Overdose di Stato

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 9 anno 100

[Ora d’aria. I detenuti parlano fra loro]

[Voce dall’altoparlante] “Attenzione! Attenzione! La partita di calcio non verrà trasmessa”

[Detenuto #1] “In nome del popolo italiano” [segue pernacchia collettiva dei detenuti]

[Secondino #1] “Rientrate tutti nelle celle”

[Detenuto #2] “Non date retta a quello. Ci spetta un’altra mezz’ora”

[I secondini chiudono la porta che collega le celle al cortile. Urla dei detenuti e proteste sempre più veementi di quest’ultimi. I secondini si appostano sulle mura che sovrastano il cortile]

[Detenuto #3] “Vogliamo giustizia. Non siamo bestie!”

[Secondino #2] “ma che c’entra tutto questo con la partita?”

[Detenuto #4] “pure questo c’entra. E tutte le altre promesse che non avete mantenuto.”

[Secondino #3] “Ignoranti!”

[Detenuto #5] “Ignorante sei tu che stai qui pe’ 80mila lire al mese! Schiavo! Schiavo!”

[Secondino #2] “E voi che ce fate qui avanzo de fogna?!”

[Detenuto #6] “Vogliamo mantenere le nostre famiglie e vogliamo qui il giudice di sorveglianza. Capito?! Il giudice!”

[Detenuto #7] “Perchè nun ce fate i laboratori co’ tutti i miliardi che ce fregano?!”

[Detenuto #8] “Basta con i processi che durano degli anni!”

[Detenuto #9] “Meglio la morte che sto carcere.”

[Maresciallo dei secondini] “Silenzio, rientrare nelle celle. Pazienza ne ho poca. Obbedire!”

[Coro di sfottò dei detenuti] “Duce! Duce! Duce! Duce! Duce! Duce! Duce!”

scena tratta da “L’istruttoria è chiusa: dimentichi”, regia di Damiano Damiani (1971)

Il carcere è sempre stato ritenuto un luogo di punizione dove mandare chi non si fosse adeguato o normalizzato alle leggi vigenti. Il concetto di “correzione” o “educazione” dell’individuo, introdotto nel corso del XIX e XX secolo, è stato un modo per dare una parvenza di “umanità” – che tanto rincuora quelle anime belle intrise di un pietismo cristiano che farebbero impallidire uno Stirner o un Nietzsche dei bei tempi andati -, e formare individui rieducati alla paura ed alle logiche dell’attuale assetto socio-economico.

La retorica della correzione e dell’umanizzazione delle carceri,” scrivevamo in “Carota e mercede”[1], non è altro che un tentativo squallido di nascondere lo sfruttamento e le violenze (fisiche ed economiche) verso i/le detenuti/e.”

Le strutture detentive presenti in Italia possono ospitare massimo 50mila unità. Stando quanto riportato dal Ministero della Giustizia [2], la popolazione carceraria si aggira intorno alle 61mila unità – 10mila in più della capienza che tutte queste strutture possono ospitare.

Anche se l’European Prison Observatory [3] riporta come il sovraffollamento coinvolga anche altri paesi europei come Francia, Ungheria e Romania [4], l’Italia e tutti i suoi governi hanno avuto sempre un atteggiamento di aperto e conclamato dispregio verso la popolazione carceraria.

L’ammassamento di esseri umani in una stanza – similare, oseremo affermare, a degli allevamenti di polli in batteria -, le condizioni igienico-sanitarie disastrate [5], le violenze delle guardie carcerarie [6] e lo sfruttamento economico all’interno delle strutture detentive [7] dimostrano oggettivamente come la punizione sia il punto cardine all’interno delle carceri italiane.

Cosa accade in una situazione del genere quando scoppia una pandemia

Da quando è cominciato a dilagare il Covid-19 in Italia, l’attuale governo ha emanato dapprima il D.L. n. 6 del 23 febbraio 2020 “Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”, per poi prendere ulteriori disposizioni sul contenere e gestire l’emergenza epidemiologica con un D.P.C.M. del 9 Marzo.

In una situazione di crisi del genere, i permessi premio e i contatti tra detenut* e parenti e avvocati sono stati normati attraverso l’articolo 2 comma 8 e 9 del D.L. n.11 dell’8 Marzo 2020, “Misure straordinarie ed urgenti per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenere gli effetti negativi sullo svolgimento dell’attivita’ giudiziaria.

Tale norma è stata vista giustamente come un divieto e, da questo, si è scatenata la scintilla delle rivolte susseguitesi nei giorni successivi.

D’altra parte non si capisce come i familiari e avvocati nei colloqui possano essere veicoli di infezione mentre i secondini che fanno avanti e indietro dalla galera a casa loro no. [8] L’augusta idea del governo è stata quella di limitare ulteriormente le poche occasioni di contatto con l’esterno dei detenuti “per il loro bene” eliminando del tutto la possibilità di colloquio al posto di farli svolgere in condizioni di sicurezza.

Le richieste dei/delle detenut* e dei loro familiari, fin dal principio, sono state le seguenti: ripristino dei colloqui, libertà per i/le detenut* con bassi residui di pena, maggiore accesso alle cosiddette misure alternative, fine del sovraffollamento e miglioria delle condizioni igienico-sanitarie dentro le mura carcerarie.

La risposta dello Stato non si è fatta attendere. L’intervento massiccio e violento delle forze dell’ordine ha causato sedici morti tra i detenuti: nove al carcere Sant’Anna di Modena – dove i detenuti hanno saputo che un recluso era risultato positivo al COVID-19 e l’amministrazione non aveva adottato nessuna misura di tutela -, due al Carcere della Dozza di Bologna e quattro al Carcere di Rieti. Imponenti agitazioni si sono avute nelle galere di tutta la penisola.

Le morti sono state tutte raccontate dalle veline del governo come overdosi a seguito del saccheggio delle scorte di metadone e benzodiazepine nelle infermerie cadute in mano ai rivoltosi. Una sola morte, nel carcere di Modena, è stata imputata all’inalazione dei fumi a seguito di un incendio.

Lo Stato si è rifiutato, fino a questo momento, di divulgare le generalità dei morti, i risultati autoptici e i resoconti dettagliati dell’accaduto persino ai familiari, aggiungendo l’insulto al crimine e gettando nella più cupa disperazione centinaia di persone che non sanno quale destino sia occorso ai propri cari.

Abbiamo abbastanza elementi per poter ritenere che la versione delle morti da overdose sia tutta da verificare se non direttamente una pura e semplice menzogna che serve a coprire la violenta repressione attuata dagli organi dello Stato nei confronti dei rivoltosi:

– per andare in overdose di metadone è necessario assumerne dosi massicce. La popolazione carceraria, largamente composta da sopravvissut* della guerra alla droga – il paradigma legalitario della gestione delle tossicodipendenze in voga da decenni – sanno come gestire le sostanze, specie il metadone – regolarmente distribuita dai SERT e con cui, qualunque tossicodipendente da oppiacei, ha esperienza. Risulta difficile credere che nel momento della rivolta, più di una decina di detenuti decida di suicidarsi assumendo dosi massicce di metadone o sbagli a calcolare le dosi andando in overdose accidentale. È da tenere conto come il metadone sia una sostanza che può trarre in inganno e, come tutti gli oppiacei, fa sviluppare una tolleranza; per cui un consumatore abituale può assumere dosi che ad altri risulterebbero letali. Ma è quantomeno strano che nello stesso luogo e nello stesso posto, mentre accade una rivolta, una decina di persone occorra nella stessa disgrazia [9]

– se anche si fosse verificato questo – cosa che risulta ben poco verosimile -, rimane il fatto che quattro dei nove detenuti deceduti di Modena sono morti durante le fasi di trasferimento dal carcere di Sant’Anna verso altri istituti di pena a seguito della repressione della rivolta. L’overdose da oppiacei, anche di sintesi, agisce causando una depressione respiratoria; in alcuni casi può manifestarsi ad alcune ore di distanza, accompagnata anche da altri sintesi. È quindi legittimo ritenere che questi morti siano stati caricati già privi di coscienza o in stato palesemente alterato e in stato di depressione respiratoria sui pullman della polizia penitenziaria. Come minimo saremmo di fronte a una grave omissione di soccorso con persone visibilmente non in salute caricate per un trasferimento verso un altro carcere e non portate in ospedale;

– dalle immagini che circolano è evidente un massiccio uso di lacrimogeni da parte dei reparti antisommossa. I lacrimogeni caricati con il CS sono noti per la loro letalità in concentrazione elevate in ambienti scarsamente areati[10];

– la Polizia Penitenziaria dello Stato Italiano è nota per la sua strutturale brutalità nel gestire la quotidiana non-vita dei carceri.[6] È legittimo e doveroso pensare che gli agenti, grazie alla mancanza di testimoni e alla copertura politica del governo , abbiano pensato di poter agire impunemente e ferocemente nel reprimere le rivolte.

Nella migliore tradizione della storia patria, quanto è avvenuto ha subito un immediato tentativo di insabbiamento sulle responsabilità che vanno dai secondini fino alle più alte cariche istituzionali.

I governi e le principali testate giornalistiche e televisive del paese, al cui coro si sono aggiunte le varie testate telematiche che campano di likes e condivisioni sui social network, hanno volutamente costruito negli anni il clima perfetto per il diffondersi della pestilenza del populismo penale.

Una pestilenza in rapporto simbiotico con l’ordinamento capitalistico della società: la proletarizzazione crescente di intere masse di popolazione e la necessità di mettere in qualche modo a valore o comunque gestire quell’umanità eccedente ai “normali” meccanismi di estrazione del valore dal lavoro.

La gestione capitalistica carceraria

Il crollo del patto sociale socialdemocratico, crollo dovuto alle sue fallacie interne e al tentativo di risolvere le contraddizioni del capitale definendo una cornice di compatibilità sistemica più ampia rispetto a quella del liberalismo classico, ha portato all’esclusione dall’ambito della produzione di ampie parti della popolazione. Una parte di questa popolazione si è potuta riciclare nell’economia dei servizi, sempre più spesso caratterizzata da ampi caratteri di informalità – di cui la gig economy è l’esempio più rilevante – mentre un’altra parte, sopratutto quella razzializzata, si è trovata esclusa tout court. Questa è l’umanità in eccesso rispetto alle esigenze del capitale. Va in qualche modo gestita e il paradigma di gestione è quello del deposito: detenzione amministrativa per chi non ha le carte in regola, detenzione penale per chi è rimasto inviluppato nella tela del diritto penale, che sempre più spesso è diritto penale del nemico.

Inoltre il paradigma carcerario permette di costruire un’economia, e quindi mettere a valore, questi depositi di umanità eccedente: ai carceri è legato tutto un indotto. In alcuni paesi, anche europei, esistono carceri private o a gestione privata (in Italia questo avviene solo per i CPR che sono spesso gestiti da privati) dove la forza-lavoro detenuta è costretta a lavorare a bassi salari[11] per una pletora di associazioni più o meno a scopo di lucro che forniscono servizi “rieducativi” per il “reinserimento in società dei detenuti”.

Il populismo penale fondato sulla certezza della pena, secondini e sbarre per tutt*, è la narrazione pubblica che serve a giustificare queste esigenze economiche.

La gestione emergenziale di fenomeni sociali come la microcriminalità -spesso legata al paradigma proibizionista in vigore per quanto concerne certe sostanze -, il legame tra permesso di soggiorno e contratto lavorativo, il razzismo strutturale e la necessità per le classi dominanti di alimentare continuamente il paradigma bellico sono le basi della carcerazione di massa.

A questi fattori vanno aggiunte certe specificità dell’ordinamento penale italiano quali: il processo di primo grado che ha spesso caratteri inquisitori; i giudici che ragionano nell’ottica del “tanto poi ci pensano i gradi successivi di giudizio ad assolvere”; la possibilità di passaggio da magistratura inquirente a magistratura giudicante; l’alto costo dell’assistenza legale di qualità; l’abuso della detenzione in attesa di giudizio – oltre diciassettemila i detenuti non ancora condannati [12] – ; e la diminuzione del ricorso alle misure alternative.

Da qua la condizione di sovraffollamento delle patrie galere. Alcuni potrebbero sostenere che la soluzione è quella di costruire più galere e di renderle più vivibili, nell’ottica di quella “filantropia gesuitica” già denunciata da Kropotkin [13] e propria dell’utilitarismo anglosassone. Ma la soluzione non risiede nel migliorare le gabbie ma, bensì, smantellarle e smantellare le condizioni sociali della loro esistenza.

Sofia Bolten & lorcon

[1] Umanità Nova, 1 Luglio 2019

[2] Link: https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.page?contentId=SST250612&previsiousPage=mg_1_14

[3] L’European Prison Observatory è un progetto coordinato dalla ONG italiana Antigone e sviluppato con il sostegno finanziario del Programma di giustizia penale dell’Unione europea. Attraverso questo progetto, vengono studiate e analizzate le condizioni dei sistemi penitenziari nazionali e i relativi sistemi di alternative alla detenzione, confrontando queste condizioni con le norme e gli standard internazionali pertinenti per la protezione dei diritti fondamentali dei detenuti.

[4] “Prisons in Europe.2019 Report on Europe an prisons and penitentiary systems”, pag. 6

Link: https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/Prisonsineurope2019.pdf#page=6

[5] Come riportato da Rosalba Altopiedi e Daniela Ronco in “Lo “sguardo competente’ delle relazioni delle Asl redatte ai sensi dell’art. 11 dell’Ordinamento penitenziario”, “nel 18% degli istituti visitati ci sono celle in cui non sono garantiti i tre metri quadri a persona; nel 7,2% degli istituti il riscaldamento non funziona; in un terzo degli istituti (33,7%) manca l’acqua calda nelle celle, mentre nella maggioranza delle celle (51,8%) continua a non esserci la doccia. Nel 4,8% degli istituti il wc non è in ambiente separato. […] Il numero settimanale di ore di presenza dei medici per 100 detenuti varia considerevolmente tra i vari istituti visitati, a conferma della grande disomogeneità dell’offerta del servizio sanitario tra regioni e tra territori di competenza delle singole Aziende Sanitarie. […] Ampia disomogeneità si registra anche rispetto alle ore di presenza di psicologi e psichiatri.[…]

Link: http://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/insalubri-la-salute-incarcerata-2/

[6] Gli ultimi esempi ufficiali sono quelli accaduti tra Settembre e Ottobre 2019 presso il Carcere di San Gimignano (Siena) e la Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino.

[7] Le aziende che assumono detenuti/e all’interno delle strutture penitenziarie ottengono un credito d’imposta per ogni “lavoratore” o “lavoratrice” assunto/a di 520 euro mensili; nel caso di detenut* semiliber*, il credito d’imposta per ogni lavoratore e lavoratrice assunt* è di 300 euro mensili.

Questo credito di imposta spetta “nei 18 mesi successivi alla cessazione dello stato detentivo per i detenuti ed internati che hanno beneficiato della semilibertà o del lavoro esterno; nei 24 mesi successivi alla cessazione dello stato detentivo nel caso di detenuti ed internati che non hanno beneficiato della semilibertà o del lavoro all’esterno.”

