risolve con una comoda chiave articolare ben eseguita e un calcio in culo. Quando si può si agisce in modo collettivo e senza fare i cazzoduristi. Raramente si finisce per dover fare _veramente_ male a qualcuno. Qualche volta succede e amen, non è una tragedia.

– si tiene a mente che una persona che in quel momento è molesta non è una specie di subumano da eliminare. E’ una persona che in quel momento può rappresentare un pericolo e che va contenuta e/o allontanata. Il punto non è purificare il mondo da soggetti “immorali”, il punto costruire un modo sicuro di stare insieme. In alcuni casi è una persona che sta peggio della media delle persone che mi leggono. In alcuni casi è, per farla breve, uno stronzo. In molti casi un mix di ambo le cose. In ogni caso non è un mostro venuto dall’oltrespazio ma un prodotto del nostro mondo.

– lo stare insieme in modo sicuro si costruisce insieme e non facendo i supermacho. Io posso essere uno spaccaossa professionista e scaricare con precisione un bifilare da 15 colpi nel 10 di un bersaglio in movimento ma da solo potrò ben poco. La sicurezza emerge dalle relazioni che ho con il prossimo. Se le relazioni non saranno quelle di una società gerarchica, basata sullo sfruttamento e sull’oppressione ma quelle di una società di liberi e uguali è più difficile che mi ritrovi nella situazioni di dovermi difendere e, contemporaneamente, è molto più facile che mi possa difendere con efficacia.

– l’efficacia della difesa non dipende dall’intervento di una sfera separata a cui si delega la violenza ma dalla propria capacità di saper usare e gestire, individualmente e collettivamente la violenza. Dalla capacità di combattere e dalla capacità di individuare le cause ultime della violenza e di concentrarsi su di queste. La violenza esiste e o ce ne occupiamo noi o lei si occuperà di noi.

– il sapersi difendere è un primo luogo una capacità di gestione dello spazio. Di percezione dell’ambiente e di percezione del proprio corpo in rapporto con l’ambiente. Puoi anche avere una glock subcompatta in porto occulto pronta all’uso ma se vaghi guardando il cellulare niente ti impedirà nè di prendere il proverbiale (e meritato) palo in faccia nè il cartone sul naso da uno che vuole il tuo cellulare. Saper correre i cento metri senza andare in crisi respiratoria è altresì un’ottimo mezzo di autotutela. Ecco, quando uno sa fare queste due cose, correre i cento metri e percepire l’ambiente intorno, può iniziare a ragionare di tirare manate sulla trachea altrui o di usare uno strumento che lo faciliti (da botta, da taglio o a fuoco che sia). Se poi sei nella condizione di _dover_ usare quello strumento, bhe, usalo. E’ estremamente difficile che succeda ma può succedere, checchè ne dica quella sfilza di pretini che vivono nel mondo dei puffi pratolini o il segretario del PD che fa il cosplay del suo più famoso equivalente statunitense. Scrivevamo un paio di anni fa:”[…]L’hoplofobia dell’ala sinistra del capitale è tutta già scritta nella sua storia, ovvero nella storia della sua falsa coscienza e del suo opportunismo, allo stesso modo in cui la voglia del piccolo borghese di farsi giustiziere della notte è scritta nella sua parabola discendente di ridicola figura messa in crisi non da immaginari banditi ma dalla ferrea logica del capitale.”

– in secondo luogo il sapersi difendere sta nell’evitare che le situazioni si presentino e nel saper gestirle in direzione di soluzione di lungo termine (esempio stupido: bravo, hai spaccato il braccio al tizio che ha provato a rubarti il cellulare. Dopo un mese il suo braccio è tornato usabile e lui decide di aspettarti sotto casa e piantarti un cacciavite nella pancia mentre apri la porta). Quindi o ti metti a sciogliere nell’acido tutti quelli che possono rappresentare un pericolo a lungo termine o impari a trovare delle soluzioni complesse a un problema solo apparentemente semplice. Per farlo, come detto prima, devi passare da un piano collettivo. Un ambiente, sociale e fisico, sicuro è la prima forma di tutela.

– stando più sull’attualità è evidente che la faccenda abbia a che fare dal modo in cui la società in cui viviamo gestisce le stesse persone che spinge ai margini. Il signore ammazzato viveva nel fantastico incrocio dell’oppressione da soggetto razzializzato, espulso dal processo produttivo, alcoolizzato. Disadattato. Da mettere in quei depositi di umanità di eccesso che sono galere e cpr. Non per processo penale ma per processo amministrativo. Aveva degli atteggiamenti molesti? Da quanto sappiamo si. Ma non è questo il punto. Il punto è che era considerato indecoroso. Se è il figlio del commercialista Tal dei Tali che va in giro a molestare il prossimo dopo essersi pippato l’Everest non gli tiri con la pistola. Perchè “boys will be boys” e al più gli tiri un ceffone (scusandoti, poi, con il Signor Padre). Se è Youns El Boussetaoui a essere ubriaco e a rompere i coglioni è invece giusto tirargli anche se lo si poteva gestire in modo meno violento. 50 anni fa si sarebbe chiamato Ciriaco Saldutto o Barabèl. Più a sud si chiamerebbe Davide Bifolco. Lui è indecoroso, il figlio del commercialista è un ragazzo che vuole divertirsi e esagera un po’. A Youns El Boussetaoui la seconda chanche (ma manco la prima) non è concessa.
Infatti chi gioisce del suo omicidio lo fa perchè se muore uno così c’è da festeggiare al prescindere dal pericolo effettivo che rappresentava. A quelli che festeggiano non interessa vivere più sicuri: interessa pisciare in testa agli ultimi sfigati. Molto probabilmente sono gli stessi che, non nella responsabilità individuale ma nella propria funzione sociale, l’hanno spinto in quello stato. E i loro servi. Chi lo ha ucciso, riportano le cronache, era noto per andare in giro a molestare gli indecorosi nel nome del decoro. Una fantastica storia di provincia.

Nota tecnica, o del perchè sentire parlare di colpi accidentali nel 2021 mi fa ridere

Lo scrivente è un tizio che per ragioni varie sa utilizzare circa decentemente (sono modesto e sono pure fuori esercizio causa lockdonw vari) le armi da fuoco moderne. Le moderne armi progettate per l’uso operativo (leggi: da difesa) sono dotate di sicure ridondate, che rendono impossibile che parta un colpo accidentale tanto che l’israelian/empty chamber carry è diventato obsoleto e non viene più insegnato, se uno rispetta una regola fondamentale: tenere il dito fuori dalla guardia se non quando si _vuole_ sparare. Se non avete mai tenuto una pistola in mano può sembrare una cosa macchinosa ma posso assicurarvi che non lo è. Se dichiari che ti è partito un colpo accidentale ci sono tre possibilità: a) stai mentendo b) hai scelto l’arma sbagliata (tipo un’arma da tiro accademico con scatto allegerito, di quelle che le guardi troppo intensamente e sparano) c) sei così coglione da tenere il dito dentro la guardia, fottendotene di una delle quattro (4, eh, mica, 400) regole fondamentali nel tenere in mano un’arma da fuoco. Nel primo caso sei un omicida. Nel secondo o hai avuto sfiga (ma di quelle rare: vieni aggredito mentre partecipi alla gara di tiro regionale al poligono) o sei un fesso. Nel terzo caso sei di una negligenza criminale.

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In vita e morte di Cesare Gatto, 15/08/2007 – 06/05/2021

Il sei di maggio del 2021, alle ore 20.00, in un appartamento di Torino, Cesare, il gatto con cui ho condiviso 14 anni di vita, è morto.

Cesare nel novembre 2017

Gli rimanevano pochi giorni di vita: uno osteosarcoma, in forma probabilmente maligna, partito da una vertebra lombare gli aveva distrutto l’innervatura degli arti inferiori, paralizzandolo, e, cosa ben più grave, aveva pesantemente danneggiato quella degli stessi organi interni: un blocco renale dovuto all’accumolo di urina che, in una vescica incapace di svuotarsi, sarebbe risalita verso i reni era imminente. Se non ci fosse stato un blocco renale ci sarebbe stato un blocco intestinale. Il risultato non cambia: avvelenamento da cataboliti, sepsi, shock. O magari una polmonite ingestiva dovuta a una crisi di vomito.

Ho abbastanza conoscenza della fisiologia dei mammiferi per sapere come si muore in questi casi.

Di fronte a questa prospettiva ho preferito ucciderlo io. Certo, una veterinaria ha praticato la sedazione profonda e ha preparato la flebo, ma lo stantuffo che ha lanciato nel suo torrente ematico un mix di curaro e oppioidi l’ho premuto io, coerentemente con l’idea che se si prende una decisione se ne porta il peso. Ho seguito il suo polso carotideo fino all’ultimo, sentendo il battito diventare sempre più debole ed erratico, in un modo che mi ricordava il polso di un signore in arresto cardiaco su cui tentai le procedure di CPR tempo fa. Infine si è fermato: l’effetto del curaro sulle placche neuro-muscolari è rapido e senza scampo. All’arresto cardiaco è seguito un arresto respiratorio, ho sentito chiaramente l’ultimo movimento del diafframma e l’aria che abbandonava i polmoni. A questo è seguito nel giro di pochi minuti la morte cerebrale per ipossia.

Sono conscio del peso di una simile decisione: Cesare non mi ha chiesto di morire, non me l’ha fatto capire. Cesare non parlava italiano, francese o inglese, le tre lingue che intendo. Le sue forme mentali erano differenti dalle mie. Ciò nonostante ho scelto di togliergli la vita. Penso di aver fatto bene ma l’unico soggetto in grado di confermarlo non lo può fare.

