NOTE E RIFLESSIONI SU PERCORSI DI INCOMPATIBILITÀ

Di seguito un documento presentato al dibattito del XXX Congresso della Federazione Anarchica Italiana, tenutosi a Massenzatico nell’Aprile del 2019, e successivamente pubblicato su Umanità Nova.

 

NOTE E RIFLESSIONI SU PERCORSI DI INCOMPATIBILITÀ

Indice generale

NOTE E RIFLESSIONI SU PERCORSI DI INCOMPATIBILITÀ 1

1.0 La fase 1

1.1 La narrazione nella post modernità 1

1.2 Cosa c’è da perdere che non abbiamo già perso 3

1.3 Le sperimentazioni orfane 4

2.0 Del reddito o dell’incompatibilità di sistema 6

2.1 Reddito, lavoro e la società del consumo 6

2.2 Il reddito tra mutualismo e conflitto 9

3.0 Organizzazione 11

1.0 La fase

L’analisi negli ultimi anni, a partire, almeno, dall’inizio del ciclo di crisi nel 2008, si è concentrata molto sulle contingenze e le congiunture, sul qui e ora, più che sulle dinamiche strutturali che hanno determinato l’attuale assetto storico. Uno sguardo ampio sui meccanismi profondi che regolano la società e il peso che la politica rappresentativa e l’economia esercitano su concetti come reddito, lavoro e coesione, tarda a farsi strada.

Per correttezza e coerenza va fatto presente che in molti casi si sono tentati dei timidi passi a lato, in modo da poter sfruttare la prospettiva per una foto a grande angolo della realtà, ma insufficiente è stata la distanza presa per apprezzare l’interezza delle problematiche in atto.

Procederemo quindi tentando di analizzare la fase con un minimo di ordine, partendo da cosa non è stato fatto e di cosa non si è tenuto conto, dei passaggi non fatti e delle sintesi mai abbozzate (seppur a portata di mano).

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Il giorno in cui

Il giorno in cui comprenderete che la depressione non è “un periodo giù di corda” ma una fottutissima, e spesso grave, malattia; il giorno in cui comprenderete che la sindrome da stress post traumatico non è essere “un po’ schizzati” ma è non dormire la notte, fare incubi ricorrenti, avere pensieri circolari e invasivi; il giorno in cui comprenderete che la cultura patriarcale è fondata sull’oppressione sistematica di un genere, che le violenze sessuate (non sessuali: sessuate) sono una forma di violenza che si protrae ben oltre l’atto in sé e che non è detto che si superino “non pensandoci e andando avanti”, che i disturbi alimentari non sono una passeggiata o “una fase adolescenziale”; il giorno in cui metterete in discussione la vostra protervia, la vostra arroganza, la vostra violenza e comincerete a ragionare su come migliorarvi e migliorare la vita a chi vi sta accanto; quel giorno potrete aprire bocca o agitare le dita su una tastiera ed esprimere un commento, sensato, su una ragazza che decide di morire di sete e fame dopo avere subito tutta questa merda. Tutto il resto, le vostre argute riflessioni da colti imbecilli o i vostri commenti da bar, fa parte della già evocata merda.

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Difensori della Sacra Proprietà e Hoplofobici – Il noioso teatrino della legittima difesa

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 13 anno 99

Una buona parte del dibattito pubblico italiano degli ultimi mesi è stato impostato sui temi riguardante la legittima difesa e la diffusione di armi tra la popolazione civile. Già durante la campagna elettorale permanente degli ultimi anni la Lega Nord aveva posto al centro della sua propaganda la questione della difesa armata della proprietà privata; successivamente c’è stato l’ondata di polemiche, molto pretestuose, in merito alla ricezione della direttiva europea 477 ed infine il dibattito in merito alle modifiche della legge sulla legittima difesa, con il suo veloce corollario polemico in merito a un disegno di legge firmato da una settantina di senatori leghisti che, secondo alcuni, faciliterebbe l’acquisto di armi.

Per comprendere il senso di questo dibattito riteniamo sia necessario dare uno sguardo complessivo dei diversi temi che da esso emergono, senza rincorrere la sparata sensazionalista di questo o quel ministro o di personaggi francamente imbarazzanti del mondo pacifista; uno sguardo, quindi, che permetta di cogliere aspetti indicativi della situazione sociale.

Di là dei dati che indicano un continuo calo dei delitti gravi contro la persona, è palese che la “percezione della sicurezza” sia del tutto sbilanciata verso l’idea che i crimini gravi siano in aumento e che orde di banditi aspetterebbero il probo cittadino dietro l’angolo per rapinarlo. Da anni ripetiamo come questa situazione sia stata ricercata e voluta dalla classe dominante: non staremo quindi ad approfondire l’argomento.

In questo la propaganda leghista – ma anche di Fratelli d’Italia e di altri partiti – va a parlare al suo elettorato di riferimento, commercianti, piccola borghesia, pezzi delle aristocrazie operaie, piccoli e medi industriali, latifondisti, portando due messaggi a cui questo pubblico è sensibile:

1) La proprietà privata è sacra. Chi ammazza difendendo la proprietà va sostenuto anche se ammazza a sangue freddo un ladro disarmato: questi ha attentato alla sacralità della proprietà e quindi il suo sangue ricadrà esclusivamente su di lui.

2) I cambi avvenuti, sia in modo graduale che in modo traumatico, negli ultimi decenni hanno portato a una maggiore concentrazione di capitale in oligopoli facendo perdere centralità a quei settori della borghesia che si poggiavano sulle piccole e medie industrie e sul commercio al dettaglio. La figura del pater familias borghese, a capo di una piccola industria o proprietario del negozio a conduzione familiare e con pochi dipendenti, è stata ampiamente contestata nel corso dei decenni ed ha bisogno di essere rassicurata nel potersi raffigurare come figura eroica in lotta contro il mondo moderno. Il potersi rappresentare come maschio alfa, detentore del diritto di vita e di morte su chi attentata l’origine della sua posizione sociale, cioè su chi attentata alla sua sacra proprietà, rassicura.

Di fronte a questo poco importa che la legge sulla legittima difesa voluta dalla Lega impatti ben poco da un punto di vista pratico, sempre che regga in sede di Corte Costituzionale quando un magistrato solleverà una qualche eccezione di costituzionalità. Sul piano simbolico è passata e quell’elettorato di riferimento si sente, appunto, rassicurato nella sua posizione sociale. Viene riaffermata la sacralità della proprietà privata, per altro ben sancita da tutto il corpo normativo e dalle stesse regole sociali, e, ancora una volta, gli idoli di legno possono trionfare e le vittime umane cadere. Questo è quel che importa.

A poche ore di distanza dall’approvazione di questa legge si potevano vedere alcuni quotidiani online produrre titoli allarmati su come la Lega si preparerebbe anche a rendere più facile l’acquisto di armi, deregolamentando le armi con potenza tra i 7,5 e i 15 joule e rendendole di libera vendita. I titoli, e spesso gli articoli, sono stati volutamente impostatati in modo scorretto: si sta parlando di armi a aria compressa, quindi quasi esclusivamente con il tiro sportivo e che hanno un potere offensivo minore rispetto a un pugno ben piantato da un soggetto allenato. Si potrebbe ipotizzare che dietro vi sia il tentativo di aprire un mercato verso una serie di strumenti di difesa meno che letali che sfruttano l’aria compressa per lanciare dei proietti in gomma dura, strumenti di difesa sulla cui stessa efficacia abbiamo moltissimi dubbi per ragioni tecniche su cui non è il caso di dilungarsi, che però troverebbero di certo un buon mercato a causa dell’insicurezza percepita. Ovviamente nessuno ha analizzato questo dato, nonostante fosse evidente leggendo una delle principali testate della stampa di settore, ovvero la rivista Armi & Tiro, ma molti han preferito disegnare scenari apocalittici in cui si otterrà un AK-47 con i punti della spesa del supermarket.