Link: https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_3_4_4.wp

[8] Per esempio nel carcere di Sollicciano un agente penitenziario è risultato positivo al COVID-19. Vedasi “Covid-19, positivo un allievo guardia carceraria”, link: https://www.toscanamedianews.it/firenze-covid-19-positivo-tirocinante-guardia-carcere.htm

[9] si veda il sunto sulle informazioni scientifiche presenti in questo articolo: https://blog.sitd.it/2020/03/10/sugli-otto-decessi-carcere-overdose-metadone-forse-uno-eroina/ il resto dell’articolo nella ricostruzione dei fatti lascia molto a desiderare e adotta una prospettiva giustificazionista

[10] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/370336

[11] Si vedano gli articoli: “Carota o mercede” https://www.umanitanova.org/?p=10316 e “Questione carceraria e lotta di classe” https://umanitanova.org/?p=7946

[12] Link: http://wp.unil.ch/space/files/2020/02/SPACE-II_report_2018_Final_200212_rev.pdf

[13] “La prigione”, scriveva Kropotkin in “Prisons and Their Moral Influence on Prisoners, “non previene il verificarsi di comportamenti antisociali. Anzi, ne aumenta il numero. Non migliora chi entra tra le sue mura. Per quanto possa essere perfezionata, rimarrà sempre un luogo di reclusione, un ambiente artificiale, simile a un monastero, che non farà altro che ridurre sempre più la capacità del detenuto di conformarsi alla vita di comunità. Essa non serve ai propri scopi. Degrada la società. Deve sparire. È un residuo di epoche barbare mescolato a filantropia gesuitica. Il primo compito della rivoluzione sarà quello di abolire le prigioni, questi monumenti alla ipocrisia e alla viltà degli uomini.”

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Trovare una cura per il corpo sociale o per l’economia? Il rebus ai tempi delle pandemie

Il seguente articolo è stato scritto dal sottoscritto e da JR e pubblicato su uenne n. 8 anno 100

Il sistema socio-economico nel quale siamo immersi, da occidente sta fagocitando ogni altra forma di strutturazione della società, imponendo una visione monodimensionale dell’esistenza, quella del mercato. questo processo che potremmo tranquillamente definire “l’occidentalizzazione del mondo” anche se in una accezione assai più complessa di quanto immaginato da Latouche.[1] È la complessità in sé che qui analizzeremo, l’estrema complessità che rende fragile e delicato il sistema sorretto dall’ideologia neoliberista e reso pulsante dalle infrastrutture del processo di integrazione globale. Complessità estrema che decreterebbe il collasso del sistema se questo non fosse in grado di rigenerarsi, cannibalizzando parti di sé stesso. Questa visione truce, quasi un misto tra una creatura da girone dantesco ed un mito arcaico, è invece quanto di più attuale e reale possa esserci, anzi è forse l’unica realtà autentica che abbiamo d’innanzi. In queste righe cercheremo di fornire una analisi essenziale non tanto della pandemia da coronavirus in sé e per sé, volta invece a capire in quale contesto essa si stia evolvendo, descriveremo cioè in quale complessità essa stia esplodendo e le condizioni nelle quali versa il corpo sociale nel quale questa pandemia sta facendo il suo corso.

La questione quindi va al di là della pericolosità o meno del virus: non ci sbilanceremo a soppesare cifre e statistiche per verificarne o confutarne la letalità. Quello che qui si vuol indagare sono i meccanismi di difesa che i vari governi stanno impiegando (le più disparate misure difensive senza molte strategie comuni) che giocoforza si scontrano con la complessità del sistema socio economico. Si va dal blocco totale e dall’obbligo di dimora per la Cina, alle serrate degli aeroporti per i probabili infetti nel resto del mondo, alle serrate a macchia di leopardo in Europa. Un mese di protocolli antivirus hanno piegato l’economia finanziaria di mezzo continente asiatico che ha trascinato con se il resto delle piazze di scambio azionario: le ultime due settimane di panico europeo hanno assestato un’altra sonora bastonata alle borse che non hanno fatto altro che andare giù ad una media di quasi il -3% giornaliero.

Cosa succede? Succede che queste misure di sicurezza (giuste o sbagliate che siano) stanno dimostrando come l’intero sistema possa entrare in crisi in pochissimi giorni. Se pensiamo alla grande depressione americana, ci sono voluti quasi dieci anni per arrivare al venerdì nero del ’29, oggi basta invece il blocco di una regione come la Cina per meno di un mese e comincia ad entrare in crisi un settore che sta all’altro capo del mondo. Ciò è essenzialmente dovuto a due elementi strutturali del sistema economico globale: da un lato le connessioni e le relazioni complesse che formano il network globale, dall’altro il principio economico che le governa, la competitività (per semplicità e per contenere l lunghezza dell’articolo condenseremo in questi due concetti tutto il succo della teoria neoliberista).

L’uno è funzionale all’altro, una rete infrastrutturale efficiente abbatte i costi di trasporto e rende economicamente vantaggioso delocalizzare la produzione, ciò però non basta. Per essere competitivi bisogna abbattere tutti gli altri costi, il lavoro diventa super flessibile, ossia precario: ti assumo e ti licenzio come e quando voglio con contratti senza garanzie, ma non basta ancora. Altri costi da tagliare, con l’efficientamento e la robotizzazione: via gli “sprechi”, via i magazzini, non servono, ingombrano e costano troppo, andiamo col just-in-time; rapido, economico e flessibile.

Una macchina da corsa agile e scattante, ma che per guadagnare in velocità non ha dispositivi di protezione o ruota di scorta. Siamo inciampati su una bestiola piccolissima, più microscopica di un granello di polvere che ha inceppato il meccanismo. Ma da sola questa spiegazione non basta, il sistema non è solo delicato ma è anche in equilibrio instabile, in perenne recessione ed è in terapia intensiva dal 2008, in perenne rallentamento, e per mantenere questo minimo di abbrivio ha cominciato ad autodigerirsi, ha fatto fuori tutte le “spese inutili”, eroso il welfare, mandato in soffitta ogni simulacro di patto sociale welfaristico, abbandonato le strategie di sviluppo programmato e trasferito sempre più fondi a garanzia dei mercati finanziari: in pratica abbiamo infilato la testa nel cappio ed abbiamo cominciato a dondolare sullo sgabello…

Le procedure d’emergenza per arginare la pandemia si incardinano in una situazione già assolutamente instabile, agendo su un corpo sociale sfinito, impaurito e per questo aggressivo. Agendo su un sistema economico in crisi e su un sistema di servizi martoriati da tagli e clientelismi furfanteschi, le misure per circoscrivere la possibile pandemia stanno finendo per mettere la famosa toppa peggiore dello strappo. Passata la pandemia avremo il corpo sociale in agonia, disgregato e impoverito, con tutta probabilità saremo più indebitati di prima e con molte meno speranze nel miracolo europeo (quale?). Ma non è tutto, il rancore sociale non lo spazzerà via il morbo o lo filtreranno le mascherine: questo rimarrà nell’aria appestando peggio del virus, spalancando le porte al peggior pensiero reazionario.

Un popolo furibondo fiaccato e impaurito che cerca come una belva affamata qualcuno con cui prendersela. Un rancore fomentato dall’informazione farcita di casi umani, narrazioni apocalittiche, tecnici improvvisati o “esperti e luminari” che non appaiono mai nelle riviste in cui ci si attenderebbe di trovarli. Ma dal momento che per quanto rancoroso e iracondo il popolo difficilmente se la prende col nemico giusto, andrà a stanare gli ultimi degli ultimi o troverà un colpevole oltre confine, l’odiata gente teutonica, i cugini mangiarane, i detestati mangiariso, quelli che arrivano su un barcone o nel doppiofondo di un tir. Difficilmente alzerà lo sguardo per trovare il giusto colpevole.

Fuori dalla narrazione altisonante dal sapore antico, la realtà è assai più becera dell’immaginazione; le azioni funamboliche di governi sempre più proni ai mercati e sempre più sordi ai rantoli della società in agonia, cercano di tamponare una situazione disperata. Un interrogativo impossibile: curare il corpo sociale o salvaguardare l’economia che ha condotto la società ad uno stato di coma?

Spesso si sente dire che nelle crisi si possono intravedere delle opportunità di cambiamento – sarebbe quindi il caso di ragionare e non farsi prendere dal panico. Occorre capire che la propagazione della pandemia è inevitabile in un mondo globalizzato; che per fortuna a diffondersi non è un qualcosa di letale come una nube radioattiva ma un qualcosa di controllabile, capire inoltre che c’è una stretta connessione tra la propagazione e lo stile di vita che abbiamo abbracciato.

La delocalizzazione produttiva porta con se la necessità di spostamenti per varie ragioni e lo spostarsi è diventato un business di per sé, se questo si blocca comincia ad incidere su altri pezzi di produzione, i quali innescano crisi locali che si trasferiscono ad altre catene produttive in una sorta di fibrillazione cardiaca che corre in lungo e in largo per il globo. Queste sono le conseguenze di un mondo in accelerazione costante, in perenne connessione e in perenne mutamento, fluido flessibile dinamico ma incommensurabilmente sensibile.

Partire quindi da queste crisi per ripensare non soltanto al fatto di essere all’interno di questa follia ma al senso che questo sistema da all’esistenza umana. Il momento di crisi come un ripensamento dei paradigmi esistenziali dell’esserci qui ed ora come elementi funzionali ad un sistema, sacrificabili in nome di un’entità astratta dietro cui si celano interessi concreti. Ripensare quindi a forme di conflitto che partano dalle evidenze che crisi come queste mettono in luce, innescare una contronarrazione di entità quali lo Stato e similari, i quali dimostrano, nella loro compagine burocratica, di non avere reali dubbi circa le scelte da prendere, se salvare la prospettiva esistenziale della società o gli strumenti di annichilimento sociale dei mercati globali.

Il modello di gestione della crisi adottato dallo stato italiano prevede lo scarico dei costi di essa sulle spalle dei singoli individui, nella speranza che le reti di welfare familiare, ancora una volta, reggano. Vengono vietati gli assembramenti per manifestazioni politiche e culturali ma vengono sostanzialmente lasciati aperti i luoghi di produzione e di consumo. Come se il COVID-19 si trasmettesse solo in cortei e concerti ma non nelle mense aziendali, negli uffici, sugli affollati mezzi di trasporto per pendolari, nei reparti delle aziende, negli ipermercati.

I lavoratori del settore dei servizi di ristorazione e dei servizi culturali, che sono stati tra i più esposti alla precarizzazione, vengono man mano lasciati a casa dal lavoro ed agli arguti governanti non passa nemmeno per la testa di introdurre delle misure di sostegno al reddito, attive, tramite elargizione diretta di ammortizzatori sociali in sostegno del reddito, o passive, tramite il blocco di bollette e fitti. Il blocco della didattica va a colpire tutti quei lavoratori tramite cooperativa dei settori educativi, tenuti fuori da contratti stabili grazie l’esternalizzazione di questi servizi avvenuta negli ultimi decenni, e, anche qua, non ci si pone il problema di come questi potranno arrivare a fine mese.

Le aziende improvvisamente scoprono lo smartworking per i lavoratori cognitivi ma ne fanno ricadere i costi di implementazione sui lavoratori stessi, in barba ad una normativa che prevederebbe accordi sindacali e individuali, costo dei dispositivi digitali e connessioni telematiche a carico all’azienda: in nome dell’emergenza si implementa il telelavoro facendone pagare i costi ovviamente solo ai lavoratori. Non hai il computer a casa? Compratelo. Non hai una connessione internet decente? Utilizza il tuo cellulare come hot-spot, a spese tue.

Le patrie galere sono, oltre che schifose per il semplice fatto di esistere, da sempre sovraffollate, grazie alle politiche di war on drugs ed all’infame gestione dei flussi migratori, con standard igienico-sanitari pessimi, dove una percentuale non indifferente di detenuti è afflitta da malattie croniche. Davanti a tutto questo la logica imporrebbe immediate misure che abbattano i tempi della detenzione preventiva, spesso abusata da pubblici ministeri alla ricerca di notorietà come sceriffi, accesso facilitato ai domiciliari e misure alternative di sorta, chiusura dei CPR. Ma il paradigma del populismo penale impedisce anche l’adozione di misure come quelle sopra elencate che di certo non sono rivoluzionarie. Come risultato si preferisce tenere pericolose situazioni di sovraffollamento, in attesa di avere interi bracci carcerari trasformarsi in lazzareti. Ma tanto, si dirà, quelli sono corpi che non contano. Vuoti a perdere, popolazione in surplus, se muoiono sarà come un’accidente che guasta la merce in un magazzino.

Il sistema sanitario è stato massacrato da decenni di tagli: vi è una cronica mancanza di personale e di strutture, ed in Italia va ancora bene rispetto ad altri paesi del centro del sistema-mondo a dirla tutta. Già normalmente capita che i ricoveri in pronto soccorso, anche per condizioni gravi, durino dei giorni perché i reparti sono pieni. Figuriamoci con una pandemia che impone il ricorso alla terapia intensiva per una percentuale relativamente alta di malati cosa può succedere. Improvvisamente si scopre che mancano posti in terapia intensiva. Chi finisce in quarantena rimane isolato in casa senza che le aziende sanitarie pubbliche si premurino di fornire alimenti e beni di prima necessità.

L’irrazionalità del sistema capitalistico ancora una volta si dimostra incapace di gestire le emergenze, di pianificare in anticipo, di avere una visione complessiva che ponga al centro i bisogni umani e non le esigenze dell’accumulazione di capitale. Ieri era Seveso, oggi è il Coronavirus.

NOTE

[1] Serge Latouche, L’Occidentalizzazione del Mondo, traduzione di Alfredo Salsano, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, pp. 159, ISBN 88-339-0655-8.

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Mare Nostrum, para bellum! – Strategicità del Mediterraneo ed economia militarizzata

Il seguente articolo, mio e del compagno JR, è stato pubblicato sul numero 5 anno 100 di Umanità Nova.