Cesare è stato colui con cui, negli ultimi quindici anni, ho passato in assoluto più tempo. È stato colui che, per i lunghi anni in cui abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto, veniva tutte le sere farmi le fusa, a prescindere dagli orari in cui mi coricavo (e per un certo periodo ho avuto orari piuttosto assurdi). È stato colui che, dopo il caffè e la sigaretta post prandiale, veniva ad accocolarsi su di me mentre mi guardavo i Simpson o Futurama.

Quando ero fuori per 12 e più ore per un lavoro che detestavo fino alla mia più intima fibra, mentre tornavo con un treno perennemente in ritardo verso casa, pensavo spesso al fatto che, per malvagia che fosse stata la giornata, mi sarei goduto un bel po’ di fusa una volta arrivato a casa.

Durante le lunghe ore delle riunioni di redazione di Umanità Nova stava spesso accoccolato sulla mia persona. O seduto di fianco alla tastiera a guardarmi. Più volte i suoi “ron ron” si sono sentiti a centinaia di chilometri di distanza, catturati dal mio microfono, campionati dalla scheda audio e trasmessi via TCP/IP ad altri redattori.

Non conto le volte che ho dovuto interrompere le visioni di film o le letture di libri perchè decideva che era il momento di farsi coccolare. Un paio di volte l’ha fatto anche mentre facevo addominali a terra e in un’occasione aveva deciso che la mia gamba che si muoveva nel movimento ritmico delle trazioni alla sbarra era un gioco estremamente divertente. Ha distrutto svariate paia di pantofole di mio padre. Morso in più occasioni mia madre perchè non lo stava considerando abbastanza. Predato svariati rotoli di carta igienica. Fatto saltare le piume della coda di un piccione che ebbe la peregrina idea di provare a nidificare sul suo balcone.

Morso un poliziotto, che così questo imparava a farsi gli affari suoi[1].

Quasi tutti gli articoli che ho scritto su questo blog e su Umanità Nova sono stati scritti con lui di fianco. Anche se non ho messo il canonico F.D.C. Willard come co-autore (avrei dovuto), lo è stato.

La coscienza antispecista che ho maturato nel corso degli anni è maturata grazie al rapporto con lui.

È stato uno dei miei migliori amici, è stato parte della mia vita. Lo sarà finchè avrò facoltà di ragionare.

Voglio qua ringraziare chi mi è stato vicino in questi giorni, chi fisicamente, chi con messaggi. Voglio ringraziare anche la veterinaria che ci ha seguito in questi mesi, la sua empatia è stata maggiore di quella di certi medici che ho conosciuto.

Addio Cesare, ti ho amato come un amico, sei stato mio compagno e sempre lo sarai.

[1] Ottobre 2011, dei tizi mi suonano alla porta di casa. Apro: sono due tizi con giacca e cravatta con cartellini di azienda che simula il logo della Gazprom e che provano a vendermi un contratto del gas (perchè la Gazprom manda direttamente i commerciali dai privati con utenza domestica, è risaputo). Li invito, abbastanza gentilmente, ad andare a raccontare frottole altrove. Questi cominciano a fare gli arroganti. Io gli mostro che posso essere molto più arrogante di loro, e, per evitare la giusta punizione per la loro empietà, scappano per le scale. Riprendo a farmi i cazzi miei, apro la finestra per fumarmi una sigaretta e vedo i due tizi sostare sotto casa. Questi cominciano ad insultarmi e io rispondo. Dopo poco arriva una volante: viene fuori che questi due stronzi hanno l’abitudine non solo di provare a truffare la gente ma pure di provare ad attaccare rissa per poi fare la parte degli aggrediti. Tipo era la terza volta in una settimana che succedeva. I tizi spiegano a due irritati (con loro) poliziotti che io li avrei proditoriamente aggrediti. I poliziotti annuiscono e li invitano ad andarsene altrove, mi chiedono i documenti e mi salgono in casa. Il poliziotto più giovane vede Cesare su una poltrona e prova a toccargli la testa. Viene immediamente rimesso al suo posto da una meritata mozzicata. Si lamenta con il collega più anziano che lo guarda come se parlasse con un bambino scemo e gli fa “certo che ti ha morso, è un gatto, che ti aspettavi che facesse?”. Io mi chiedo se le barzellette sui carabinieri in realtà non dovrebbero essere sui poliziotti. Pigliano la mia versione (“i tizi hanno fatto gli arroganti e io gli ho detto di andarsene e poi non è successo niente, no non li ho minacciati con un bastone, no, non ho intenzione di adire per vie legali, si, sono ben conscio che avrei la possibilità di farlo, arrivederci e buone cose”). Io vado alla coop e prendo le due scatolette più costose e di qualità che trovo e le porto a Cesare. Lui è contento, io sono contento.

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Myanmar e lo scomodo vicino- Interessi commerciali cinesi e colpo di Stato

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 12 anno 101 da me e da J.R. Non ha la pretesa di essere un lavoro esaustivo ma bensì un lavoro compilativo e di meta-analisi per fornire alcune informazioni su temi poco dibattuti e conosciuti alle nostre latitudini.

Le vicissitudini del Myanmar (Birmania) sono di difficile lettura se si tenta di analizzarle esclusivamente da un punto di vista di equilibri tra forze interne o, peggio ancora, usando la lente d’ingrandimento e concentrandosi solo sulle questioni di conflitto fra gruppi etnici.[1] Pur nella tragedia di esodi di massa, vessazione verso le minoranze religiose e le attuali risposte armate alle proteste contro il colpo di Stato, crediamo sia estremamente importante analizzare la questione birmana con una chiave di lettura geopolitica.

La denuncia sic et simpliciter di un regime è un atto dovuto ma non aiuta ad inquadrare il problema rispetto alle cause primarie, che a nostro avviso sono e rimangono indissolubilmente legate a ragioni economiche internazionali. Nella guerra giocata sul piano della competizione economico-finanziaria a farne le spese sono sempre le popolazioni locali ed i governi nazionali sono strumenti di attuazione di programmi neoliberisti, con la sola differenza che se in occidente i colpi di stato non sono accettabili in altre parti del mondo fanno parte della prassi.

La proposta di analisi avanzata in questo articolo fa riferimento alla combinazione di elementi esogeni che dagli anni ’90 hanno indotto una accelerazione nella latente crisi interna del paese. Vengono presi in considerazione tre fattori decisivi: il posizionamento geografico del paese, l’espansionismo cinese e la fisiologica instabilità politica birmana. Non abbiamo qui la pretesa, in poche righe, di poter esporre con la dovuta completezza una questione tanto complessa, quel che ci preme è però riuscire ad inquadrare il conflitto sociale in atto all’interno di uno schema molto più ampio della sola questione etnica. Se mai il conflitto interetnico va inquadrato all’interno degli espedienti utilizzati per impoverire ed allontanare le popolazioni locali da zone ad altissimo interesse economico e commerciale.

L’ipotesi che sintetizza i tre fattori poc’anzi esposti ruota attorno alle rotte commerciali cinesi e a tutto il portato di infrastrutture e zone economiche speciali (ZES) che hanno storicamente fatto la fortuna della superpotenza asiatica.[2] Le ZES, sulla cui utilità per le popolazioni locali c’è ancora una consistente coltre di dubbi, hanno svolto un ruolo centrale non solo nella propulsione dell’economia cinese post maoista, ma è stata “adottata” anche in altri paesi asiatici. Attraverso il programma di cooperazione economica della subregione del Grande Mekong (GMS-ECP), un modello di integrazione e sviluppo regionale fortemente voluto della Banca Asiatica di Sviluppo (ADB) e partito all’incirca dalla metà degli anni ’90, alcune aree strategiche sono integrate nell’iniziativa cinese One Belt, One Road.[3] Nella fattispecie l’operazione di integrazione economica riguarda il Myanmar e la Cambogia, dei quali il primo è geograficamente a ridosso di aree cinesi densamente industrializzate (provincia di Yunnan) e il secondo in posizione favorevole per quanto riguarda gli scali marittimi, affacciandosi sul trafficatissimo golfo di Tailandia.

Quando si parla di integrazione economica, va solitamente intesa con l’aggettivo implicito “verticale”, dal momento che integrare un paese all’interno di un processo economico, il più delle volte, significa rimuovere gli ostacoli economico-legislativi affinché lo Stato integrato diventi una propaggine “economicamente attiva” di un processo più ampio, cioè fornisca supporto logistico, manodopera e suolo al minor costo possibile o semplicemente si lasci attraversare dai flussi economici e commerciali senza aver nulla a pretendere. Questo copione si ripete praticamente invariato da quando è stato concepito il sistema di parassitismo chiamato colonialismo, in tutte le sue versioni.

Se osserviamo la nascita delle ZES birmane, ad un certo punto noteremo un accentuato parallelismo con quelle cinesi, soprattutto negli ultimi anni. Il progetto per la realizzazione di aree speciali in Myanmar è iniziato con le ZES di Thilawa e Dawei negli anni ’90. La prima è un porto fluviale internazionale per container, interamente di proprietà di Hutchison Port Holdings (HPH) a sua volta controllata di Hutchison Whampoa Limited (HWL), società con sede ad Hong Kong che, tra gli altri, controlla anche il porto di Taranto (Taranto Container Terminal – TCTI). La seconda è un centro di produzione di gomma e legno di teak oltre che di prodotti agricoli che vengono esportati in Cina, India e Thailandia. La Kyaukphyu SEZ, poi, si presenta com un’altra immensa area portuale, costata circa 7,3 miliardi di dollari, finanziata da partecipate dello Stato cinese che ne detiene una quota del 70% e la gestione per cinquant’anni. In questo porto il petrolio proveniente dal medio oriente, pompato attraverso un oleodotto di più di 700 chilometri attraverso l’entroterra montuoso della Birmania fino alla provincia cinese dello Yunnan. La quarta ZES, la Myitkyina Economic Development Zone (nota anche come Namjim Industrial Zone) è in fase di realizzazione e nasce praticamente in contemporanea della ZES di Yunnan. Situata geograficamente a Nord, Myitkyina, capoluogo della regione birmana del Kachin, è un importante snodo commerciale – autostradale e ferroviario – delle merci con la Repubblica Popolare Cinese è attualmente uno dei punti caldi degli scontri e delle proteste contro il colpo di stato militare. Chi trae un grande vantaggio da queste istallazioni è proprio la Cina, perché i porti danno accesso al mare consentendo alla flotta mercantile e militare cinese di bypassare lo Stretto di Malacca; il Myanmar rappresenta l’accesso preferenziale all’Oceano indiano di Pechino.