Riportiamo la notizia in quanto permette bene di vedere il livello di polarizzazione raggiunto su questo dibattito. Già quando nell’autunno scorso è stato portato a termine l’iter di ricezione della direttiva europea 477 sulla regolamentazione del possesso di armi da parte della popolazione civile la stampa progressista, da la Repubblica fino al Manifesto, il quale nonostante riporti la dicitura “quotidiano comunista” non è che la costola sinistra della socialdemocrazia, si è messa a strillare su presunti scenari statunitensi alle porte.

Non staremo ad analizzare qua la situazione americana, già ampiamente analizzata in molti articoli[1] pubblicati negli ultimi anni e su cui riteniamo chiuso il dibattito ma è necessario rifocalizzarci su alcune questioni. Intanto la ricezione della direttiva 477 è una questione estremamente tecnica ed una sua disanima approfondita è abbastanza inutile per chi non sa la differenza tra un’arma semiautomatica ed un’automatica, gli iter di importazione di armi costruite all’estero, il funzionamento del Banco di Prova Nazionale o che cosa si intenda per armi demilitarizzate. La direttiva, al contrario di quello che molti hanno scritto, non ha assolutamente facilitato l’acquisto di armi da parte di privati, anzi per quando sia stata recepita in modo poco restrittivo rispetto ad altri paesi ha imposto alcuni ulteriori paletti, ma ha in parte razionalizzato il corpo di regolamenti, giurisprudenza e leggi che normano il settore. L’unica facilitazione che appare ad un’analisi della legge è la possibilità di comunicare l’acquisto, da parte di un soggetto già titolato, tramite Posta Elettronica Certificata senza doversi recare presso gli uffici delle questure, in tendenza con la telematizzazione della pubblica amministrazione.

Si potrebbe pensare che questa idiosincrasia per le armi da parte della stampa progressista e di molti elettori della sinistra sia semplicemente volontà di dare addosso all’avversario che sarebbe a favore della diffusione indiscriminata di armi da fuoco.[2] In realtà, come già scrivevamo a novembre 2017 nell’articolo “La social-misantropia” pubblicato su Umanità Nova:[3]

(…) La sinistra liberale avendo fallito nella sua strategia riformista, da decenni e non da ieri, per portare migliori condizioni di vita alla classe lavoratrice ed essendo diventata parimenti responsabile della devastazione della vita di centinaia di milioni di proletari (…) si trova a essere la frazione sinistra del capitale. In questo – facciamo finta di credere alla buona fede di certi soggetti politici – finisce per individuare problemi sbagliati o secondari, amplificarli e proponendo soluzioni che portano da un maggiore controllo sociale, cullando l’illusione di poter cambiare qualcosa rispetto alle ferree logiche del capitale una volta giunta al potere. (…) Avendo fallito nei propri fini dichiarati queste componenti [la sinistra-sinistra istituzionale ed i derivati centristi del riformismo] finiscono per farsi rappresentanti elettorali di frazioni dominate di classe dominante e di pezzi della piccola borghesia nonché di lavoratori dei servizi pubblici, sopratutto legati al mondo della cultura e dei servizi alla persona, le componenti della cosiddetta società civile. Avendo fallito ed essendosi convinte che il problema è rappresentato dal fatto che l’uomo sarebbe ontologicamente cattivo e non un prodotto storico, passano dalla social-democrazia alla social-misantropia: allora via con tiritere sulla necessità di più stato, più leggi, più controlli, più polizia – possibilmente direttamente introiettata negli individui – lamentele su quanto fanno schifo i poveri, che sono così maleducati ed altre amenità. Il problema non sarebbero allora le strutture sociali ma gli individui che sarebbero naturalmente pervertiti – contraddizione in termini, tra l’altro – e su cui è necessario operare una raffinata opera di disciplinamento. (…)”

Non è quindi questione di malafede se soggetti come Beretta, il presidente dell’OPAL e tra le figure di spicco del pacifismo italiano, che porta per ironia della sorte lo stesso cognome della famiglia di industriali delle armi di Gardone Val Trompia ed i suoi tristi emuli si mettono a lanciare strilli di orrore all’idea che circolino delle armi al fuori dei corpi armati dello stato. Certo, se glielo si chiede diranno che sono a favore di una qualche forma di disarmo delle forze armate ma, rimanendo nell’ambito del pacifismo borghese, essi vivono in una profonda contraddizione che non sono in grado di risolvere ma solo di elidere, non comprendendo che il punto non è il disarmo ma la necessità di smantellare la gerarchia sociale ed abolire il valore di scambio (per farla breve). L’hoplofobia[4] dell’ala sinistra del capitale è tutta già scritta nella sua storia, ovvero nella storia della sua falsa coscienza e del suo opportunismo, allo stesso modo in cui la voglia del piccolo borghese di farsi giustiziere della notte è scritta nella sua parabola discendente di ridicola figura messa in crisi non da immaginari banditi ma dalla ferrea logica del capitale.

NOTE

[1] Innanzi tutto: http://www.umanitanova.org/2015/10/20/la-propaganda-alla-prova-dei-fatti/ e http://www.umanitanova.org/2016/01/13/la-propaganda-alla-prova-dei-fatti-2/ oltre a http://www.umanitanova.org/2018/03/11/militarizzazione-sociale/ e http://www.umanitanova.org/2018/05/13/la-marcia-del-vittimismo/ .

[2] in realtà tutta la storia delle leggi italiane sul controllo delle armi, partendo dalle leggi giolittiane sul porto di coltello, è basata sulla necessità di rendere più difficile la detenzione di armi a soggetti che non diano sufficienti garanzia di lealtà verso lo stato: nella concessione di licenze di detenzione, porti d’arma ad uso sportivo o venatorio, per non parlare dei porti per difesa personale, è lasciata ampia garanzia alle questure che possono dare dei dinieghi anche senza che il richiedente abbia commesso alcun reato o sia sotto indagine ma in base a informazioni “sommariamente raccolte” ed informative di polizia. La base legislativa è il TULPS fascista che addirittura concede ai prefetti la possibilità di sequestrare preventivamente tutte le armi nel territorio di competenza in caso di “gravi turbamenti dell’ordine pubblico”: la formula è volutamente vaga e le successive integrazioni sono date dalle leggi emergenziali degli anni settanta e da una confusa giurisprudenza. Da un punto di vista dei dati non si può, in qualsiasi discussione su questo tema, tenere conto del fatto che il numero di armi possedute da privati in Italia sia andato aumentando quasi costantemente mentre altrettanto costantemente è calato il numero di omicidi con armi da fuoco, in tendenza con quello che è successo in buona parte del mondo.

[3] http://www.umanitanova.org/2017/11/07/la-social-misantropia/

[4] Fobia patologica delle armi.

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Podcast – Anatomia di una Intelligenza Artificiale

Qualche mese fa mi è capitato di leggere l’ottimo progetto Anathomy of an AI System che ha sistematizzato una serie di riflessioni che io stesso, evviva le sincronie, insieme ad altr*, porto avanti da un po’ di tempo. Ovvero come i così detti sistemi di intelligenza artificiale, che poi sono ben distanti da sistemi dotati di autocoscienza, ma che comunque si distinguono per forme di non linearità, impattano nel modo di produzione capitalistico, quali contraddizioni portano, o ampiano, e quali invarianze… invariano. Al di là delle retoriche accelerazioniste o primitiviste, che non mi appartengono, è necessario analizzare con un occhio radicalmente critico questi ritrovati comprendendo come impattano sulla nostra vita di proletari e come potranno essere usati ai fini dell’emancipazione sociale. A partire dallo studio di questo progetto ho elaborato un articolo, Anatomia di un’Intelligenza Artificiale, che si integra con gli altri articoli scritti sul tema, come Gli Arcana Imperii dell’economia dell’informazione, ma che si riallacciano anche alla polemica intorno ai temi del legame tra scienza, tecnologia e rivoluzione sociale.