Questo articolo si inserisce in un quadro di analisi geopolitica fin qui condotta in una serie di articoli, aventi come soggetto le mire espansioniste della Turchia, tanto nel discorso di ampliamento nei Balcani e verso Cipro,[1] quanto nelle ambiziose aspirazioni verso le zone a sud del Mediterraneo.[2] Partendo quindi dalle “esigenze” espansioniste di un singolo Stato, si vuole qui cominciare una disamina più organica dei sommovimenti degli ultimi tre lustri, per comprendere la situazione attuale nella sua complessità e fornire una lettura dei futuri scenari che si apprestano a ridisegnare gli equilibri di un’area geografica sulla quale si riversano le aspettative di tre continenti. Che il Mediterraneo stia riacquistando una centralità strategica tanto per il commercio quanto per il rafforzamento delle infrastrutture, spina dorsale e tessuto connettivo del processo di integrazione globale, è un punto sul quale è difficile non concordare. Che questo interesse si estrinsechi con accordi commerciali “supportati” da una crescente presenza militare, che a vario titolo affolla ogni giorno di più tanto le sponde quanto le acque di un mare di anno in anno sempre più ambito, non è neanche esso un gran mistero per nessuno. I soggetti pronti a contendersi lo sfruttamento della logistica e delle catene estrattive non solo sono in numero sempre maggiore, ma si fanno sempre più agguerriti. Alcuni di essi sono scossi, o lo sono stati nel recente passato, da forti conflitti interni che hanno ridisegnato l’assetto e l’equilibrio geopolitico della zona sud est dell’intero Mare Nostrum. Altri dopo alcuni scossoni, tipo le primavere arabe, hanno visto un incremento della loro produzione indotta da investimenti in settori strategici e capitali esteri; miracoli delle rivolte! I paesi facenti parte dell’area denominata MENA (Medio-Oriente e Nord-Africa) soprattutto Marocco, Egitto, Turchia, Tunisia e Cipro, hanno accelerato la loro produzione in campo chimico, automotive, energia e ICT (innovative communication technology),[3] diventando esportatori da e per il continente europeo. Salvo il Marocco e Cipro, le altre nazioni debbono buona parte della loro attuale condizione all’uso delle forze armate, vuoi per essere di fatto repubbliche militari (Egitto), vuoi per essere paesi aggressivi nei quali l’apporto delle forze armate è decisivo nell’equilibrio interno oltre che tattico per le mire espansioniste (Turchia), vuoi per avere di fatto i militari all’interno dei partiti (Tunisia).

Tralasciando per ora il discorso delle forze armate europee e NATO (ci torneremo con un articolo dedicato vista la loro complessità incomprimibile in queste righe), restano in ballo alcuni soggetti che pur non affacciandosi direttamente sul Mediterraneo hanno comunque molti interessi in quest’area. Il primo soggetto è la Cina, che alla voracità per gli approdi associa una certa propensione al rafforzamento della sua dotazione militare, soprattutto in termini di naviglio. Attraverso la China Ocean Shipping Company, (COSCO) la Repubblica popolare cinese sta facendo man bassa di attracchi in giro per il mediterraneo, sia acquisendo quote partecipative, sia acquistando per intero Hubs strategici. Attualmente la COSCO possiede o controlla oltre al Pireo (100% Cosco), Valencia (51% Cosco), Vado Ligure (40% Cosco), Bilbao (40% Cosco),[4] senza contare i recenti accordi con Trieste. Ciò trova una sua ratio nel raddoppio del canale di Suez, facente parte della strategia della Belt Road Initiative (BRI), anche nota come nuova Via della Seta. Questa nuova condizione fa del mediterraneo la nuova porta per il commercio e i mercati occidentali, nuove infrastrutture che avranno bisogno di spazi fisici o aree giurisdizionali su cui snodarsi. Ma questa non è che una parte del processo in atto, difatti la Cina non è il solo soggetto interessato a poter liberamente agire sul e nel mediterraneo. Troviamo ora la Russia che attraverso una serie di azioni predatorie sta estendendo la sua influenza nell’area Sud-Est dell’area mediterranea. La Russia arriva in quelle acque passando dal Bosforo, grazie al colpo di mano che le ha garantito l’ annessione della Crimea con il relativo porto di Sebastianopoli (2014) e il successivo rafforzamento del porto di Tartus in Syria, storicamente una base logistica dei tempi del patto di Varsavia. Guadagnando posizioni strategiche in posti chiave, come le porte del Medioriente e il corridoio tra la Libia e la Turchia, proponendosi come venditore di tecnologia militare (terrestre, aerea e navale) e godendo di una eredità storica di commercio e relazioni con Medioriente e con il Nord-Africa, la Russia pur non intervenendo direttamente nella mischia gioca un ruolo di primo piano. Marocco, Egitto e Algeria annoverano nelle loro flotte alcuni sottomarini di fabbricazione russa,[5] così come la Turchia annovera tra i suoi armamenti tecnologia russa per quanto riguarda i sistemi antimissile. La Russia non si limita a piazzarsi in posti strategici e a mercanteggiare in armamenti, ma, forte della sua possibilità di transitare nel Mediterraneo, tra il 2013 e il 2015 ha avviato una serie di esercitazioni nelle quali ha dispiegato il grosso della sua flotta (compresa quella del Baltico). Nel 2015 le esercitazioni furono programmate in forma congiunta con la marina cinese, sotto il nome di “Mare Unito”, queste operazioni assunsero la forma di una ufficializzazione della presenza della marina russa nell’area sud-Orientale del Mediterraneo, ma lanciarono anche un altro forte segnale, ossia quello di un “asse di riequilibrio” russo-cinese, in risposta alle alleanze nippo-statunitensi. Lo stesso posizionamento che la Federazione Russa è riuscita a crearsi in Medioriente pone il paese nelle condizioni di doversi affacciare nel Mediterraneo. La Russia ha una fitta rete di rapporti diplomatici con tutti i paesi dell’area, ha avuto la capacità di intessere profondi rapporti con Israele come con la Siria, con l’Iran come con la Turchia. In Siria si pone come forza esterna necessaria per un qualsiasi accordo di pace che possa andare oltre a una tregua di pochi giorni. Questa capacità è stata costruita sia tramite azioni di soft-power, accordi commerciali, scambio di favori e informazioni tra agenzie di intelligence, sia dimostrando una capacità di proiezione militare in Siria, migliaia di uomini e mezzi aeronavali e terrestri schierati nel giro di pochi giorni, che hanno sancito il ritorno in grande stile di Mosca nella regione e l’affermarsi come potenza con ambizioni globali, in grado di sostituire gli USA, che oramai considerano il Medioriente come un pantano da cui sottrarsi. Gli interessi Russi nel Mediterraneo sono strettamente collegati ai meccanismi della rendita petrolifera. La Russia è uno dei maggiori produttori globali di idrocarburi e anela a una maggiore penetrazione nel mercato Europeo. Il corridoio est/ovest a Nord, quello che passa dai paesi Baltici verso Germania e Francia, e a sud verso l’Italia, ovvero i principali paesi manifatturieri d’Europa, è difficilmente percorribile dato lo strettissimo legame tra i paesi baltici e gli Stati Uniti, legame rinsaldato dalla rapida integrazione di questi nell’Alleanza Atlantica e dalla virulenta retorica revanscista e anti russa messa in campo dai governi dell’area. Diventa fondamentale, a questo punto, l’utilizzo dei corridoi balcanici e meridionali, per esportare la materia prima da un paese con forti capacità estrattive e produttive ma con scarso mercato interno verso l’Europa, che ha una sete insaziabile di idrocarburi, nonostante l’annunciata Green Economy. Da questa descrizione portata avanti solo per accenni, si evince come i conflitti economici necessitano del supporto militare, ma non nei termini di uno mero strumento aggressivo, questa è una lettura che seppur calzante non restituisce la complessità del funzionamento della riproduzione del capitale in questa fase storica. Nella fase di stagnazione economica e dei redditi medi in caduta libera, quando anche il mattone non svolge più la sua storica funzione di volano e quando infine il debito per il welfare, “viene fatto pesare di più” rispetto agli investimenti in tecnologia bellica, pur rappresentando una spesa dieci volte inferiore, allora si comincia a guardare alla macchina militare come al nuovo volano globale dell’economia. Un volano un po’ strano in quanto risucchia energie anche (soprattutto) nelle fasi passive, ma sembra che l’indebitamento per le spese militari sia un debito che forse impensierisce assai meno, come fu per la Grecia “invitata” ad acquistare sottomarini Poseidon, carri armati Leopard 2A6 Hel, missili Stinger e i caccia F-15. Prodotti da Krauss-Maffei Wegmann, casa Tedesca. Il Fondo Monetario Internazionale all’epoca fece eco alle richieste di Junker di non tagliare le spese militari. Sono questi gli episodi che rivelano gli interessi dietro, e spesso al cuore dei conflitti. L’imperare di conflitti funzionali alla stabilizzazione o alla destabilizzazione di aree strategiche ha sempre un codazzo di aziende e partecipate di varia natura, pronte ad accelerare la produzione. Un tempo si discuteva su come spartirsi la ricostruzione delle aree devastate, oggi si preferisce il conflitto permanente fintanto che non sia chiarito come spartirsi il territorio, la Siria ne è un esempio classico. Il problema si pone nelle macro-aree come la zona Sud-Est del Mediterraneo, con tanti interessi in contrasto permanente è difficile capire quali saranno gli sviluppi già da qui ad un anno. Gli approdi della Belt and Road Initiative, il transito dei gasdotti, le rotte commerciali, la concorrenza Nord-Africana eccetera, nel momento in cui la situazione non trova un equilibrio, il che appare abbastanza difficile, – visto e considerato che dal 2012 al 2018, sono state attuate 381 misure protezioniste,[6] di cui circa la metà fra paesi che affacciano sul bacino stesso- l’opzione militare sembrerebbe la carta che queste menti gloriose sanno mettere in campo per non rallentare i flussi di capitale e salvare un sistema in crisi permanente.

Gli ultimi quindici anni hanno rimarcato la centralità del Mediterraneo, ma soprattutto che una delle aree più ricche del mondo, l’Europa -estrema propaggine occidentale del continente euroasiatico-, non può sostenersi solamente sui traffici atlantici. L’emergere delle economie dei paesi nord-africani che si affacciano sul bacino mediterraneo che vanno integrate nell’economia europea, il ruolo acquisito da Russia e Turchia, il disimpegno statunitense dal Levante per concentrarsi sullo scenario del Pacifico, e in prospettiva Artico, hanno cambiato le carte in tavola rispetto agli anni novanta. La guerra e la politica sono in un rapporto post-clausewitziano: se per il grande teorico militare prussiano, imbevuto di idealismo Hegeliano, la guerra era continuazione della politica con altri mezzi, grande duello tra stati organici, ma pur sempre sottomessa agli obiettivi politici che venivano determinati da chi deteneva la sovranità, oggi assistiamo a una sempre maggiore integrazione tra l’ambito della politica e del militare. Non è un processo nuovo, anzi, affonda in profondità le sue radici nel novecento, ma oggi si rinverdisce: il militare diventa volano dell’economia e della ricerca, sia di base che applicativa, uomini con formazione militare passano senza soluzione di continuità dalle forze armate alla Pubblica Amministrazione o al management privato – non è un caso che aziende come Amazon ricerchino personale con esperienza nella sussitenza militare per gestire i propri centri logistici – si lega saldamente con le grandi aziende parastatali, emblematico è il caso dell’ENI. Supera in capacità di previsione e di determinazione degli obiettivi di lungo periodo gli stessi governi: emblematico è la critica rivolta dallo stato profondo italiano, ENI e militari, ai governi, felpati o in grisaglia, che si sono mostrati incapaci di gestire con fermezza la crisi libica. La stessa gestione dei flussi migratori, che ha alla sua base la determinazione a non aprire canali di migrazione accessibili, viene demandata a missioni militari, sul confine marittimo, come l’operazione Mare Nostrum, come in profondità nel continente africano, con missioni in Niger. Per uscire dal teatro mediterraneo non si può dimenticare come lo strumento militare sia, tanto nella storia quanto l giorno d’oggi, strumento principe per rendere sicure le rotte commerciali. Missioni come quelle antipirateria, che hanno coinvolto un’area marittima estesa dalle coste somale fino a quelle indiane, come ben sanno i pescatori indiani finiti mitragliati della marina italiana, con il loro corollario di morti mostrano come per tenere attivi i flussi logistici alla base delle Global Value Chains (GVCs) l’opzione militare non sia affatto secondaria. Come non lo è nella corsa all’accaparramento delle materie prime, come ben dimostrano vicende come quella del golfo del Niger dove la rendita petrolifera delle grandi aziende energetiche mondiali è garantita manu militari dal genocidio degli Ogoni da parte dell’esercito nigeriano. Si può anche fingere di dimenticare la guerra ma la guerra – difficilmente – si dimentica di noi.

[1] “Quanto resta della note?”, Lorcon, UN, anno 99, https://www.umanitanova.org/?p=10840

[2] “La Turchia nella situazione geopolitica dell’area del mediterraneo”, JR, Lorcon, UN, anno 100 n° 2

[3] COFACE, “Le nuove rotte commerciali del mediterraneo passeranno dal sud e dall’est della regione”shttps://www.coface.it/News-Pubblicazioni/News-sul-mondo-Coface-Coface/Le-nuove-rotte-commerciali-del-Mediterraneo-passeranno-dal-Sud-e-dall-Est-della-regione

[4]Startmag, “tutti i dettagli sulla presenza cinese nel Mediterraneo”, https://www.startmag.it/mondo/tutti-i-porti-cinesi-nel-mar-mediterraneo-e-altre- storie/

[5]CASD, IM, CeMiSS, “Strategia marittima ed interessi nazionali: rinnovata presenza militare e penetrazione economica della Federazione Russa in Mar Mediterraneo e nel Mar Nero” https://www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMiSS/DocumentiVis/Rcerche_da_pubblicare/pubblicate_nel_2018/Ricerca_AM_SMD_02.pdf

[6]Ibd. COFACE.

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Green economy o del salvataggio del capitalismo

Il seguente articolo, scritto dal sottoscritto e da J.R. è stato pubblicato su Umanità Nova numero 3 anno 100

Esiste un nesso tra la colossale campagna mediatica sulla crisi climatica ed il tentativo di salvare il capitalismo con una pennellata di verde? La risposta è senza dubbio affermativa. Sembra che come per incanto anche molti tra i più incallit inegatori del global warming si siano destati da una sorta di torpore e si preoccupino della crisi climatica. In realtà la loro unica preoccupazione è, e rimane, la crisi del capitalismo occidentale, il quale stenta a riprendersi dopo la catastrofica crisi del 2008. I “rimedi” fin qui adottati non hanno dato molti risultati, l’austerity ed il ricatto del debito hanno sicuramente dato ossigeno ai mercati finanziari, ma la cosiddetta “economia reale” fatta di produzione, vendita e consumo, rimane ferma per una lunga serie di motivazioni incrociate, delle quali il collasso del 2008 è stato solo l’innesco che ha fatto detonare la bomba.

Da un punto di vista ecologico l’Occidente si sta inverdendo in quanto sta inquinando allegramente Asia ed Africa: ciò è stato possibile grazie al processo di integrazione globale (meglio noto come globalizzazione) ed alle sue infrastrutture commerciali e di comunicazione, le quali hanno reso economicamente vantaggioso delocalizzare la produzione in aree nelle quali diritti dei lavoratori e leggi sulla salvaguardia ambientale sono tutt’ora un concetto astratto. Se quindi da un lato interi comparti industriali hanno preso il volo verso altri lidi, ciò che rimane è un esubero di forza lavoro difficilmente ricollocabile, sia per ragioni quantitative sia per ragioni qualitative.[1] Un bel “cambiamento strutturale” nel senso che si cambiano gli ingranaggi del sistema per renderlo efficiente non per cambiarne la natura, potrebbe rimettere in moto questo vetusto carrozzone.

