Green economy o del salvataggio del capitalismo

Il seguente articolo, scritto dal sottoscritto e da J.R. è stato pubblicato su Umanità Nova numero 3 anno 100

Esiste un nesso tra la colossale campagna mediatica sulla crisi climatica ed il tentativo di salvare il capitalismo con una pennellata di verde? La risposta è senza dubbio affermativa. Sembra che come per incanto anche molti tra i più incallit inegatori del global warming si siano destati da una sorta di torpore e si preoccupino della crisi climatica. In realtà la loro unica preoccupazione è, e rimane, la crisi del capitalismo occidentale, il quale stenta a riprendersi dopo la catastrofica crisi del 2008. I “rimedi” fin qui adottati non hanno dato molti risultati, l’austerity ed il ricatto del debito hanno sicuramente dato ossigeno ai mercati finanziari, ma la cosiddetta “economia reale” fatta di produzione, vendita e consumo, rimane ferma per una lunga serie di motivazioni incrociate, delle quali il collasso del 2008 è stato solo l’innesco che ha fatto detonare la bomba.

Da un punto di vista ecologico l’Occidente si sta inverdendo in quanto sta inquinando allegramente Asia ed Africa: ciò è stato possibile grazie al processo di integrazione globale (meglio noto come globalizzazione) ed alle sue infrastrutture commerciali e di comunicazione, le quali hanno reso economicamente vantaggioso delocalizzare la produzione in aree nelle quali diritti dei lavoratori e leggi sulla salvaguardia ambientale sono tutt’ora un concetto astratto. Se quindi da un lato interi comparti industriali hanno preso il volo verso altri lidi, ciò che rimane è un esubero di forza lavoro difficilmente ricollocabile, sia per ragioni quantitative sia per ragioni qualitative.[1] Un bel “cambiamento strutturale” nel senso che si cambiano gli ingranaggi del sistema per renderlo efficiente non per cambiarne la natura, potrebbe rimettere in moto questo vetusto carrozzone.

Se analizziamo le ragioni del cambiamento climatico e dell’impatto sulle risorse ambientali, potremo osservare che non basta ridurre le emissioni di gas serra nel comparto produttivo: bisognerebbe che questa riduzione fosse accompagnata da una regolamentazione del consumo di risorse. La svolta verde però si occupa quasi esclusivamente di ridurre l’uso di combustibili fossili senza mettere in discussione il modello economico basato su di una irrazionale produzione di merci. Ciò servirà a legittimare investimenti pubblici per “trasformare” la produzione di beni e servizi in qualcosa di apparentemente diverso, ma che persegue la stessa finalità, ossia la crescita economica indefinita. La risposta verde è quindi un’altra forma del “capitalismo assistito”[2] ed in quest’ottica deve intendersi l’annuncio del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis: un investimento di cento miliardi di euro all’anno per i prossimi dieci anni per la transizione verde. Ci tengono subito a sottolineare che i fondi sono disponibili per tutti, anche per quei paesi con minori problematiche legate alla decarbonizzazione: non è magnanimità ma l’impianto di un colossale investimento per riattivare le fornaci di un capitalismo che al momento è sorretto da iniezioni costanti di liquidità – quale il Quantitative Easing – che non riescono a rimettere in piedi il sistema. Dunque una sterzata verso il New Green Deal ed alla possibilità di aprire i rubinetti, riversando liquidità direttamente nella produzione. In barba, ovviamente a tutti i principi e dogmi del neoliberismo.

Come fare però per attuare il piano senza dover ammettere che il sistema è al collasso anche per colpa delle politiche made in Chicago? Beh la strategia è esattamente la stessa che ha imposto le purghe liberiste: la schock economy![3] Quindi si da ampio spazio alle sciagure e ai disastri, si bombarda il pubblico con dati – una volta tanto veri – riguardanti lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento della temperatura, si bacchetta la gente perché sporca, perché inquina, perché usa l’auto con il motore a combustione interna, perché tiene la luce accesa, ecc. si fanno sentire le persone colpevoli perché sono delle individualità eco-incompatibili, si riversa tutto su chi usa la tecnologia che era a disposizione fino a ieri, facendo finta che non vi sia chi la produce, ovviamente. Si terrorizza la gente a tal punto, che il fatto di regalare miliardi di euro a chi fino a ieri trafficava in petrolio e carbone o gestiva raffinerie e acciaierie vecchie di sessant’anni, non genera alcuna perplessità, anzi la gente è contenta se il costo dei disastri ambientali viene spalmato sul debito collettivo.

Rendere politicamente inevitabile ciò che sarebbe socialmente inaccettabile: questo è stato il meccanismo che ha spianato la strada alle privatizzazioni e questo è lo stesso mantra che ora apre la strada alla transizione del capitalismo verde. Un fenomeno da non dimenticare mai è quello della sussunzione capitalista: se l’argomento del giorno è il verde, il bio, l’ecocompatibile ecc. allora è inevitabile che ci siano delle polarizzazioni nel consumo di quei prodotti dalla “coscienza verde” – che poi di verde ci siano solo i dollari che se ne estrae è un altro paio di maniche ma tanto basta per giustificare un aumento dei prezzi al bancone del supermercato e per non giustificare affatto la stagnazione dei salari per i braccianti agricoli.

Difatti il bombardamento di informazioni parla di coscienza ecologica, guardandosi però bene dal parlare di condizioni del lavoro: è un fatto che molte delle produzioni agricole bio, da destinare alla grande distribuzione negli USA, provenga dalla Imperial Valley, una “valle degli orti” dello zio Sam, esattamente davanti al varco di frontiera col Messico (di là dal confine c’è Mexicali, area desertica e povera della Baja California), un giardino che sperpera acqua, con un cancello d’ingresso su un altro Stato. Per superare certi “dettagli tecnici” e per indorare la pillola, si costruisce un messia del messaggio green, qualcuno dietro cui assieparsi e da seguire senza se e senza ma.

Ora non si vuole qui tirare strali sulla persona di Greta Thunberg, ma su ciò che il personaggio in sé rappresenta in un’ottica di sussunzione capitalista da un lato e di elemento funzionale alla shock economy dall’altro. È un fatto che il pensiero circa la responsabilità individuale e collettiva che fa eco negli scritti e negli interventi della Thunberg, derivi anche dal patrimonio di anni di lotte e sensibilizzazioni da parte di attivisti e pensatori radicali, da Barry Horne a Murray Bookchin, i quali sono rimasti grandemente inascoltati. Avevano due “gravi colpe”, dire queste cose negli anni dell’espansione capitalista – anni ’60-’70 – ed essere militanti anarchici. Quindi difficilmente il meccanismo della sussunzione capitalista avrebbe potuto attecchire su queste forme pensiero e difficilmente si sarebbero visti parlare ad una conferenza sul clima. Invece la figura di una giovane ragazza, che cerca di convincere il suo governo, è molto più spendibile del Baffuto Murray o del combattivo Barry.

Gli stessi interventi della Thunberg se letti integralmente rimandano, almeno in quanto a suggestioni ed in forma abbozzata, ad una qualche forma di critica alle strutture della società stessa. Quindi ci troviamo davanti ad un apparente cambio epocale che però arriva dalla parte sbagliata del meccanismo, arriva dalla testa, come accettazione ed acclamazione di alcune istanze necessarie per rinnovare la meccanica della riproduzione del capitale. Da qualunque punto arrivi ci sono però dei concetti che rappresentano sempre un punto debole del sistema e su quelli bisognerebbe insistere mettendone a nudo le contraddizioni.

Questo non vuol dire però cavalcare, ad esempio, in maniera predatoria i movimenti giovanili dei Friday For Future o demolire per puro istinto polemico la figura della Thunberg. Vuol dire invece cercare i punti critici della narrazione della svolta verde, portare alla luce le contraddizioni facendo leva su quelle parole che hanno catturato per un attimo l’attenzione e decostruirle, non in una contro-narrazione, ma in pratiche articolate per raggiungere l’incompatibilità piena e matura con il sistema di riproduzione capitalista. Ricordare che gli investimenti pubblici sulla svolta verde sono donazioni ad un comparto industriale vetusto, che non vanno nella direzione delle bonifiche dei territori o della generale messa in sicurezza delle zone a rischio di dissesto idro-geologico: questi investimenti non mettono in discussione grandi opere inutili o logiche di aggressione del territorio attraverso il ricatto dei mercati. Come diceva Chico Mendes, ambientalista brasiliano ucciso per il suo impegno nella difesa dell’ambiente dalla deforestazione, “L’ambientalismo senza lotta di classe è semplicemente giardinaggio”, creare isole felici in un paesaggio desolato dal punto di vista socio-ambientale, non è una strategia per salvare tutti ma per permettere a qualcuno di sopravvivere nell’attesa dell’inevitabile.

Il mascherare in verde le politiche degli stati non significa assolutamente giungere a una qualche forma di incompatibilità. Anzi: la “svolta verde” non serve solamente a tentare di fare ripartire la macchina della produzione e dell’accumulazione capitalista, tramite un qualche Green New Deal, ma serve anche a creare un discorso pubblico che permetta di ricreare una forma di coesione sociale, dopo che questa si è grandemente degradata a causa della costante erosione del tessuto sociale negli anni dell’austerity.

Certi settori della società, sopratutto quelli della sinistra riformista, sono sicuramente sensibili al messaggio del Green New Deal. Le sirene del capitalismo verde attirano coloro che sono mossi dalla buona volontà di “migliorare la società”. È l’eterno ritorno della falsa coscienza, del vecchio mondo che non vuole morire. Il capitalismo e le strutture gerarchiche nel loro movimento di sussunzione del mondo alla logica della merce e della gerarchia necessitano di questa svolta per tentare di ridare una qualche forma di ordine al caos che le politiche di austerity e quaranta anni di neoliberismo ha generato.

Al contempo anche i settore più autenticamente reazionari e di destra riorganizzano il loro discorso intorno a queste tematiche. Non è una novità che gli ambienti dell’ambientalismo, del conservazionismo ambientale, della deep ecology, siano non solo da sempre permeabili alla presenza di elementi di derivazione fascista ma che la loro stessa base teorica sia profondamente legata a quell’ambientalismo Volkshik novecentesco.

Riemerge con forza il discorso della sovrappopolazione e del controllo delle nascite non come libera autogestione individuale – e collettiva – ma come gerarchia razzializzata e classista. Si punta il dito contro i tassi di natalità nei paesi non occidentali – o meglio con un economia sufficientemente sviluppata tale da porli al centro o vicino al centro del sistema-mondo – e si additano le masse di proletari di inurbazione recente o piccoli contadini dei paesi periferici, come colpevoli della crisi ecologica.

Il migrante, sempre più spesso migrante climatico prima ancora che “migrante economico”, diviene quindi nemico non solo in quanto elemento allogeno ma in quanto portatore di rischi ambientali. Coloro che hanno maggiormente subito sulle loro pelle l’imponente ristrutturazione dello spazio geografico ai fini dell’accumulazione di capitale avvenuta con il processo di integrazione globale – la così detta globalizzazione – divengono quindi nemici.

Le frontiere vanno difese per difendere la nostra cultura e il nostro ambiente. Poco importa che i responsabili della crisi ecologica vivano in un appartamento di lusso a Manhattan o nella City londinese, in un attico di Shangai o Singapore, si muovano su jet privati dal forte impatto ambientale, consumino centinaia di miglia di litri d’acqua per tenere verde un campo da golf sorto in un ambiente che non lo permetterebbe. Poco importa che intere città siano sorte dove le condizioni ambientali meno lo consigliavano – si pensi a Las Vegas od alla stessa area periurbana di Los Angeles negli USA od alle megalopoli asiatiche sorte ai fini di concentrare la popolazione e favorire l’accumulazione di capitale – la colpa va riversata sugli ultimi. La risposta reazionaria, l’ecofascismo, e la risposta socialdemocratica, il Green New Deal, possono andare di pari passo. Ambiente pulito per i ricchi e per una classe media che è da ricostruire da capo e muri, filo spinato, frontiere, ambienti insalubri e inquinati o inondati dall’innalzamento dei mari per gli sfruttati.

L’intersezione tra le diverse forme di oppressione diviene evidente quando si parla di ecologia. Si pensi a come le discariche di rifiuti tossici negli USA vengano costruite, guarda caso, a ridosso delle aree abitate dalla popolazione afroamericana o indigena. O di come, in Italia, queste siano state costruite all’inizio, o meglio scavate al di fuori di qualsiasi controllo, in aree economicamente depresse del meridione.