Il 15 marzo 2019 sarò a Torino, in quel di Corso Palermo 46 (Barriera caput mundi), presso la sede dei compagni della Federazione Anarchica Torinese, a fare due chiacchere su questi temi. Di seguito il podcast dell’approfondimento fatto venerdì 8 marzo su Anarres, trasmissione informativa di Radio Blackout. Legge di Murphy permettendo ne seguirà un altro il 15 mattina stesso.

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Era tanto una brava persona‭…

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 9 anno 99

Durante il corteo dell‭’‬8‭ ‬Marzo,‭ ‬a Milano,‭ ‬un gruppo di manifestanti ha colorato di rosa la statua di Indro Montanelli,‭ ‬fortemente voluta dall’amministrazione Moratti‭ – ‬De Corato qualche anno fa,‭ ‬per ricordare il totem della destra italiana.‭ ‬L’azione ha causato un certo scandalo,‭ ‬segno che è riuscita.
Indro Montanelli è una di quelle figure che hanno assunto uno status di santità,‭ ‬venerato già in vita dalle destre e,‭ ‬dopo i suoi attacchi via stampa a Berlusconi all’epoca della discesa in campo di questi,‭ ‬anche da una buona parte della sinistra‭; ‬questa era ben contenta che cotanto personaggio,‭ ‬grande firma del giornalismo,‭ ‬pure se appartenente al campo opposto,‭ ‬additasse il Caimano come un parvenu.‭ ‬In più questa grande firma della carta stampata era stata pure gambizzata dalle bierre e,‭ ‬signora mia,‭ ‬si vorrà mica criticare una vittima del terrorismo‭?
Insomma Montanelli non va criticato proprio,‭ ‬vittima del terrorismo,‭ ‬lucido giornalista,‭ ‬simbolo di quella destra piena di moralità,‭ ‬figura retta e proba‭… ‬e stupratore razzista e guerrafondaio.‭ ‬È noto che la mente umana gioca brutti scherzi,‭ ‬uno dei quali è il tentativo di risolvere la dissonanza cognitiva.‭ ‬Quindi:‭ ‬Montanelli è una figura moralmente proba,‭ ‬Montanelli comprò una schiava sessuale dodicenne,‭ ‬una ragazza di nome Destà,‭ ‬durante una campagna di conquista coloniale ma,‭ ‬siccome è evidente che comprare una bambina per affermare la propria potenza di maschio italiano non è esattamente tra le azioni aderenti a un’etica anche solo minimamente decente,‭ ‬ne deriva che il comprare schiave va contestualizzato.
Erano altri tempi,‭ ‬bisogna contestualizzare‭ ‬appunto,‭ ‬chi siamo noi per giudicare,‭ ‬Contessa,‭ ‬poi era costume in quelle terre barbare e per fortuna che il Duce e il Re sono venute a salvare Faccetta Nera,‭ ‬la bella abissina,‭ ‬comprata dal bell’ufficiale bianco a capo di una banda di Askari che le fornisce pure una casupola in cui vivere.‭ ‬Gasandola con l’iprite,‭ ‬bruciandola con i lanciafiamme,‭ ‬bombardandola.‭ ‬Infine stuprandola,‭ ‬perché gli stupri di guerra sono parte integrante dell’attività bellica più o meno dai tempi di Ilio e nelle guerre di saccheggio coloniale hanno spesso toccato il loro apice.
Vogliamo proprio contestualizzare e farlo seriamente‭?‬ Già allora chi si opponeva alle avventure coloniali,‭ ‬italiane,‭ ‬francesi o inglesi sapeva‭ ‬inquadrare‭ ‬perfettamente‭ ‬quanto avveniva all’epoca:‭ ‬saccheggio,‭ ‬stupro,‭ ‬guerra,‭ ‬aggiogamento sono invarianze del capitalismo e c’era chi lo aveva ben capito:‭ ‬antimilitarist‭*‬,‭ ‬anarchic‭*‬,‭ ‬rivoluzionar‭*‬,‭ ‬cui si associava qualche liberale con un’idea di etica più alta rispetto a quella di Montanelli.‭ ‬Lo sapevano pure,‭ ‬anche se sono rimossi dalla storia,‭ ‬quelli e quelle che il colonialismo lo combattevano sul campo.‭ ‬Non c’è stato bisogno di aspettare qualche presunta,‭ ‬e mai avvenuta,‭ ‬cesura morale della storia patria per capire che andare a sterminare gli etiopi,‭ ‬o i libici,‭ ‬non è propriamente un’azione degna.
D’altra parte il colonialismo è un grande rimosso della storia occidentale e non solo in Italia‭ – ‬si pensi solo alla pluridecennale censura‭ ‬che La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo‭ ‬ha‭ ‬subito in Francia.‭ ‬Certo,‭ ‬gli italiani sono particolarmente bravi nell’opera di rimozione storica,‭ ‬basti pensare al discorso pubblico sulle Foibe ed alla negazione dei crimini del Regio Esercito in Slovenia‭ (‬o in Croazia o in Grecia‭)‬.
Insomma,‭ ‬nel‭ ‬2019,‭ ‬fa ancora scandalo dire che Montanelli era uno stupratore ed un guerrafondaio.‭ ‬Fa scandalo perché costringe a guardarsi allo specchio e a dire:‭ ‬diamine,‭ ‬non è che la nostra società è ancora fondata sulla rapina,‭ ‬il saccheggio e lo stupro organizzati dagli stati e dal capitale‭?
La statua di Montanelli non va,‭ ‬a nostro modesto parere,‭ ‬rimossa ma va lasciata ben tinta di rosa.‭ ‬Per ricordare a tutti e tutte che la ricchezza delle nazioni è fondata sulla rapina.‭ ‬Che lo stupro e l’oppressione di genere sono parte integrante del meccanismo di accumulazione di capitale e di costruzione della gerarchia sociale.‭
Tanto per chiudere la questione della contestualizzazione storica vorremmo qui ricordare che l’Indro nazionale ancora poco prima della sua dipartita da questa valle di lacrime di coccodrillo si rivendicava,‭ ‬senza uno straccio di autocritica,‭ ‬il suo passato di colonialista che comprava una ragazzina come schiava sessuale.‭ ‬Alla faccia di quelli che pensano che il fascismo sia un’abiezione morale che si cura leggendo e viaggiando,‭ ‬attività che il Montanelli praticò ambedue,‭ ‬è chiaro che‭ ‬il sessismo e la violenza non‭ ‬è esclusivo appannaggio di gretti ignoranti ma‭ ‬fanno parte del nostro ordine sociale,‭ ‬anche delle classi‭ ‬intellettuali.‭ ‬Tutto il resto è rumore.