Se analizziamo le ragioni del cambiamento climatico e dell’impatto sulle risorse ambientali, potremo osservare che non basta ridurre le emissioni di gas serra nel comparto produttivo: bisognerebbe che questa riduzione fosse accompagnata da una regolamentazione del consumo di risorse. La svolta verde però si occupa quasi esclusivamente di ridurre l’uso di combustibili fossili senza mettere in discussione il modello economico basato su di una irrazionale produzione di merci. Ciò servirà a legittimare investimenti pubblici per “trasformare” la produzione di beni e servizi in qualcosa di apparentemente diverso, ma che persegue la stessa finalità, ossia la crescita economica indefinita. La risposta verde è quindi un’altra forma del “capitalismo assistito”[2] ed in quest’ottica deve intendersi l’annuncio del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis: un investimento di cento miliardi di euro all’anno per i prossimi dieci anni per la transizione verde. Ci tengono subito a sottolineare che i fondi sono disponibili per tutti, anche per quei paesi con minori problematiche legate alla decarbonizzazione: non è magnanimità ma l’impianto di un colossale investimento per riattivare le fornaci di un capitalismo che al momento è sorretto da iniezioni costanti di liquidità – quale il Quantitative Easing – che non riescono a rimettere in piedi il sistema. Dunque una sterzata verso il New Green Deal ed alla possibilità di aprire i rubinetti, riversando liquidità direttamente nella produzione. In barba, ovviamente a tutti i principi e dogmi del neoliberismo.

Come fare però per attuare il piano senza dover ammettere che il sistema è al collasso anche per colpa delle politiche made in Chicago? Beh la strategia è esattamente la stessa che ha imposto le purghe liberiste: la schock economy![3] Quindi si da ampio spazio alle sciagure e ai disastri, si bombarda il pubblico con dati – una volta tanto veri – riguardanti lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento della temperatura, si bacchetta la gente perché sporca, perché inquina, perché usa l’auto con il motore a combustione interna, perché tiene la luce accesa, ecc. si fanno sentire le persone colpevoli perché sono delle individualità eco-incompatibili, si riversa tutto su chi usa la tecnologia che era a disposizione fino a ieri, facendo finta che non vi sia chi la produce, ovviamente. Si terrorizza la gente a tal punto, che il fatto di regalare miliardi di euro a chi fino a ieri trafficava in petrolio e carbone o gestiva raffinerie e acciaierie vecchie di sessant’anni, non genera alcuna perplessità, anzi la gente è contenta se il costo dei disastri ambientali viene spalmato sul debito collettivo.

Rendere politicamente inevitabile ciò che sarebbe socialmente inaccettabile: questo è stato il meccanismo che ha spianato la strada alle privatizzazioni e questo è lo stesso mantra che ora apre la strada alla transizione del capitalismo verde. Un fenomeno da non dimenticare mai è quello della sussunzione capitalista: se l’argomento del giorno è il verde, il bio, l’ecocompatibile ecc. allora è inevitabile che ci siano delle polarizzazioni nel consumo di quei prodotti dalla “coscienza verde” – che poi di verde ci siano solo i dollari che se ne estrae è un altro paio di maniche ma tanto basta per giustificare un aumento dei prezzi al bancone del supermercato e per non giustificare affatto la stagnazione dei salari per i braccianti agricoli.

Difatti il bombardamento di informazioni parla di coscienza ecologica, guardandosi però bene dal parlare di condizioni del lavoro: è un fatto che molte delle produzioni agricole bio, da destinare alla grande distribuzione negli USA, provenga dalla Imperial Valley, una “valle degli orti” dello zio Sam, esattamente davanti al varco di frontiera col Messico (di là dal confine c’è Mexicali, area desertica e povera della Baja California), un giardino che sperpera acqua, con un cancello d’ingresso su un altro Stato. Per superare certi “dettagli tecnici” e per indorare la pillola, si costruisce un messia del messaggio green, qualcuno dietro cui assieparsi e da seguire senza se e senza ma.

Ora non si vuole qui tirare strali sulla persona di Greta Thunberg, ma su ciò che il personaggio in sé rappresenta in un’ottica di sussunzione capitalista da un lato e di elemento funzionale alla shock economy dall’altro. È un fatto che il pensiero circa la responsabilità individuale e collettiva che fa eco negli scritti e negli interventi della Thunberg, derivi anche dal patrimonio di anni di lotte e sensibilizzazioni da parte di attivisti e pensatori radicali, da Barry Horne a Murray Bookchin, i quali sono rimasti grandemente inascoltati. Avevano due “gravi colpe”, dire queste cose negli anni dell’espansione capitalista – anni ’60-’70 – ed essere militanti anarchici. Quindi difficilmente il meccanismo della sussunzione capitalista avrebbe potuto attecchire su queste forme pensiero e difficilmente si sarebbero visti parlare ad una conferenza sul clima. Invece la figura di una giovane ragazza, che cerca di convincere il suo governo, è molto più spendibile del Baffuto Murray o del combattivo Barry.

Gli stessi interventi della Thunberg se letti integralmente rimandano, almeno in quanto a suggestioni ed in forma abbozzata, ad una qualche forma di critica alle strutture della società stessa. Quindi ci troviamo davanti ad un apparente cambio epocale che però arriva dalla parte sbagliata del meccanismo, arriva dalla testa, come accettazione ed acclamazione di alcune istanze necessarie per rinnovare la meccanica della riproduzione del capitale. Da qualunque punto arrivi ci sono però dei concetti che rappresentano sempre un punto debole del sistema e su quelli bisognerebbe insistere mettendone a nudo le contraddizioni.

Questo non vuol dire però cavalcare, ad esempio, in maniera predatoria i movimenti giovanili dei Friday For Future o demolire per puro istinto polemico la figura della Thunberg. Vuol dire invece cercare i punti critici della narrazione della svolta verde, portare alla luce le contraddizioni facendo leva su quelle parole che hanno catturato per un attimo l’attenzione e decostruirle, non in una contro-narrazione, ma in pratiche articolate per raggiungere l’incompatibilità piena e matura con il sistema di riproduzione capitalista. Ricordare che gli investimenti pubblici sulla svolta verde sono donazioni ad un comparto industriale vetusto, che non vanno nella direzione delle bonifiche dei territori o della generale messa in sicurezza delle zone a rischio di dissesto idro-geologico: questi investimenti non mettono in discussione grandi opere inutili o logiche di aggressione del territorio attraverso il ricatto dei mercati. Come diceva Chico Mendes, ambientalista brasiliano ucciso per il suo impegno nella difesa dell’ambiente dalla deforestazione, “L’ambientalismo senza lotta di classe è semplicemente giardinaggio”, creare isole felici in un paesaggio desolato dal punto di vista socio-ambientale, non è una strategia per salvare tutti ma per permettere a qualcuno di sopravvivere nell’attesa dell’inevitabile.

Il mascherare in verde le politiche degli stati non significa assolutamente giungere a una qualche forma di incompatibilità. Anzi: la “svolta verde” non serve solamente a tentare di fare ripartire la macchina della produzione e dell’accumulazione capitalista, tramite un qualche Green New Deal, ma serve anche a creare un discorso pubblico che permetta di ricreare una forma di coesione sociale, dopo che questa si è grandemente degradata a causa della costante erosione del tessuto sociale negli anni dell’austerity.

Certi settori della società, sopratutto quelli della sinistra riformista, sono sicuramente sensibili al messaggio del Green New Deal. Le sirene del capitalismo verde attirano coloro che sono mossi dalla buona volontà di “migliorare la società”. È l’eterno ritorno della falsa coscienza, del vecchio mondo che non vuole morire. Il capitalismo e le strutture gerarchiche nel loro movimento di sussunzione del mondo alla logica della merce e della gerarchia necessitano di questa svolta per tentare di ridare una qualche forma di ordine al caos che le politiche di austerity e quaranta anni di neoliberismo ha generato.

Al contempo anche i settore più autenticamente reazionari e di destra riorganizzano il loro discorso intorno a queste tematiche. Non è una novità che gli ambienti dell’ambientalismo, del conservazionismo ambientale, della deep ecology, siano non solo da sempre permeabili alla presenza di elementi di derivazione fascista ma che la loro stessa base teorica sia profondamente legata a quell’ambientalismo Volkshik novecentesco.

Riemerge con forza il discorso della sovrappopolazione e del controllo delle nascite non come libera autogestione individuale – e collettiva – ma come gerarchia razzializzata e classista. Si punta il dito contro i tassi di natalità nei paesi non occidentali – o meglio con un economia sufficientemente sviluppata tale da porli al centro o vicino al centro del sistema-mondo – e si additano le masse di proletari di inurbazione recente o piccoli contadini dei paesi periferici, come colpevoli della crisi ecologica.

Il migrante, sempre più spesso migrante climatico prima ancora che “migrante economico”, diviene quindi nemico non solo in quanto elemento allogeno ma in quanto portatore di rischi ambientali. Coloro che hanno maggiormente subito sulle loro pelle l’imponente ristrutturazione dello spazio geografico ai fini dell’accumulazione di capitale avvenuta con il processo di integrazione globale – la così detta globalizzazione – divengono quindi nemici.

Le frontiere vanno difese per difendere la nostra cultura e il nostro ambiente. Poco importa che i responsabili della crisi ecologica vivano in un appartamento di lusso a Manhattan o nella City londinese, in un attico di Shangai o Singapore, si muovano su jet privati dal forte impatto ambientale, consumino centinaia di miglia di litri d’acqua per tenere verde un campo da golf sorto in un ambiente che non lo permetterebbe. Poco importa che intere città siano sorte dove le condizioni ambientali meno lo consigliavano – si pensi a Las Vegas od alla stessa area periurbana di Los Angeles negli USA od alle megalopoli asiatiche sorte ai fini di concentrare la popolazione e favorire l’accumulazione di capitale – la colpa va riversata sugli ultimi. La risposta reazionaria, l’ecofascismo, e la risposta socialdemocratica, il Green New Deal, possono andare di pari passo. Ambiente pulito per i ricchi e per una classe media che è da ricostruire da capo e muri, filo spinato, frontiere, ambienti insalubri e inquinati o inondati dall’innalzamento dei mari per gli sfruttati.

L’intersezione tra le diverse forme di oppressione diviene evidente quando si parla di ecologia. Si pensi a come le discariche di rifiuti tossici negli USA vengano costruite, guarda caso, a ridosso delle aree abitate dalla popolazione afroamericana o indigena. O di come, in Italia, queste siano state costruite all’inizio, o meglio scavate al di fuori di qualsiasi controllo, in aree economicamente depresse del meridione.

L’ecologia sociale degli anarchici si distingue per saper tenere insieme le forme di lotta a queste particolari oppressioni e saperle integrare in ottica intersezionale tra di loro. La chiave di volta non è l’aggiustamento o la riforma strutturale, il tinteggiare di verde, ma è la radicale critica del mondo.

Lorcon e J.R.

NOTE

[1] Cfr. SPENCE, Michael, “The Impact of Globalization on Income and Employment: the Downside of Integrating Markets.”. in Foreign Affairs, 90, 2011.

[2] Cfr. PICCIONI, Francesco, “La Guerra Finanziaria del “Capitalismo Verde”, in Contropiano, 23 Settembre 2019, http://contropiano.org/news/news-economia/2019/09/23/la-guerra-finanziaria-del-capitalismo-verde-0118957

[3] Cfr. KLEIN, Naomy, Shock Economy”: l’Ascesa del Capitalismo dei Disastri, Milano, Biblioteca universale Rizzoli, 2007.

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Libia e dintorni

Questo articolo, scritto da me e dall’amico e compagno J.R. è stato pubblicato su Umanità Nova 3 anno 100

La Turchia sta premendo sull’acceleratore delle politiche espansioniste, approfittando di ogni vantaggio e ogni situazione favorevole che le si para d’innanzi. Fin dal 2015, la Turchia sta guardando ai Balcani con una serie di accordi stipulati con Albania, Bosnia, Macedonia e Kossovo, paesi coi quali condivide radici religiose, ponendosi quindi come garante e difensore delle comunità musulmane – ancora traumatizzate dagli eventi di inizio anni novanta – anche se le ambizioni appaiono ben più ampie. Vista la prospettiva di europeizzare i Balcani entro il 2025, avere più di un’entratura in quell’area geografica può voler dire stringere forti relazioni economiche con l’Eurozona o comunque avere un peso in una regione attenzionata dall’Unione Europea.

Forti investimenti ed incentivi hanno contraddistinto l’operato turco, investimenti che nel 2018 hanno raggiunto i due miliardi di dollari, dirottando su Ankara alcuni flussi di interessi che prima erano orientati in Grecia ed in Italia od incentivando l’imprenditoria turca ad aprire attività nei Balcani. L’ultimo “partner”, il più prezioso e il più ambito, è stata la Serbia, di importanza strategica ma che dell’indipendenza dall’antico dominio ottomano ha fatto carattere costituente della propria identità, “annessa” anche qui attraverso abili strategie e investimenti, dalla mediazione fornita per la crisi dei rifugiati dalle zone di conflitto mediorientale – nella Siria su tutte – e per ultima il finanziamento per la costruzione di un’autostrada che da Sarajevo porta a Belgrado.

Una serie di iniziative economiche per creare una egemonia regionale e per controllare un’area che si presenta sempre più appetibile in quanto cassa di espansione economica per l’Eurozona, cioè terreno ancora fertile per grossi investimenti, i quali darebbero “ossigeno” tanto all’industria quanto alla finanza. Un altro versante dell’espansione turca, oltre al “passaggio a sud” ottenuto con l’occupazione di una striscia di territorio siriano, il quale è essenziale per garantire non solo un accesso strategico al Mediterraneo, quanto per ridefinire le ZEE (Zone Economiche Esclusive), specialmente quelle riguardanti le aree prossime a Cipro.

Le ZEE, in sostanza, regolano lo sfruttamento commerciale esclusivo delle acque sia per attività ittiche sia per attività estrattive. L’accordo siglato nello scorso novembre 2019 tra Ankara di fatto divide in due la parte sud-orientale del Mediterraneo, spodestando la Grecia e cancellando ogni tratto di utilizzo economico del mare attorno a Creta. Una situazione che comincia a definire uno schema preoccupante per un vicino di casa che diventa sempre più ingombrante.

Ad aggiungere preoccupazioni ad una situazione già di per sé critica c’è la questione dei rapporti commerciali tra Russia e Turchia. La Turchia è un membro della NATO che sta però acquistando tecnologia militare dalla Russia, nella fattispecie missili S-400, uno dei sistemi missilistici in funzione contraerea ed antimissile balistico più avanzati al mondo, che i Russi hanno sviluppato per contrastare azioni con mezzi tattici come gli F-35, ossia i velivoli impiegati nelle missioni NATO. Questo sistema è in grado di creare un ampia area di interdizione alle forza aerea avversaria, andando a mettere in crisi uno dei cardini dell’odierna dottrina bellica NATO e USA che si basa sulla “supremazia dei cieli” per colpire in profondità nel teatro di guerra. Un sistema d’arma nominalmente tattico ma con indubbi risvolti strategici. Ulteriore spina nel fianco per lo zio Sam è il fatto che nell’affare libico l’Europa abbia accettato che la Russia si faccia da principale garante per le trattative e i negoziati che dovrebbero riportare la tranquillità nel Paese. Dal canto loro gli USA stanno incalzando la Turchia con minacce di sanzioni, tanto per l’occupazione del territorio siriano, quanto per “l’acquisto di tecnologia non compatibile coi sistemi NATO”.