Unitamente a queste dinamiche in accelerazione c’è tutto il sistema di prestiti e finanziamenti tra il FMI e la ADB, che storicamente hanno stritolato svariati paesi asiatici “inducendone” trasformazioni in chiave neoliberista, cioè la testa di ponte dell’integrazione economica di cui sopra. Il gioco è stato rodato e perfezionato negli anni fin dal “miracolo cileno”: deregulation da un lato, privatizzazioni nel caso di paesi socialdemocratici o semplice svendita del territorio in tutti gli altri. Sfruttando qualsiasi espediente che metta un paese nelle condizioni di chiedere aiuto economico il meccanismo scatta e da quella morsa non è facile svincolarsi.

La crisi asiatica esplosa tra il 1997-2008 ha evidenziato la debolezza indotta dalla dipendenza dai finanziamenti esteri a breve termine, sottolineando la funzione della liquidità in dollari come protezione contro l’instabilità finanziaria. D’altro canto legare più o meno ufficialmente la propria valuta al dollaro si è dimostrato, più che spesso, un pessimo affare.[4] La liquidità di emergenza è stata ottenuta dal FMI in quella che è stata percepita come un’esperienza tutt’altro che felice. Condizioni gravose sono state imposte ai contraenti, come tassi di interesse elevati, il che ha solo aggravato la crisi dato l’elevato livello di indebitamento delle imprese asiatiche. Il Fondo agiva come grimaldello per aprire i mercati dei paesi in crisi agli investimenti esteri, ovviamente nell’interesse dei suoi principali azionisti, in particolare degli Stati Uniti.

Il governo giapponese nel 1997 ha proposto un Fondo Monetario Asiatico per fornire una fonte alternativa di finanziamento di emergenza, l’idea è stata però respinta dal Tesoro degli Stati Uniti e dal FMI. Dopo la crisi, i paesi asiatici hanno risposto raddoppiando i loro sforzi per accumulare riserve in dollari, questo però li ha solo esposti a perdite di capitale dovute alle variazioni dei tassi di cambio alimentando gli squilibri globali con vere e proprie emorragie di liquidità.[5] In questo pandemonio è entrata la Cina letteralmente in scivolata, coinvolgendo il territorio birmano direttamente nei suoi interessi economici.

Da qui la necessità impellente di un solo interlocutore per portare avanti il balzo cinese verso l’occidente ed i suoi mercati. Non è peregrina l’ipotesi di un sostegno cinese al colpo di stato per garantire una certa stabilità (costi quel che costi) e potersi così accaparrare tutto lo spazio di agibilità necessario alle sue mire espansionistiche. Non si deve poi tralasciare che le alte sfere della giunta militare hanno – storicamente ed oggi più che mai – le mani in ricchi affari e speculazioni, da partecipazioni in società di trasporti e di gestione portuale ai possedimenti immobiliari e minerari e chi più ne ha più ne metta. L’esercito è inscindibilmente legato alla società del Myanmar, non solo ha le proprie scuole, ospedali ed un sistema di produzione alimentare ma la sua élite è sposata con potenti famiglie, creando un tessuto integrato che è quasi impossibile da disfare.[6]

Il dominio dei militari va oltre la potenza di fuoco del suo mezzo milione di soldati, i cui attacchi alle minoranze etniche si sono intensificati durante il mandato del generale Min Aung Hlaing. Le due holding più potenti del paese sono sotto il comando dell’esercito, controllando una vasta fortuna che include giada, legname, porti e dighe. Il Tatmadaw (esercito birmano) si è inserito nelle banche, nelle assicurazioni, ospedali, palestre e media. Non è un caso che la rete mobile Mytel sia stata la prima ad essere riattivata dopo che le telecomunicazioni sono state interrotte a livello nazionale dal colpo di stato: Mytel è in parte di proprietà dei militari. L’esercito è il più grande proprietario terriero del paese, cosa non desueta se per esempio si guarda all’Egitto o alla Libia. Appare quindi chiaro che la Cina, così legata a meccanismi di acquisizione tipo il land grabbing, non possa che rivolgersi a chi gestisce la maggioranza del capitale terriero e può decidere di acquisire tutto il resto.

Va inoltre sottolineato come la particolare posizione geografica del Myanmar faccia assumere a questo paese un ruolo rilevante per la politica estere cinese, per motivi di ordine sia commerciale sia militare. L’apparato militare dello stato cinese è numericamente impressionante e negli ultimi anni ha avuto un forte impulso verso un rinnovamento in termini qualitativi ma storicamente manca della capacità di proiezione militare. La Cina è bloccata a nord dalla potenza russa, ad est dal Giappone, dotato di forze armate non cospicue ma moderne e, sopratutto, sede di importantissimi siti aeronavali statunitensi. A sud ha il Vietnam, paese con cui non ha rapporti distesi e che negli anni si è avvicinato alla sfera statunitense. La capacità di penetrazione e insediamento in Myanmar garantisce sia di poter aggirare questi possibili blocchi piroettandosi direttamente verso il golfo del Bengala – ponendo quindi anche una minaccia in termini militari verso uno dei grandi rivali della Cina: l’India – sia la possibilità di sganciare i flussi di merce in entrata ed in uscita dal passaggio per il Mar Giallo e per la regione degli Stretti. Questo significa poter esportare più agilmente verso i paesi dell’Africa Occidentale, paesi dove la Cina intrattiene importantissimi rapporti commerciali sia per quanto riguarda lo scambio di merci sia per quanto riguarda i progetti infrastrutturali, sia per importare materie prime energetiche dal Medio Oriente: da qua si capisce la necessità della classe dominante cinese di mantenere strettissimi rapporti con la giunta militare birmana.

Le proteste contro la giunta militare sono viste dalla Cina come una diretta aggressione nei suoi confronti. Un Myanmar che si rendesse autonomo dall’influenza cinese o che, peggio ancora, decidesse di stringere rapporti con gli Stati Uniti sarebbe una sconfitta strategica per la Cina. La Cina da anni oltre a costruire una propria capacità di gestione dei flussi commerciali punta a presentarsi come alternativa politica ed ideologica alle liberal-democrazie occidentali. Forte del suo oggettivo successo nella gestione dello sviluppo da paese agricolo a potenza industriale si propone come partito dell’ordine a livello globale. Essendo stata in grado di attuare politiche di sviluppo economico di stampo neoliberale senza, al contempo, cedere quote di sovranità ad enti sovranazionali o a potenze straniere, di darsi una struttura di riproduzione capace di fornire manodopera di massa con alti livelli di specializzazione e dotata di forte autodisciplina e di capacità di autorganizzazione, tagliando così sui costi manageriali,[7] cerca ora di proporre questo modello come modello di sviluppo per altri paesi che con essa vorranno condividere una sfera di interessi in comune.

Purtroppo molti vedono la Cina solamente come produttore di paccottiglia di massa a basso costo da esportare all’estero. È un errore enorme. Se l’Inghilterra ci ha messo un secolo dal passare dalla produzione manifatturiera di pezze di tessuto di bassa qualità, accumulando però una fortuna, e di merci per alimentare il commercio triangolare all’esportazione di acciaio di alta qualità per corazze navali e ferrovie, la Cina in trenta anni è passata dal produrre pezzi di plastica e di metallo di bassa qualità a fare concorrenza agli Stati Uniti nel campo delle ricerca dell’intelligenza artificiale, delle biotecnologie, dei processi produttivi di nuova generazione. Si pensa che la produzione elettronica cinese sia importante per le caratteristiche di massa nella produzione di smartphone e si ignora come la Huawei faccia concorrenza alla Cisco Systems e alla Juniper Networks nella costruzione e nella vendita di router, firewall fisici e switch di alta fascia, insomma degli apparecchi che permettono la gestione delle dorsali di trasmissione dei dati. Parte integrante della strategia di espansione cinese è quella di esportare queste tecnologie e la capacità di gestione.

Per rimanerre sul Myanmar è interessante prendere in esame il Safe City Project,[8] ovvero un insieme di tecnologie per “Smart City” in grado di creare in breve tempo un sistema di sorveglianza di massa. Questo genere di progetti vanno a fornire governi di paesi relativamente poveri di sistemi tecnologici all’avanguardia, in grado sia di poter fornire utilità di scala per lo sviluppo economico – infrastrutture digitali – sia capacità di sorveglianza e controllo altrimenti non ottenibili. Ci sarebbe da aprire un dibattito su quanto poi questi sistemi funzionino ma intanto sono tra i volani dell’espansione di un moltitudine si soggetti economici, più o meno istituzionali.