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Intervista a un compagno del collettivo Bida – Autogestire i social

Questa intervista apparirà sul numero 9 anno 99 di Umanità Nova

Presentiamo di seguito l’intervista/discussione avuta con un compagno del collettivo Bida,‭ ‬un collettivo bolognese che si occupa di tecnologie dell’informazione in un’ottica anarchica e libertaria,‭ ‬con l’intento di fornire strumenti alla portata di tutti per uscire dalla gabbia che il capitale ha creato intorno a questi strumenti,‭ ‬imbrigliando il portato rivoluzionario di queste tecnologie.‭ ‬Da quasi un anno il collettivo Bida gestisce,‭ ‬tra i vari servizi,‭ ‬un’istanza di Mastodon,‭ ‬un social network,‭ ‬simile a Twitter più che a Facebook,‭ ‬decentrato,‭ ‬basato sulla federazione di istanze autonome e autogestito.‭ ‬Il progetto è accessibile all’indirizzo mastodon.bida.im

Domanda:‭ ‬Per prima cosa:‭ ‬cosa è Mastodon,‭ ‬come funziona e come è nato il vostro progetto.

Mastodon è un software nato da uno sviluppatore tedesco,‭ ‬Eugen‭ “‬Gargon‭” ‬Rochko,‭ ‬che si era stancato delle dinamiche abusive,‭ ‬cioè la presenza di omofobi,‭ ‬razzisti e fascistoidi,‭ ‬che si erano sviluppate su Twitter.‭ ‬È un software che ha avuto piuttosto successo,‭ ‬circa due milioni di utenti in due anni dalla nascita‭; ‬una delle caratteristiche principali è che da questo software è nata una comunità che si basa su una policy,‭ ‬una serie di regole di utilizzo antirazzista,‭ ‬antisessita e antifascista.

Abbiamo iniziato a ragionare su questo software partendo da questo motivo,‭ ‬noi facciamo parte,‭ ‬come collettivo Bida,‭ ‬del circolo anarchico‭ “‬C.‭ ‬Beneri‭” ‬di Bologna.‭ ‬Siamo nati come gruppo di lavoro che si occupava del server del circolo,‭ ‬abbiamo aiutato a crescere il circuito Rebal.‭ ‬Circa due anni fa,‭ ‬abbiamo iniziato a fare una serie di ragionamenti sui social network.‭ ‬Quello che vedevamo era che il movimento nella sua totalità,‭ ‬molti compagni e simpatizzanti,‭ ‬spingevano per l’utilizzo di social network commerciali,‭ ‬come Facebook.‭ ‬Sono discussioni che si sono avute sia nella mailing list del’Hackmeeting sia dentro il Circolo Berneri che dentro l’XM24‭; ‬da queste discussioni sono nati laboratori specifici e presentazioni di libri,‭ ‬come quello di Ippolita.‭ ‬Abbiamo cominciato a discutere,‭ ‬sia come collettivo Bida che come HacklabBO,‭ ‬l’hacklab presente in XM24,‭ ‬di possibili soluzioni e abbiamo individuato l’utilizzo del software Mastodon come una buona soluzione.

Questa piattaforma ci è sembrata la migliore soluzione tra i vari software disponibili per creare social network non commerciali,‭ ‬grazie alla comunità che si è formata sull’istanza principale,‭ ‬creata direttamente da Gargon.

A partire da quell’istanza,‭ ‬che è mastodon.social,‭ ‬sono nate molte istanze legate ai movimenti,‭ ‬in particolare a quelli LGBT e Queer.‭ ‬Abbiamo quindi deciso di creare anche noi un’istanza Mastodon qua a Bologna.

‭Domanda:‭ ‬Parliamo quindi di un progetto che funziona per istanze autonome,‭ ‬autogestite.‭ ‬Non è un social network classico,‭ ‬come Twitter o Facebook,‭ ‬dove invece tutto è centralizzato su dei server gestiti da un unico attore,‭ ‬commerciale,‭ ‬e in cui l’utenza non ha praticamente nessun potere‭ – ‬pensiamo,‭ ‬ad esempio,‭ ‬alla nuova policy calata dall’alto su Tumblr che ha fatto fuggire via migliaia di account legati al mondo LGBTQ‭ – ‬ma una federazione di istanze indipendenti tra di loro che decidono di condividere un progetto.

‭Ogni utente si iscrive a un’istanza e ogni istanza ha una sua policy,‭ ‬ha un suo manifesto,‭ ‬che fornisce delle linee su come stare in quell’istanza.‭ ‬Noi ci siamo ispirati molto alla policy di Indymedia Italia,‭ ‬adattandola a ciò che sono adesso i social network.‭ ‬È una policy che abbiamo visto che funzionava e funziona,‭ ‬una policy ragionata che si adatta anche ai tempi di oggi.‭ ‬Nel giro di un anno l’abbiamo testata e abbiamo visto che noi che amministriamo l’istanza bolognese con questa policy riusciamo tranquillamente a gestire le problematiche che in una qualsiasi comunità virtuale si vanno a creare.‭ ‬Una policy che permette di individuare fin da subito comportamenti inaccettabili da parte di razzisti,‭ ‬sessisti,‭ ‬molestatori in genere,‭ ‬ben strutturata e che permette di avere una vita abbastanza tranquilla dentro una comunità virtuale.

Il software,‭ ‬inoltre,‭ ‬in sé è molto stabile,‭ ‬sopratutto rispetto a software che volevano essere un’alternativa a facebook come diaspora.‭ ‬Noi come tecnici abbiamo visto che permette di gestire bene la comunità,‭ ‬permette di ricevere facilmente delle segnalazioni e avviare delle discussioni per risolvere le situazioni e attuare una descalation.

Domanda:‭ ‬Sui Social Network vi è un fortissimo accentramento di potere,‭ ‬dato dalla struttura capitalista degli stessi e al fatto che rispondono‭ ‬all’esigenza di mettere a valore l’esperienza su Internet delle persone.‭ ‬Progetti come Mastodon invece vanno in una direzione diametralmente opposta,‭ ‬tendono alla costruzione di percorsi federati,‭ ‬in cui ogni nodo,‭ ‬o istanza,‭ ‬è dotato di un’autonomia,‭ ‬è gestito dalla sua comunità.‭ ‬Esistono progetti per nuove istanze‭?

Da pochi giorni è nata l’istanza mastodon.cisti.org gestita dall’hacklab underscore di Torino.‭ ‬A Milano e Napoli ne stanno discutendo,‭ ‬a Jesi è nata un’altra istanza che utilizza però Pleroma‭ (‬snapj.saja.freemyip.com‭)‬,‭ ‬un’altra piattaforma di Social Network federati,‭ ‬e non Mastodon:‭ ‬c’è un certo interesse in giro.‭ ‬Nnoi speriamo che a breve nascano altre istanze,‭ ‬dislocate sui territorio,‭ ‬vere e proprie comunità locali.‭ ‬È un progetto questo che ha senso se nascono molte istanze,‭ ‬dislocate localmente.‭ ‬Noi come Collettivo Bida non vogliamo diventare un Facebook all’italiana,‭ ‬essere cioè il nodo centrale.

Domanda:‭ ‬il protocollo di comunicazione stesso alla base della federazione tra diverse istanze permette collegamento tra vari software,‭ ‬che forniscono servizi differenziati,‭ ‬dando la possibilità di uscire dalla gabbia del‭ “‬capitalismo delle piattaforme‭”‬,‭ ‬in cui invece degli attori in regime oligopolistico tentano di gestire l’intera vita online degli individui.

Noi stiamo parlando di Mastodon ma dovremmo,‭ ‬in effetti,‭ ‬parlare di ActivityPub,‭ ‬un protocollo che è usato anche da altri software come Pleroma,‭ ‬un social network simile a Mastodon,‭ ‬o da PeerTube,‭ ‬un software per piattaforme video federate o,‭ ‬ancora,‭ ‬Funkwhale,‭ ‬una piattaforma per la fruizione di contenuti musicali‭ ‬-‭ ‬che ricorda Spotify‭ ‬-‭ ‬ovviamente non commerciale.‭ ‬Il protocollo lo si può anche integrare in piattaforme come NextCloud,‭ ‬una piattaforma di data clouding che permette di non usare servizi commerciali come DropBox.