È quindi chiaro che il mediterraneo è un centro nevralgico di rotte commerciali e traffici di ogni genere e chi ne detiene il controllo può influire pesantemente sullo sviluppo di infrastrutture e flussi economici, avendo a disposizione una leva strategica nei confronti di tutti i paesi che vi si affacciano. Interessi estrattivi da un lato, controllo militare dei mari, accordi commerciali e sudditanze economiche in aree strategiche per le future rotte commerciali tra oriente e occidente sono forse le motivazioni più accreditate per spiegare l’aggressività della Turchia negli ultimi anni.

Il fu Impero Ottomano basava parte della sua forza nell’essere al centro dei traffici tra il mondo occidentale e le aree asiatiche e, alla faccia dei teorici dello scontro di civiltà come invarianza storica, le nazioni europee e le stesse città stato ambivano a un rapporto privilegiato con la Sublime Porta che permettesse di inserirsi come terminale occidentale nell’ampia rete di scambi mercantili che attraversava l’Impero Ottomano. Il progetto Neo-Ottomano della borghesia turca che si è coagulata nell’AKP si basa da un lato sul rafforzamento della propria presenza, manu militari, nei territori che fino a inizio novecento erano sotto il suo diretto controllo – si pensi alla Siria o all’isola di Cipro – in modo da garantirsi una sfera economica esclusiva sotto il suo controllo e dall’altro sul porsi nuovamente come soggetto principale negli scambi Sud-Est/Nord-Ovest e tramite il passaggio di oleodotti e rotte marittime per altri prodotti fossili quali il gas sui propri territori e sui territori controllati.

L’entrata, quasi a gamba tesa, nella vicenda libica significa sia dare una prova di forza con una proiezione militare in un teatro geograficamente non direttamente legato all’Anatolia, sia mettere sotto controllo un’area di prima importanza per la produzione di risorse energetiche per I paesi europei – Italia in primis – acquisendo una leva di forza. Oltre questo significa accaparrarsi la possibilità di gestire I flussi di migranti che dalle aree sub-sahariane provano a raggiungere l’Europa attraverso la rotta libica.

La gestione di flussi di rifugiati del Levante è stata un’importante arma nelle mani del governo di Ankara nei confronti dei paesi europei, arma che ha permesso di drenare miliardi di euro in cambio della regolamentazione dei flussi. La Turchia probabilmente punta a compiere un’analoga mossa in terra libica, dato il sostanziale fallimento dei paesi europei nel trovare un accordo tra di loro che fosse vincolante per le due fazioni libiche – quella di Serraj e quella di Haftar – o nel risolvere per via militare il conflitto rendendo disponibili i propri asset militari a una delle due fazioni.

È evidente che né l’Italia né la Francia abbiano voglia di rischiare di vedere morire dei propri soldati mandandoli direttamente sul campo. Significherebbe anche mettere la parola fine all’Unione Europea: due paesi fondatori con interessi contrapposti che finanziano delle milizie libiche che usano quei soldi per ammazzarsi a vicenda. L’invio di soldati, anche se magari pochi e di qualche corpo di forze speciali, sarebbe troppo. La Turchia invece può assumersi il rischio e pare sia intenzionata a farlo. In questo si verrebbe a rafforzare l’ambiguo legame con la Russia, anch’essa prepotentemente rientrata nel teatro Mediterraneo: due paesi con chiare volontà egemoniche, interessi in parte contrapposti e in parte coincidenti, che raggiungono una qualche forma di “grande intesa”.

Lorcon e J.R.

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Autocostruzione di un router con capacità di connettività in 4G

Il seguente tutorial spiega come realizzare un piccolo ed economico, ma efficiente, router che sia in grado di fornire connettività internet a una piccola rete locale, sia cablata che wi-fi, tramite la rete cellulare in 4G.

Il progetto è stato realizzato con il fine di fornire a basso costo, sia per quanto concerne il materiale necessario che per quanto riguardo la tariffa mensile. L’hardware del router è costituito da un Raspberry PI collegato via USB a un dongle Huawei E3372. Il software del router è OpenWRT, una distribuzione GNU/Linux specifica per il routing e dotata di una web user interface.

La piattaforma hardware è stata scelta per il basso costo e l’economicità dei consumi, dai quattro ai cinque watt in piena potenza, ma ovviamente limita la scalabilità della rete data le ridotte dimensioni della RAM dei Raspberry e il processore ARM. Ovviamente OpenWRT è disponibile anche su piattaforme X86 64 bit per cui, utilizzando un differente hardware, giocoforza più costoso ed energivoro, è possibile realizzare progetti maggiormente scalabili verso l’alto. In ogni modo per il caso d’uso per cui questo progetto è stato realizzato la piattaforma RaspberryPi è sembrata la scelta più vantaggiosa: è necessario infatti fornire connettività a due computer collegati via ethernet e a quattro/cinque cellulari o laptop via wifi (ma difficilmente ci saranno più di due apparecchi simultaneamente collegati al wi-fi). La connessione viene utilizzata principalmente per la navigazione web, posta elettronica, messaggistica e, al massimo, accesso a brevi video o stream audio. Non è pensata per streaming in HD e, tantomeno, per il gaming online.

Siccome stiamo parlando di sistemi wireless è palese che bisognerà tenere accuratamente conto delle caratteristiche ambientali del luogo dove verrà installata l’apparecchiatura. Nel caso specifico parliamo di un semi-interrato dove vi è una buona copertura per quanto concerne il 4G, sopratutto in prossimità delle aperture tipo “bocca di lupo”, che non ha reso, a ora, necessario l’utilizzo di un’antenna aggiuntiva da collegare al dongle Huawei (che è stato comunque scelto per la possibilità di collegare l’antenna in caso di necessità). Siccome l’ambiente è piuttosto vasto, circa 85 metri quadri, e diviso da dei muri di cemento armato costituenti le fondamenta dell’edificio, si è rilevato come il wi-fi per la LAN perde molta potenza fuori dalla stanza dove è installato il router. A circa cinque metri da essa, e con in mezzo una parete in cemento armato da diversi decimetri con un’apertura che funge da passagio, la connettività wi-fi rimane disponibile solamente per i cellulari di fascia medio-alta, dotati di un’antenna wi-fi con un buon guadagno. Il problema è comunque facilmente ovviabile installando o una scheda wi-fi esterna dotata di antenna maggiormente performante sul Raspberry oppure, soluzione che a mio avviso sarebbe migliore, installando un access point collegato via ethernet al router nell’ambiente attiguo alla stanza dove è installato l’apparato. Il problema comunque non è stato giudicato limitante dato che lo scopo era fornire di connettività la stanza dove l’apparecchio è stato posto.

L’hardware necessario è il seguente:

  • Raspberry Pi modello B+. È altamente consigliato anche l’acquisto di un case protettivo.

  • Scheda SD da almeno 8 GB per il sistema operativo, di buona fascia (Kingston o Samsung)

  • Dongle Huawei E3372 e, ovviamente, una SIM card da inserirvi

  • Alimentatore da muro con uscita mini-usb (un normale caricatore da muro per cellulari va benissimo). Ovviamente è necessario che l’impianto elettrico sia fornisca corrente in modo stabile pena il possibile danneggiamento dell’apparato

  • Switch ethernet. Date le scarse richieste nel caso specifico si è puntato al risparmio prendendo un banale TP-Link da quindici euro. Niente impedisce di usare uno switch managed da un migliaio di euro o una qualsiasi soluzione intermedia. Lo switch è necessario solo se si devono collegare più di un device via ethernet, dato che il Raspberry ha una sola porta RJ45.

Il Raspberry PI riesce ad erogare, tramite la sua porta USB, una potenza sufficiente ad alimentare il dongle. Altri modelli di dongle potrebbero necessitare di un maggiore wattaggio per cui bisognerebbe procurarsi un hub usb alimentato esternamente e usare questo per collegare il dongle al Raspberry.

Per prima cosa bisogna scaricare l’immagine di OpenWRT e flasharla sulla scheda SD da inserire nel Raspberry. Questo va necessariamente dotato di connessione internet, possibilmente in DHCP e via cavo ethernet, dato che andranno assolutamente installati, da linea di comando in SSH o da webUI i seguenti pacchetti: kmod-usb-net-cdc-ether
e usb-modeswitch. Da shell vanno usati i seguenti comandi:

opkg update
opkg install kmod-usb-net-cdc-ether
opkg install usb-modeswitch

Ovviamente
già che ci siete aggiornat
e
completamente il sistema con:

opkg
upgrade

A questo punto è necessario spegnere il sistema e collegare il dongle USB dove si dovrà già montare la scheda SIM. Il gestore della SIM potrà essere di vostra scelta, nel caso specifico è stato usato Iliad, ma chi vorrà poter raggiungere l’apparecchio da internet dovrà scegliere un gestore che fornisca un IP pubblico, anche se dinamico dato che OpenWRT supporta funzionalità di Dinamic DNS. In questo caso Iliad non andrebbe bene, a meno di volersi impegolare il tunnel SSH o configurazioni VPN.

Il sistema, una volta riavviato, riconoscerà il dongle USB come interfaccia Ethernet, per la configurazione iniziale è necessario settare l’interfaccia in DHCP in modo che possa prendere l’indirizzo ip dal Dongle stesso. Successivamente è necessario, per evitare problemi, settargli un indirizzo statico nella stessa rete fornita dal dongle: nel mio caso il dongle aveva indirizzo 192.168.1.1 e io ho settato l’indirizzo dell’interfaccia lato Raspberry come 192.168.1.2/32 in modo che vi fossero solo due indirizzi disponibili su quella rete: uno usato dal Raspeberry e uno usato dal dongle.

Il dongle USB con le SIM Iliad va configurato creando un profilo dalla webUI del dongle stesso, raggiungibile all’indirizzo 192.168.1.1 e inserendo i dati di login forniti da Iliad stessa:

utente:iliad

password: iliad

È buona pratica anche impostare una password amministrativa per il dongle stesso, lo si fa dal pannello amministrativo del device stesso, in modo che non sia gestibile da qualsiasi utente collegato alla rete.

L’interfaccia di rete su cui si collega il Dongle andrà messa nella zona red (WAN) del firewall mentre l'interfaccia ethernet e wi-fi dovranno rimanere nella verde (LAN). Questo va specificato al momento in cui si crea l’interfaccia ethernet su USB.

A questo punto dall’interfaccia web di OpenWRT è necessario andare nella sezione “Rotte statiche” e impostare per la rete LAN, nel mio caso 192.168.2.0/24, la route 192.16.8.1.1 per raggiungere la rete 0.0.0.0. In questo modo tutto il traffico che non abbia come indirizzo IP di destinazione un indirizzo interno alla LAN stessa verrà automaticamente smistato verso il dongle e da lì verso internet. Nelle guide ufficiali non è scritto ma ho notato che le rotte statiche vengono applicatesolo dopo un reboot del dispositivo, operazione che richiede meno di un minuto.

Per quanto riguarda la gestione della rete LAN ho impostato il DHCP e l’interfaccia ethernet e wi-fi in bridge tra di loro (è l’impostazione di default). Niente ovviamente impedisce di disaccoppiarle, impostare il DHCP solo sull’interfaccia wi-fi, che a questo punto dovrà avere la sua rete, o di collegare un access point wi-fi tramite lo switch e usare per questo una rete a parte (con relativa VLAN) passando a un paradigma di “router on a stick” (ovviamente solo se lo switch consente la gestione delle VLAN). Comunque per il caso d’uso per cui il sistema è stato realizzato questa necessità non si è presentata, facendo anche risparmiare un po’ di tempo nella configurazione e nella progettazione del sistema. Ovviamente in caso di aggiunta di ulteriori reti o subnet, che siano tramite il wi-fi del Raspberry o tramite un access point esterno bisognerà opportunamente modificare la tabella delle rotte statiche di OpenWRT per fare in modo che chi si connette su tali reti o subnet possa raggiungere la WAN. In ogni caso se si desidera semplicemente collegare un access point wi-fi senza separare le reti ma solo per aumentare l’area su cui si fornisce connettività è possibile farlo tramite uno switch, o direttamente all’unica porta ethernet del Raspberry, dato che il mezzo fisico di trasmissione dei dati è trasparente al router.

Il DHCP è fornisce ai client come server DNS un indirizzo IP di OpenDNS.

OpenWRT è un sistema versatile e potente e permette l’implementazione anche di diversi tipi di VPN, sia come client che come server, DNS dinamico, comodo questo anche per progetti di IOT, funzionalità firewall, NAT e PAT, tramite pacchetti preinstallati o installabili dai repository. Ovviamente è possibile, per avere una maggiore banda disponibile, collegare più dongle con relative SIM, al Raspberry (magari in questo caso tramite un hub USB alimentato esternamente) e impostare un load-balancing che permetta di utilizzarli contemporaneamente. Ovviamente parliamo di configurazioni avanzate che nel caso d’uso corrente non aveva nessun senso applicare e va tenuto conto che il Raspberry ha una potenza di calcolo limitata e non si può pretendere che svolga lo stesso lavoro di un router Cisco o Huawei. In ogni caso per quanto riguarda l’utilizzo domestico o per piccole realtà, commerciali o no, che non hanno bisogno di gestire un grande traffico dati rappresenta una soluzione con un ottimo rapporto qualità/prezzo.

In futuro valuterò se impostare un cronjob che faccia eseguire un riavvio all’intero sistema ogni settimana, in modo da svuotare la RAM che date le sue dimensioni non elevate è sicuramente un punto debole di questa piattaforma hardware.

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Una pericolosa recita

Il seguente articolo è apparso su Umanità Nova numero 1 anno 100 (mica pochi!).

Le energie che si sono accumulate lungo la faglia geopolitica del Golfo Persico hanno trovato uno sfogo nell’omicidio del generale Soulemani da parte degli Stati Uniti. Il futuro ci dirà se questa scossa porterà a un assestamento oppure è il preludio di un conflitto di ampia scala.

Emergono comunque alcuni dati che vanno analizzati e tenuti in considerazione: ancora una volta si è ribadito, in modo palese, come il diritto internazionale, quello che nella narrazione liberal-capitalista dovrebbe regolare i rapporti tra stati non sia che un paravento. L’assassinio di Soulemani, avvenuto senza uno stato di guerra e in territorio di uno stato terzo e nominalmente sovrano, quale l’Iraq, è avvenuto in palese violazione di qualsiasi regola del diritto internazionale stesso. Gli Stati Uniti hanno scelto questa strada per ribadire che hanno i rapporti di forza per farlo, altrimenti avrebbero affidato il lavoro sporco a un qualche gruppo terroristico sunnita presente nel mazzo di carte saudite o a qualche gruppo di anonimi mercenari nelle disponibilità della criminalità statale. Invece hanno scelto di portare avanti l’operazione in modo scoperto e rivendicandola apertamente. Lo hanno fatto perché sanno che possono permetterselo e voglio affermare ciò davanti a qualsiasi altri potenza, regionale o sovraregionale.