L’ecologia sociale degli anarchici si distingue per saper tenere insieme le forme di lotta a queste particolari oppressioni e saperle integrare in ottica intersezionale tra di loro. La chiave di volta non è l’aggiustamento o la riforma strutturale, il tinteggiare di verde, ma è la radicale critica del mondo.

Lorcon e J.R.

NOTE

[1] Cfr. SPENCE, Michael, “The Impact of Globalization on Income and Employment: the Downside of Integrating Markets.”. in Foreign Affairs, 90, 2011.

[2] Cfr. PICCIONI, Francesco, “La Guerra Finanziaria del “Capitalismo Verde”, in Contropiano, 23 Settembre 2019, http://contropiano.org/news/news-economia/2019/09/23/la-guerra-finanziaria-del-capitalismo-verde-0118957

[3] Cfr. KLEIN, Naomy, Shock Economy”: l’Ascesa del Capitalismo dei Disastri, Milano, Biblioteca universale Rizzoli, 2007.

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Libia e dintorni

Questo articolo, scritto da me e dall’amico e compagno J.R. è stato pubblicato su Umanità Nova 3 anno 100

La Turchia sta premendo sull’acceleratore delle politiche espansioniste, approfittando di ogni vantaggio e ogni situazione favorevole che le si para d’innanzi. Fin dal 2015, la Turchia sta guardando ai Balcani con una serie di accordi stipulati con Albania, Bosnia, Macedonia e Kossovo, paesi coi quali condivide radici religiose, ponendosi quindi come garante e difensore delle comunità musulmane – ancora traumatizzate dagli eventi di inizio anni novanta – anche se le ambizioni appaiono ben più ampie. Vista la prospettiva di europeizzare i Balcani entro il 2025, avere più di un’entratura in quell’area geografica può voler dire stringere forti relazioni economiche con l’Eurozona o comunque avere un peso in una regione attenzionata dall’Unione Europea.

Forti investimenti ed incentivi hanno contraddistinto l’operato turco, investimenti che nel 2018 hanno raggiunto i due miliardi di dollari, dirottando su Ankara alcuni flussi di interessi che prima erano orientati in Grecia ed in Italia od incentivando l’imprenditoria turca ad aprire attività nei Balcani. L’ultimo “partner”, il più prezioso e il più ambito, è stata la Serbia, di importanza strategica ma che dell’indipendenza dall’antico dominio ottomano ha fatto carattere costituente della propria identità, “annessa” anche qui attraverso abili strategie e investimenti, dalla mediazione fornita per la crisi dei rifugiati dalle zone di conflitto mediorientale – nella Siria su tutte – e per ultima il finanziamento per la costruzione di un’autostrada che da Sarajevo porta a Belgrado.

Una serie di iniziative economiche per creare una egemonia regionale e per controllare un’area che si presenta sempre più appetibile in quanto cassa di espansione economica per l’Eurozona, cioè terreno ancora fertile per grossi investimenti, i quali darebbero “ossigeno” tanto all’industria quanto alla finanza. Un altro versante dell’espansione turca, oltre al “passaggio a sud” ottenuto con l’occupazione di una striscia di territorio siriano, il quale è essenziale per garantire non solo un accesso strategico al Mediterraneo, quanto per ridefinire le ZEE (Zone Economiche Esclusive), specialmente quelle riguardanti le aree prossime a Cipro.

Le ZEE, in sostanza, regolano lo sfruttamento commerciale esclusivo delle acque sia per attività ittiche sia per attività estrattive. L’accordo siglato nello scorso novembre 2019 tra Ankara di fatto divide in due la parte sud-orientale del Mediterraneo, spodestando la Grecia e cancellando ogni tratto di utilizzo economico del mare attorno a Creta. Una situazione che comincia a definire uno schema preoccupante per un vicino di casa che diventa sempre più ingombrante.

Ad aggiungere preoccupazioni ad una situazione già di per sé critica c’è la questione dei rapporti commerciali tra Russia e Turchia. La Turchia è un membro della NATO che sta però acquistando tecnologia militare dalla Russia, nella fattispecie missili S-400, uno dei sistemi missilistici in funzione contraerea ed antimissile balistico più avanzati al mondo, che i Russi hanno sviluppato per contrastare azioni con mezzi tattici come gli F-35, ossia i velivoli impiegati nelle missioni NATO. Questo sistema è in grado di creare un ampia area di interdizione alle forza aerea avversaria, andando a mettere in crisi uno dei cardini dell’odierna dottrina bellica NATO e USA che si basa sulla “supremazia dei cieli” per colpire in profondità nel teatro di guerra. Un sistema d’arma nominalmente tattico ma con indubbi risvolti strategici. Ulteriore spina nel fianco per lo zio Sam è il fatto che nell’affare libico l’Europa abbia accettato che la Russia si faccia da principale garante per le trattative e i negoziati che dovrebbero riportare la tranquillità nel Paese. Dal canto loro gli USA stanno incalzando la Turchia con minacce di sanzioni, tanto per l’occupazione del territorio siriano, quanto per “l’acquisto di tecnologia non compatibile coi sistemi NATO”.

È quindi chiaro che il mediterraneo è un centro nevralgico di rotte commerciali e traffici di ogni genere e chi ne detiene il controllo può influire pesantemente sullo sviluppo di infrastrutture e flussi economici, avendo a disposizione una leva strategica nei confronti di tutti i paesi che vi si affacciano. Interessi estrattivi da un lato, controllo militare dei mari, accordi commerciali e sudditanze economiche in aree strategiche per le future rotte commerciali tra oriente e occidente sono forse le motivazioni più accreditate per spiegare l’aggressività della Turchia negli ultimi anni.

Il fu Impero Ottomano basava parte della sua forza nell’essere al centro dei traffici tra il mondo occidentale e le aree asiatiche e, alla faccia dei teorici dello scontro di civiltà come invarianza storica, le nazioni europee e le stesse città stato ambivano a un rapporto privilegiato con la Sublime Porta che permettesse di inserirsi come terminale occidentale nell’ampia rete di scambi mercantili che attraversava l’Impero Ottomano. Il progetto Neo-Ottomano della borghesia turca che si è coagulata nell’AKP si basa da un lato sul rafforzamento della propria presenza, manu militari, nei territori che fino a inizio novecento erano sotto il suo diretto controllo – si pensi alla Siria o all’isola di Cipro – in modo da garantirsi una sfera economica esclusiva sotto il suo controllo e dall’altro sul porsi nuovamente come soggetto principale negli scambi Sud-Est/Nord-Ovest e tramite il passaggio di oleodotti e rotte marittime per altri prodotti fossili quali il gas sui propri territori e sui territori controllati.

L’entrata, quasi a gamba tesa, nella vicenda libica significa sia dare una prova di forza con una proiezione militare in un teatro geograficamente non direttamente legato all’Anatolia, sia mettere sotto controllo un’area di prima importanza per la produzione di risorse energetiche per I paesi europei – Italia in primis – acquisendo una leva di forza. Oltre questo significa accaparrarsi la possibilità di gestire I flussi di migranti che dalle aree sub-sahariane provano a raggiungere l’Europa attraverso la rotta libica.

La gestione di flussi di rifugiati del Levante è stata un’importante arma nelle mani del governo di Ankara nei confronti dei paesi europei, arma che ha permesso di drenare miliardi di euro in cambio della regolamentazione dei flussi. La Turchia probabilmente punta a compiere un’analoga mossa in terra libica, dato il sostanziale fallimento dei paesi europei nel trovare un accordo tra di loro che fosse vincolante per le due fazioni libiche – quella di Serraj e quella di Haftar – o nel risolvere per via militare il conflitto rendendo disponibili i propri asset militari a una delle due fazioni.

È evidente che né l’Italia né la Francia abbiano voglia di rischiare di vedere morire dei propri soldati mandandoli direttamente sul campo. Significherebbe anche mettere la parola fine all’Unione Europea: due paesi fondatori con interessi contrapposti che finanziano delle milizie libiche che usano quei soldi per ammazzarsi a vicenda. L’invio di soldati, anche se magari pochi e di qualche corpo di forze speciali, sarebbe troppo. La Turchia invece può assumersi il rischio e pare sia intenzionata a farlo. In questo si verrebbe a rafforzare l’ambiguo legame con la Russia, anch’essa prepotentemente rientrata nel teatro Mediterraneo: due paesi con chiare volontà egemoniche, interessi in parte contrapposti e in parte coincidenti, che raggiungono una qualche forma di “grande intesa”.

Lorcon e J.R.

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Autocostruzione di un router con capacità di connettività in 4G

Il seguente tutorial spiega come realizzare un piccolo ed economico, ma efficiente, router che sia in grado di fornire connettività internet a una piccola rete locale, sia cablata che wi-fi, tramite la rete cellulare in 4G.

Il progetto è stato realizzato con il fine di fornire a basso costo, sia per quanto concerne il materiale necessario che per quanto riguardo la tariffa mensile. L’hardware del router è costituito da un Raspberry PI collegato via USB a un dongle Huawei E3372. Il software del router è OpenWRT, una distribuzione GNU/Linux specifica per il routing e dotata di una web user interface.

La piattaforma hardware è stata scelta per il basso costo e l’economicità dei consumi, dai quattro ai cinque watt in piena potenza, ma ovviamente limita la scalabilità della rete data le ridotte dimensioni della RAM dei Raspberry e il processore ARM. Ovviamente OpenWRT è disponibile anche su piattaforme X86 64 bit per cui, utilizzando un differente hardware, giocoforza più costoso ed energivoro, è possibile realizzare progetti maggiormente scalabili verso l’alto. In ogni modo per il caso d’uso per cui questo progetto è stato realizzato la piattaforma RaspberryPi è sembrata la scelta più vantaggiosa: è necessario infatti fornire connettività a due computer collegati via ethernet e a quattro/cinque cellulari o laptop via wifi (ma difficilmente ci saranno più di due apparecchi simultaneamente collegati al wi-fi). La connessione viene utilizzata principalmente per la navigazione web, posta elettronica, messaggistica e, al massimo, accesso a brevi video o stream audio. Non è pensata per streaming in HD e, tantomeno, per il gaming online.

Siccome stiamo parlando di sistemi wireless è palese che bisognerà tenere accuratamente conto delle caratteristiche ambientali del luogo dove verrà installata l’apparecchiatura. Nel caso specifico parliamo di un semi-interrato dove vi è una buona copertura per quanto concerne il 4G, sopratutto in prossimità delle aperture tipo “bocca di lupo”, che non ha reso, a ora, necessario l’utilizzo di un’antenna aggiuntiva da collegare al dongle Huawei (che è stato comunque scelto per la possibilità di collegare l’antenna in caso di necessità). Siccome l’ambiente è piuttosto vasto, circa 85 metri quadri, e diviso da dei muri di cemento armato costituenti le fondamenta dell’edificio, si è rilevato come il wi-fi per la LAN perde molta potenza fuori dalla stanza dove è installato il router. A circa cinque metri da essa, e con in mezzo una parete in cemento armato da diversi decimetri con un’apertura che funge da passagio, la connettività wi-fi rimane disponibile solamente per i cellulari di fascia medio-alta, dotati di un’antenna wi-fi con un buon guadagno. Il problema è comunque facilmente ovviabile installando o una scheda wi-fi esterna dotata di antenna maggiormente performante sul Raspberry oppure, soluzione che a mio avviso sarebbe migliore, installando un access point collegato via ethernet al router nell’ambiente attiguo alla stanza dove è installato l’apparato. Il problema comunque non è stato giudicato limitante dato che lo scopo era fornire di connettività la stanza dove l’apparecchio è stato posto.

L’hardware necessario è il seguente:

  • Raspberry Pi modello B+. È altamente consigliato anche l’acquisto di un case protettivo.

  • Scheda SD da almeno 8 GB per il sistema operativo, di buona fascia (Kingston o Samsung)

  • Dongle Huawei E3372 e, ovviamente, una SIM card da inserirvi

  • Alimentatore da muro con uscita mini-usb (un normale caricatore da muro per cellulari va benissimo). Ovviamente è necessario che l’impianto elettrico sia fornisca corrente in modo stabile pena il possibile danneggiamento dell’apparato

  • Switch ethernet. Date le scarse richieste nel caso specifico si è puntato al risparmio prendendo un banale TP-Link da quindici euro. Niente impedisce di usare uno switch managed da un migliaio di euro o una qualsiasi soluzione intermedia. Lo switch è necessario solo se si devono collegare più di un device via ethernet, dato che il Raspberry ha una sola porta RJ45.