Si può creare una rete comune per potere avviare discussioni,‭ ‬integrando,‭ ‬tramite questo protocollo,‭ ‬software che svolgono diverse funzioni e di integrarli in modo federato,‭ ‬non gerarchico.

Domanda:‭ ‬Rispetto a un progetto come Indymedia,‭ ‬parlo di questo in quanto è il progetto che ho attraversato anche io per anni,‭ ‬che si concentrava sulla pubblicazione di notizie,‭ ‬Mastodon e le altre piattaforme basate su ActivityPub permettono di coinvolgere la sfera della vita multimediale di una persona online in modo molto più integrale

Una piccola premessa:‭ ‬noi quando abbiamo iniziato come collettivo avevamo l’idea di creare una sorta di Social Network legato all’informazione,‭ ‬molto vicino a Indymedia.‭ ‬Poi compagn‭*‬,‭ ‬ma anche‭ “‬persone normali‭”‬,‭ ‬hanno cominciato a iscriversi e dagli utenti stessi è emersa l’esigenza di usare il Social Network non solo per informazione,‭ ‬ma anche per pubblicare foto proprie,‭ ‬vendere la bicicletta,‭ ‬quindi di una piattaforma non legata esclusivamente all’informazione ma utilizzabile a‭ ‬360‭ ‬gradi.‭ ‬A quel punto noi come collettivo,‭ ‬un collettivo libertario,‭ ‬ci siamo resi conto che le esigenze erano altre rispetto a quelle a cui avevamo pensato inizialmente.‭ ‬C’è stato uno scambio di idee tra tecnici e non tecnici,‭ ‬ci siamo adattati alle esigenze di chi si era iscritto,‭ ‬andando a modificare quelli che erano stati gli intenti iniziali del Social Network.‭ ‬Non siamo andati a imporre la nostra visione ma abbiamo interpretato in modo dialettico il rapporto con gli utenti.

Domanda:‭ ‬Questo è un dato molto interessante che mostra come si possa uscire dalla gabbia della commercializzazione di internet che abbiamo visto,‭ ‬e subito,‭ ‬negli ultimi dieci anni,‭ ‬evitando modalità verticistiche.‭ ‬Bisognerebbe però anche cominciare a interrogarci sul creare progetti che permettano di uscire,‭ ‬oltre che dalle dinamiche dei social network commerciali,‭ ‬anche dalle gabbie imposte dalla gestione delle infrastrutture di accesso a Internet,‭ ‬che è gestita da attori completamente integrati nella struttura capitalista e statale,‭ ‬con tutto quello che ne consegue:‭ ‬banalmente la possibilità,‭ ‬per gli stati,‭ ‬di spegnere letteralmente Internet quando sono in corso mobilitazioni,‭ ‬o veri e propri moti insurrezionali,‭ ‬come è accaduto durante le Primavere Arabe,‭ ‬ma anche in Iran e a Hong Kong,‭ ‬o ancora come è successo poche settimane fa in Zimbawe.‭ ‬Progetti come Mastodon agiscono sul livello applicativo,‭ ‬possiamo dire,‭ ‬su quello che l’utente vede e usa,‭ ‬il sito web o il servizio,‭ ‬ma giocoforza lasciano da parte tutto quello che c’è dentro la‭ “‬scatola nera‭” ‬che per molti è Internet.

Questo è un dato molto interessante su cui bisogna lavorare.‭ ‬Per quanto ci riguarda come collettivo,‭ ‬ma anche come circolo,‭ ‬stiamo ragionando sulla creazione di infrastrutture della parte più bassa del livello ISO/OSI‭[‬1‭]‬,‭ ‬quella che gestisce l’accesso fisico alla rete e il modo in cui i pacchetti di dati girano su di essa‭; ‬supportiamo il progetto Ninux e qua al circolo abbiamo un’antenna e stiamo cercando di creare una rete mesh,‭ ‬ma è un progetto che per funzionare ha la necessità di vedere coinvolte più persone,‭ ‬o collettivi,‭ ‬per creare i nodi della rete.‭ ‬Ad esempio l’altro nodo della rete Ninux presente a Bologna è geograficamente troppo distante per delle reti che si basano su ponti radio in portata ottica.‭

Domanda:‭ ‬Una serie di progetti che possono permettere anche all’utente non particolarmente esperto da un punto di vista tecnico di utilizzare strumenti autogestiti e il più possibile fuori dalle logiche commerciali.‭ ‬Uscire quindi dalla prigionia delle piattaforme commerciali,‭ ‬spesso legati anche a strutture statali,‭ ‬penso a Facebook o,‭ ‬ancora peggio,‭ ‬a WeChat in Cina,‭ ‬probabilmente il progetto totalitario di più vasta portata dalla nascita di Internet a oggi.

‭Ovviamente noi come collettivo ci teniamo a dire che siamo fuori dall’idea‭ “‬Read The Fucking Manual‭” ‬-‭ ‬o RTFM,‭ ‬ovvero‭ “‬leggi il fottuto manuale‭”‬,‭ ‬modo di dire in modo spiccio per‭ “‬arrangiati a imparare come funzionano gli strumenti che usi,‭ ‬che non ci sarà sempre il tecnico a farti funzionare il computer‭” ‬-‭ ‬spesso molto cara a noi tecnici,‭ ‬quindi vogliamo che gli strumenti siano il più accessibili possibile.‭ ‬Ovviamente il discorso della‭ “‬consapevolezza tecnologica‭”‬,‭ ‬della capacità di autocostruzione,‭ ‬del Do It Yourself,‭ ‬rimangono importanti ma bisogna pure capire che se io voglio guidare un’automobile non devo essere per forza un meccanico.‭ ‬Non possiamo costringere le persone,‭ ‬per avere la‭ “‬dignità politica‭” ‬ad utilizzare uno strumento,‭ ‬a leggersi pagine e pagine di manuali.‭ ‬Bisogna creare di punti di incontro,‭ ‬altrimenti alla ricerca dello strumento perfetto si cade nell’immobilismo.‭ ‬Mastodon,‭ ‬e tutti i nostri progetti,‭ ‬non sono degli strumenti perfetti.

Non sono gli strumenti per fare la rivoluzione,‭ ‬non si può pensare di fare la rivoluzione con i mezzi tecnici e basta,‭ ‬ma sono strumenti che sono semplici da cui partire per avviare una critica.‭ ‬Altrimenti si lasciano praterie infinite a Facebook e similari,‭ ‬cosa che non aiuta.‭ ‬È bene tentare,‭ ‬prima di tutto,‭ ‬di appropriarsi degli strumenti e criticarli,‭ ‬capire le problematiche,‭ ‬cambiarli.‭ ‬Siamo sviluppatori,‭ ‬programmatori,‭ ‬tecnici,‭ ‬se qualcosa in uno strumento non ci piace lo modifichiamo per venire in contro alle esigenze della comunità che lo usa.

La forza di un sistema decentrato è proprio questa.‭ ‬Ogni istanza può modificare lo strumento pur rimanendo all’interno dell’universo di Mastodon,‭ ‬se ad esempio alla comunità di un’istanza non piace un particolare strumento del software lo può disattivare,‭ ‬o ne può inventare altri da integrare nel codice.