Va detto a chiare lettere: se qualcuno avesse ammazzato Soulemani con lo spirito con cui Gaetano Bresci ammazzò Umberto Primo oggi noi tutti dovremmo festeggiare la morte di un tiranno. Soulemani invece è stato ammazzato da una compagine criminale rivale alla sua. La politica internazionale è gangesterismo su scala globale e il conto le pagano gli oppressi di tutto il mondo.

Il diritto internazionale è un paravento di carta, alla faccia dei liberal-democratici che, nella loro insipienza e nelle loro aporie, ci si richiamano.

Scrivevamo poco più di un mese fa:

La geopolitica aborre il vuoto: il progressivo disimpegno statunitense dall’Iraq a partire dal 2011 ha aperto ampie praterie per l’Iran. L’Iraq è diventato sostanzialmente uno stato cliente di Theran, le milizie finanziate da questa, l’impegno militare diretto delle forze speciali, delle “milizie di volontari” e i finanziamenti al governo di Baghdad sono ciò che hanno garantito lo stop all’avanzata verso est dell’ISIS.

(in Fuoco ai Turbanti, articolo pubblicato su Umanità Nova numero 34 anno 99)

Ora gli Stati Uniti hanno ribadito con forza che sono e vogliono rimanere la principale voce in capitolo negli affari del Golfo Persico. Hanno mandato un messaggio a tutti gli altri attori presenti: per quanto gli USA siano sempre più rivolti verso gli scenari del Pacifico, dell’Oceano Indiano e – in prospettiva – dell’Artico, in Medio Oriente sono disposti a rischiare una guerra aperta per garantire i propri interessi e quelli dell’Arabia Saudita e Israele, i due principali alleati regionali.

In Iraq hanno lasciato in qualche modo campo libero all’Iran fintanto che questo non ha superato certi paletti e ha cominciato a considerare letteralmente come il proprio cortile di casa il vicino meridionale. L’omicidio di Soulemani di certo non metterà fine all’interventismo Iraniano in Iraq ma lo azzoppa notevolmente in quanto difficilmente potrà essere sostituito nell’immediato con un uomo di pari capacità strategiche e tattiche.

La risposta iraniana si è dimostrata intelligente. Il bombardamento effettuato, nella notte tra il sette e l’otto gennaio, nei confronti delle basi USA in Iraq è stato uno spettacolo teatrale di tutto rispetto. Dai tempi della Guerra del Vietnam, escluse un paio di mattane di Gheddafi nei rampanti anni ‘80, nessuno stato si era permesso di attaccare direttamente delle strutture statunitensi. Ovviamente Theran si è premurata di avvisare per tempo il governo di Baghdad – e probabilmente Mosca e Pechino – e uno di questi ha, altrettanto ovviamente, girato l’informazione ai comandi americani. Il risultato è stato ottimo per tutti: il governo Iraniano ha rassicurato le milizie sciite a lui fedeli che non intende fare passare impunite le aggressioni statunitensi, gli Stati Uniti e i loro alleati – tra cui le truppe italiane di stanza ad Erbil – hanno potuto mettere al riparo le truppe e i mezzi più costosi limitando i danni materiali. La maggior parte dei missili balistici iraniani sono andati lievemente fuori bersaglio, probabilmente volutamente, un paio sarebbero stati abbattuti e alcuni invece hanno colpito in pieno le basi. Il messaggio è stato mandato e recepito. Theran ha difeso l’onore della Rivoluzione Islamica, Washington ha ammazzato Soulemani e Trump ha fatto la figura del duro. Salvo poi aprire alla distensione. Intelligentemente l’Iran ha evitato di fare rappresaglie su Israele: Nethanyau, che è stretto tra guai giudiziari e problemi elettorali, non avrebbe chiesto di meglio, probabilmente, per poter ricompattare l’opinione pubblica israeliana. Ma quella è una linea rossa che non si può attraversare: la reazione di Israele sarebbe stata durissima, non giustificabile in termini di diritto internazionale – che l’Iran non si può permette di violare così apertamente come fanno gli USA – e avrebbe rischiato di spazzare via o di danneggiare pesantemente la presenza iraniana in Siria. Hezbollah in Libano ha trasferito buona parte dei suoi asset in Siria a fianco di Assad e il Libano stesso versa in una situazione di crisi interna in cui un conflitto aperto con la maggiore potenza militare dell’area sarebbe estremamente pericoloso per lo stesso “Partito di Dio”.

Gli altri attori nell’area si sono parzialmente rassicurati e a Baghdad, che è il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ghisa, hanno tirato un sospiro di sollievo in quanto l’Iraq non tornerà ad essere un teatro di guerra aperta. Per ora.

La funzione dell’ISIS come proto-stato cuscinetto negli attriti della Faglia del Golfo e del Levante si è esaurita. Potrà eventualmente essere riesumato dai suoi protettori delle Petromonarchie e della Turchia ma al momento è un cuscinetto a sfera usurato e poco lubrificato.

La guerra all’ISIS, di cui pure molti ingenui liberal-democratici si sono fatti una narrazione epica di una specie di santa alleanza contro il Mostro di turno, è stato un sanguinoso conflitto che si è basato su regolamento di conti tra clan, che in Iraq e Siria rimangono una delle componenti principali della strutture sociale per quanto poco analizzati da parte occidentale, ondate di profughi interni e non ai due stati direttamente coinvolti, bombardamenti a tappeto sulle città, stragi e pulizia etnica. Questi metodi sono stati perseguiti sia dall’ISIS e dai suoi protettori che dalle milizie controllate dall’Iran che dalla Coalizione Internazionale a guida statunitense. Sono state sostanzialmente avvallate da chiunque perché bisogna sconfiggere il Mostro.

Gli unici che nei limiti hanno giocato in modo più pulito sono stati i fautori del progetto del Confederalismo Democratico, ma, abbandonati dagli Stati Uniti e ridotti a merce di scambio, tornano ad essere alla mercede di Ankara o Damasco.

Da un lato l’omicidio di Soulemani ribadisce la “dottrina dell’Uomo Matto”, di cui Nixon fu maestro indiscusso minacciando reazioni spropositate a qualsiasi atto considerato come ostile, e dall’altro si mantiene nel caos il settore, costringendo l’Iran a investire ancora più risorse economiche e umane nella gestione di un territorio che non è facile da gestire.

L’azione statunitense sia anche tesa a fornire, paradossalmente, ossigeno alla ierocrazia iraniana e al governo ad essa legato di Baghdad. Gli ultimi mesi non sono stati facili per queste compagini governative, attaccate da imponenti movimenti progressisti che attuavano una radicale critica dell’ordine politico, sociale ed economico in quei paesi. La governance iraqena, sia nelle sue componenti sciite che in quelle sunnite che nazionaliste-curde, ricorda con orrore l’insurrezione delle Shoras all’indomani della sconfitta militare seguita alla fallita annessione del Kuwait. In Iran il fuoco cova sotto la cenere, nonostante i massacri attuati dai governi succedutesi al potere a Theran sotto la tutela della Guida Suprema. Ancora non si sono spenti i fuochi dell’insurrezione della fine del 2019 che ha visto il proletariato dei grandi centri industriali e gli studenti attaccare il governo. L’insurrezione è stata repressa nel sangue, con grande contributo anche del macellaio Soulemani. Contemporaneamente questi era impegnato nella repressione, anche qua con centinaia di morti, dei movimenti sociali Iraqeni che pretendono la fine dei governi-fantoccio, statunitensi o iraniani poco importa, ridistribuzione della rendita petrolifera, la fine delle ingerenze militari straniere e libertà politiche e civili.

Il governo di Theran e il governo di Baghdad sventoleranno la bandiera del revanscismo e del jingoismo, vittime dell’aggressione del Grande Satana a stelle e strisce. Giocheranno la carta dell’unità nazionale davanti all’aggressore esterno per tacitare ulteriormente i contestatori, il nemico esterno fornirà capacità di colpire con ancora più forza il nemico interno. Potrebbero addirittura giocare la carta dell’unità Sciita, se accetteranno il rischio di alienarsi definitivamente i sunniti iraqeni e kurdi di Barzani che vogliono la loro autonomia completa sotto tutela statunitense.

Ma non è detto che ci riescano: una parte consistente degli oppressi in Iran e in Iraq non hanno assolutamente in amore i rispettivi governi. Non hanno neanche in amore il governo statunitense, le cui politiche imperialiste hanno subito sulla loro pelle. Non è detto che la carta dell’unità nazionale funzioni, né in Iran dove oramai vi sono cicliche e sempre più radicali insurrezioni contro la Repubblica Islamica né in Iraq, che neanche è una nazione nel senso proprio del termine, dove un ampia parte della popolazione delle aree urbane non ne può più di una guerra che prosegue dal 2003 e che è stato preceduta da dieci anni di ristrettezze economiche con tanto di carestie a causa delle sanzioni statunitensi e dai precedenti otto anni di sanguinosa guerra con l’Iran voluti dal criminale Saddam Hussein e dalla sua cricca.

La stessa carta del pan-sciismo non è detto che funzioni. La maggioranza della popolazione iraqena condivide sì la religione sciita con il vicino settentrionale ma è di li lingua e cultura araba. Durante il lungo e sanguinoso conflitto tra Iran e Iraq degli anni ottanta del XX secolo gli sciiti iraqeni solo in parte minoritaria si schierarono con i correligionari iraniani. La maggior parte di loro rimase fedele al sunnita Saddam. I legami clanici e, in parte, l’allora ancora presente, anche se forse già residuale, nazionalismo pan-arabo, ressero l’urto della Rivoluzione Islamica di Kamenei.

La questione del controllo dei centri di produzione e transito del petrolio è più complessa di come la si presenta, sopratutto nelle analisi che vengono dalla sinistra occidentale. Gli Stati Uniti hanno raggiunto l’autosufficienza energetica grazie alla produzione interna data dalle nuove tecniche estrattive tramite fracking. Anche le tecnologie di estrazione del petrolio off-shore negli ultimi anni sono avanzate. In Iraq le compagnie americane hanno sì grossi interessi ma il petrolio lì estratto non serve ad alimentare direttamente gli Stati Uniti, i quali quindi non sarebbero grandemente danneggiati da una chiusura da parte Iraniana dello stretto di Hormuz. Chi ne patirebbe enormemente le conseguenze sarebbero le petromonarchie del Golfo, arcinemiche dell’Iran, e, di conseguenza, i mercati energetici europei – sopratutto data il contemporaneo acutizzarsi della crisi libica – e, sopratutto, Cina, Giappone e paesi del Sud-Este asiatico. La Cina ha grossi interessi in Iran e ha tutto l’interesse a mantenere bassa la tensione per scongiurare un conflitto, che se anche coinvolgesse solo il blocco saudita e la Repubblica Islamica, porterebbe a una grossissima diminuzione dei flussi di petrolio fondamentali per alimentare l’economia di Pechino. Gli Stati Uniti tutto sommato potrebbero decidere che aprire uno scenario di guerra aperta nel Golfo e non più solo di guerra asimmetrica potrebbe fare comodo: le quotazioni del petrolio salirebbero, le esportazioni dagli Stati Uniti verso l’Europa porterebbero introiti nelle casse USA, la Cina si troverebbe in difficoltà. Il gioco non sarebbe più quello del controllo dei centri di produzione in medioriente ma la capacità di controllo dei punti nevralgici per il flusso del petrolio stesso e non per appropriarsi di questi flussi, come è stato per decenni, ma per regolamentarlo per colpire i propri avversari.

L’Iran a sua volta non ha interesse in un conflitto aperto, né con gli Stati Uniti né con l’Arabia Saudita. Con gli Stati Uniti, anche se non sarebbe di certo una passeggiata per Washington, non ci sarebbe storia da un punto di vista militare. Con l’Arabia Saudita militarmente l’Iran sarebbe molto più avvantaggiato – le pessime performance dell’esercito di Ryad in Yemen mostrano che non basta essere pieni di denaro per vincere le guerre – ma l’economia di Theran non è detto che reggerebbe a un conflitto vero e proprio. Le capacità iraniane di guerra asimmetrica invece si sono dimostrate di tutto rispetto: l’attacco di settembre contro le infrastrutture petroliere della Aramco – l’azienda petrolifera di stato dei sauditi – lo ha dimostrato, come lo ha dimostrato il sapiente uso del soft-power per espandersi nel Levante.

La Faglia del Golfo potrebbe riorganizzarsi in maniera differente senza un conflitto su larga scala. Ma potrebbe anche avvenire il contrario. Qualunque manovra comunque sarà effettuato sulle spalle degli oppressi e della loro capacità di organizzatore autonoma.

Nonostante quanto dicano gli apprendisti stregoni della geopolitica gli oppressi si possono emancipare da soli e con le loro forze, senza campismi e presunti mali minori.

Gli anarchici davanti alle prospettive di guerra devono perseguire l’obiettivo del disfattismo rivoluzionario in qualsiasi settore del campo imperialista si trovino ad agire. Devono stare con gli insubordinati e disertori di tutto il mondo e con chiunque agisca nell’ottica della costruzione dell’autonomia di classe e dell’autogestione. Con chi si oppone a regimi patriarcali e religiosi, alla devastazione di ecosistemi e vite in nome dell’accumulazione di capitale e potere. Per troppo tempo nella sinistra occidentale vi è stata la convizione, viziata per altro da un certo razzismo di fondo, che gli oppresi mediorientali e arabi non siano in grado di costruire una propria capacità di autonomia. Le lotte sindacali e politiche dei lavoratori in Iran e Iraq ci dimostrano il contrario. Checchè ne dicano i complottisti la Primavera Araba, prima di finire schiacciata tra l’islamismo e le guerre tra bande borghesi, ha dato un altro forte segnale in quel senso. Gli oppressi di tutto il mondo non hanno bisogno di qualche apprendista stregone che si erge a maestro ma di mutuo appoggio e solidarietà.

lorcon

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Insurrezione nel Golfo – Fuoco ai turbanti

Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran, che barattavano la fine di decenni di sanzioni economiche e la distensione dei rapporti diplomatici con l’interruzione a tempo indeterminato del programma nucleare, ufficialmente civile ma nei fatti dual-use come tutti i programmi nucleari, della Repubblica Islamica, ha visto il ritorno e il rafforzarsi delle sanzioni economiche verso Theran.