Il Raspberry PI riesce ad erogare, tramite la sua porta USB, una potenza sufficiente ad alimentare il dongle. Altri modelli di dongle potrebbero necessitare di un maggiore wattaggio per cui bisognerebbe procurarsi un hub usb alimentato esternamente e usare questo per collegare il dongle al Raspberry.

Per prima cosa bisogna scaricare l’immagine di OpenWRT e flasharla sulla scheda SD da inserire nel Raspberry. Questo va necessariamente dotato di connessione internet, possibilmente in DHCP e via cavo ethernet, dato che andranno assolutamente installati, da linea di comando in SSH o da webUI i seguenti pacchetti: kmod-usb-net-cdc-ether
e usb-modeswitch. Da shell vanno usati i seguenti comandi:

opkg update
opkg install kmod-usb-net-cdc-ether
opkg install usb-modeswitch

Ovviamente
già che ci siete aggiornat
e
completamente il sistema con:

opkg
upgrade

A questo punto è necessario spegnere il sistema e collegare il dongle USB dove si dovrà già montare la scheda SIM. Il gestore della SIM potrà essere di vostra scelta, nel caso specifico è stato usato Iliad, ma chi vorrà poter raggiungere l’apparecchio da internet dovrà scegliere un gestore che fornisca un IP pubblico, anche se dinamico dato che OpenWRT supporta funzionalità di Dinamic DNS. In questo caso Iliad non andrebbe bene, a meno di volersi impegolare il tunnel SSH o configurazioni VPN.

Il sistema, una volta riavviato, riconoscerà il dongle USB come interfaccia Ethernet, per la configurazione iniziale è necessario settare l’interfaccia in DHCP in modo che possa prendere l’indirizzo ip dal Dongle stesso. Successivamente è necessario, per evitare problemi, settargli un indirizzo statico nella stessa rete fornita dal dongle: nel mio caso il dongle aveva indirizzo 192.168.1.1 e io ho settato l’indirizzo dell’interfaccia lato Raspberry come 192.168.1.2/32 in modo che vi fossero solo due indirizzi disponibili su quella rete: uno usato dal Raspeberry e uno usato dal dongle.

Il dongle USB con le SIM Iliad va configurato creando un profilo dalla webUI del dongle stesso, raggiungibile all’indirizzo 192.168.1.1 e inserendo i dati di login forniti da Iliad stessa:

utente:iliad

password: iliad

È buona pratica anche impostare una password amministrativa per il dongle stesso, lo si fa dal pannello amministrativo del device stesso, in modo che non sia gestibile da qualsiasi utente collegato alla rete.

L’interfaccia di rete su cui si collega il Dongle andrà messa nella zona red (WAN) del firewall mentre l'interfaccia ethernet e wi-fi dovranno rimanere nella verde (LAN). Questo va specificato al momento in cui si crea l’interfaccia ethernet su USB.

A questo punto dall’interfaccia web di OpenWRT è necessario andare nella sezione “Rotte statiche” e impostare per la rete LAN, nel mio caso 192.168.2.0/24, la route 192.16.8.1.1 per raggiungere la rete 0.0.0.0. In questo modo tutto il traffico che non abbia come indirizzo IP di destinazione un indirizzo interno alla LAN stessa verrà automaticamente smistato verso il dongle e da lì verso internet. Nelle guide ufficiali non è scritto ma ho notato che le rotte statiche vengono applicatesolo dopo un reboot del dispositivo, operazione che richiede meno di un minuto.

Per quanto riguarda la gestione della rete LAN ho impostato il DHCP e l’interfaccia ethernet e wi-fi in bridge tra di loro (è l’impostazione di default). Niente ovviamente impedisce di disaccoppiarle, impostare il DHCP solo sull’interfaccia wi-fi, che a questo punto dovrà avere la sua rete, o di collegare un access point wi-fi tramite lo switch e usare per questo una rete a parte (con relativa VLAN) passando a un paradigma di “router on a stick” (ovviamente solo se lo switch consente la gestione delle VLAN). Comunque per il caso d’uso per cui il sistema è stato realizzato questa necessità non si è presentata, facendo anche risparmiare un po’ di tempo nella configurazione e nella progettazione del sistema. Ovviamente in caso di aggiunta di ulteriori reti o subnet, che siano tramite il wi-fi del Raspberry o tramite un access point esterno bisognerà opportunamente modificare la tabella delle rotte statiche di OpenWRT per fare in modo che chi si connette su tali reti o subnet possa raggiungere la WAN. In ogni caso se si desidera semplicemente collegare un access point wi-fi senza separare le reti ma solo per aumentare l’area su cui si fornisce connettività è possibile farlo tramite uno switch, o direttamente all’unica porta ethernet del Raspberry, dato che il mezzo fisico di trasmissione dei dati è trasparente al router.

Il DHCP è fornisce ai client come server DNS un indirizzo IP di OpenDNS.

OpenWRT è un sistema versatile e potente e permette l’implementazione anche di diversi tipi di VPN, sia come client che come server, DNS dinamico, comodo questo anche per progetti di IOT, funzionalità firewall, NAT e PAT, tramite pacchetti preinstallati o installabili dai repository. Ovviamente è possibile, per avere una maggiore banda disponibile, collegare più dongle con relative SIM, al Raspberry (magari in questo caso tramite un hub USB alimentato esternamente) e impostare un load-balancing che permetta di utilizzarli contemporaneamente. Ovviamente parliamo di configurazioni avanzate che nel caso d’uso corrente non aveva nessun senso applicare e va tenuto conto che il Raspberry ha una potenza di calcolo limitata e non si può pretendere che svolga lo stesso lavoro di un router Cisco o Huawei. In ogni caso per quanto riguarda l’utilizzo domestico o per piccole realtà, commerciali o no, che non hanno bisogno di gestire un grande traffico dati rappresenta una soluzione con un ottimo rapporto qualità/prezzo.

In futuro valuterò se impostare un cronjob che faccia eseguire un riavvio all’intero sistema ogni settimana, in modo da svuotare la RAM che date le sue dimensioni non elevate è sicuramente un punto debole di questa piattaforma hardware.

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Una pericolosa recita

Il seguente articolo è apparso su Umanità Nova numero 1 anno 100 (mica pochi!).

Le energie che si sono accumulate lungo la faglia geopolitica del Golfo Persico hanno trovato uno sfogo nell’omicidio del generale Soulemani da parte degli Stati Uniti. Il futuro ci dirà se questa scossa porterà a un assestamento oppure è il preludio di un conflitto di ampia scala.

Emergono comunque alcuni dati che vanno analizzati e tenuti in considerazione: ancora una volta si è ribadito, in modo palese, come il diritto internazionale, quello che nella narrazione liberal-capitalista dovrebbe regolare i rapporti tra stati non sia che un paravento. L’assassinio di Soulemani, avvenuto senza uno stato di guerra e in territorio di uno stato terzo e nominalmente sovrano, quale l’Iraq, è avvenuto in palese violazione di qualsiasi regola del diritto internazionale stesso. Gli Stati Uniti hanno scelto questa strada per ribadire che hanno i rapporti di forza per farlo, altrimenti avrebbero affidato il lavoro sporco a un qualche gruppo terroristico sunnita presente nel mazzo di carte saudite o a qualche gruppo di anonimi mercenari nelle disponibilità della criminalità statale. Invece hanno scelto di portare avanti l’operazione in modo scoperto e rivendicandola apertamente. Lo hanno fatto perché sanno che possono permetterselo e voglio affermare ciò davanti a qualsiasi altri potenza, regionale o sovraregionale.

Va detto a chiare lettere: se qualcuno avesse ammazzato Soulemani con lo spirito con cui Gaetano Bresci ammazzò Umberto Primo oggi noi tutti dovremmo festeggiare la morte di un tiranno. Soulemani invece è stato ammazzato da una compagine criminale rivale alla sua. La politica internazionale è gangesterismo su scala globale e il conto le pagano gli oppressi di tutto il mondo.

Il diritto internazionale è un paravento di carta, alla faccia dei liberal-democratici che, nella loro insipienza e nelle loro aporie, ci si richiamano.

Scrivevamo poco più di un mese fa:

La geopolitica aborre il vuoto: il progressivo disimpegno statunitense dall’Iraq a partire dal 2011 ha aperto ampie praterie per l’Iran. L’Iraq è diventato sostanzialmente uno stato cliente di Theran, le milizie finanziate da questa, l’impegno militare diretto delle forze speciali, delle “milizie di volontari” e i finanziamenti al governo di Baghdad sono ciò che hanno garantito lo stop all’avanzata verso est dell’ISIS.

(in Fuoco ai Turbanti, articolo pubblicato su Umanità Nova numero 34 anno 99)

Ora gli Stati Uniti hanno ribadito con forza che sono e vogliono rimanere la principale voce in capitolo negli affari del Golfo Persico. Hanno mandato un messaggio a tutti gli altri attori presenti: per quanto gli USA siano sempre più rivolti verso gli scenari del Pacifico, dell’Oceano Indiano e – in prospettiva – dell’Artico, in Medio Oriente sono disposti a rischiare una guerra aperta per garantire i propri interessi e quelli dell’Arabia Saudita e Israele, i due principali alleati regionali.

In Iraq hanno lasciato in qualche modo campo libero all’Iran fintanto che questo non ha superato certi paletti e ha cominciato a considerare letteralmente come il proprio cortile di casa il vicino meridionale. L’omicidio di Soulemani di certo non metterà fine all’interventismo Iraniano in Iraq ma lo azzoppa notevolmente in quanto difficilmente potrà essere sostituito nell’immediato con un uomo di pari capacità strategiche e tattiche.

La risposta iraniana si è dimostrata intelligente. Il bombardamento effettuato, nella notte tra il sette e l’otto gennaio, nei confronti delle basi USA in Iraq è stato uno spettacolo teatrale di tutto rispetto. Dai tempi della Guerra del Vietnam, escluse un paio di mattane di Gheddafi nei rampanti anni ‘80, nessuno stato si era permesso di attaccare direttamente delle strutture statunitensi. Ovviamente Theran si è premurata di avvisare per tempo il governo di Baghdad – e probabilmente Mosca e Pechino – e uno di questi ha, altrettanto ovviamente, girato l’informazione ai comandi americani. Il risultato è stato ottimo per tutti: il governo Iraniano ha rassicurato le milizie sciite a lui fedeli che non intende fare passare impunite le aggressioni statunitensi, gli Stati Uniti e i loro alleati – tra cui le truppe italiane di stanza ad Erbil – hanno potuto mettere al riparo le truppe e i mezzi più costosi limitando i danni materiali. La maggior parte dei missili balistici iraniani sono andati lievemente fuori bersaglio, probabilmente volutamente, un paio sarebbero stati abbattuti e alcuni invece hanno colpito in pieno le basi. Il messaggio è stato mandato e recepito. Theran ha difeso l’onore della Rivoluzione Islamica, Washington ha ammazzato Soulemani e Trump ha fatto la figura del duro. Salvo poi aprire alla distensione. Intelligentemente l’Iran ha evitato di fare rappresaglie su Israele: Nethanyau, che è stretto tra guai giudiziari e problemi elettorali, non avrebbe chiesto di meglio, probabilmente, per poter ricompattare l’opinione pubblica israeliana. Ma quella è una linea rossa che non si può attraversare: la reazione di Israele sarebbe stata durissima, non giustificabile in termini di diritto internazionale – che l’Iran non si può permette di violare così apertamente come fanno gli USA – e avrebbe rischiato di spazzare via o di danneggiare pesantemente la presenza iraniana in Siria. Hezbollah in Libano ha trasferito buona parte dei suoi asset in Siria a fianco di Assad e il Libano stesso versa in una situazione di crisi interna in cui un conflitto aperto con la maggiore potenza militare dell’area sarebbe estremamente pericoloso per lo stesso “Partito di Dio”.

Gli altri attori nell’area si sono parzialmente rassicurati e a Baghdad, che è il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ghisa, hanno tirato un sospiro di sollievo in quanto l’Iraq non tornerà ad essere un teatro di guerra aperta. Per ora.

La funzione dell’ISIS come proto-stato cuscinetto negli attriti della Faglia del Golfo e del Levante si è esaurita. Potrà eventualmente essere riesumato dai suoi protettori delle Petromonarchie e della Turchia ma al momento è un cuscinetto a sfera usurato e poco lubrificato.

La guerra all’ISIS, di cui pure molti ingenui liberal-democratici si sono fatti una narrazione epica di una specie di santa alleanza contro il Mostro di turno, è stato un sanguinoso conflitto che si è basato su regolamento di conti tra clan, che in Iraq e Siria rimangono una delle componenti principali della strutture sociale per quanto poco analizzati da parte occidentale, ondate di profughi interni e non ai due stati direttamente coinvolti, bombardamenti a tappeto sulle città, stragi e pulizia etnica. Questi metodi sono stati perseguiti sia dall’ISIS e dai suoi protettori che dalle milizie controllate dall’Iran che dalla Coalizione Internazionale a guida statunitense. Sono state sostanzialmente avvallate da chiunque perché bisogna sconfiggere il Mostro.