‬lorcon

‭[‬1‭] ‬la‭ “‬pila ISO/OSI‭” ‬è la rappresentazione multilivello di come vengono realizzate le connessioni tra apparati di rete.‭ ‬Ad esempio,‭ ‬semplificando al massimo,‭ ‬una pagina web,‭ ‬qualsiasi pagina web,‭ ‬è visibile all’utente a livello di applicazione‭ ‬-‭ ‬quello che vede sullo schermo‭ – ‬ma i dati che la compongono passano dal livello fisico‭ (‬cavi,‭ ‬onde radio,‭ ‬modi in cui vengono modulati i segnali‭)‬,‭ ‬al livello di datalink‭ (‬come vengono scambiati i segnali‭)‬,‭ ‬networking‭ (‬indirizzamento dei pacchetti‭)‬,‭ ‬trasporto‭ (‬segmentazione e riassemblamento dei pacchetti‭)‬,‭ ‬sessione‭ (‬la gestione dello scambio di dati‭) ‬e presentazione‭ (‬compressione e decompressione dei dati,‭ ‬crittazione‭)‬.‭ ‬Il processo avviene in direzione ascendente e discendente per ogni apparato che viene attraversato dai dati.‭ ‬I primi tre livelli sono gestiti dai provider in modo oligopolistico ma sono fondamentali per il funzionamento dell’intera struttura.

Per approfondire questi temi sempre su Umanità Nova abbiamo pubblicato:‭ ‬http://www.umanitanova.org/2018/11/18/anatomia-di-unintelligenza-artificiale/‭ ‬e http://www.umanitanova.org/2016/10/22/gli-arcana-imperii-delleconomia-dellinformazione/

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La lotta all’Italpizza di Modena – Dove sta la nostra classe

9/02/019 – Un momento del corteo lungo la Via Emilia a Modena

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 5 anno 99

L’Italpizza di Modena è una delle aziende leader del settore dei prodotti da forno surgelati. Questa posizione è stata costruita sullo sfruttamento intensivo della manodopera: doppi turni, lavoratori e lavoratrici presi mediante agenzie interinali e cooperative, mancata applicazione dei contratti collettivi e mancato rispetto dei mansionari.

In novembre-dicembre, dopo mesi e anni di rabbia carsica, era partita una prima vertenza sindacale organizzata da lavoratrici e lavoratori aderenti al SICOBAS con uno sciopero prolungato, picchetti, che hanno visto l’immediato intervento delle forze dell’ordine per reprimere i lavoratori, e una campagna di boicottaggio verso i prodotti dell’azienda. Il blocco della produzione e delle spedizioni, e in subordine la campagna di boicottaggio e la conseguente cattiva pubblicità per l’azienda – le notizie avevano avuto un forte eco sulla stampa locale – aveva costretto il padronato e le cooperative a scendere a patti: in dicembre si arrivava alla firma di un accordo tra le parti in Prefettura, con l’organo locale del governo che assumeva la funzione di garante.

Già in gennaio si vedeva quanto vale la parola dei padroni e delle istituzioni: l’azienda violava sistematicamente gli accordi presi e, non contenta, tentava di confinare gli iscritti al SICOBAS in un reparto-confino affinché il virus della lotta di classe non contagiasse altri lavoratori. La risposta non si è fatta attendere: una nuova ondata di scioperi e di picchetti. Ovviamente vi sono state di nuovo cariche, lacrimogeni, denunce.

Queste sono state le premesse che han portato alla convocazione per sabato 9 febbraio di una manifestazione in centro a Modena da parte del SICOBAS. Il corteo si è snodato da Piazzale Sant’Agostino lungo tutta la Via Emilia, portando le rivendicazioni operaie nel salotto buono della città, ha fatto sosta sotto il tribunale della città emiliana, dove è sotto processo per una montatura giudiziaria il coordinatore nazionale del SICOBAS, per poi proseguire verso la prefettura, dove è stato scandito a più riprese lo slogan “Questo palazzo non serve a un cazzo”, riferendosi al mancato rispetto degli accordi lì firmati da parte dell’Italpizza e dei suoi complici, per poi tornare nuovamente in pieno centro e lì sciogliersi.

La partecipazione è stata alta: circa ottocento i manifestanti: lavoratori e lavoratrici Italpizza, facchini della logistica, dal modenese e dal distretto piacentino ma con delegazioni anche da Genova, Roma e Novara, studenti, lavoratori metalmeccanici e del terziario. Presente anche una delegazione dell’Unione Sindacale Italiana – Confederazione Internazionale dei Lavoratori (USI-CIT) della sezione di Modena, che hanno fornito anche supporto logistico, e l’area anarchica, purtroppo poco visibile anche se numericamente non indifferente. Anche qualche membro della corrente sinistra della FIOM-CGIL era presente, cosa che non ha impedito a diversi interventi di attaccare il ruolo di crumiri e oggettivi provocatori antiproletari, per tacere degli abominevoli contratti firmati, spesso assunto da questa organizzazione nei confronti delle vertenze condotte dagli iscritti ai sindacati di base.

Numerosi gli slogan e i cartelli contro il governo, a dimostrazione che le frazioni più avanzate della classe operaia non si fanno ingannare dalle elemosine governative e ben sanno come “il governo del popolo” dei gialloverdi sia, come è naturale che sia, espressione degli interessi di classe della borghesia e porti avanti progetti tesi frazionare la classe lavoratrice tra lavoratori italiani e lavoratori di origine straniera.

Chi era in corteo sabato sa benissimo che il superamento della barriera della nazionalità è condizione sine qua non per intraprendere la strada che porti alla costruzione di una società di liberi ed eguali, senza servi e senza padroni.
Moltissimi lavoratori della Italpizza sono di origine straniera e vivono sulla loro pelle le politiche razziste dello stato italiano, politiche portate avanti con feroce continuità da decenni da parte dei governi di tutti i colori. Vivono sulla loro pelle l’oppressione di classe e l’oppressione razzista, così come le lavoratrici vivono coscientemente l’aggiunta dell’oppressione di genere.
Giustamente questo tema è stato ampiamente trattato dagli interventi al corteo, a cui era presente anche uno spezzone di Non Una di Meno – Modena, ricordando la necessità di costruire lo sciopero globale dell’Otto Marzo: alla faccia di quei rifiuti della storia del movimento operaio che negano la necessità della lotta contro il patriarcato.

Gli interventi finali hanno sottolineato come la giusta lotta economica da sola non possa portare a uno sbocco rivoluzionario, sopratutto se questa non si accompagnasse a una visione internazionalista.

La vertenza dell’Italpizza può segnare lo sbocco del sindacalismo di base in Emilia al di fuori del “ghetto della logistica”, e dei settori dove ha una storica ma variegata presenza in regione ovvero trasporti e istruzione, verso il settore dell’alimentare, componente fondamentale del sistema economico dell’Aemila Felix. Avvisaglie di questo tipo vi erano già state con la vertenza della Levoni l’anno scorso.
Non è un caso che governo e apparati statali, sindacati corporativi, questi ultimi impegnati contemporaneamente a sfilare a Roma alla ricerca di riconoscimenti governativi, e industriali abbiano fatto blocco unico: si creano montature giudiziarie nei confronti della dirigenza dei sindacati di base, si opera il crumiraggio, e anche l’aggressione fisica nei confronti dei lavoratori iscritti ai sindacati di base, si mandano in malora gli accordi siglati da poche settimane, si legifera che chi attua un picchetto può finire in galera.

La governance locale, Legacoop/Confcooperative, Partito Democratico, agrari e industriali, insieme alle multinazionali che, come Amazon e Ikea, fondano il loro modello di business sul feroce sfruttamento dei lavoratori della logistica, reagiscono alla ripresa del conflitto operaio.

Davanti al contrattacco padronale diventa imperativo categorico che il sindacalismo di base superi gli atteggiamenti tesi alla creazione di parrocchie sempre pronte a degenerare in senso burocratico e verticistico, atteggiamento a cui lo stesso SICOBAS non sfugge affatto, per rispondere agli attacchi padronali e portare la lotta su piani sempre più avanzati.