Per altro la relazione tra Cina e Myanmar sul terreno delle tecnologie digitali è a doppio binario poiché quest’ultimo paese gode della presenza di miniere di terre rare, fondamentali per la produzione di motori elettrici e semiconduttori. Intendiamoci: la Cina estrae più dell’85% di questi minerali a livello globale, quindi non necessita certamente delle risorse del vicino meridionale ma, siccome parliamo di materie prime non distribuite in maniera eguale sulla superficie terrestre e, al contempo, fondamentali per la produzione tecnologica, controllare l’1,7% in più delle estrazioni è una notevole leva sul mercato globale di queste materie.[9]

Ufficialmente la Cina si presenta come potenza in grado di dare gli strumenti per uno sviluppo armonioso, una riproposizione della propaganda da Conferenza di Bandung, di fornire infrastrutture all’avanguardia a paesi terzi cui le potenze occidentali non hanno interesse a fornirle. Le centinaia di morti lasciati sul selciato dal Tatmadaw con l’attivo supporto della Cina ci dicono a chiare lettere che la realtà è ben diversa. La stessa cosa ce lo dicono i lavoratori degli sweatshop delle zone industriali cinesi, i contadini espropriati delle campagne, gli oppositori costretti all’esilio o al carcere, gli ecosistemi devastati. L’armonia proposta da Pechino è repressione di qualsiasi istanza di autonomia di classe e di emancipazione sociale in nome di uno sviluppo capitalistico spacciato per sviluppo armonioso. In definitiva nulla di particolarmente diverso rispetto allo sviluppo capitalistico ed al contemporaneo sviluppo dello Stato che abbiamo visto alle nostre latitudini. Per quanto gli indefessi imbecilli o i prezzolati propagandisti difensori della classe dominate cinese accusino chiunque critichi in termini anticapitalisti la Cina di essere un baizuo – termine dispregiativo assimilabile al nostrano “buonista” – i fatti mantengono una testa dura.

J. R. & Lorcon

NOTE

  1. Per ragioni di carattere storico e scientifico preferiamo precisare che l’utilizzo della locuzione “etnico” o “etnia” in questo giornale viene utilizzato come categoria culturale ed antropologica, non annoverando tale termine ad alcun concetto di razza, il quale è assolutamente e incontrovertibilmente inesistente e fittizio.

  2. Una Zona Economica Speciale (ZES) è un’area all’interno o al di là dei confini nazionali amministrata secondo regole speciali. Sono disponibili in diverse forme, che in Myanmar includono zone franche e zone di promozione, nonché il potenziale per la creazione di altri tipi di zone secondo necessità.

  3. SEZs and Value Extraction from the Mekong: A Case Study on the Control and Exploitation of Land and Labour in Cambodia and Myanmar’s Special Economic Zones.

  4. Cfr. JR, “Una metafora dei disastri del capitalismo moderno-1”, Umanità Nova. https://www.umanitanova.org/?p=12788 .

  5. Cfr. Barry Eichengreen, “Regional Financial Arrangements and the International Monetary Fund”, ADBI Working Paper Series November 2012, https://www.adb.org/sites/default/files/publication/156249/adbi-wp394.pdf .

  6. Cfr. Annah Beech, “Myanmar’s Army Is Back in Charge. It Never Truly Left”, New York Times, feb.2.2021.

  7. Arrighi Giovanni, “Origin and dynamics of the chinese ascent” in “Adam Smith in Beijing – Lineages of the twenty-first century”, Verso Books, London-New York 2007.

  8. https://consult-myanmar.com/2019/06/20/amid-intl-espionage-concerns-mandalay-to-embrace-huawei-for-safe-city-project/ .

  9. https://www.reuters.com/article/us-china-rare-earths-myanmar-idUSKBN2BI1HR . Si noti che l’ineguale distribuzione di queste risorse è tale per cui la Cina con l’85% di estrazione globale di questi elementi occupa, ça va sans dire, il primo posto nella classifica del produttori seguita dall’Australia con appena il 10% e dal Myanmar stesso con appena l’1,7 %.

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Pippo

Un Pippo dagli echi pazienziani (murales al Parco Dora, Torino)

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Parco Dora

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Nero, blu, bianco

Vi è da dire che la chiesa del Santo Volto a Torino offre buone occasioni fotografiche. Ciò nonostante ritengo che le acciaierie presenti lì una volta fossero più utili (e sicuramente offrirebbero occasioni fotografiche altrettato belle).

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Stati Uniti – Picchi di tensione

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 2 anno 101. Una chiaccherata su questi fatti è stata fatta anche su Anarres – Il pianeta delle utopie concrete.

I due mesi di costante innalzamento di tensione da parte del presidente uscente hanno dato i loro frutti. Non possiamo sapere se fossero esattamente quelli sperati dal loro coltivatore ma sono stati sicuramente dei frutti degni di essere analizzati.

Possiamo fare alcune ipotesi su quello che è successo:

A) siamo stati di fronte a un vero tentativo di colpo di stato da parte del presidente uscente. Questo colpo di stato è fallito perché un pezzo rilevante della sua stessa amministrazione, tra cui il vice presidente, si è sfilata e i militari non hanno dato il loro appoggio

B) il presidente uscente è caduto in una trappola che si è in buona parte costruito con le sue mani e ora si trova sotto accusa e con buona parte del suo stesso partito che lo vedrebbe volentieri fuori dai giochi

C) siamo di fronte al logico proseguimento della traiettoria presa dalla politica interna statunitense nell’ultimo decennio

Il vero vincitore delle elezioni statunitensi: Vermin Supreme.

Personalmente trovo difficile prendere sul serio la prima ipotesi. Intanto se si vuole un colpo di stato, a meno di essere completamente stupidi, non ci si affida su di una folla non controllata e disorganizzata. Guardando i video degli eventi si vede come manchi un’organizzazione collettiva della folla e siano presenti solo gruppetti, non sappiamo quanto informali, che sembrano avere un’idea di come ci si muove in un contesto di piazza. Gli stessi manifestanti, i golpisti nella narrazione di questa ipotesi, sono armati per lo più di oggetti contundenti, e infatti il poliziotto morto dopo gli scontri è morto per trauma cranico, aste di plastica, spray OC. Nonostante parliamo di un paese con un altissimo tasso di possesso di armi da fuoco non si vedono armi lunghe tra i manifestanti, e un colpo di stato di certo non lo fai con qualche Glock subcompatta per il porto occulto; il distretto federale di Washington ha una normativa molto severa per il porto di armi in pubblico e viene difficile immaginare che dei golpisti decidano di rispettare una normativa che gli stronca la possibilità d’azione.

Se già la cronaca degli eventi ci permette di considerare come poco plausibile di essere stati di fronte a un vero tentativo di colpo di stato dobbiamo prendere in considerazione altre questioni. Queste rimandano al ruolo del gran capitale, al ruolo dell’esercito e dell’organizzazione stessa dei supporter di Trump.

I colpi di stato avvengono quando i mezzi che la democrazia mette a disposizione della classe dominante non riescono più a garantire la pace sociale o una direzione unitaria dello stato. La Marcia su Roma venne finanziata dai grandi industriali e dagli agrari. Aveva lo scopo di reprimere i moti rivoluzionari ma anche quello di ammodernare il paese rinnovando un patto sociale che il sistema liberale-monarchico più non riusciva a garantire. Negli USA non siamo davanti a una situazione simile. Le grandi industrie estrattiviste e il settore fondiario, grandi sponsor dell’amministrazione Trump, non hanno di certo necessità di ricorrere a un colpo di stato per garantire i loro interessi. I movimenti sociale per quanto nel decennio appena trascorso si siano rafforzati non pongono – ancora? – un pericolo tale per la classe dominante che porti questa ad affidarsi a un qualche duce.

Certo nel corso dei violenti scontri di quest’anno Trump ha più volte evocato la legge marziale. Per quanto siamo abbastanza certi che egli era abbastanza certo di quello che procalamava – d’altra parte parliamo di un palazzinaro figlio e nipote di palazzinari, abituato a strillare ordini dal suo ufficio ai propri sottoposti – non abbiamo visto le stesse forze armate e i governatori dei vari stati particolarmente entusiasti davanti a questa prosopettiva. Anzi. Trump era in campagna elettorale e doveva rafforzare il suo presentarsi come partito dell’ordine davanti al caos.

L’esercito statunitense non è un’esercito europeo del novecente, composto da quadri schiettamente reazionari. Non ha mai visto, neanche durante i maggiori momenti di tensioni con la dirigenza politica, l’emergere di correnti golpiste come quelle che attraversarono le forze armate francesi durante la crisi d’Algeria. Non ha avuto generali De Lorenzo come le forze armate italiane degli anni sessanta.

L’esercito statunitense è una struttura sostanzialmente democratica e molto più legata alla struttura sociale statunitense rispetto agli eserciti europei contemporanei. Le forze armate federali assorbono una quota di quella sarebbe forza lavoro in eccesso, sono un potentissimo volano per l’economia, non solo per il settore armiero, per quello informatico e per la ricerca ma anche per tutto il settore logistico e per tutte quelle aziende che forniscono servizi, viveri ed energia alla miriade di basi situate sul suolo statunitense. Tramite le forze armate statunitense avvengono forme di integrazione di gruppi razzializzati – il che non significa che venga abolita la razzializzazione ma semplicemente che venga in qualche modo razionalizzata e messa a servizio di un ordine superiore – e fungono da ascensore sociale.

Quando parliamo delle forze armate statunitensi non parliamo di una banda di reazionari ma di uno dei principali strumenti della potenza che detiene l’egemonia mondiale da un secolo. Non è un caso che settori piuttosto importanti delle forze armate non abbiano digerito affatto il quadriennio trumpista e che Star e Stripes più e più volte abbia pubblicato articoli ed editoriali critici verso l’amministrazione.

Il ruolo dell’esecito varia a seconda dei contesti in cui ci si trova. Non è possibile definire sempre l’esercito come roccaforte reazionaria: se questo è stato vero per gli eserciti europei del novecento non è stato sempre così per l’esercito della potenza egemonica mondiale e non è stato così neanche in molti stati post-coloniali dove l’esercito assumeva il ruolo di guida del processo di costruzione nazionale, spesso in senso progressista e modernista.