Gli unici che nei limiti hanno giocato in modo più pulito sono stati i fautori del progetto del Confederalismo Democratico, ma, abbandonati dagli Stati Uniti e ridotti a merce di scambio, tornano ad essere alla mercede di Ankara o Damasco.

Da un lato l’omicidio di Soulemani ribadisce la “dottrina dell’Uomo Matto”, di cui Nixon fu maestro indiscusso minacciando reazioni spropositate a qualsiasi atto considerato come ostile, e dall’altro si mantiene nel caos il settore, costringendo l’Iran a investire ancora più risorse economiche e umane nella gestione di un territorio che non è facile da gestire.

L’azione statunitense sia anche tesa a fornire, paradossalmente, ossigeno alla ierocrazia iraniana e al governo ad essa legato di Baghdad. Gli ultimi mesi non sono stati facili per queste compagini governative, attaccate da imponenti movimenti progressisti che attuavano una radicale critica dell’ordine politico, sociale ed economico in quei paesi. La governance iraqena, sia nelle sue componenti sciite che in quelle sunnite che nazionaliste-curde, ricorda con orrore l’insurrezione delle Shoras all’indomani della sconfitta militare seguita alla fallita annessione del Kuwait. In Iran il fuoco cova sotto la cenere, nonostante i massacri attuati dai governi succedutesi al potere a Theran sotto la tutela della Guida Suprema. Ancora non si sono spenti i fuochi dell’insurrezione della fine del 2019 che ha visto il proletariato dei grandi centri industriali e gli studenti attaccare il governo. L’insurrezione è stata repressa nel sangue, con grande contributo anche del macellaio Soulemani. Contemporaneamente questi era impegnato nella repressione, anche qua con centinaia di morti, dei movimenti sociali Iraqeni che pretendono la fine dei governi-fantoccio, statunitensi o iraniani poco importa, ridistribuzione della rendita petrolifera, la fine delle ingerenze militari straniere e libertà politiche e civili.

Il governo di Theran e il governo di Baghdad sventoleranno la bandiera del revanscismo e del jingoismo, vittime dell’aggressione del Grande Satana a stelle e strisce. Giocheranno la carta dell’unità nazionale davanti all’aggressore esterno per tacitare ulteriormente i contestatori, il nemico esterno fornirà capacità di colpire con ancora più forza il nemico interno. Potrebbero addirittura giocare la carta dell’unità Sciita, se accetteranno il rischio di alienarsi definitivamente i sunniti iraqeni e kurdi di Barzani che vogliono la loro autonomia completa sotto tutela statunitense.

Ma non è detto che ci riescano: una parte consistente degli oppressi in Iran e in Iraq non hanno assolutamente in amore i rispettivi governi. Non hanno neanche in amore il governo statunitense, le cui politiche imperialiste hanno subito sulla loro pelle. Non è detto che la carta dell’unità nazionale funzioni, né in Iran dove oramai vi sono cicliche e sempre più radicali insurrezioni contro la Repubblica Islamica né in Iraq, che neanche è una nazione nel senso proprio del termine, dove un ampia parte della popolazione delle aree urbane non ne può più di una guerra che prosegue dal 2003 e che è stato preceduta da dieci anni di ristrettezze economiche con tanto di carestie a causa delle sanzioni statunitensi e dai precedenti otto anni di sanguinosa guerra con l’Iran voluti dal criminale Saddam Hussein e dalla sua cricca.

La stessa carta del pan-sciismo non è detto che funzioni. La maggioranza della popolazione iraqena condivide sì la religione sciita con il vicino settentrionale ma è di li lingua e cultura araba. Durante il lungo e sanguinoso conflitto tra Iran e Iraq degli anni ottanta del XX secolo gli sciiti iraqeni solo in parte minoritaria si schierarono con i correligionari iraniani. La maggior parte di loro rimase fedele al sunnita Saddam. I legami clanici e, in parte, l’allora ancora presente, anche se forse già residuale, nazionalismo pan-arabo, ressero l’urto della Rivoluzione Islamica di Kamenei.

La questione del controllo dei centri di produzione e transito del petrolio è più complessa di come la si presenta, sopratutto nelle analisi che vengono dalla sinistra occidentale. Gli Stati Uniti hanno raggiunto l’autosufficienza energetica grazie alla produzione interna data dalle nuove tecniche estrattive tramite fracking. Anche le tecnologie di estrazione del petrolio off-shore negli ultimi anni sono avanzate. In Iraq le compagnie americane hanno sì grossi interessi ma il petrolio lì estratto non serve ad alimentare direttamente gli Stati Uniti, i quali quindi non sarebbero grandemente danneggiati da una chiusura da parte Iraniana dello stretto di Hormuz. Chi ne patirebbe enormemente le conseguenze sarebbero le petromonarchie del Golfo, arcinemiche dell’Iran, e, di conseguenza, i mercati energetici europei – sopratutto data il contemporaneo acutizzarsi della crisi libica – e, sopratutto, Cina, Giappone e paesi del Sud-Este asiatico. La Cina ha grossi interessi in Iran e ha tutto l’interesse a mantenere bassa la tensione per scongiurare un conflitto, che se anche coinvolgesse solo il blocco saudita e la Repubblica Islamica, porterebbe a una grossissima diminuzione dei flussi di petrolio fondamentali per alimentare l’economia di Pechino. Gli Stati Uniti tutto sommato potrebbero decidere che aprire uno scenario di guerra aperta nel Golfo e non più solo di guerra asimmetrica potrebbe fare comodo: le quotazioni del petrolio salirebbero, le esportazioni dagli Stati Uniti verso l’Europa porterebbero introiti nelle casse USA, la Cina si troverebbe in difficoltà. Il gioco non sarebbe più quello del controllo dei centri di produzione in medioriente ma la capacità di controllo dei punti nevralgici per il flusso del petrolio stesso e non per appropriarsi di questi flussi, come è stato per decenni, ma per regolamentarlo per colpire i propri avversari.

L’Iran a sua volta non ha interesse in un conflitto aperto, né con gli Stati Uniti né con l’Arabia Saudita. Con gli Stati Uniti, anche se non sarebbe di certo una passeggiata per Washington, non ci sarebbe storia da un punto di vista militare. Con l’Arabia Saudita militarmente l’Iran sarebbe molto più avvantaggiato – le pessime performance dell’esercito di Ryad in Yemen mostrano che non basta essere pieni di denaro per vincere le guerre – ma l’economia di Theran non è detto che reggerebbe a un conflitto vero e proprio. Le capacità iraniane di guerra asimmetrica invece si sono dimostrate di tutto rispetto: l’attacco di settembre contro le infrastrutture petroliere della Aramco – l’azienda petrolifera di stato dei sauditi – lo ha dimostrato, come lo ha dimostrato il sapiente uso del soft-power per espandersi nel Levante.

La Faglia del Golfo potrebbe riorganizzarsi in maniera differente senza un conflitto su larga scala. Ma potrebbe anche avvenire il contrario. Qualunque manovra comunque sarà effettuato sulle spalle degli oppressi e della loro capacità di organizzatore autonoma.

Nonostante quanto dicano gli apprendisti stregoni della geopolitica gli oppressi si possono emancipare da soli e con le loro forze, senza campismi e presunti mali minori.

Gli anarchici davanti alle prospettive di guerra devono perseguire l’obiettivo del disfattismo rivoluzionario in qualsiasi settore del campo imperialista si trovino ad agire. Devono stare con gli insubordinati e disertori di tutto il mondo e con chiunque agisca nell’ottica della costruzione dell’autonomia di classe e dell’autogestione. Con chi si oppone a regimi patriarcali e religiosi, alla devastazione di ecosistemi e vite in nome dell’accumulazione di capitale e potere. Per troppo tempo nella sinistra occidentale vi è stata la convizione, viziata per altro da un certo razzismo di fondo, che gli oppresi mediorientali e arabi non siano in grado di costruire una propria capacità di autonomia. Le lotte sindacali e politiche dei lavoratori in Iran e Iraq ci dimostrano il contrario. Checchè ne dicano i complottisti la Primavera Araba, prima di finire schiacciata tra l’islamismo e le guerre tra bande borghesi, ha dato un altro forte segnale in quel senso. Gli oppressi di tutto il mondo non hanno bisogno di qualche apprendista stregone che si erge a maestro ma di mutuo appoggio e solidarietà.

lorcon

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Insurrezione nel Golfo – Fuoco ai turbanti

Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran, che barattavano la fine di decenni di sanzioni economiche e la distensione dei rapporti diplomatici con l’interruzione a tempo indeterminato del programma nucleare, ufficialmente civile ma nei fatti dual-use come tutti i programmi nucleari, della Repubblica Islamica, ha visto il ritorno e il rafforzarsi delle sanzioni economiche verso Theran.

Se alcuni paesi, come la Russia e la Cina, possono ignorare le sanzioni statunitensi continuando e rafforzando gli accordi commerciali, basati sull’export del greggio persiano, altri paesi come quelli dell’Eurozona si sono dovuti, anche se obtorto collo, piegare ai diktat di Washington, riducendo gli acquisti delle materie prime petrolifere iraniane. Questo ha causato una contrazione economica in Iran che il governo islamista ha scaricato, ovviamente, sulle classi popolari. Il grande aumento, negli anni tra il 2015 e il 2017, delle spese militari iraniane, che supportano la politica di potenza degli Ayatollah e gli ingenti finanziamenti a quei gruppi militari filo iraniani, pensiamo ad Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq e a quelle Houti in Yemen, hanno inoltre drenato ulteriori risorse verso l’imponente apparato militare agli ordini della borghesia religiosa di Theran. Il ritorno delle sanzioni ha imposto, nel 2018 e nel 2019, un relativo calo della spesa militare che comunque continua ad assorbire il 2.7% del PIL (nel 2012 era stato il 2.2% salito progressivamente verso il 3.1% del 2017 secondo i dati SIPRI).

La geopolitica aborre il vuoto: il progressivo disimpegno statunitense dall’Iraq a partire dal 2011 ha aperto ampie praterie per l’Iran. L’Iraq è diventato sostanzialmente uno stato cliente di Theran, le milizie finanziate da questa, l’impegno militare diretto delle forze speciali, delle “milizie di volontari” e i finanziamenti al governo di Baghdad sono ciò che hanno garantito lo stop all’avanzata verso est dell’ISIS. Stesso ruolo è stato giocato, in joint-venture con la Russia, in Siria, permettendo la tenuta del regime di Damasco.

Ma colonizzare le praterie ha un costo e il ritorno non è sempre immediato. Fallita la normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti, bloccati gli investimenti dei paesi dell’Euro-zona, che in Iran potrebbero accedere a un paese con una grande riserva di manodopera altamente qualificata a relativo basso costo e con forti bisogni di rinnovamento delle infrastrutture e disponibile ad acquisire tecnologie di alto livello sia in ambito civile che militare, investimenti e possibilità di commercio che fanno gola alle grandi industrie sia tedesche che italiane che francesi, la crisi economica è tornata a divorare i salari. L’export ha subito una disastrosa caduta dell’ottanta percento, l’inflazione viaggia intorno a valori del 35% di aumento su base annua, il Rial è svalutato e la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30%.

La politica di assistenzialismo e di sussidi elargiti a larghe mani dal governo islamico tramite la sua rete di ricche fondazioni controllate direttamente dal clero sciita non basta più a tamponare la situazione.

La decisione, presa il 15 novembre, di aumentare del 300% il prezzo della benzina, in un paese che è tra i primi produttori mondiali di prodotti petroliferi, ha funto da detonatore della rivolta.

Banche, scuole coraniche, caserme sono state prese d’assalto e date alle fiamme. Gli slogan contro il governo e contro le sue politiche si diffondono e vengono ripresi in piazze di tutte le principali città del paese. La critica non travolge solo la politica antiproletaria del governo di Rohuani ma attacca direttamente il concetto stesso di Repubblica Islamica e la Guida Suprema Khamenei. La risposta è stata la stessa degli anni scorsi: spari ad altezza uomo, minacce di impiccagione, alla repressione si affiancano parziali passi indietro negli aumenti del prezzo del carburante nella speranza di fare rientrare l’insurrezione.