In ogni caso l’appuntamento è per l’Otto Marzo.

lorcon

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Il caso Battisti – Le maschere dello stato

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 2 anno 99

Domenica 13 gennaio, la lunga vendetta dello stato italiano nei confronti di un uomo in esilio ha potuto avere la sua spettacolare svolta. Uno dei tanti militanti dell’area del lottarmatismo diffuso, trasformato dai media italiani, su gentile imboccata della magistratura, in nemico pubblico numero uno, a cui sono stati appioppati diversi ergastoli, in parte per psicoreati quali il “concorso morale”, con dei processi farsa basati su dichiarazioni di un pentito, è stato prelevato in Bolivia e, in sprezzo alle stesse leggi del paese latinoamericano e di un po’ di convenzioni internazionali, trasportato in Italia, mostrato come un trofeo e poi sepolto in isolamento diurno nel carcere di Oristano, tanto per rendere difficili i contatti con legali e familiari. Detto per inciso: alla faccia di quelli che si illudono sui “paesi socialisti”.

La vicenda di Cesare Battisti solleva diverse questioni. Intanto vi è l’osceno spettacolo a uso e consumo dei media e della propaganda del governo offerto dai due ministri, interni e giustizia, che si recano ad accogliere il prigioniero, con tanto di sfoggio di giacche e mostrine. Il ministro meno dotato dei due per non passare in secondo piano rispetto al collega degli interni promuove pure un orripilante video, con il gentile contributo dei secondini. Fatti che causano una discreta irritazione non solo in tutti coloro che sono dotati di un minimo di decenza ma addirittura nei ranghi della magistratura.

Ai magistrati e ai professionisti del sistema giudiziario andrebbe chiesto se forse non sono stati proprio loro a promuovere per primi la spettacolarizzazione dei processi. Dalle dichiarazioni mezzo stampa di un Calogero all’epoca del processo Sette Aprile fino a Tangentopoli, passando per la vicenda Tortora, e poi avanti per decine di processi anche per reati comuni, la magistratura italiana si è distinta per l’avere usato l’esposizione mediatica degli indagati e degli imputati come mezzo di pressione verso questi e di auto-promozione per le carriere individuali dei magistrati inquirenti.

Forse le critiche della magistratura e simili verso il ministro della Giustizia sono più dovute al fatto che con la sua cafonaggine ha rubato la scena alla Procura Generale di Milano che ad altro.

Noi siamo dell’idea che se anche la vicenda si fosse svolta nel massimo riserbo e nel rispetto assoluto delle procedure non cambierebbe molto del nucleo di tutta la questione: il sistema di leggi emergenziali volute negli anni settanta, la torsione dello stesso diritto liberale – di cui di certo non siamo fan – in diritto penale del nemico, il ricorso sistematico alla tortura contro gli indiziati, la pentitocrazia, nata dall’incontro tra l’alienazione dei gruppi lottarmatisti e la volontà inquisitoria dei pool antiterrorismo dei Caselli e dei Dalla Chiesa, continuano a seppellire persone nei circuiti dei carceri speciali.

Uno dei grandi non detti di questa squallida vicenda è che lo stato è parte in causa. La strategia della tensione, le bombe nelle piazze, gli omicidi di decine di manifestanti, sono stati voluti e attuati da componenti dello stato italiano, a volte in modo diretto e a volte tramite gli utili servi del terrorismo neofascista, poi prontamente liquidati quando ascesi a un potere troppo elevato tentavano di acquisire un’autonomia decisionale e quando era l’ora per lo stato di reinventarsi antifascista. Lo stato può permettersi di giudicare come terrorista qualcuno solo perché ha vinto quella guerra contro i movimenti sociali e contro il movimento rivoluzionario negli settanta. Questa è una banalità che va tenuta sempre a mente: non esiste nessuna superiorità morale da parte dello stato, checché ne dicano gli intellettuali democratici.

La stessa memoria di quegli anni è stata appiattita dalla costruzione di un discorso pubblico che elide sia i movimenti sociali di massa, e in questo lo stesso lottarmatismo ebbe pesanti responsabilità, per parlare esclusivamente di “anni di piombo” come prodotto dello scontro tra gli opposti estremismi e le istituzioni democratiche, sia tutte le torsioni dello stesso diritto liberale di cui abbiamo detto prima, come le responsabilità nelle stragi degli apparati statali, ovvero di coloro che governano per conto della classe dominante. I giornali pubblicano interviste ai “parenti delle vittime” del “terrorismo rosso”, mentre fingono di ignorare le carte processuali e le testimonianze che mostrano come molti di quei processi che hanno portato alla presunta individuazione di colpevoli si reggono su procedimenti quasi esclusivamente indiziari “convalidati” da pentiti che ambivano a sconti di pena o che erano stati spronati a pentirsi dagli “interrogatori potenziati” in cui si stavano specializzando le varie squadre dell’antiterrorismo.

Le formazioni armate di quegli anni, sia quelle di rigorosa impostazione stalino-maoista che quelle più “movimentiste”, sono fallimentari esempi di impostazione militarista, viziate a monte da visioni in alcuni casi assolutamente controrivoluzionarie e opportuniste, finite come logica vuole in una spirale di omicidi politici, illudendosi che il cuore dello stato sia rappresentato dalla vita biologica dei suoi funzionari, e poi di epurazioni interne mediante omicidi in carcere, “processi proletari” a là Vyšinskij, scissioni e alleanze con la borghesia criminale della Nuova Camorra Organizzata, e in altri casi di un’ingenuità disarmante proprie del lottarmatismo diffuso e spontaneista. Pur tenendo ferma la barra della critica, che la nostra organizzazione e il nostro movimento espressero in modo chiaro fin dagli albori di quelle vicende, non possiamo non essere solidali con chi si trova vittima di una vicenda giudiziaria oscena, se non di una vera e propria montatura.

Che lo stato indossi la maschera del freddo ma corretto esecutore di sentenze passate in giudicato o che i suoi rappresentati si abbandonino a cafonate indossando una maschera sguaiata, con il ghigno di chi irride il nemico sconfitto, poco incide sul giudizio che va dato a questa vicenda.

lorcon

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Il vero volto del sovranismo

Articolo originariamente pubblicato su Umanità Nova numero 36 anno 98

Alcuni personaggi che vorrebbero iscriversi a sinistra – intendo questo termine come il porsi dalla parte del lavoro nel conflitto capitale/lavoro – oramai da quasi due decenni sono finiti per fare da sponde alle borghesie nazionali in nome del sovranismo, quella serie di ideologie che rimpiangono i bei tempi andati in cui gli stati nazionali erano forti e garantivano, generalmente sulle spalle dei territori colonizzati – ma questo lo si tace – alcune briciole della torta ai lavoratori. In questo campo troviamo personaggi che derivano dalla socialdemocrazia, dallo stalinismo, ma anche “fascisti sociali” che si rifanno al sansepolcrismo. Personaggi che, non contenti di avere osannato qualsiasi stato purché antiamericano, dalla Cina all’Iran, ora si eccitano davanti alle figurine che si sono aggiunte al loro album di famiglia: Orban in Ungheria, Kurz e Strache in Austria, i gialloverdi in Italia.

Come sovente accade la realtà tende a fare stracci dei fantasmi mentali degli imbecilli, ecco così che questi governi, osannati come “attenti ai bisogni dei loro lavoratori”, fanno passare leggi assolutamente antiproletarie. In Austria si apre alla possibilità di fare lavorare fino a 52 ore settimanali, un giorno lavorativo e mezzo in più rispetto alle otto ore conquistate con decenni di lotte operaie; ovviamente il tutto viene spacciato come straordinari volontari ma contemporaneamente si stabilisce che la richiesta di straordinari potrà essere fatta individualmente ai lavoratori aggirando gli organi di rappresentanza sindacale e che, addirittura, sarà il singolo lavoratore a dover fornire una giustificazione al padrone casomai decidesse di rifiutare di fare straordinari.