Come antimilitaristi dovremmo sempre tenere conto dei multipli ruoli che le forze armate possono assumere e di come esse sappiano adattarsi alle diverse circostanze in cui possono esistere.

Veniamo alla questione della composizione della piazza. Molti manifestanti sono arrivati da fuori Washington DC. In piazza c’era sopratutto quella piccola e media borghesia rappresentate del settore fondiario, del commercio e della piccola industria che ha costituito la base elettorale di Trump – un po’ come la Lega Nord in Italia – ma anche poliziotti fuori servizio e personaggi folkloristici di vario tipo.

Dall’analisi dei video appare evidente che non esistesse un’organizzazione unitaria da un punto di vista militare della piazza. La polizia locale ha palesemente lasciato fare fino a trovarsi travolta. In altre occasioni la polizia aveva blindato Capitol Hill per manifestazione di BLM. Non ce ne stupiamo ma è un dato che va rilevato. La piazza era composta più da una folla che da gruppi organizzati e questo lo dice lunghe sulle capacità golpiste di quella piazza.

Quando la situazione è degenerata e i manifestanti sono entrati, senza neanche dover forzare troppo, nel Campidoglio qua hanno trovato direttamente gli uomini del Secret Service, ben differenti rispetto alla polizia di Washington. Uno di questi ha intimato ai manifestanti di allontanarsi dalla porta che sorvegliava e non si è fatto problemi a freddare una manifestante che non ha obbedito al suo ordine. Probabilmente questa aveva sopravvalutato il potere del colore della propria pelle.

Quando le forze dell’ordine hanno deciso che lo spettacolino era finito hanno semplicemente gasato il gasabile e hanno sgomberato le aule.

Cosa è successo, in definitiva, a Washington il sei gennaio?

Come già detto viene difficile vedere in tutto questo un piano golpista. Certo, sicuramente una parte dei manfistanti aveva intenzione di ribaltare l’esito del processo elettorale considerando questo come falsato. Si presentavano, per lo meno a se stessi, come i salvatori della democrazia. Sicuramente non avevano l’organizzazione per farlo e nessuno l’ha fornita loro.

Trump in quattro anni si è sicuramente costituito uno zoccolo duro di elettori tra i poliziotti e altri guardiani in prima linea della White Supremacy ma non ha in nessun modo costituito un’organizzazione paramilitare che risponda a lui. Il variegato mondo delle milizie si muove in modo disgregato e, nel corso degli anni, alcune si sono anche distanziate dal suprematismo bianco militante, come si è visto con la spaccatura in quel mondo avvenuta prima della manifestazione di Charlotte.

Ma per due mesi il presidente uscente ha strepitato ai quattro venti di democrazia tradita e di elezioni rubate: qualcosa doveva succedere. Ed è successo. La folla ha agito come agisce una folla in quella situazione: muovendosi in modo disorganizzato verso una direzione. La direzione era occupare Capitol Hill per restaurare la vera democrazia. Una classe media bianca e reazionaria che si sente sempre più in declino che risponde in modo militante a questo declino. Ma che non è organizzata per farlo.

Trump ha probabilmente giocato molto del suo gioco entro il Partito Repubblicano. È probabile che quanto è avvenuto sia stata anche una prova di forza interna al GOP in cui Trump ha mostrato le sue carte alle altre componenti di partito con cui è in rotta. Un modo per rilanciare la sua azione. Ci riuscirà o le conseguenze di ciò che ha evocato lo travolgeranno? Non è dato a sapersi.

Chi nel partito dell’elefante voleva scaricarlo ora ha avuto l’occasione ottima per farlo e ribadire la propria fedeltà allo Stato di Diritto.

Al Democratic Party in questo momento pare di sognare in quanto vede confermate le fantasie in cui si autorappresenza come “resistenza” al trumpismo.

Ma le questioni rimangono tutte sul tavolo. Il Democratic Party rimane pur sempre il partito dell’imperialismo e della guerra. Il rilancio dalla crisi pandemica passerà per ulteriori bastonate sul capo degli sfruttati se questi non sapranno reagire. Il suprematismo bianco, con il suo corollario di poliziotti che assassinano impunemente, è lì da qualche secolo e sparirà solo con la scomparsa di ciò che lo ha generato.

Non ci stupiremmo di una stretta contro tutte le eversioni che colpirà i movimenti sociali e nello specifico il movimento anarchico. Una riproposizione in salsa barbeque della teoria degli opposti estremismi, insomma.

La lunga crisi statunitense è ancora tutta aperta. Se sarà una crisi passeggera o se è uno dei segni del passaggio dello scettro dell’egemonia globale verso l’altro lato del pacifico ancora non si sa.

Che in tutto questo vi sia molto da fare per chi non vuole ne servi ne padroni ne siamo certi.

lorcon

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Il disfattismo di sinistra, i puffi e Kamala Harris – I Miti Ricorrenti della Sinistra Riformista

Il seguente pezzo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 35 anno 100

L’ otto novembre Tlon, una piccola casa editrice del milieu della sinistra riformista con un certo seguito sui social media, pubblicava un post in cui si lanciava all’attacco di coloro che, analizzando criticamente le elezioni statunitensi, non considerano la vittoria della staffetta democratica come un passo verso le magnifiche sorti dell’emancipazione sociale.

In questo post, allegato ad un’immagine del Puffo Quattrocchi, i responsabili della casa editrice se la prendevano con quello che secondo loro è l’orrido “disfattismo di sinistra” che “(…) ti porta – ogni volta che accade qualcosa di buono – a vedere il marcio, l’imperfetto e a dimenticare tutto il resto.

Non è complessità, è inazione. È mancanza di lungimiranza, ma anche di ascolto. È l’atteggiamento di una élite che non si domanda come siano fatti davvero gli USA (…)”.

Prendiamo questo post della casa editrice engagè, che ha causato un certo polverone negli ambienti della sinistra socialmediata, come spunto per alcune riflessioni di carattere generale.

Non è raro, per chi si pone con lo sguardo critico dell’anarchismo, sentirsi rispondere con sufficienza da parte di sinistri riformisti con tali argomentazioni. Iniziamo con alcune questioni di base: a criticare, con le parole e con i fatti, il modello di governo del Democratic Party non ci siamo solo noi anarchici che cerchiamo il pelo nell’uovo, soliti estremisti che non si sanno mai accontentare. Ci sono state la marea di persone che sono scese in strada durante questi mesi di fuoco nelle città a governo democratico negli Stati Uniti. C’erano coloro che vennero presi a colpi di granate flash bang dalla polizia federale obamiana durante le proteste di Standing Rock. C’era il sindacalismo rivoluzionario statunitense.

Certo, una parte di quel variegato movimento dal nome BLM ha votato tatticamente per la coppia Biden-Harris, individuando in Trump un nemico da togliere il prima possibile dal campo. Una parte consistente si è però tenuta lontana dalle urne: chi per scelta tattica, chi per scelta strategica, chi per istintivo rifiuto. Difficilmente qualcuno l’ha fatto per potersene stare sulla propria poltrona a tirare giudizi.

Basterebbe questa considerazione per prendere l’arguto post di Tlon ed archiviarlo alla voce “fesserie”. Non siamo però persone che si accontentano facilmente, noi, e come già annunciato prima vogliamo fare alcune osservazione di carattere più generale.

Intanto, per rimanere sul piano del concreto, bisognerebbe chiedersi che cosa cambia per le nostre sorti. Per caso Biden-Harris hanno proposto di ritirare le truppe statunitensi di stanza in Europa? Non ci risulta. Quindi possiamo immaginare che il MUOS di Niscemi continuerà a stare lì, come le grandi basi aeree del nord Italia, un obbiettivo privilegiato per una bella testata atomica in caso di grande conflitto, così come quelle grandi aree della Sardegna trasformate in poligoni militari a beneficio della NATO (queste continuerebbero ad essere tali anche senza USA e NATO: il glorioso esercito italiano basta e avanza a fare danni ambientali). Al più vi sarà una riduzione di certe presenze militari a favore del teatro orientale: niente che non stesse facendo anche l’amministrazione Trump ma niente di incisivo e, comunque, si tratta di uno spostare presenze militari, non di eliminarle.

Torniamo però agli e negli Stati Uniti. Kamala Harris, personaggio per cui buona parte della sinistra riformista, da Tlon al Manifesto, è andata in estasi, ha una serie di vicende pregresse che vale la pena di citare:

– ha votato a favore dei tagli dei fondi per l’accesso all’aborto;[1]

– ha fatto poco e nulla contro il business delle prigioni private in California, dove era procuratrice;[2]

– ha fortemente voluta una legge che permette di mandare in arrestare i genitori di babini che saltano “senza una valida scusa” più del dieci percento dei giorni di scuola:[3] una legge che colpisce in modo discriminate famiglie monogenitoriali e classi popolari. Un perfetto esempio di quel processo di “penalizzazione della società” di cui stati come la California sono stati alfieri;

– si è opposta all’abolizione legge dei Three Strikes;[4]

– ha portato avanti in prima persona la “War on Drugs” colpendo pesantemente la comunità afroamericana;[5]

– ha fatto in modo che le detenute transgender rimanessero o finissero in carceri maschili;[6]

– il suo modo di agire come Procuratore Distrettuale, segnato da eventi di poco conto e con poche implicazioni come il tentare di fare eseguire la condanna a morte di un uomo innocente, le ha attirato addirittura l’ira di un editoriale del New York Times, giornale non proprio opposto all’area politica a cui Harris appartiene;

– inoltre ha votato per tutti gli imterventi militari possibili.

Insomma, non c’è neanche bisogno di essere dei rivoluzionari antielettoralisti per rendersi conto che Kamala Harris è una rappresentante di quel sistema di oppressione strutturale in base al quale vengono distrutte milioni di vite umane. Anzi: anche senza essere dei grandi critici dello Stato e del capitale si potrebbe affermare, in tutta onestà e senza timore di essere smentiti, che Kamala Harris fa umanamente ribrezzo.