Uno dei principali centri della rivolta è la provincia del Khuzestan, al confine con l’Iraq e abitata da popolazione araba, che è stata obiettivo, negli ultimi anni, di una forte repressione contro esponenti della società civile e contro i tentativi di sindacalizzazione dei lavoratori di raffinerie e campi petroliferi. Una zona colpita, per altro, da gravi problemi ambientali dovuti alla presenza dell’industria estrattiva.

Anche nel Kurdistan Iraniano vi sono state grosse mobilitazioni: oltre alla repressione contro la cultura kurda, l’oppressiva religiosità sciita e la compressione salariale che ha colpito i lavoratori in tutto il paese quest’area è stata colpita negli anni da diversi e disastrosi eventi sismici e, nella città di Kermanshah, capitale della provincia, migliaia di persone vivono in tendopoli da oltre un decennio in quanto i lavori di ricostruzione vanno a rilento.

Di fronte alle proteste la Guida Suprema Khamenei ha dichiarato che gli iraniani devono stringere la cinghia per il bene della nazione e che chi scende in strada è un teppista istigato dalle potenze straniere.

Negli ultimi anni il movimento dei lavoratori in Iran si è espanso, nonostante la dura repressione che ha visto decine di attivisti sindacali finire imprigionati, costretti a pagare pesanti cauzioni per tornare in libertà, condannati a pene corporali. Allo stesso modo il movimento femminista ha ripreso a criticare a volto scoperto il regime clericale, mobilitandosi contro la repressione di genere che colpisce le donne iraniane. La popolazione giovanile è in aumento demografico da decenni e difficilmente viene contenuta entro le strutture create dalla controrivoluzione islamica che sono alla base del paese. Non esiste più l’Iran rurale di Komenei, Theran raggiunge i dieci milioni di abitanti, il tasso di scolarizzazione è altissimo così come sono enormemente aumentati i laureati. Le donne lavorano fuori casa da anni.

La decisione di interrompere i servizi internet in concomitanza con la rivolta, per bloccare la comunicazione tra i rivoltosi e rendere difficile la diffusione di notizia sia all’interno che all’estero ha anche reso impossibile il lavoro a quelle centinaia di migliaia di abitanti di Theran che integrano il loro reddito tramite la gig economy. Con le relative aperture durante l’accordo sul nucleare in Iran si sono diffuse piattaforme digitali, alcune garantiscono un milione e duecentomila corse di taxisti privati al giorno, ma, come riportato nell’articolo di Vincenzo Nigro uscito il 19 ottobre su La Repubblica, ve ne sono anche altre che garantiscono ogni sorta di servizio e sempre con maggiore diffusione. Con internet bloccato tutto questo settore si trova impossibilitato a lavorare e questo incide negativamente sul reddito di chi si è dovuto reinventare come taxista/fattorino in moto dato che con una laurea in ingegneria non trova lavoro. Difficilmente questo farà guardare con maggiore favore al regime. Per inciso questo blocco di internet ci insegna anche come sia necessario dotarsi di infrastrutture digitali resistenti al controllo centralizzato.

Ciclicamente il paese viene attraversato da ondate di proteste, sempre più ravvicinate tra di loro – l’ultima violenta insurrezione era avvenuta a fine 2017 – e radicali sia nelle pratiche di piazza che nelle rivendicazioni. All’epoca della sconfitta elettorale dei riformisti e della riconferma di Ahmadinejad alla presidenza della repubblica molti di coloro che scendevano in strada speravano in un’ipotesi di riformismo politico interna alla Repubblica Islamica. Ora al potere ci sono i così detti moderati ma la crisi economica ha travolto ancora maggiormente i lavoratori e, la repressione religiosa non si è allentata. Ora si assaltano le stazioni di polizia e si vuole la fine della ierocrazia sciita, si mette in discussione la politica di potenza voluta negli ultimi anni dalla classe dominante iraniana che ha portato a un aumento delle spese militari a discapito del welfare. Non è un cambio di poco conto, indica che le fasce giovanili del proletariato vogliono un deciso cambio di passo.

Non possiamo sapere, e non ci illudiamo, che questo cambio di passo sia in senso immediatamente rivoluzionario e permane comunque un certo nazionalismo di fondo, anche se magari laico, repubblicano, democratico e progressista, in molti settori che ora sono in piazza.

Sicuramente si apre una fase interessante, che potrebbe scardinare dall’interno quella che è stata la potenza regionale a più rapida crescita, in termini di effettiva capacità di proiezione militare e politica oltre i suoi confini, dell’area. Se il progetto egemonico neo-ottomano della borghesia turca che si è legata all’AKP sembra essere finito in un’impasse, come abbiamo rilevato più volte, dovendo trovare un accordo con la Russia e, nei fatti con la Siria assadista, e correndo tuttora il rischio di impantanarsi in una lunga guerra nel Rojava, il progetto egemonico persiano ha riportato grosse vittorie: è riuscito ad occupare lo spazio lasciato vuoto dagli USA in Iraq, divenendo fondamentale per la coesione di un paese soggetto a spinte centrifughe, è riuscito a rompere il fronte delle petromonarchie della penisola araba, legandosi al Qatar, mettendo in crisi in Baherein, ponendo una propria stabile testa di ponte oltre il golfo persco in Yemen e facendo dissipare all’Arabia Saudita enormi risorse in tentativi infruttuosi di riprendere il controllo del vicino meridionale. È riuscito a portarsi ai confini settentrionali di Israele, grazie alla presenza militare in Siria e al legame oramai trentennale con Hezbollah in Libano.

Tutto questo in meno di dieci anni, e non è un risultato da poco per un paese che è nemmeno di cultura araba, al contrario degli altri citati. Ma potrebbero essere state vittorie di Pirro, un’espansione che manca delle strutture necessarie a mantenerla

Le ondate di protesta in Libano che si susseguono da anni mettono in discussione il ruolo di Hezbollah e del suo protettore iraniano così come la grande onda insurrezionale che sta attraversando l’Irak, superando, pare, i settarismi religiosi si muove su due binari paralleli: rivendicazioni di classe dovute alla tragica situazione in cui versa il proletariato Irakeno, che non è nuovo a grandi moti di insurrezione – si pensi all’esperienza delle Shoras, i Consigli Operai, nel 1991, con la diserzione di massa dell’esercito durante la Prima Guerra del Golfo, ripetutasi nel 2003, e la successiva insurrezione dei centri industriali repressa nel sangue dal Baath con la collaborazione del nazionalismo Kurdo e il beneplacito della Coalizione a guida USA – e che dimostra ancora oggi la sua combattività, insieme alla rivendicazione della fine delle ingerenze Iraniane nel paese. L’inchiesta pubblicata sull’Intercept il 18 novembre 2019, basata su settecento pagine di documenti dell’intelligence iraniana e trafugati da una fonte anonima, dimostrano come questa abbia letteralmente comprato il network di spionaggio che gli Stati Uniti avevano abbandonato con il ritiro dal paese e posto sotto controllo buona parte della classe politica irakena, compresi prominenti membri degli ultimi governi.

La faglia geopolitica del Golfo da anni accumula tensioni che sono pronte ad esplodere. Fino ad ora si è fatto di tutto per evitare uno scontro militare diretto tra le due principali potenze, Arabia Saudita e Iran, nonostante spesso si sia andati vicine al limite di rottura, si pensi all’attacco con droni che ha messo in grave crisi la capacità di produzione dell’Aramco, la compagnia petrolifera statale dei Saud. Probabilmente questo non è avvenuto in quanto nessuno dei contendenti si sente sicuro sul fronte interno. Talvolta le guerre inter-imperialistiche si trasformano in guerre civili e a volte queste aprono scenari rivoluzionari. Gli Hohenzollern e i Romanov ne hanno fatto le spese di questa dinamica, i Savoia rischiarono di farle, più vicino nel tempo e nello spazio la già citata insurrezione irakena del 1991 vide una dinamica simile, forse sia i Saud che la borghesia clericale persiana hanno imparato e temono quella lezione. Fronti interni troppo accesi non sempre consigliano di lanciarsi verso l’esterno.

Taluni probabilmente si metteranno a strillare dell’ennesimo complotto giudo atlantistico massonico e si daranno alla difesa d’ufficio della ierocrazia di Theran in nome dell’antimperialismo.

Ma la geopolitica è per noi interessante fintanto che ci permette di restituire un quadro di quanto accade nel mondo, non per farci affliggere dalla febbre tifoide del campismo e neanche per compiacerci di essere presunti custodi di una altrettanto presunta eterna, invariante e gloriosa scienza rivoluzionaria ma per sviluppare una linea d’azione coerente che ci permetta di individuare qui e ora i percorsi per l’emancipazione sociale.

La rivolta contro un regime intrinsecamente antiproletario, misogino, clericale non può che essere guardata con favore e appoggiata.

lorcon

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Censura e autogestione

Articolo apparso su Umanità Nova numero 31 anno 99

La recente ondata di censura da parte del social network Facebook nei confronti di pagine che si occupavano di informazione, da un punto di vista filo-confederalismo-democratico, su quanto accade in Rojava costringe a riprendere il filo di alcuni discorsi.

Buona parte della così detta “controinformazione”, ovvero ciò di cui non si occupano i media legati a conglomerati editoriali e, quindi, a interessi economici particolari, passa oramai su Facebook e su Twitter.

Tramontate oramai da anni esperienze come il network globale di Indymedia – Indipendent Media Center, IMC – un network di controinformazione che nel suo momento di massima diffusione aveva contato decine di nodi sparsi per Europa, USA e America Latina e che costringeva i media mainstream ad inseguire quanto veniva su di esso pubblicato (pensiamo all’emblematico ruolo assunto da IMC Italy in occasione di Genova 2001), e tramontata la volontà di dotarsi di media autogestiti di massa ci si è dovuto affidare gioco-forza a sistemi come i social network controllati da corporation. Scrivo gioco-forza in quanto se da parte di molti la scelta di usare questi mezzi è stata fatta in quanto mancavano i mezzi per attuare una scelta altra da parte di alcuni ci si è cullati nell’illusione di poter usare – per fare il proprio gioco – e non farsi usare corporation come Facebook, che basano il loro modello di business sull’estrazione di valore dai dati.

Illusione perniciosa questa che ha dimostrato la propria debolezza per l’ennesima volta. Nel giro di pochi giorni facebook ha proceduto a un vero e proprio crackdown nei confronti di decine di pagine che si occupavano delle vicende del Rojava. Pagine da decine di migliaia di utenti, in cui chi le ha create ha investito un enorme quantità di tempo, risorse, economiche ma anche emotive, in alcuni casi anche centinaia di migliaia, sono state cancellate nel giro di pochi giorni. Perse, come lacrime nella pioggia e senza neanche l’epica di uno scontro su di un grattacielo di una megalopoli piovosa e di una frase ad effetto.

Certo anche gli IMC subirono innumerevoli tentativi di censura: procuratori che cercavano di sequestrare i server, blocchi dei DNS e perquisizioni nelle case degli amministratori. Ma erano strutture dotate di una forte resilienza, queste censure sono sempre state aggirate, le rogatorie per i sequestri dei server in molti casi sono miseramente fallite. E certo, anche sugli IMC ogni tanto si procedeva a cancellare certi contenuti, ricordo chiaramente quando, come admin di IMC Emilia Romagna, ci davamo praticamente i turni per moderare il newswire a pubblicazione libera durante un conflitto particolarmente teso tra due gruppi politici bolognesi, per togliere tempestivamente post e commenti in a base di insulti e divulgazione di dati personali. Ma il regolamento di Indymedia era un regolamen te discusso e deciso collettivamente dal collettivo di gestione, chiunque volesse contattarci poteva farlo facilmente, sia tramite mezzi telematici che presentandosi alle – più o meno periodiche – assemblee aperte. Vi erano alcuni punti fermi che permettevano di cancellare senza pensarci due volte commenti razzisti, fascisti, di spam e di pubblicità. Ma per qualsiasi altra cosa era possibile una discussione tra chi utilizzava il mezzo e chi lo gestiva.

Nella stragrande maggioranza dei casi on esisteva una distinzione netta tra gli amministratori di un nodo locale e chi lo utilizzava in modo, diciamo, passivo. Più o meno si frequentavano gli stessi spazi fisici, vi era un’idea di comunità in lotta, un’etica condivisa dai più, nessuno spazio per il lucro.

L’esatto contrario di un mezzo di comunicazione che invece nasce esplicitamente per il guadagno dei suoi azionisti.