Se alcuni paesi, come la Russia e la Cina, possono ignorare le sanzioni statunitensi continuando e rafforzando gli accordi commerciali, basati sull’export del greggio persiano, altri paesi come quelli dell’Eurozona si sono dovuti, anche se obtorto collo, piegare ai diktat di Washington, riducendo gli acquisti delle materie prime petrolifere iraniane. Questo ha causato una contrazione economica in Iran che il governo islamista ha scaricato, ovviamente, sulle classi popolari. Il grande aumento, negli anni tra il 2015 e il 2017, delle spese militari iraniane, che supportano la politica di potenza degli Ayatollah e gli ingenti finanziamenti a quei gruppi militari filo iraniani, pensiamo ad Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq e a quelle Houti in Yemen, hanno inoltre drenato ulteriori risorse verso l’imponente apparato militare agli ordini della borghesia religiosa di Theran. Il ritorno delle sanzioni ha imposto, nel 2018 e nel 2019, un relativo calo della spesa militare che comunque continua ad assorbire il 2.7% del PIL (nel 2012 era stato il 2.2% salito progressivamente verso il 3.1% del 2017 secondo i dati SIPRI).

La geopolitica aborre il vuoto: il progressivo disimpegno statunitense dall’Iraq a partire dal 2011 ha aperto ampie praterie per l’Iran. L’Iraq è diventato sostanzialmente uno stato cliente di Theran, le milizie finanziate da questa, l’impegno militare diretto delle forze speciali, delle “milizie di volontari” e i finanziamenti al governo di Baghdad sono ciò che hanno garantito lo stop all’avanzata verso est dell’ISIS. Stesso ruolo è stato giocato, in joint-venture con la Russia, in Siria, permettendo la tenuta del regime di Damasco.

Ma colonizzare le praterie ha un costo e il ritorno non è sempre immediato. Fallita la normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti, bloccati gli investimenti dei paesi dell’Euro-zona, che in Iran potrebbero accedere a un paese con una grande riserva di manodopera altamente qualificata a relativo basso costo e con forti bisogni di rinnovamento delle infrastrutture e disponibile ad acquisire tecnologie di alto livello sia in ambito civile che militare, investimenti e possibilità di commercio che fanno gola alle grandi industrie sia tedesche che italiane che francesi, la crisi economica è tornata a divorare i salari. L’export ha subito una disastrosa caduta dell’ottanta percento, l’inflazione viaggia intorno a valori del 35% di aumento su base annua, il Rial è svalutato e la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30%.

La politica di assistenzialismo e di sussidi elargiti a larghe mani dal governo islamico tramite la sua rete di ricche fondazioni controllate direttamente dal clero sciita non basta più a tamponare la situazione.

La decisione, presa il 15 novembre, di aumentare del 300% il prezzo della benzina, in un paese che è tra i primi produttori mondiali di prodotti petroliferi, ha funto da detonatore della rivolta.

Banche, scuole coraniche, caserme sono state prese d’assalto e date alle fiamme. Gli slogan contro il governo e contro le sue politiche si diffondono e vengono ripresi in piazze di tutte le principali città del paese. La critica non travolge solo la politica antiproletaria del governo di Rohuani ma attacca direttamente il concetto stesso di Repubblica Islamica e la Guida Suprema Khamenei. La risposta è stata la stessa degli anni scorsi: spari ad altezza uomo, minacce di impiccagione, alla repressione si affiancano parziali passi indietro negli aumenti del prezzo del carburante nella speranza di fare rientrare l’insurrezione.

Uno dei principali centri della rivolta è la provincia del Khuzestan, al confine con l’Iraq e abitata da popolazione araba, che è stata obiettivo, negli ultimi anni, di una forte repressione contro esponenti della società civile e contro i tentativi di sindacalizzazione dei lavoratori di raffinerie e campi petroliferi. Una zona colpita, per altro, da gravi problemi ambientali dovuti alla presenza dell’industria estrattiva.

Anche nel Kurdistan Iraniano vi sono state grosse mobilitazioni: oltre alla repressione contro la cultura kurda, l’oppressiva religiosità sciita e la compressione salariale che ha colpito i lavoratori in tutto il paese quest’area è stata colpita negli anni da diversi e disastrosi eventi sismici e, nella città di Kermanshah, capitale della provincia, migliaia di persone vivono in tendopoli da oltre un decennio in quanto i lavori di ricostruzione vanno a rilento.

Di fronte alle proteste la Guida Suprema Khamenei ha dichiarato che gli iraniani devono stringere la cinghia per il bene della nazione e che chi scende in strada è un teppista istigato dalle potenze straniere.

Negli ultimi anni il movimento dei lavoratori in Iran si è espanso, nonostante la dura repressione che ha visto decine di attivisti sindacali finire imprigionati, costretti a pagare pesanti cauzioni per tornare in libertà, condannati a pene corporali. Allo stesso modo il movimento femminista ha ripreso a criticare a volto scoperto il regime clericale, mobilitandosi contro la repressione di genere che colpisce le donne iraniane. La popolazione giovanile è in aumento demografico da decenni e difficilmente viene contenuta entro le strutture create dalla controrivoluzione islamica che sono alla base del paese. Non esiste più l’Iran rurale di Komenei, Theran raggiunge i dieci milioni di abitanti, il tasso di scolarizzazione è altissimo così come sono enormemente aumentati i laureati. Le donne lavorano fuori casa da anni.

La decisione di interrompere i servizi internet in concomitanza con la rivolta, per bloccare la comunicazione tra i rivoltosi e rendere difficile la diffusione di notizia sia all’interno che all’estero ha anche reso impossibile il lavoro a quelle centinaia di migliaia di abitanti di Theran che integrano il loro reddito tramite la gig economy. Con le relative aperture durante l’accordo sul nucleare in Iran si sono diffuse piattaforme digitali, alcune garantiscono un milione e duecentomila corse di taxisti privati al giorno, ma, come riportato nell’articolo di Vincenzo Nigro uscito il 19 ottobre su La Repubblica, ve ne sono anche altre che garantiscono ogni sorta di servizio e sempre con maggiore diffusione. Con internet bloccato tutto questo settore si trova impossibilitato a lavorare e questo incide negativamente sul reddito di chi si è dovuto reinventare come taxista/fattorino in moto dato che con una laurea in ingegneria non trova lavoro. Difficilmente questo farà guardare con maggiore favore al regime. Per inciso questo blocco di internet ci insegna anche come sia necessario dotarsi di infrastrutture digitali resistenti al controllo centralizzato.

Ciclicamente il paese viene attraversato da ondate di proteste, sempre più ravvicinate tra di loro – l’ultima violenta insurrezione era avvenuta a fine 2017 – e radicali sia nelle pratiche di piazza che nelle rivendicazioni. All’epoca della sconfitta elettorale dei riformisti e della riconferma di Ahmadinejad alla presidenza della repubblica molti di coloro che scendevano in strada speravano in un’ipotesi di riformismo politico interna alla Repubblica Islamica. Ora al potere ci sono i così detti moderati ma la crisi economica ha travolto ancora maggiormente i lavoratori e, la repressione religiosa non si è allentata. Ora si assaltano le stazioni di polizia e si vuole la fine della ierocrazia sciita, si mette in discussione la politica di potenza voluta negli ultimi anni dalla classe dominante iraniana che ha portato a un aumento delle spese militari a discapito del welfare. Non è un cambio di poco conto, indica che le fasce giovanili del proletariato vogliono un deciso cambio di passo.

Non possiamo sapere, e non ci illudiamo, che questo cambio di passo sia in senso immediatamente rivoluzionario e permane comunque un certo nazionalismo di fondo, anche se magari laico, repubblicano, democratico e progressista, in molti settori che ora sono in piazza.

Sicuramente si apre una fase interessante, che potrebbe scardinare dall’interno quella che è stata la potenza regionale a più rapida crescita, in termini di effettiva capacità di proiezione militare e politica oltre i suoi confini, dell’area. Se il progetto egemonico neo-ottomano della borghesia turca che si è legata all’AKP sembra essere finito in un’impasse, come abbiamo rilevato più volte, dovendo trovare un accordo con la Russia e, nei fatti con la Siria assadista, e correndo tuttora il rischio di impantanarsi in una lunga guerra nel Rojava, il progetto egemonico persiano ha riportato grosse vittorie: è riuscito ad occupare lo spazio lasciato vuoto dagli USA in Iraq, divenendo fondamentale per la coesione di un paese soggetto a spinte centrifughe, è riuscito a rompere il fronte delle petromonarchie della penisola araba, legandosi al Qatar, mettendo in crisi in Baherein, ponendo una propria stabile testa di ponte oltre il golfo persco in Yemen e facendo dissipare all’Arabia Saudita enormi risorse in tentativi infruttuosi di riprendere il controllo del vicino meridionale. È riuscito a portarsi ai confini settentrionali di Israele, grazie alla presenza militare in Siria e al legame oramai trentennale con Hezbollah in Libano.

Tutto questo in meno di dieci anni, e non è un risultato da poco per un paese che è nemmeno di cultura araba, al contrario degli altri citati. Ma potrebbero essere state vittorie di Pirro, un’espansione che manca delle strutture necessarie a mantenerla

Le ondate di protesta in Libano che si susseguono da anni mettono in discussione il ruolo di Hezbollah e del suo protettore iraniano così come la grande onda insurrezionale che sta attraversando l’Irak, superando, pare, i settarismi religiosi si muove su due binari paralleli: rivendicazioni di classe dovute alla tragica situazione in cui versa il proletariato Irakeno, che non è nuovo a grandi moti di insurrezione – si pensi all’esperienza delle Shoras, i Consigli Operai, nel 1991, con la diserzione di massa dell’esercito durante la Prima Guerra del Golfo, ripetutasi nel 2003, e la successiva insurrezione dei centri industriali repressa nel sangue dal Baath con la collaborazione del nazionalismo Kurdo e il beneplacito della Coalizione a guida USA – e che dimostra ancora oggi la sua combattività, insieme alla rivendicazione della fine delle ingerenze Iraniane nel paese. L’inchiesta pubblicata sull’Intercept il 18 novembre 2019, basata su settecento pagine di documenti dell’intelligence iraniana e trafugati da una fonte anonima, dimostrano come questa abbia letteralmente comprato il network di spionaggio che gli Stati Uniti avevano abbandonato con il ritiro dal paese e posto sotto controllo buona parte della classe politica irakena, compresi prominenti membri degli ultimi governi.

La faglia geopolitica del Golfo da anni accumula tensioni che sono pronte ad esplodere. Fino ad ora si è fatto di tutto per evitare uno scontro militare diretto tra le due principali potenze, Arabia Saudita e Iran, nonostante spesso si sia andati vicine al limite di rottura, si pensi all’attacco con droni che ha messo in grave crisi la capacità di produzione dell’Aramco, la compagnia petrolifera statale dei Saud. Probabilmente questo non è avvenuto in quanto nessuno dei contendenti si sente sicuro sul fronte interno. Talvolta le guerre inter-imperialistiche si trasformano in guerre civili e a volte queste aprono scenari rivoluzionari. Gli Hohenzollern e i Romanov ne hanno fatto le spese di questa dinamica, i Savoia rischiarono di farle, più vicino nel tempo e nello spazio la già citata insurrezione irakena del 1991 vide una dinamica simile, forse sia i Saud che la borghesia clericale persiana hanno imparato e temono quella lezione. Fronti interni troppo accesi non sempre consigliano di lanciarsi verso l’esterno.

Taluni probabilmente si metteranno a strillare dell’ennesimo complotto giudo atlantistico massonico e si daranno alla difesa d’ufficio della ierocrazia di Theran in nome dell’antimperialismo.

Ma la geopolitica è per noi interessante fintanto che ci permette di restituire un quadro di quanto accade nel mondo, non per farci affliggere dalla febbre tifoide del campismo e neanche per compiacerci di essere presunti custodi di una altrettanto presunta eterna, invariante e gloriosa scienza rivoluzionaria ma per sviluppare una linea d’azione coerente che ci permetta di individuare qui e ora i percorsi per l’emancipazione sociale.

La rivolta contro un regime intrinsecamente antiproletario, misogino, clericale non può che essere guardata con favore e appoggiata.

lorcon

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Censura e autogestione

Articolo apparso su Umanità Nova numero 31 anno 99

La recente ondata di censura da parte del social network Facebook nei confronti di pagine che si occupavano di informazione, da un punto di vista filo-confederalismo-democratico, su quanto accade in Rojava costringe a riprendere il filo di alcuni discorsi.

Buona parte della così detta “controinformazione”, ovvero ciò di cui non si occupano i media legati a conglomerati editoriali e, quindi, a interessi economici particolari, passa oramai su Facebook e su Twitter.

Tramontate oramai da anni esperienze come il network globale di Indymedia – Indipendent Media Center, IMC – un network di controinformazione che nel suo momento di massima diffusione aveva contato decine di nodi sparsi per Europa, USA e America Latina e che costringeva i media mainstream ad inseguire quanto veniva su di esso pubblicato (pensiamo all’emblematico ruolo assunto da IMC Italy in occasione di Genova 2001), e tramontata la volontà di dotarsi di media autogestiti di massa ci si è dovuto affidare gioco-forza a sistemi come i social network controllati da corporation. Scrivo gioco-forza in quanto se da parte di molti la scelta di usare questi mezzi è stata fatta in quanto mancavano i mezzi per attuare una scelta altra da parte di alcuni ci si è cullati nell’illusione di poter usare – per fare il proprio gioco – e non farsi usare corporation come Facebook, che basano il loro modello di business sull’estrazione di valore dai dati.

Illusione perniciosa questa che ha dimostrato la propria debolezza per l’ennesima volta. Nel giro di pochi giorni facebook ha proceduto a un vero e proprio crackdown nei confronti di decine di pagine che si occupavano delle vicende del Rojava. Pagine da decine di migliaia di utenti, in cui chi le ha create ha investito un enorme quantità di tempo, risorse, economiche ma anche emotive, in alcuni casi anche centinaia di migliaia, sono state cancellate nel giro di pochi giorni. Perse, come lacrime nella pioggia e senza neanche l’epica di uno scontro su di un grattacielo di una megalopoli piovosa e di una frase ad effetto.

Certo anche gli IMC subirono innumerevoli tentativi di censura: procuratori che cercavano di sequestrare i server, blocchi dei DNS e perquisizioni nelle case degli amministratori. Ma erano strutture dotate di una forte resilienza, queste censure sono sempre state aggirate, le rogatorie per i sequestri dei server in molti casi sono miseramente fallite. E certo, anche sugli IMC ogni tanto si procedeva a cancellare certi contenuti, ricordo chiaramente quando, come admin di IMC Emilia Romagna, ci davamo praticamente i turni per moderare il newswire a pubblicazione libera durante un conflitto particolarmente teso tra due gruppi politici bolognesi, per togliere tempestivamente post e commenti in a base di insulti e divulgazione di dati personali. Ma il regolamento di Indymedia era un regolamen te discusso e deciso collettivamente dal collettivo di gestione, chiunque volesse contattarci poteva farlo facilmente, sia tramite mezzi telematici che presentandosi alle – più o meno periodiche – assemblee aperte. Vi erano alcuni punti fermi che permettevano di cancellare senza pensarci due volte commenti razzisti, fascisti, di spam e di pubblicità. Ma per qualsiasi altra cosa era possibile una discussione tra chi utilizzava il mezzo e chi lo gestiva.