In Ungheria viene proposta una legge simile: diventerebbero possibili fino a 400 ore di straordinario all’anno, una giornata lavorativa di otto ore in più a settimana, 250 quelle ammesse ad ora, anche qua la trattativa sarebbe individuale aggirando la contrattazione collettiva, i tempi per pagamenti degli straordinari verrebbero dilatati a tre anni, favorendo grandemente gli industriali. La proposta di legge ha scatenato un’ondata di proteste di massa che, ci auguriamo, siano solo il primo passo di una più ampia mobilitazione sociale.

In Italia il governo gialloverde, alla faccia degli illusi che hanno votato da sinistra per i Cinque Stelle, spazza via con un colpo di spugna la maternità obbligatoria per le donne ed abbatte il già scarso congedo parentale per gli uomini. Se il provvedimento proposto in Commissione Bilancio passasse, una donna in stato di gravidanza potrebbe lavorare, previo parere favorevole del medico, fino al termine della gravidanza per poi usufruire della maternità dopo il parto. Anche qua si sproloquia di come tutto questo sarà assolutamente volontario ma ben sappiamo come le donne sul posto di lavoro già subiscano una maggiore compressione salariale e siano già grandemente ricattate, cose cui si aggiunge il lavoro di cura non pagato ma fondamentale per la riproduzione del capitalismo. Ben sappiamo, più in generale, come il concetto di volontarietà nei rapporti di lavoro, basati sulla gerarchia e sullo sfruttamento, siano una pia illusione.

Nel frattempo, sempre in Italia, il numero di morti sul lavoro aumenta rispetto agli anni precedenti, mentre il governo, che alcuni vorrebbero dalla parte dei lavoratori, tace – e di conseguenza acconsente – sulla vicenda. Uno degli ultimi morti è stato un boscaiolo di origine rumena, ucciso dal cavo d’acciaio spaccatosi di una teleferica, che lavorava in nero in Trentino. Il padrone al posto di soccorrerlo l’ha buttato in dirupo, forse ancora vivo, per poi simulare che il lavoratore fosse uno sconosciuto di cui aveva rinvenuto il cadavere.

Il tentativo capitalista di affrontare le crisi che il capitalismo stesso crea in continuazione passa per la compressione del costo del lavoro a fronte di un aumento di produttività. Maggiore sfruttamento, allungamento degli orari di lavoro, dilazione dei pagamenti, minori investimenti sulla sicurezza, attacco alle organizzazioni sindacali, tentativo di ricondurre le trattative su di un piano individuale, dove il padrone è logicamente più forte.

In tempi di tecnologie che permetterebbero un’automazione spinta e possibilità di lavorare meno, o di non lavorare affatto, dando spazio al godimento della vita, il vecchio che non vuole morire continua a mangiare i vivi per riprodursi.

Già la socialdemocrazia mostrò chiaramente il suo fallimento quando appoggiò le imprese coloniali e votò i crediti di guerra nel 1914, dopo avere passato decenni a indebolire le lotte. Il sovranismo e le sue pappette riscaldate sta cominciando a mostrare il suo vero volto ancora prima.

lorcon

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Libertà per Cintoya Brown

Articolo originariamente pubblicato su Umanità Nova numero 36 anno 98

Aggiornamento del 07/01/2019:

Oggi il governatore del Tennessee, messo all’angolo da un’imponente campagna che ha travalicato gli stessi USA, ha promulgato la grazia nei suoi confronti dopo: sarà liberata nell’agosto 2019. Certo sarebbe stato auspicabile venisse liberata subito. Ma si dimostra, ancora una volta, che la libertà per i prigionier* potrà essere ottenuta solo con la lotta.

Negli Stati Uniti sta guadagnando attenzione, anche da parte dei media mainstream, il caso di Cyntoia Brown, una giovane donna afroamericana che si trova incarcerata in Tennessee condannata all’ergastolo e con la possibilità di uscire in libertà condizionata solamente dopo 51 anni di carcere. Il suo caso è il classico caso in cui più tipi di oppressione si intersecano strettamente tra di loro. Dopo un’infanzia non facile venne costretta, appena adolescente, a prostituirsi da un pappone che l’abusava abitualmente. A sedici, nel 2004, anni uccise un agente immobiliare quarantatreenne che l’aveva comprata dal suo pappone e venne, in seguito, arrestata. Ha sempre dichiarato di avere agito per autodifesa ma venne processata come adulta e condannata in base all’accusa mossa dal procuratore distrettuale – l’equivalente del pubblico ministero – ovvero di avere agito con lo scopo di derubare il morto, in quanto allontanandosi dalla scena dell’omicidio portò via con sé dei contanti e la perizia balistica avrebbe stabilito che il colpo fatale è stato esploso alle spalle.

Un caso in cui si miscelano chiaramente gli elementi dell’oppressione di classe, di genere e di razza.

Schiavizzata da un infame, abusata psicologicamente e fisicamente da questi in quanto donna, venduta come merce, proveniente da una situazione di povertà economica, appartenente a un “gruppo etnico” oppresso.

Da lì finita nelle maglie di un sistema giudiziario classista e razzista, processata come un adulto in spregio alle stesse regole del diritto liberale, condannata a una pena detentiva lunghissima.

Il suo caso aveva già destato scalpore all’epoca ma ora sta tornando d’attualità: il sei dicembre 2018 la corte suprema dello stato del Tennessee ha confermato che potrà essere rilasciata sulla parola solo dopo cinquantuno anni di carcerazione. Immediatamente i gruppi di attivisti e di militanti che avevano seguito il caso hanno fatto partire una campagna per farle concedere la grazia, e di conseguenza l’immediata libertà, da parte del governatore repubblicano dello stato. Questi è stato costretto a prendere parola pubblicamente dopo essere stato messo alle corde da parte di un attivista di Black Lives Matter durante un incontro sul sistema educativo del Tennessee che si teneva presso l’università dove Cyntoia si è laureata mentre era già in carcere. Il governatore, che è uscente e da qua a sei settimane terminerà il suo mandato, ha fatto una tiepida apertura verso la concessione della grazia dichiarando che il suo ufficio sta considerando la questione.

Immediatamente è stata intensificata la campagna a favore della prigioniera, raccogliendo cinquecentomila firme in favore della liberazione della Brown, organizzando manifestazioni e presidi e facendo partire una campagna stampa che ha guadagnati l’attenzione dei media nazionali sul caso.

Ancora una volta si dimostra come la giustizia sotto il regime della borghesia non è altro che un’illusione e che solo la mobilitazione dal basso potrà ottenere la libertà per i prigionieri.

Gli Stati Uniti sono il paese con il maggior rapporto carcerati/popolazione al mondo, i frutti della crisi capitalista sono stati affrontati, si dagli anni settanta, con la carcerazione di massa e con politiche carcerarie tese a massimizzare il profitto costringendo i detenuti a lavori malpagati o gratuiti che sono la diretta prosecuzione della schiavitù.

Le lotte dei carcerati americani di questi anni, compresi gli scioperi dei lavoratori detenuti, le rivolte carcerarie, gli scioperi della fame, gli atti di resistenza individuali e collettivi, si inseriscono nel generale fermento che investe il paese. La lotta di Cyntoia Brown è la lotta di tutti e tutte coloro che sono stati imprigionati da un sistema basato strutturalmente sull’oppressione e sullo sfruttamento.

lorcon

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