Circa un mese prima di questa ondata di censura nei confronti dei contenuti riguardanti il Rojava Facebook aveva proceduto ad eliminare, senza preavviso alcuno, le pagine dei principali partiti politici esplicitamente neofascisti presenti in Italia. All’epoca alcuni dissero, a ragione, che c’era poco da festeggiare: la lotta verso i servi del capitale non la si può delegare al capitale stesso, così come non la si può delegare alle procure e alle mozioni comunali. Si ravvisava il pericolo che con le stesse motivazioni con cui Facebook aveva messo a tacere le pagine di questa marmaglia dal braccio teso – istigazione all’odio e alla violenza – la stessa azienda avrebbe potuto censurare chiunque si ponesse al di fuori dall’orizzonte liberale. E così è stato. Facebook sembra applicare alla lettere la teoria degli opposti estremismi, d’altra parte questa è un mantra per il pensiero liberale.

La questione della censura sui social media fa sorgere ancora una volta, e con ancora più forza, la necessità di dotarsi di propri mezzi di comunicazione. Che essi siano giornali cartacei come il nostro, siti web, radio in AM autogestite – e in Italia ne abbiamo diverse, per fortuna – è fondamentale avere la capacità di comunicare senza passare da canali padronali.

La stessa cosa vale per i social network. Esistono esperienze come varie istanze mastodon gestite da compagn*[1] che stanno cominciando a diffondersi. Certo non permettono una diffusione di massa come su Facebook, anche se bisognerebbe riflettere su quanto le notizie date da pagine di controinformazione riescano a bucare la loro bolla di riferimento, ma intanto permettono di creare canali nostri su cui si sia liberi di esprimersi al di fuori da logiche di estrazione del valore e di logiche censorie.

Ovviamente esiste un problema di fondo di qualsiasi esperienza di autogestione dei media digitali: l’informazione passa per canali fisici, ponti radio, satelliti, fibra ottica, doppino, che non sono controllati da noi. Anche questo è un tema su cui occorre riflettere e iniziare con sperimentazione che permettano di fornire un’alternativa ai provider, che sono legati spesso a doppio filo alle strutture statali, come sottolineavamo nell’articolo “Gli arcana imperii dell’economia dell’informazione” e “Anatomia di un’intelligenza artificiale”[2].

Intanto, siccome sappiamo che la pagina di Uenne presente su facebook è a rischio censura abbiamo proceduto a creare una pagina di riserva – Umanità Nova – Settimane Anarchico – e a creare un canale Telegram (raggiungibile dall’indirizzo t.me/umanitanova) . Inoltre siamo presenti, anche se al momento solo con un bot che ripubblicava automaticamente gli articoli dal sito, su mastodon.bida.im con l’account @uenne@mastodon.bida.im (al momento stiamo vedendo di renderlo un account vero e proprio e non un semplice bot, fermo, per altro, da qualche mese).

E non scordiamoci di altri mezzi fondamentale mezzo per la diffusione delle nostre idee: volantinaggi, diffusione militante, giornali e manifesti murari, chiacchere al bar e al mercato e, sopratutto, esempi pratici di autogestione. Che possono avvenire anche su internet.

lorcon

[1] si veda l’articolo “Autogestire i social”, apparso su Umanità Nova numero 9 anno 99, https://umanitanova.org/?p=9505 e sul blog photostream.noblogs.org

[2] “Gli arcana imperii del’economia dell’informazione” pubblicato su Umanità Nova numero 31 anno 96, https://umanitanova.org/?p=3667 e “Anatomia di un’intelligenza artificiale” apparso su Umanità Nova numero 31 anno 98 https://www.umanitanova.org/?p=8601 entrambi gli articoli son o disponibili anche sul blog dell’autore, photostream.noblogs.org

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Medioriente – Quanto resta della notte?

Il seguente articolo verrà pubblicato su Umanità Nova numero 29 anno 99

Un anno e mezzo dopo l’offensiva che ha portato all’occupazione di Afrin, occupazione che ha visto per l’altro il sorgere ed il dispiegarsi di una forte guerriglia di opposizione, lo stato turco cerca di chiudere una volta per tutte la partita in Rojava.
Dopo mesi di preparazione e subito dopo l’annuncio del presidente statunitense Trump circa il ridislocamento delle forze del Pentagono presenti nell’area, l’aviazione e l’artiglieria turca hanno iniziato i bombardamenti dei villaggi e delle città nel Rojava mentre colonne corazzate sono penetrate di circa cinque chilometri nel territorio curdo-siriano sotto il controllo del PYD e delle SDF.
Contemporaneamente milizie islamiste non ufficialmente legate allo stato Turco, quindi più libere di compiere massacri ed al contempo maggiormente sacrificabili, hanno fatto il lavoro sporco fornendo la forza d’urto sul fronte e compiendo attacchi nelle retrovie.
L’azione dello stato turco non era più rimandabile nella logica di Erdogan. La pluriennale crisi economica che ha molato i denti della tigre anatolica rischia di trasformarsi in recessione conclamata, soprattutto se gli attriti sempre più forti nel Golfo Persico portassero a un’impennata nel prezzo del greggio. Anni di guerra civile in Bakur, dove per altro l’insurrezione non si è ancora placata, non hanno aiutato anche se il blocco di affaristi del cemento che sostiene Erdogan sta facendo affari con la ricostruzione delle città, in molti casi vere e proprie operazioni di ingegneria demografica.
Il ricorso al nemico esterno è sicuramente un buon diversivo per la pubblica opinione e probabilmente c’è chi spera che funga da volano per l’economia, il settore militare divora un 2% abbondante del PIL – anche se siamo lontani dal 4,5% degli anni novanta non è poco – le commesse militari fanno gola e sono sempre buona occasione per arricchirsi per la borghesia anatolica.
Il progetto neo-ottomano di Erdogan consiste nel creare un corridoio a sud, penetrando in Siria, scalzando Assad e la sua cricca rafforzando, nel contempo, la propria presenza nel Caucaso e nelle aree musulmane dei Balcani dove proporsi come protettore nell’eventualità di eventuali rigurgiti sciovinisti serbo-croati, tutto ciò aumentando la propria capacità di proiezione nel Mediterraneo, è in stallo da anni.
I rovesci della guerra civile siriana, il crollo dello Stato Islamico, la tenuta del regime di Assad e la necessità di trovare una forma di collaborazione con la Russia putiniana dopo il pericoloso deteriorarsi delle relazioni bilaterali tra i due paesi, hanno portato la Turchia in una posizione isolata.
Contemporaneamente all’assedio di Kobane da parte dell’ISIS, finanziato e sostenuto a tutti i livelli dalla Turchia, anche tramite l’acquisto di enormi quantità di petrolio di contrabbando e la fornitura diretta di materiale bellico, intelligence ed approvvigionamenti, vi è stata l’insurrezione del Bakur. Un’insurrezione che nei suoi risultati immediati è stata vittoriosa: ha costretto il governo turco ad aprire la frontiera ai profughi curdo-siriani, alleggerendo la situazione umanitaria in Rojava ed a fare transitare gli aiuti militari internazionali verso Kobane. Uno smacco enorme per Erdogan. I sogni della borghesia di Ankara di porsi come paese egemone a livello sovra regionale sono stati frustrati. Con questa operazione Erdogan probabilmente si gioca il tutto per tutto.
Se, come auspicabile, la forza armata turca fallirà nell’operazione lampo che dovrebbe permettere di respingere permanentemente di almeno quaranta-cinquanta chilometri le forze dell’SDF dalla frontiera, il governo di Erdogan rischierà di trovarsi impantanato in un Vietnam (o in un Afghanistan) in salsa siriana.
Di fronte ad una crisi economica difficilmente contenibile e con la spada di Damocle di un’imminente impennata dei prezzi delle commodities energetiche, per l’aggravarsi della crisi nella faglia del Golfo, sostenere il peso di una guerra di logoramento potrebbe innescare una pesante crisi interna. La piccola borghesia che fino a ora ha sostenuto l’AKP potrebbe rivoltarsi e le stesse forze armate potrebbero, nonostante le pesanti purghe degli ultimi anni, dimostrarsi meno collaborative del dovuto.
Erdogan ha sì un forte consenso interno ma è un consenso polarizzato: milioni di turchi lo votano ma altri milioni lo vorrebbero vedere volentieri scomparire dalla scena politica e non pochi lo espellerebbero volentieri dal consorzio umano. La politica di appeasement verso la Russia, che è stata una scelta obbligata per non aprire uno scomodo fronte diplomatico contro Mosca – ma anche militare vista la posizione del governo di Putin sulla questione siriana – ha portato a un deterioramento delle relazioni con l’asse atlantico. Lo stesso Israele, da decenni vicino diplomaticamente e militarmente alla Turchia, vede con sempre meno simpatia il governo di Ankara.
Erdogan è un giocatore d’azzardo: quando è in difficoltà rilancia. Ma il suo è un gioco pericoloso, un giocatore con una migliore mano di carte potrebbe decidere di vedere e il bluff a quel punto sarebbe palese. C’è chi vedrebbe volentieri la Turchia impantanata nel Rojava e potrebbe decidere che fornire supporto di intelligence e di forniture militari – ovviamente sottobanco – al PYD e alle SDF sarebbe una buona mossa. Sicuramente Damasco vuole recuperare a sé le aree curdo-siriane. In cambio di un alleggerimento delle richieste di autonomia dal governo centrale potrebbe agire effettivamente come protettore di un territorio su cui teoricamente avrebbe la sovranità. A quel punto per Ankara la partita si complicherebbe sul piano militare.
Potrebbe perdere ma paradossalmente vincere: sconfitta sul campo da un non sostenibile sforzo bellico ma vittoriosa nel fine di impedire la realizzazione di un territorio autonomo curdo. Ma sarebbe, a ogni modo, una sconfitta per Ankara – se vince il nemico del tuo nemico non vinci automaticamente tu – come lo sarebbe per il PYD e il suo progetto di una Siria secolarista, democratica e federalista: Damasco ne risulterebbe il vero vincitore. Insieme a Teheran che, pur condannando l’aggressione turca, vede come fumo negli occhi l’autonomia del Rojava che intrattiene fraterni rapporti con il PJAK, il ramo iraniano dell’indipendentismo curdo, che ha fatto sue le teorie apociste. Il progetto del Confederalismo Democratico, in ogni modo, non ne uscirà indenne, come non è uscito indenne dalle prove che ha dovuto affrontare in questi anni.
L’insorgenza siriana del 2012, che è coeva alle altre primavere arabe, ha le sue origini in un decennio di smantellamento in senso neoliberale delle strutture pubbliche che, fornendo aiuti materiali alle classi popolari sotto forma di sussidi economici o distribuzione diretta di beni di prima necessità – cibo ed acqua, principalmente – sancivano il patto sociale che era in vigore dagli anni ’60, cioè quando i governi impiantanti dalle ex potenze coloniali erano stati spazzati via dai colpi di stato militari – ma di militari modernisti – in Siria ed Egitto. Crollato il patto sociale socialnazionalista – ed in certi momenti panarabo – le forze centrifughe hanno prevalso: la questione di classe, largamente nascosta anche in molte analisi fatte da sinistra, è esplosa al pari della questione delle varie identità culturali che sono state schiacciate sotto progetti di arabizzazione forzata: vi è il problema, questo tipicamente siriano, del rapporto tra alauiti e sunniti, con la complicazione del rapporto tra alauiti e sciiti, i quali hanno riconosciuti gli alauiti come musulmani esclusivamente per ragioni politiche.
L’insorgenza siriana è nata sulle parole d’ordine di una società maggiormente libera e con meno divario sociale ed è finita schiacciata sotto il martello della repressione militare di Damasco. La reazione islamista ha avuto gioco facile nell’imporsi come principale opposizione ad Assad che, per altro, preferiva grandemente avere come nemico principale degli impresentabili tagliagole islamisti che partiti ed organizzazioni laiche e di sinistra. Così facendo si è riciclato come baluardo contro l’islamismo sunnita e si è garantito una continuità nel potere che non sarebbe stata altrimenti scontata. Le organizzazioni curdo-siriane in quella situazione hanno pensato di poter fare il loro gioco tirandosi fuori per alcuni anni dalla mischia con un accordo di non belligeranza con il regime di Damasco – che è il motivo per cui quello che rimane dell’opposizione laica e di sinistra ad Assad non vede con simpatia le istanze portate avanti in Rojava – per ricavarsi lo spazio geografico per l’esperimento di Confederalismo Democratico.
Progetto molto interessante sulla carta ma viziato nella pratica da diversi problemi, alcuni imputabili a quello che è stato un errore strategico dettato dall’opportunità – il patto di non belligeranza con il regime che ha portato alla forte ostilità di altre componenti dell’insorgenza – altri dovuti dal fatto che l’attacco del 2014 da parte dello Stato Islamico ha costretto ad un’innaturale alleanza con delle forze imperialiste che seguivano le loro agende e che hanno usato i curdi siriani come fanteria legandoli a sé. Non che il PYD non se ne rendesse conto ma oramai era in ballo e doveva ballare. Ora si trova tra il martello dell’aggressione turca e l’incudine del dovere probabilmente accettare un accordo svantaggioso con il governo di Damasco che nel frattempo ha recuperato, grazie a russi e iraniani, molto terreno.
Il riflusso dell’insorgenza Turca di Gezi Park, la pesante repressione in Bakur, la mancata saldatura tra l’insorgenza sociale urbana di Istanbul e la questione di classe nei centri minori dell’Anatolia, dove pure il proletariato impegnato in settori come quello minerario, edile e manifatturiero ha dato prova di una certa combattività, il tentativo di colpo di stato dei generali del luglio 2016 che ha rafforzato il potere dell’AKP, tutti questi fattori hanno contribuito a rendere difficilmente attuabile l’estensione del modello democratico-confederalista nel Bakur, che sarebbe stata la garanzia per la tenuta del progetto. La scommessa dell’HDP di poter giocare pulito per via elettorale nel Bakur è stata persa: rafforzatosi il potere dell’AKP i sindaci delle municipalità controllate dall’HDP sono stati rimossi, perseguitati e arrestati.
Il progetto stesso del confederalismo democratico paga le conseguenze di alcuni problemi di fondo: un’organizzazione sociale che, se pur estremamente avanzata, non affronta compiutamente la questione di classe nei territori dove è riuscita vittoriosa, le circostanze della sua nascita stessa, ovvero la non belligeranza con il regime di Damasco nel momento in cui questo stava per collassare, il residuale etnicismo curdo, l’essersi dovuto legare obtorto collo all’agenda imperialista statunitense e in certi periodi russa in Siria.
La guerra contro i tagliagole islamisti dell’ISIS ha costretto il PYD e le SDF a porsi sotto l’ombrello di questa o quella compagine imperialista agendo anche fuori dei territori in cui il progetto democratico-confederalista era nato e aveva il supporto di massa. La battaglia di Raqqa che ha visto il tramonto del dominio territoriale dello Stato Islamico, che da Stato in pectore è tornato ad essere una compagine senza terra, ha visto pagare un prezzo altissimo alla popolazione di Raqqa. La narrazione epica non regge al confronto con la materialità. I bombardamenti da parte della Coalizione Internazionale su Raqqa hanno causato un’enorme numero di morti tra la popolazione civile, la stessa popolazione che veniva schiacciata sotto il dominio islamista è stata bombardata per mesi dall’aviazione della Coalizione. Allo stesso identico modo in cui i quartieri operai di Amburgo, Colonia, Torino, Milano e Roma venivano bombardati dall’aviazione Alleata durante il secondo conflitto mondiale.
Il paragone non è casuale: i conflitti inter-imperialistici vedono pagare il più alto prezzo da parte dei proletari stessi. Le narrazioni affabulatorie possono fornire giustificazioni a posteriori ma vanno dissezionate. La superficie va divelta e bisogna guardare nell’abisso che si apre al di sotto di essa. La coerenza del programma rivoluzionario non permette cedimenti, non fornisce scuse per tatticismi. La logica del male minore la lasciamo volentieri alla retorica di “danni collaterali” cara al gioco al massacro delle guerre umanitarie. La tattica deve essere subordinata alla strategia.
La sperimentazione del modello del confederalismo democratico in Rojava ha dato importanti risultati. Ha permesso di infliggere pesanti colpi alla società patriarcale in quelle terre, ha aperto spiragli nella cappa di piombo degli stati-nazione. Ha aperto una sfida importate. Ha impostato un’economia di stampo cooperativistico, un risultato intermedio comunque non indifferente. Ha messo in crisi profonda il monopolio della violenza caro ai sovranisti, non a caso tutti innamorati di Assad e della sua cricca di criminali. Si è scontrato però contro i limiti dati da rivoluzioni appena abbozzate e fallite in Siria e Turchia e con il tatticismo della non belligeranza verso Damasco prima e del legame troppo stretto con le agende delle classi dominanti statunitensi e russe. Tatticismi di certo non desiderati ed imposti ma che hanno minato il progetto. La situazione di guerra ha minato il processo di avanzamento sociale, fermare la guerra significa riaprire uno spiraglio che dia spazio all’azione di quanti si muovono verso la costruzione di una società altra. La guerra contro lo Stato Islamico e contro lo stato turco ha fatto cadere sul campo migliaia di compagni, tra cui decine di volontari internazionali accorsi per partecipare a un progetto che, pur con i limiti e le contraddizioni che abbiamo evidenziato, ha rappresentato un importante passo nella direzione della costruzione di una società radicalmente avversa al mondo vigente. Passi parziali e in certi momenti incerti, passi che si sono mossi in un contesto irto di pericoli ma, comunque, un generoso tentativo che ha rilanciato la scommessa contro lo stato e il capitale.
Ora che i venti di guerra si rafforzano – di certo non hanno mai smesso di soffiare – sul Rojava è necessario creare un’ampia mobilitazione internazionale dal basso che metta i bastoni tra le ruote dell’invasione da parte dello stato turco. Coloro che sono nella posizione per bloccare i piani criminali di Ankara sono gli stessi proletari turchi che potrebbero porre fine al gioco al massacro, che ricadrà su loro stessi dato che di certo non sono le famiglie dell’oligarchia dell’AKP a fornire i soldati che moriranno, abbattendo il regime di Erdogan. L’esempio della Prima Guerra Mondiale ha mostrato, in Germania come in Russia, che il disfattismo rivoluzionario, l’ammutinamento, la diserzione, lo sciopero possono attivamente fermare massacri che i governi vogliono portare avanti per conto dei loro mandanti.
La Turchia è un paese NATO e le sue forze armate sono integrate nel sistema militare atlantico. L’Italia è uno uno dei maggiori fornitori di tecnologie belliche per il paese anatolico – si pensi agli elicotteri Mangusta – dunque le fabbriche di questi sistemi d’arma si trovano sul territorio italiano. Rilanciare la mobilitazione antimilitarista in Italia, come in tutti i paesi, significa aiutare concretamente chi si trova a combattere sul campo il tentativo di genocidio messo in atto da Ankara. Quest’anno si terrà, a Torino, il biennale European Defence Meeting, la fiera di settore – rigorosamente aperta solo ad appartenenti a chi agisce nel campo bellico – e questa può essere una buona occasione di mobilitazione, che sta già venendo organizzata. Anche lo sciopero generale del sindacalismo di base del 25 ottobre deve diventare occasione di rilancio della mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici contro le politiche di guerra.
La guerra, con i suoi cicli di distruzione e creazione di merce, è centrale per il processo di accumulazione capitalista, denunciare questo fattore è fondamentale per la nostra azione.
La linea di faglia del Golfo è sempre più tesa, il rischio di una conflagrazione sovra-regionale è dietro l’angolo. Il prezzo della guerra lo pagheranno i proletari di tutto il mondo. Alcuni lo pagheranno venendo massacrati in guerra, altri lo pagheranno con una riedizione della crisi petrolifera. Come è sempre stato e come sempre sarà fintanto che non verranno smantellate le fondamenta stesse di un’organizzazione sociale basata sull’accumulazione di capitale, sul dominio, sul patriarcato, sugli stati.