Ora ci si potrebbe domandare se tutta quell’area politica che è andata in brodo di giuggiole per la futura vicepresidente degli USA è a conoscenza di tutte queste faccende. La nostra ipotesi è che le ignorino del tutto ma che, se anche ne fossero a conoscenza, le rimuoverebbero dallo loro coscienza.

Si è potuta emozionare per Kamala Harris così come dodici anni fa si emozionò per Obama. Domani si emozioneranno per il o la premier di qualche altro paese. Avranno amori più o meno lunghi: Justin Trudeau o Jacinda Ardern. La loro coscienza sarà salda, forte e pulita.

Intanto gli abitanti dei ghetti statunitensi continueranno a finire in galere per crimini inventati a bella posta, iraqeni, afghani o chi per essi continueranno ad essere bombardati, gli sfruttati continueranno ad essere sfruttati e gli sfruttatori a sfruttare. Il comitato esecutivo della classe dominante avrà però come vicecapo una donna di colore e le buone emozioni trionferanno. Insomma, niente di nuovo sotto il sole.

ps: Si ringrazia l’utente di Mastodon che nei giorni scorsi ha pubblicato in forma organizzata i dati sulla carriera di Kamala Harris, purtroppo mi sono salvato solo i link e non ricordo il suo nickname.

NOTE

[1] https://www.politico.com/newsletters/playbook/2019/06/06/guess-who-else-voted-against-federal-funding-for-abortion-443667

[2] https://www.mercurynews.com/2013/08/29/mercury-news-editorial-kamala-harris-needs-to-tackle-prison-standoff/

[3] https://www.huffpost.com/entry/kamala-harris-truancy-arrests-2020-progressive-prosecutor_n_5c995789e4b0f7bfa1b57d2e?guccounter=1

[4] https://www.thenation.com/article/archive/reforming-three-strikes/tnamp/

[5] https://afropunk.com/2019/01/kamala-harris-has-been-tough-on-black-people-not-crime/

[6] https://www.washingtonblade.com/2015/05/05/harris-renews-effort-to-block-gender-reassignment-for-trans-inmate/

[7] https://www.nytimes.com/2019/01/17/opinion/kamala-harris-criminal-justice.html

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Elezioni USA – Cosa incombe sul nuovo alfiere neoliberista

Il seguente articolo, a firma mia e di J.R, è in uscita sul numero di questa settimana di Umanità Nova. Si inserisce nel complessivo lavoro di analisi sulla situazione statunitense che si sta portando avanti da anni e che si dovrebbe concretizzare a breve in una raccolta di materiale.

Balconies of the Brooklyn Army Terminal

Prima di analizzare il risultato elettorale, la cui complessità non risiede solo nelle peculiarità del sistema di voto in sé ma nella struttura stessa dello Stato statunitense del quale è espressione, è opportuno analizzare brevemente la composizione dell’elettorato. Tralasciando per un attimo la middle class bianca, vorremmo focalizzare l’attenzione sull’elettorato afroamericano e latino. Una percentuale di circa il 90% di afroamericani aventi diritto al voto,   elegge rappresentanti del Partito Democratico, è così da oltre cinque decadi ormai, dagli anni ‘60 sono divenuti una componente oramai stabile dell’elettorato democratico.[1] Ora il punto è che questa grossa fetta di popolazione statunitense vota democratico semplicemente perché non potrebbero mai votare per i Repubblicani, per motivi che sembra superfluo descrivere; non essendoci alternative elettorali al duopolio Repubblicani/Democratici si innescano questo tipo di automatismi.

L’automatismo porta il Partito Democratico a dare molte cose per scontate, fino a quando le proiezioni e i sondaggi non danno gli afroamericani su un trend astensionista, in tal caso arriva la cavalleria. Obama noto per le sue posizioni “energicamente centriste” è dovuto correre in aiuto del suo ex Vice Presidente per convincere un elettorato che teme di non essere sufficientemente rappresentato (cosa che sistematicamente si verificherà) a fare uno sforzo e votare compatti Biden, per mandare a casa Trump e un po’ per proseguire il percorso lì dove si era interrotto nel 2016.

Per quanto concerne la popolazione latinoamericana, la questione è un po’ diversa. Il radicamento e l’aumento di questa popolazione ha visto un’impennata negli ultimi cinquant’anni anni. Dal 1970 ad oggi la popolazione americana di origine ispanica è passata da 9,1 milioni di individui, fino a 57,4 milioni nel 2016, ossia il 17,8% della popolazione totale. Inoltre tra il 2016 e il 2017, più di metà dell’incremento demografico degli Stati Uniti è dovuto agli ispanici. In una serie di exit poll condotti dalla CNN e dal Pew Research Center nelle elezioni di midterm del 2018, si dimostra come il voto ispano-americano non sia polarizzato come quello degli afroamericani. [2] Si evince molto chiaramente una distribuzione affatto diversa da quella della middle class bianca (protestante o cattolica che sia) tra il partito democratico e quello repubblicano. Circa il 29% dei latino americani ha favorito i Repubblicani eleggendone un candidato. Questo la dice lunga tanto sugli scenari futuri quanto sulla sostanziale miopia della politica a stelle e strisce su quelle che ancora qualcuno continua a chiamare “minoranze”. Da un lato quindi il blocco afroamericano che oscilla tra astensionismo o voto per i Democratici, dall’altro gli ispanici che sostanzialmente aggiungono i loro voti alla fluttuante middle class bianca. La cosa più interessante è vedere come questa distribuzione demografica non rispecchia poi una proporzionale distribuzione di rappresentanti al congresso. Su 434 membri del 116° Congresso    degli USA solo 54 gli afroamericani eletti alla Camera, mentre al Senato, solo tre. Per quanto riguarda gli ispanici ce ne sono 51 alla Camera e 5 al Senato. Considerando che afro e ispanici da soli costituiscono il 30,8% della popolazione le rappresentanze continuano a non rispecchiare il peso socio-economico dei due gruppi.

Quindi il corpo elettorale che ha votato in questi giorni non è assolutamente nulla di omogeneo o immediatamente interpretabile, e la crisi di rappresentanza da una parte e irrappresentabilità di molti dei candidati dall’altra tendono a rendere particolarmente arduo analizzare il voto dei cittadini dello Zio Sam. Quello che può però essere specificato è che le tensioni in atto nel Paese hanno comunque agito da sprone per una maggiore affluenza alle urne. Si è difatti passati dal 55,7% delle scorse presidenziali all’attuale 67%. Queste tensioni sono riconducibili all’incertezza che la pandemia sta generando verso l’immediato futuro ma non solo, il clima di odio raziale innescatosi durante l’amministrazione Trump ha inasprito condizioni già sostanzialmente instabili e latenti che si trascinavano da decenni e che avevano visto un effetto moltiplicatore nella cosiddetta big recession post crisi 2008. Queste linee critiche sono state vicendevolmente cavalcate tanto dai Democratici quanto dai Repubblicani, senza grosse o sostanziali modifiche alle cause strutturali di tali problematiche. Ovviamente le amministrazioni Obama e Trump, pur differenziandosi nel linguaggio e nel piglio istituzionale, sono due amministrazioni del centro nevralgico e propulsivo del pensiero Neo-liberista. Può al massimo stare più simpatico l’uno o l’altro, può essere l’uno più compito o l’altro più goliardico e istrionico, ma stiamo parlando della poltrona dello studio ovale, ossia un posto nel quale non entri se non sei comunque al servizio del mercato e del relativo ceto dominante.

Al di là della vittoria oramai incassata da Biden (stiamo scrivendo alle 20:38 del 7 novembre), rimane il problema di una vittoria per “mezza incollatura”, con il Senato sostanzialmente spaccato (attualmente 46 seggi a 48 per i Repubblicani) e una Camera con una presenza democratica di soli 214 seggi su 218 per assicurarsi la maggioranza. Dunque le problematiche di ingovernabilità appaiono molto concrete per la nascente amministrazione Biden. Quello che attende gli Stati Uniti è una serie di problematiche interne, dal contraccolpo economico del COVID-19 alle questioni razziali e che tendono a convergere nella questione del sistema sanitario e di previdenza sociale da un lato, ma anche di accesso al credito e all’abitare dall’altro. Sul versante estero ritroviamo intonsa la lotta economica con la Cina, la questione mediorientale, le rivolte in centro e sud America e ovviamente la questione NATO e la zona calda del mediterraneo. È oltremodo ovvio che di questi ambiti di conflitto politico ed economico all’elettore medio a stelle e strisce importa forse meno di nulla, ma questi agiscono spesso da calmiere in quella capacità tutta statunitense di sfruttare i grattacapi esteri come combustibile per incendiare l’orgoglio patriottico interno.

Trump non ha esitato a sfoderare tutto l’arsenale retorico sui “nostri ragazzi al fronte” (una volta tanto per richiamarli e non per mandarceli) o sul senso di responsabilità che la più grande potenza del mondo (ei fù) ha nei confronti di tutti e nel suo “dovere” di intervenire lì dove c’è disperato bisogno di democrazia (sic!).

Politica estera e futuri scenari

Biden dovrà ora raccogliere il lascito del suo improponibile predecessore, su una strada già segnata e assolutamente indipendente dalla volontà dell’inquilino della Casa Bianca. Una strada dettata dall’unica e sola esigenza che manda avanti il paese: garantire guadagni crescenti alle imprese private. Quindi ben venga il fatto di allentare la presa sul Medioriente lasciando sostanzialmente mano libera alla Russia, mantenendo comunque i due alfieri sul campo, Arabia Saudita e sodali da un lato e il fido alleato israeliano dall’altro. Due pezzi da novanta che hanno negli anni intessuto fitte reti di interessi da un capo all’altro del mega continente eurasiatico e che, al netto delle loro disastrose e criminali politiche interne, possono essere due poli contrapposti attorno a cui coagulare interessi di varia natura (magari anche contrastanti) ma con lo scopo di definire sempre dei punti critici rispetto ad una potenza regionale scomoda come l’Iran, o territori di conquista come la Siria o il Libano, segnati da conflitti o crisi profondissime e vicinissimi al tracollo.