 

Lorcon e J.R.

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La punk spiegata alla nonna – Filosottile @ Esplosioni ’19 Asti

Qualche foto scattata allo spettacolo di Filomena “Filo” Sottile “La punk spiegata alla nonna” svoltosi durante Esplosioni ’19, il primo compleanno del Laboratorio Autogestito La Miccia di Asti.

 

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Essenza del capitalismo e disastro ambientale

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 27 anno 99

La crisi ecologica che stiamo vivendo globalmente è il prodotto diretto del capitalismo: un modo di produzione basato non sul soddisfacimento dei bisogni di individui e comunità ma sullo sfruttamento del lavoro dei più e sulla distruzione delle risorse naturali per il profitto della classe dominante.

Il capitalismo si basa sulla trasformazione di qualsiasi risorsa e del lavoro umano in merce, il cui valore di scambio è slegato dal valore d’uso. La produzione di merce non segue nessuna razionalità se non quella interna alla logica del capitale. Pensiamo, ad esempio, al settore tessile, uno dei settori che è stato alla base dell’accumulazione capitalista fin dal tardo medioevo: non si privilegia la creazione di capi duraturi ma una sovrabbondanza di capi di pessima qualità, con filiere lunghissime – materie prime e centri di produzione dislocati in diverse aree del pianeta e semilavorati e lavorati spostati tramite reti logistiche globali – che durano poco e soggetti, per altro, ai cicli delle mode. O all’elettronica di consumo, dagli elettrodomestici ai computer e smartphone, in cui l’obsolescenza programmata e il rendere difficoltose le riparazioni – non facendo reperire i pezzi di ricambio o incollando la componentistica al posto di usare meccanismi di chiusura a vite o incastro – sono la norma.

Ma allarghiamo l’orizzonte: la produzione energetica globale, fonte di pesanti devastazioni ambientali nei siti dove si estraggono le materie prime fossili e che per questo andrebbe razionalizzata fortemente, finisce per alimentare produzioni sovrabbondanti e inutili, anche grazie al legame tra materie fossili e materie plastiche di cui spesso si potrebbe fare a meno. E le plastiche hanno conseguenze ambientali pesantissime anche quando vengono riciclate dato che spezzare le catene polimeriche, decolorare, frantumare e riassemblare sono operazioni energeticamente costose. Eppure in un sistema in cui si deve alimentare il vulcano della produzione, che ciclicamente andrà ad impantanarsi nella palude del mercato, queste materie sono ovunque: costano meno rispetto ad altre, garantiscono maggiore profitto. [1]

L’origine della crisi ecologica non è da ricercarsi nei consumi ma nella produzione, ovvero nel capitalismo di cui il consumismo è solo un corollario: è l’offerta che determina la domanda. La critica dei consumi va sostituita con la critica della produzione, pena la caduta nel circolo vizioso del moralismo, della colpevolizzandone dell’individuo e dell’assoluzione del sistema che soggiace a produzioni nocive e irrazionali. Certo, ad esempio, noi tutti potremmo utilizzare borracce di alluminio in luogo delle bottigliette di plastica, e c’è chi lo fa da tempi non sospetti, ma se poi mancano le fontanelle pubbliche, spesso eliminate in nome di politiche contro il “degrado urbano”, per riempirle? E sei nei bar si rifiutano di farmi rifornimento? Forse sarebbe il caso di pensare che il problema non è tanto chi si trova a dovere comprare bottigliette di plastica ma il fatto che le aziende che vendono acqua imbottigliata in realtà vendono bottiglie di plastica. Altro esempio: fonte di inquinamento massiccio nelle aree urbanizzate sono i sistemi di riscaldamento poco efficienti. Bisognerebbe sostituire con nuovi sistemi le vecchie caldaie condominiali e attuare coibentazioni degli ambienti, ma in un quartiere popolare chi ha i soldi per fare queste migliorie? Come si può pretendere che persone a basso reddito, già costrette a comprare un appartamento in seguito all’alienazione del patrimonio immobiliare degli istituti per le case popolari, investano parte consistente dello stesso per fare realizzare un cappotto al loro stabile quando, magari, hanno difficoltà a pagare le normali bollette.

Dopo decenni di inazione da parte dei governi, ovvero dei comitati esecutivi della classe dominante, un movimento globale sorge e chiede “risposte concrete” su questi temi. Ma è un movimento che finora non ha avuto modo di legarsi e amalgamarsi con un più generale movimento per l’emancipazione sociale, chiede a chi ha generato il problema di risolvere. Ma per risolvere questo problema il capitalismo dovrebbe autoestinguersi, e non ci pare che la classe dominante abbia in agenda la propria stessa abolizione.