A fungere da sostituto per le politiche imperialiste in Medioriente è molto probabile che ci sia l’America centro-meridionale, è credibile che tutto il ciclo di recrudescenze destrorse e il restringimento dell’agibilità politica in molti Stati sia la diretta conseguenza del cambiamento strategico attuto dagli Stati Uniti, che hanno probabilmente optato per uno scenario di potenziamento dei mercati di prossimità per riequilibrare l’economia interna. Creare nuove aree di influenza, o rafforzare quelle esistenti, sostenendo governi ben disposti a mettere sul mercato tutto quello che di pubblico c’è (o è rimasto) è una strategia che dagli anni ’70 sembra essere l’unico attrattore che muove la politica estera di Washington. Soprattutto se i successi all’estero portano vantaggi per la ristrutturazione della domanda interna e nuove risorse con le quali stimolare (o sostenere) iniziative imprenditoriali derivanti da flussi di investimenti federali, che poi sono praticamente quelli che impediscono che il paese si arresti di colpo. Anche questa è una strategia rodata nei decenni, più fatturano le imprese più contribuiscono con le tasse e più investimenti il Governo farà sui programmi per gli alloggi, la sanità ai bisognosi ecc. basta non mettere lingua su come vengono fatti i soldi e non stare a sottilizzare se quei denari puzzano troppo: alla fin fine pacunia non olet.

Interni e scenari presenti: il dopo Trump

Se in politica estera le amministrazioni hanno assai meno problemi per giocare sporco, in politica interna hanno a che fare con la suscettibilità dell’americano medio: bianco, afro o ispanico che sia su certe questioni esiste una sconvolgente convergenza di pensiero, ossia chi paga le tasse, poche o tante che siano, vuol vedere i suoi diritti rispettati. È un mantra che ovviamente attecchisce in maniera differente in funzione dello status sociale. Ed è proprio questa una delle gatte da pelare che Biden si ritroverà tra le mani. Una popolazione impoverita rispetto al 2016, che chiede risposte, e che ha preso anche parecchie batoste, tanto dal COVID-19, quanto dai vari riots che si sono succeduti di recente. I disordini hanno sempre un certo effetto in una popolazione avvezza ad informarsi ancora da radio, TV e giornali, assai più che sul web o riviste di approfondimento. Quindi la psicosi da virus si è sommata a quella da riot e ha scatenato il solito teatrino tragico a stelle e strisce, compresi gruppi di preghiera per l’apocalisse eccetera. Ma al di là del folklore tipico di quelle latitudini rimane pur sempre un grosso problema di reddito medio in discesa.

Biden è praticamente un politico di professione, non avendo fatto altro dall’età di 29 anni, ma ha ricoperto ruoli via via più importanti nell’amministrazione governativa, come Presidente della Commissione Esteri del Senato, Presidente del Comitato di controllo sul narcotraffico internazionale del Congresso e Presidente della Commissione sulla giurisdizione del Senato. Tutte cariche conservate per alcuni anni, cariche tutt’altro che onorifiche ma piene di significato politico nel senso che la parola ha all’interno del Congresso americano. Ossia un ruolo di mediatore fra opposte fazioni che spesso ha alle spalle la mano tutt’altro che invisibile del mercato che richiede questa o quella decisione per tornare a trottare.

Come abbiamo più volte sottolineato sulle pagine di questo giornale [3] la questione della gerarchia razziale non è figlia di un “difetto morale”, come vorrebbe la vulgata liberale fatta propria anche dall’antiamericanismo di sinistra in europa, ma è una componente strutturale degli Stati Uniti fin dalla loro origine. Le rivolte degli ultimi mesi hanno visto centinaia di migliaia di sfruttati, abitanti dei quartieri popolari ma anche figli del ceto medio proletarizzato, scendere compattamente per strada saldando la questione di classe alla questione razziale. Se l’amministrazione Trump ha sicuramente contribuito a polarizzare le posizioni politiche, con la sua esplicita adesione al suprematismo bianco più retrivo, che non è solo quello delle zone rurali ma è un fenomeno proprio anche degli aggregati urbani, e Trump è espressione della classe dominate newyorkese e non della Bible Belt, le tensioni che abbiamo visto emergere in questi mesi sono energie carsiche pluridecennali. Il movimento Black Live Matters è nato in piena era Obama, con la rivolta di Ferguson, contemporaneamente ai movimenti indigeni che si sono mossi sulla questione del land grabbing attuato dall’industria petrolifera.

L’amministrazione Biden non vorrà e non potrà attuare quelle misure atte a garantire il reddito delle fasce di popolazione maggiormente colpite dalla crisi economica di questi ultimi mesi. E l’aumento della sperequazione nel priodo di ripresa seguente alla crisi del 2008 è figlio della politica economica obamiana.

Se la disoccupazione è diminuita, sia durante l’ultimo mandata di Obama sia durante durante il mandato di Trump, almeno fino all’ondata di COVID-19 – e sulla malagestione della pandemia Trump si è probabilmente giocato il posto – va tenuto conto che il livello di reddito non è aumentato come molti si aspettavano.

Insomma l’amministrazione Biden non sarà in grado di “sanare le ferite dell’America” come si augurano gli intelettuali progressisti. Nessuno è in grado di farlo.

La vittoria di Biden è una vittoria di misura. I sondaggi che gli davano venti punti percentuali di vantaggio si sono rivelati delle clamorose bufale. Fino all’ultimo Trump avrebbe potuto vincere, anche lui per un pugno di voti. E Biden non ha vinto grazie a un progetto politico capace di portare dalla sua parte milioni di persone: ha vinto perché milioni di persone hanno votato contro Trump. E non è detto che molti di questi domani non saranno pronti a scendere in piazza contro l’amminstrazione Biden.

È vero, comunque, che si scontrano due diverse visioni degli Stati Uniti. Da un lato intorno alla presidenza Trump si è coagulata la borghesia delle zone rurali, i centri dell’industria estrattiva in affanno e parte consistente della middle-upper class dei suburbi delle grandi concentrazioni urbane, tutti gruppi in affanno e che temono una perdita di potere a favore del “nuovo” capitalismo delle piattaforme che si dimostra più dinamico e aperto al cambiamento.

Dall’altro lato abbiamo le elitè culturali ed economiche delle grandi metropoli e dello stesso capitalismo delle piattaforme che si sono coagulati intorno al Partito Democratico, visto come erede di quel progetto di New American Century che il Partito Repubblicano, mettendo da parte la linea politica NeoCon – momentaneamente o per sempre non è dato a sapersi – e aprendosi alle istanze di quei settori di classe dominante e di middle-upper class in crisi aveva abbandonato.

Il progetto politico Democratico afferma che una gestione tecnocratica può essere più efficiente del vecchio sistema. Afferma di essere maggiormente in grado di gestire lo scontro, oramai conclamato, con la Cina, di saper raccogliere intorno agli Stati Uniti i tradizionali alleati atlantici.

In questo risiede la differenza tra i due gruppi che si contendono il controllo dell’amministrazione federale. Ma non dimentichiamoci che gli Stati Uniti, nonostante l’aumentato potere del governo centrale, non sono uno stato centralista.

Se il comitato d’affari che risiede a Washington ha sicuramente ampia voce in capitolo per quanto riguarda la politica estera e per quanto concerne la politica economica, tramite la Federal Reserve, tutti gli altri aspetti sono demandati a livello locale. E non parliamo di questioni di poco conto: i bilanci di alcuni stati dell’Unione sono imponenti e la scelta di indirizzare la spesa pubblica verso questo o quel settore ha impatto importante sulla vita di chi abita in quei luoghi. Ai singoli stati è demandata buona parte della legislazione sul lavoro, l’amministrazione giudiziaria, le politiche urbane, la gestione delle infrastrutture. E il mantra neoliberista accomuna Democratici e Repubblicani.

Ovviamente questo significa anche che movimenti sociali che da qua appaiono come locali sono in grado, invece, di ottenere importanti vittorie, sia sul piano economico, pensiamo alla mobilitazione degli insegnanti in West Virginia [4] o delle lotte per il salario minimo a 15 dollari/ora, in diversi casi vittoriose, o, ancora, all’impatto di interi distretti di aree metropolitane che si riversavano compatti in strada a chiedere il definanziamento delle forze di polizia (e in certi casi l’abolizione delle stesse) a favore di investimenti in welfare state.

Certamente noi rimaniamo critici verso le rivendicazioni welfaristiche [5] ma intanto vediamo abbozzi di autorganizzazione crearsi nelle contraddizioni che questi movimenti disvelano.

Una certa narrazione pretende che nei paesi del centro del sistema-mondo non possa succedere nulla di interessante in termini di movimenti sociali. Gli ultimi dieci anni di storia negli Stati Uniti ci dimostra proprio il contrario.

Note

  1. Olivier Richomme, “The post-racial illusion: racial politics and inequality in the age of Obama”, consultabile su:https://journals.openedition.org/rrca/464

  1. Historic highs in 2018 voter turnout extended across racial and ethnic groups”, by Jens Manuel Krogstad, Luis Noe-Bustamante and Antonio Flores, consultabile su:https://www.pewresearch.org/fact-tank/2019/05/01/historic-highs-in-2018-voter-turnout-extended-across-racial-and-ethnic-groups/

[3] Tradire la “razza” bianca significa essere fedeli verso l’umanità: https://umanitanova.org/?p=12322

[4]La lotta degli insegnanti del West Virginia – https://umanitanova.org/?p=7805

[5]Note e riflessioni sui percorsi di incompatibilità: https://photostream.noblogs.org/2019/06/note-e-riflessioni-su-percorsi-di-incompatibilita/

Ps fuori articolo: in un precedente articolo, The Age of Quarrel, avevo previsto Trump vincitore con strettissima misura. Invece ha vinto Biden, di strettissima misura. Insomma: avevo previsto come si sarebbe vinto ma non chi. Direi che la mia idea di dedicarme alle scommesse delle corse sfuma.

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The age of quarrel – la crisi statunitense vista attraverso la lente dell’anarchismo sociale

The age of quarrel – la crisi statunitense vista attraverso la lente dell’anarchismo sociale

Gli ultimi anni hanno visto gli Stati Uniti andare sempre più verso una crisi sistemica. Il tentativo di pacificazione sociale perseguito dall’amministrazione democratica sotto i due mandati di Obama è fallito e ha lasciato il posto all’amministrazione Trump, presidenza che nasce grazie alla concomitanza tra la crisi del Partito Democratico che esprime la perdente candidata Clinton e la crisi del Partito Repubblicano che viene scalato da Trump con un’operazione che ricorda un’OPA di Wall Street.

Gli otto anni dell’amministrazione Obama si erano basati sul rilancio dell’economia statunitense dopo la profonda crisi del 2008, sul ricompattare la società intorno a una visione post-razziale e liberale che presentasse gli Stati Uniti, ancora una volta, come guida morale, oltre che economica e militare, del Mondo Libero, superando l’unilateralismo del New American Century delle amminsitrazioni Bush che portarono al pantano Mediorientale.

Il rilancio dell’economia statunitense si è però basato su un’acuirsi sempre maggiore del divario sociale e su un incremento delle poltiche estrattiviste che hanno prodotto gravi crisi ambientali. La questione razziale non è stata affrontata nei suoi caratteri strutturali, non può essere affrontata dalla stessa struttura che su essa si basa, ma è stata affrontata tramite un tentativo di espandere l’influenza della media borghesia afroamericana, mentre il proletariato, sempre più lumpenproletariat, afroamericano cadeva sempre più nelle spire dei processi di crisi del tessuto urbano dei grandi centri post-industriali. I tentativi di impostare strutture welfaristiche per quanto concerne la sanità pubblica sono stati frustrati dalla stessa dirigenza del partito dell’asinello. Il nodo dell’immigrazione dai paesi sud e centro americani è stato affrontato tramite una maggiore militarizzazione, non eccessivamente pubblicizzata, degli apparati di polizia federale che si occupano della gestione dei flussi. La war on drug, nodo che unisce in sè le questioni di razza, status immigratorio e classe, non è stata affrontata a livello federale. I sistema di sorveglianza di massa portati a piena conoscenza pubblica da whistblower come Chelsea Manning ed Edward Snowden hanno al contempo mostrato cone l’amministrazione statunitense abbia continuato a perseguire quella strategi già strutturata all’epoca del Patrioct Act nei mesi immediatamente successivi all’Undici Settembre.

Sul fronte della politica estera,gli Stati Uniti non sono riusciti ad elaborare una strategia di insieme per strutturare un nuovo ordine mediorientale. Il collasso delle strutture statali in Iraq e in Siria, sotto i molteplici colpi delle insorgenze della Primavera Araba, dell’islam politico radicale e degli autonomismi locali, ha lasciato spazio all’espansione di attori regionali – Turchia e Iran in primis – e all’interventismo della Russia, senza che gli Stati Uniti riuscissero ad elaborare una strategia di ampio respiro, come sta avvenendo anche in Afghanistan.

La presidenza Trump non ha fatto altro che quello che poteva fare: acuire le contraddizioni sempre crescenti all’interno degli Stati Uniti. La presidenza Trump non ha nulla a che fare con il fascismo, nonostante a questa categoria venga ascritta da buona parte della sinistra statunitense e dalla quasi totalità della sinistra europea. La nostra tesi, ben rappresentata da un lungo articolo tradotto da CrimethInc, è che l’amministrazione Trump rappresenta il tentativo del suprematismo bianco statunitense di strutturarsi davanti alle sfide del XXI secolo: è la vecchia whiteness che torna prepotentemente in primo piano per riproporsi per quello che è sempre stato: un potente strumento a disposizione del capitale per dividere e controllare in profondità il corpo sociale.

Mentre scriviamo quest’introduzione da oramai quattro mesi e mezzo un imponente movimento che, in parte, trascende la dimensione della protesta rivendicativa, della resistenza e della testimonianza e si pone sempre più sul piano dell’attacco, della rottura radicale, dei tentativi di costruire una reale autonomia che integri pienamente al suo interno i nodi di classe, razza e genere, e che, anche nella sua parole d’ordine più conosciuta, e per molti versi meno radicale, quel “Defund the police” che è risuonato da Minneapolis a Settle a New York, attacca pubblicamente l’istituzione centrale del neoliberismo: la polizia.

Il nodo della razzializzazione non è comunque stato l’unico nodo che ha portato a un aumento del conflitto sociale negli Stati Uniti negli ultimi anni. Possiamo individuare almeno altri due movimenti che hanno prodotto alte fasi di conflittualità: l’insieme delle situazioni che si sono mosse sulla questione ecologista a fronte dell’esproprio di terre native per la realizzazione di progetti legai all’estrazione di prodotti petroliferi di scisto – prodotti il cui incremento nell’estrazione è stato l’asse portante della politica energetica, e di conseguenza della politica estera, statunitense dell’ultimo decennio – e quell’insieme di movimenti che hanno portato in primo piano la questione di classe: le ondate di scioperi degli insegnanti pubblici, il movimento per il salario minimo di 15 USD orari, l’esplosione della sindacalizzazione nel settore delle catene di ristorazione e l’imponente movimento di lotta dei lavoratori detenuti.

Il movimento Black Live Matters che, ricordiamolo non è una novità del 2020 ma risale nella sua denominazione alla rivolta di Ferguson nel 2014 e che altro non è che il riaffiorare di quel fiume carsico che sono state le insurgenze dei settori razzializzati della società statunitense fin dal periodo coloniale avrà avanti a sé grandi sfide. Ma attenzione: la sfida più grande per questo movimento sarà nel caso in cui la vittoria alle presidenziali andasse all’ultra-centrista Joe Biden e alla sua vice Kamala Harris: se riuscirà a resistere alle sirene dei recuperatori professionisti del Democratic Party.

Probabilmente quelli che sono più attrezzati per rifiutare l’elettoralismo sono gli stessi afroamericani che si stanno ponendo come soggetto dotato di un proprio radicale protagonismo. Molto meno attrezzati per resistere alle sirene dell’elettoralismo prima e delle promesse degli appena eletti poi sono gli appartenenti al ceto politico della sinistra radicale statunitense che non ha mai voluto rompere veramente con il Democratic Party neanche quando le sue speranze di vincere le Primarie tramite Sanders sono state frustrate per la seconda volta.

È comunque da notare come gli ultimi anni abbiano visto anche una radicalizzazione a sinistra di settori del proletariato giovanile bianco, radicalizzazione che si riflette in un aumento della sindacalizzazione – anche se con con numeri ben minori dell’epoca d’oro del movimento operaio: si sta pur sempre ricominciando a costruire su decennali macerie – e nella partecipazione all’insorgenza delle minoranze marginalizzate.

I due mesi di costante battaglia contro la polizia cittadina e quella federale in metropoli come Seattle e Portland hanno visto un certo protagonismo di questo proletariato giovanile che tradisce il ruolo che nella gerarchia razziale statunitense gli è stato assegnato e si schiera a fianco, pagando un tributo di sangue, dei soggetti razzializzati. È una delle più grandi paure della classe dominante statunitense fin dalla nascita degli USA: non è un caso che la reazione delle forze dell’ordine sia stata durissima, con vere e proprie esecuzioni extragiudiziare come quella che ha visto Michael Reinoehl cadere sotto il piombo degli Sceriffi Federali.

Davanti a tale situazione c’è chi – condannato alla coazione a ripetere di chi non ha una visione complessiva e brancola nel buio dell’opportunismo – ha pensato di puntare su tentativi, destinati da sempre al fallimento, di scalata alle primarie del Partito Democratico. La cordata guidata da Bernie Sanders è miseramente fallita. La tanto celebrata Ocasio Cortez ribadisce la sua fedeltà alla linea di partito. Chi sa cosa è il Democratic Party non se ne stupisce, lo prevede. Chi si illude ne soffre.

Il centrismo del Partito Democratico ancora una volta vince – e non poteva essere altrimenti – e candida Joe Biden e Kamala Harris. Se sul primo è inutile spendere ulteriori parole sulla seconda qualcosa bisogna pur dire: donna, afroamericana, ex procuratore distrettuale californiano e poi senatrice. Celebrata dalla retorica dell’empowerment del donnismo neoliberale, sostenitrice della war on drug da procuratore distrettuale, portata ad esempio di “donna-afroamerica-che-ce-l’ha-fatta”, Harris è la tipica risposta del Democratic Party alle istanze di rottura che si muovono nella società. Un tentativo di recupero che probabilmente riuscirà ben poco nel suo scopo.

Qualuque sia l’esito delle presidenziali statunitensi possiamo essere certi che il vaso di Pandora ha appena iniziato ad aprirsi.

Nota: questo articolo è l’introduzione a un opuscolo, attualmente in preparazione, che raccoglie il materiale sugli Stati Uniti pubblicato su Umanità Nova negli ultimi anni e altro materiale inedito sul tema. Uscirà nel novembre 2020.

lorcon

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