Si prova a costruire un discorso, un regime di verità, basato su una concezione pauperistica della vita, che leghi la risposta alla crisi ambientale, che deve essere rigorosamente individuale, monadica, e non collettiva, a misure di austerity che permettano di conservare a ampliare i profitti della classe dominante. La loro scommessa è fare introiettare l’austerity e il pauperismo come elementi morali e valori fondamentali per la vita associata, senza toccare il nodo delle industrie inquinanti, responsabili della gran parte delle emissioni di gas serra, scaricando, al solito, la colpa sulla classe dominata, cornuta e mazziata. I proletari non possono permettersi il cibo biologico e prodotto nel “rispetto dell’ambiente” di NaturaSì, vanno a fare la spesa al Lidl, o quando va bene in un normale supermercato di una qualche catena della GDO. Non possono permettersi auto elettriche o ibride e al contempo devono fare fronte a una cronica e strutturale mancanza di trasporti pubblici e devono usare macchine Euro2 o Euro3 per recarsi sul luogo di lavoro, a volte distante decine di kilometri. Ma questo i fautori del pauperismo fanno finta di ignorarlo, altrimenti si dovrebbe mettere in discussione la presenza di lavori assolutamente irrazionali e inutili, sia nel manifatturiero che nei servizi, eppure energivori sia in termini di produzione che in termini di energie spese per recarsi sui luoghi di lavori stessi.

L’ideologia della classe dominante fa di tutto per presentarsi come scientifica, ragionevole e razionale quando in realtà è semplice ragione strumentale e logica con assiomi assunti come precetti religiosi.

La green economy che provano a spacciare per salvezza non intacca minimamente i problemi strutturali del sistema sociale in cui viviamo. Ai fini dell’emancipazione umana e di un armonico rapporto con l’ecosistema in cui l’umanità vive poco cambia che si distrugga il Delta del Niger a furia di trivellazioni petrolifere o gli altipiani dell’America Latina per estrarre litio per le batterie di costosissime auto sportive Tesla. Distruggere le colture a uso alimentare per ricavare biomassa o biodiesel non è differente rispetto a distruggere i territori estraendo greggio.

La classe dominante ha intuito che movimenti come Fridays for Futures e Extinction Rebellion possono diventare qualcosa di più di semplici presentazioni di desiderata ai governi o, alla peggio di un qualche parziale ricambio nella classe dirigente. Per questo ha la necessità di ingabbiarla, cooptarla, disinnescarla. Ecco spiegato perché la politica politicante fa a gara per esprimere vicinanza ai giovani che scendono in piazza – certamente oltre a questo vi è anche il tentativo di cercarsi nuovi e giovani elettori in una fascia demografica piuttosto disincantata rispetto ai richiami delle urne – ha intuito i pericoli, ha bisogno riassorbire queste energie che potrebbero prendere altre strade.

Lo sviluppo del discorso ecologico porta al riconoscere un’intersezionalità del dominio e la necessità di un’intersezionalità delle lotte sociali. E di questo la classe dominante ha paura. La devastazione ambientale si collega a dinamiche legate al dominio di classe ma anche a quelle della razzializzazione e della divisione per generi. Se negli Stati Uniti, ad esempio, deve essere costruita una nuova discarica per rifiuti tossici o impiantata un’industria nociva questo verrà fatto in una zona in cui vi è una maggioranza di popolazione di colore o vicino a una riserva indiana. Le dinamiche del land grabbing nei paesi in via di sviluppo incidono fortemente sull’autonomia femminile, come ben spiegato da Silvia Federici nella sua raccolta di saggi “Reincantare il mondo”[2]. Il dominio passa da diversi vettori, chi vuole resistere alla devastazione sociale e ambientale e costruire qui e ora un mondo radicalmente altro non può non tenerne conto.

Un altro aspetto non secondario è che la crisi ambientale offre nuove possibilità di accumulazione capitalista. Banalmente l’innalzamento delle temperature marine – e gli oceani sono gli ecosistemi che più stanno raccogliendo calore e più risentono del global warming – permette l’apertura di nuove rotte commerciali a nord, nel Circolo Polare Artico, permettendo di ridurre drasticamente i tempi di navigazione tra Asia e Europa ed evitare il potenzialmente instabile canale di Suez o gli stretti del sud-est asiatico. Offre, sopratutto, migliori possibilità di sfruttamento dei giacimenti fossili e minerari in Siberia, nei mari dello stesso Circolo Polare, che potrebbero permettere, ad esempio, a potenze come Cina e Stati Uniti di rendersi energeticamente indipendenti sia dall’importazione di idrocarburi dal medio-oriente che da sistemi eccessivamente costosi di estrazione delle risorse fossili come il fracking.

E, inoltre, vi è tutto il mercato finanziario legato ai disastri naturali: assicurazioni per eventi climatici estremi, con relativo mercato di riassicurazioni, obbligazioni-catastrofe, bond ambientali, mercato delle quote di CO2.

Non basta ridurre i consumi individuali per porre freno alla crisi ecosistemica, bisogna agire alla radice del problema. Non servono maggiori o minori soluzioni tecniche, come quelle offerte da presunti “Green New Deal” o da soluzioni di decrescita (in)felice. E non si può dimenticare l’enorme impatto ambientale degli apparati militari, attualmente tra i più grandi inquinatori al mondo [3].

I piani per un Green New Deal sono fallimentari per loro stessa natura così come è stato fallimentare il vecchio New Deal degli anni che furono, collassato dopo pochi decenni sotto le sue stesse contraddizioni e la volontà della classe dominante di aumentare il suo profitto dopo essere stato costretto dai movimenti sociali a cederne una quota tramite il salario differito delle politiche welfaristiche. Lungo il corso del novecento le soluzioni riformiste, cioè che avevano la pretesa di cambiare solo alcuni aspetti del sistema economico senza intaccare le radici dei problemi, hanno dimostrato i loro limiti e sono, infine, tramontate.

La nostra scommessa è quella di una società basata sull’autogestione delle nostre vite, sulla produzione di beni – non di merci – che permettano di soddisfare i bisogni di tutti e tutte, di costruire una vita che vada oltre la mera sopravvivenza.

La razionalizzazione della produzione per evitare gli sprechi non è possibile con una società che si basa sullo squilibrio economico e di potere. Una produzione orientata verso il soddisfacimento dei bisogni e non verso l’accumulazione di capitale è possibile solamente in una società autogestita che abolisca fin da subito i privilegi e le differenze di classe, razza genere e specie, che abolisca il lavoro salariato e lo stato.

I limiti di movimenti come Friday For Future sono evidenti ma questi movimenti dimostrano al contempo che esiste un malcontento di fondo da parte di moltissimi giovani, che si vedono ora non solo negato un futuro dignitoso, , anche se interno alle compatibilità sistemiche, per quanto riguarda la condizione economica ma anche, e sempre più, per quanto riguarda le stesse condizioni ambientali.

Lorcon

[1] si veda anche l’articolo “Energia e rivoluzione industriale”: https://umanitanova.org/?p=3039 presente anche su questo blog

[2] Federici, Silvia “Reincantare il Mondo”, Ombre Corte, 2018

[3] Keucheyan, Razmig “La natura è un campo di battaglia. Saggio di ecologia politica”, Ombre Corte, 2019

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Lo stato gendarme

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 26 anno 99

Negli ultimi anni si è potuto assistere a un crescente dispiegamento di meccanismi disciplinari e repressivi in moltissimi paesi occidentali. Per rimanere in Europa abbiamo avuto due paesi, Italia e Francia, in cui vi è stata l’instaurazione di uno stato di eccezione permanente.
In Italia una classe dirigente priva di grandi capacità progettuali sul medio-lungo termine ragiona costantemente in termini emergenziali, incapace di affrontare i problemi sistemici che lei stessa ha generato o contribuito a creare. L’emergenza dei flussi migratori provenienti dalla Libia oramai perdura da quasi quindici anni e si è acuita dopo la rottura del blocco che è stato garantito per qualche tempo dall’alleanza con il deposto satrapo Ghedaffi, deposto e assassinato anche per mano di una politica estera schizoide portata avanti in occasione dell’attacco al governo Libico dalla stessa borghesia italiana. L’umanità eccedente costituita da immigrati presenti illegalmente sul territorio italiano, e creati ad arte da una legislazione criminale che opera oramai dai tempi della legge Turco-Napolitano, è basata sullo strumento della detenzione amministrativa, elemento centrale dei meccanismi basati sul diritto penale del nemico e sullo stato di eccezione. La criminale volontà di non aprire dei canali migratori liberi ha permesso il prosperare di organizzazioni di trafficanti e di procedere a una sempre più pressante militarizzazione del Mediterraneo da parte delle marine militari dell’Unione Europea e della così detta “Guardia Costiera Libica”, finanziata e sostenuta dai governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni. Chi, come le ONG che operano nel mare Mediterraneo, con la sua presenza insidia il controllo dei governi viene perseguito il più possibile.
L’umanità eccedente ai bisogni del mercato del lavoro viene chiusa un po’ ovunque in Europa in lager – e questo termine va usato nel significato più proprio del termine: deposito – in attesa di espulsione. Il migrante, specie se clandestino, è oramai un soggetto escluso dalle tutele dello stesso diritto liberale, allo stesso modo dello zingaro e del militante politico di cui la magistratura decreti la “pericolosità sociale”. Si intrecciano diversi piani di oppressione: migrante razzializzato, proletario o sottoproletario e, in alcuni casi, donna in una società patriarcale e magari sex worker. Soggetti esclusi da qualsiasi tutela, da additare come nemici non per quello che fanno ma per quello che sono. Soggetti a retate improvvise, detenzioni amministrative che si prolungano per mesi, trasferimenti improvvisi, espulsioni. Soggetti a cui viene completamente strappata una qualsiasi capacità di controllare la propria vita, sottoposti a un regime disciplinare quotidiano gestito sia dai professionisti della repressione, poliziotti, guardioni e militari presenti nei CPR, che, laddove presente, da infermieri e psichiatri che bombardano di psicofarmaci persone oramai frustrate nella loro intimità e sottoposte a una vita panottica.
Chi, anche se cittadino a tutti gli effetti, rimane intrappolato nella spirale del debito finisce in meccanismi disciplinari non meno feroci – anche se di una feroce meno evidente – in quanto alla sbarre e al filo spinato dei CPR si sostituiscono i controllori del programmi di workfare state, su tutti il famigerato Hartz IV tedesco o il meccanismo di workfare britannico. Tentativi, fino ad ora timidi anche se annunciati in pompa magna, di introdurre simili sistemi si sono avuti in Italia con il Reddito di Inclusione e il Reddito di Cittadinanza. Incapace di proporre anche solo delle riforme minime – riduzione dell’orario di lavoro, aumenti salariali, salario minimo, patrimoniale – la classe dominante gioca a scaricare tutto il costo delle sue continue crisi sulla classe dominata, utilizzando meccanismi di colpevolizzandone – è il soggetto indebitato la causa del suo indebitamento perché ha voluto vivere al di sopra dei suoi mezzi, ovvero vivere appena oltre la soglia della mera sussistenza, quindi è causa del suo male e pianga solo sé stesso – che contribuiscono a rescindere i legami sociali tra sfruttati.
L’insorgenza sociale a cui si è assistito in Francia negli ultimi tre anni, prima con la contestazione alla Loi Travail e poi il movimento dei Gilè Gialli, ha visto lo stato francese dispiegare la sua capacità di guerra interna: una polizia e una gendarmeria sempre più militarizzata hanno attaccato ferocemente qualsiasi manifestazione. Mezzi che prima venivano utilizzati solamente contro i gruppi razzializati della società che vivevano ai margini dello spazio metropolitano – banlieusard a tutti gli effetti – vengono ora usati anche contro i francesi di pura discendenza francese: pallottole di gomma, lacrimogeni, granate vere proprie vengono lanciate contro i manifestanti. Se Papon affogava gli algerini nella Senna durante le proteste contro l’ultima guerra coloniale combattuta dalla Francia ora nei fiumi ci finiscono affogati dai gendarmi anche i giovani francesi rei di avere partecipati a una festa che ha superato gli orari consentiti. È successo quest’estate.
Persa qualsiasi maschera si premiano in pompa magna i poliziotti e i gendarmi rei delle peggiori violenze: oramai una decina sono i caduti in operazioni di polizia durante i sommovimenti degli ultimi mesi.
Lo spazio urbano diventa sempre più terreno di lotta feroce nei confronti degli indesiderabili, degli oppositori. Chiunque si opponga alla città come macchina per crescita economica – a puro favore della classe dominante, ovviamente – o chiunque si trovi con la sua mera esistenza sul percorso dei progetti di riqualificazione/rigenerazione urbana – eufemismi per gentrificazione ed espulsione cotta degli abitanti – è un nemico e come tale viene trattato.
Il patto sociale social-democratico è inesorabilmente tramontato, la crisi ecologica è evidente ma non è ancora esplosa in tutta la sua violenza, le reti sociali informali di solidarietà, anche quelle più retrive come quelle familiari, in crisi.
Non verremo salvati da nessuno – dio, stati illuminati o tribuni della plebe – potremo essere solamente noi ad emancipare noi stessi.
lorcon

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