Nella stragrande maggioranza dei casi on esisteva una distinzione netta tra gli amministratori di un nodo locale e chi lo utilizzava in modo, diciamo, passivo. Più o meno si frequentavano gli stessi spazi fisici, vi era un’idea di comunità in lotta, un’etica condivisa dai più, nessuno spazio per il lucro.

L’esatto contrario di un mezzo di comunicazione che invece nasce esplicitamente per il guadagno dei suoi azionisti.

Circa un mese prima di questa ondata di censura nei confronti dei contenuti riguardanti il Rojava Facebook aveva proceduto ad eliminare, senza preavviso alcuno, le pagine dei principali partiti politici esplicitamente neofascisti presenti in Italia. All’epoca alcuni dissero, a ragione, che c’era poco da festeggiare: la lotta verso i servi del capitale non la si può delegare al capitale stesso, così come non la si può delegare alle procure e alle mozioni comunali. Si ravvisava il pericolo che con le stesse motivazioni con cui Facebook aveva messo a tacere le pagine di questa marmaglia dal braccio teso – istigazione all’odio e alla violenza – la stessa azienda avrebbe potuto censurare chiunque si ponesse al di fuori dall’orizzonte liberale. E così è stato. Facebook sembra applicare alla lettere la teoria degli opposti estremismi, d’altra parte questa è un mantra per il pensiero liberale.

La questione della censura sui social media fa sorgere ancora una volta, e con ancora più forza, la necessità di dotarsi di propri mezzi di comunicazione. Che essi siano giornali cartacei come il nostro, siti web, radio in AM autogestite – e in Italia ne abbiamo diverse, per fortuna – è fondamentale avere la capacità di comunicare senza passare da canali padronali.

La stessa cosa vale per i social network. Esistono esperienze come varie istanze mastodon gestite da compagn*[1] che stanno cominciando a diffondersi. Certo non permettono una diffusione di massa come su Facebook, anche se bisognerebbe riflettere su quanto le notizie date da pagine di controinformazione riescano a bucare la loro bolla di riferimento, ma intanto permettono di creare canali nostri su cui si sia liberi di esprimersi al di fuori da logiche di estrazione del valore e di logiche censorie.

Ovviamente esiste un problema di fondo di qualsiasi esperienza di autogestione dei media digitali: l’informazione passa per canali fisici, ponti radio, satelliti, fibra ottica, doppino, che non sono controllati da noi. Anche questo è un tema su cui occorre riflettere e iniziare con sperimentazione che permettano di fornire un’alternativa ai provider, che sono legati spesso a doppio filo alle strutture statali, come sottolineavamo nell’articolo “Gli arcana imperii dell’economia dell’informazione” e “Anatomia di un’intelligenza artificiale”[2].

Intanto, siccome sappiamo che la pagina di Uenne presente su facebook è a rischio censura abbiamo proceduto a creare una pagina di riserva – Umanità Nova – Settimane Anarchico – e a creare un canale Telegram (raggiungibile dall’indirizzo t.me/umanitanova) . Inoltre siamo presenti, anche se al momento solo con un bot che ripubblicava automaticamente gli articoli dal sito, su mastodon.bida.im con l’account @uenne@mastodon.bida.im (al momento stiamo vedendo di renderlo un account vero e proprio e non un semplice bot, fermo, per altro, da qualche mese).

E non scordiamoci di altri mezzi fondamentale mezzo per la diffusione delle nostre idee: volantinaggi, diffusione militante, giornali e manifesti murari, chiacchere al bar e al mercato e, sopratutto, esempi pratici di autogestione. Che possono avvenire anche su internet.

lorcon

[1] si veda l’articolo “Autogestire i social”, apparso su Umanità Nova numero 9 anno 99, https://umanitanova.org/?p=9505 e sul blog photostream.noblogs.org

[2] “Gli arcana imperii del’economia dell’informazione” pubblicato su Umanità Nova numero 31 anno 96, https://umanitanova.org/?p=3667 e “Anatomia di un’intelligenza artificiale” apparso su Umanità Nova numero 31 anno 98 https://www.umanitanova.org/?p=8601 entrambi gli articoli son o disponibili anche sul blog dell’autore, photostream.noblogs.org

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Medioriente – Quanto resta della notte?

Il seguente articolo verrà pubblicato su Umanità Nova numero 29 anno 99

Un anno e mezzo dopo l’offensiva che ha portato all’occupazione di Afrin, occupazione che ha visto per l’altro il sorgere ed il dispiegarsi di una forte guerriglia di opposizione, lo stato turco cerca di chiudere una volta per tutte la partita in Rojava.
Dopo mesi di preparazione e subito dopo l’annuncio del presidente statunitense Trump circa il ridislocamento delle forze del Pentagono presenti nell’area, l’aviazione e l’artiglieria turca hanno iniziato i bombardamenti dei villaggi e delle città nel Rojava mentre colonne corazzate sono penetrate di circa cinque chilometri nel territorio curdo-siriano sotto il controllo del PYD e delle SDF.
Contemporaneamente milizie islamiste non ufficialmente legate allo stato Turco, quindi più libere di compiere massacri ed al contempo maggiormente sacrificabili, hanno fatto il lavoro sporco fornendo la forza d’urto sul fronte e compiendo attacchi nelle retrovie.
L’azione dello stato turco non era più rimandabile nella logica di Erdogan. La pluriennale crisi economica che ha molato i denti della tigre anatolica rischia di trasformarsi in recessione conclamata, soprattutto se gli attriti sempre più forti nel Golfo Persico portassero a un’impennata nel prezzo del greggio. Anni di guerra civile in Bakur, dove per altro l’insurrezione non si è ancora placata, non hanno aiutato anche se il blocco di affaristi del cemento che sostiene Erdogan sta facendo affari con la ricostruzione delle città, in molti casi vere e proprie operazioni di ingegneria demografica.
Il ricorso al nemico esterno è sicuramente un buon diversivo per la pubblica opinione e probabilmente c’è chi spera che funga da volano per l’economia, il settore militare divora un 2% abbondante del PIL – anche se siamo lontani dal 4,5% degli anni novanta non è poco – le commesse militari fanno gola e sono sempre buona occasione per arricchirsi per la borghesia anatolica.
Il progetto neo-ottomano di Erdogan consiste nel creare un corridoio a sud, penetrando in Siria, scalzando Assad e la sua cricca rafforzando, nel contempo, la propria presenza nel Caucaso e nelle aree musulmane dei Balcani dove proporsi come protettore nell’eventualità di eventuali rigurgiti sciovinisti serbo-croati, tutto ciò aumentando la propria capacità di proiezione nel Mediterraneo, è in stallo da anni.
I rovesci della guerra civile siriana, il crollo dello Stato Islamico, la tenuta del regime di Assad e la necessità di trovare una forma di collaborazione con la Russia putiniana dopo il pericoloso deteriorarsi delle relazioni bilaterali tra i due paesi, hanno portato la Turchia in una posizione isolata.
Contemporaneamente all’assedio di Kobane da parte dell’ISIS, finanziato e sostenuto a tutti i livelli dalla Turchia, anche tramite l’acquisto di enormi quantità di petrolio di contrabbando e la fornitura diretta di materiale bellico, intelligence ed approvvigionamenti, vi è stata l’insurrezione del Bakur. Un’insurrezione che nei suoi risultati immediati è stata vittoriosa: ha costretto il governo turco ad aprire la frontiera ai profughi curdo-siriani, alleggerendo la situazione umanitaria in Rojava ed a fare transitare gli aiuti militari internazionali verso Kobane. Uno smacco enorme per Erdogan. I sogni della borghesia di Ankara di porsi come paese egemone a livello sovra regionale sono stati frustrati. Con questa operazione Erdogan probabilmente si gioca il tutto per tutto.
Se, come auspicabile, la forza armata turca fallirà nell’operazione lampo che dovrebbe permettere di respingere permanentemente di almeno quaranta-cinquanta chilometri le forze dell’SDF dalla frontiera, il governo di Erdogan rischierà di trovarsi impantanato in un Vietnam (o in un Afghanistan) in salsa siriana.
Di fronte ad una crisi economica difficilmente contenibile e con la spada di Damocle di un’imminente impennata dei prezzi delle commodities energetiche, per l’aggravarsi della crisi nella faglia del Golfo, sostenere il peso di una guerra di logoramento potrebbe innescare una pesante crisi interna. La piccola borghesia che fino a ora ha sostenuto l’AKP potrebbe rivoltarsi e le stesse forze armate potrebbero, nonostante le pesanti purghe degli ultimi anni, dimostrarsi meno collaborative del dovuto.
Erdogan ha sì un forte consenso interno ma è un consenso polarizzato: milioni di turchi lo votano ma altri milioni lo vorrebbero vedere volentieri scomparire dalla scena politica e non pochi lo espellerebbero volentieri dal consorzio umano. La politica di appeasement verso la Russia, che è stata una scelta obbligata per non aprire uno scomodo fronte diplomatico contro Mosca – ma anche militare vista la posizione del governo di Putin sulla questione siriana – ha portato a un deterioramento delle relazioni con l’asse atlantico. Lo stesso Israele, da decenni vicino diplomaticamente e militarmente alla Turchia, vede con sempre meno simpatia il governo di Ankara.
Erdogan è un giocatore d’azzardo: quando è in difficoltà rilancia. Ma il suo è un gioco pericoloso, un giocatore con una migliore mano di carte potrebbe decidere di vedere e il bluff a quel punto sarebbe palese. C’è chi vedrebbe volentieri la Turchia impantanata nel Rojava e potrebbe decidere che fornire supporto di intelligence e di forniture militari – ovviamente sottobanco – al PYD e alle SDF sarebbe una buona mossa. Sicuramente Damasco vuole recuperare a sé le aree curdo-siriane. In cambio di un alleggerimento delle richieste di autonomia dal governo centrale potrebbe agire effettivamente come protettore di un territorio su cui teoricamente avrebbe la sovranità. A quel punto per Ankara la partita si complicherebbe sul piano militare.
Potrebbe perdere ma paradossalmente vincere: sconfitta sul campo da un non sostenibile sforzo bellico ma vittoriosa nel fine di impedire la realizzazione di un territorio autonomo curdo. Ma sarebbe, a ogni modo, una sconfitta per Ankara – se vince il nemico del tuo nemico non vinci automaticamente tu – come lo sarebbe per il PYD e il suo progetto di una Siria secolarista, democratica e federalista: Damasco ne risulterebbe il vero vincitore. Insieme a Teheran che, pur condannando l’aggressione turca, vede come fumo negli occhi l’autonomia del Rojava che intrattiene fraterni rapporti con il PJAK, il ramo iraniano dell’indipendentismo curdo, che ha fatto sue le teorie apociste. Il progetto del Confederalismo Democratico, in ogni modo, non ne uscirà indenne, come non è uscito indenne dalle prove che ha dovuto affrontare in questi anni.
L’insorgenza siriana del 2012, che è coeva alle altre primavere arabe, ha le sue origini in un decennio di smantellamento in senso neoliberale delle strutture pubbliche che, fornendo aiuti materiali alle classi popolari sotto forma di sussidi economici o distribuzione diretta di beni di prima necessità – cibo ed acqua, principalmente – sancivano il patto sociale che era in vigore dagli anni ’60, cioè quando i governi impiantanti dalle ex potenze coloniali erano stati spazzati via dai colpi di stato militari – ma di militari modernisti – in Siria ed Egitto. Crollato il patto sociale socialnazionalista – ed in certi momenti panarabo – le forze centrifughe hanno prevalso: la questione di classe, largamente nascosta anche in molte analisi fatte da sinistra, è esplosa al pari della questione delle varie identità culturali che sono state schiacciate sotto progetti di arabizzazione forzata: vi è il problema, questo tipicamente siriano, del rapporto tra alauiti e sunniti, con la complicazione del rapporto tra alauiti e sciiti, i quali hanno riconosciuti gli alauiti come musulmani esclusivamente per ragioni politiche.
L’insorgenza siriana è nata sulle parole d’ordine di una società maggiormente libera e con meno divario sociale ed è finita schiacciata sotto il martello della repressione militare di Damasco. La reazione islamista ha avuto gioco facile nell’imporsi come principale opposizione ad Assad che, per altro, preferiva grandemente avere come nemico principale degli impresentabili tagliagole islamisti che partiti ed organizzazioni laiche e di sinistra. Così facendo si è riciclato come baluardo contro l’islamismo sunnita e si è garantito una continuità nel potere che non sarebbe stata altrimenti scontata. Le organizzazioni curdo-siriane in quella situazione hanno pensato di poter fare il loro gioco tirandosi fuori per alcuni anni dalla mischia con un accordo di non belligeranza con il regime di Damasco – che è il motivo per cui quello che rimane dell’opposizione laica e di sinistra ad Assad non vede con simpatia le istanze portate avanti in Rojava – per ricavarsi lo spazio geografico per l’esperimento di Confederalismo Democratico.
Progetto molto interessante sulla carta ma viziato nella pratica da diversi problemi, alcuni imputabili a quello che è stato un errore strategico dettato dall’opportunità – il patto di non belligeranza con il regime che ha portato alla forte ostilità di altre componenti dell’insorgenza – altri dovuti dal fatto che l’attacco del 2014 da parte dello Stato Islamico ha costretto ad un’innaturale alleanza con delle forze imperialiste che seguivano le loro agende e che hanno usato i curdi siriani come fanteria legandoli a sé. Non che il PYD non se ne rendesse conto ma oramai era in ballo e doveva ballare. Ora si trova tra il martello dell’aggressione turca e l’incudine del dovere probabilmente accettare un accordo svantaggioso con il governo di Damasco che nel frattempo ha recuperato, grazie a russi e iraniani, molto terreno.
Il riflusso dell’insorgenza Turca di Gezi Park, la pesante repressione in Bakur, la mancata saldatura tra l’insorgenza sociale urbana di Istanbul e la questione di classe nei centri minori dell’Anatolia, dove pure il proletariato impegnato in settori come quello minerario, edile e manifatturiero ha dato prova di una certa combattività, il tentativo di colpo di stato dei generali del luglio 2016 che ha rafforzato il potere dell’AKP, tutti questi fattori hanno contribuito a rendere difficilmente attuabile l’estensione del modello democratico-confederalista nel Bakur, che sarebbe stata la garanzia per la tenuta del progetto. La scommessa dell’HDP di poter giocare pulito per via elettorale nel Bakur è stata persa: rafforzatosi il potere dell’AKP i sindaci delle municipalità controllate dall’HDP sono stati rimossi, perseguitati e arrestati.
Il progetto stesso del confederalismo democratico paga le conseguenze di alcuni problemi di fondo: un’organizzazione sociale che, se pur estremamente avanzata, non affronta compiutamente la questione di classe nei territori dove è riuscita vittoriosa, le circostanze della sua nascita stessa, ovvero la non belligeranza con il regime di Damasco nel momento in cui questo stava per collassare, il residuale etnicismo curdo, l’essersi dovuto legare obtorto collo all’agenda imperialista statunitense e in certi periodi russa in Siria.
La guerra contro i tagliagole islamisti dell’ISIS ha costretto il PYD e le SDF a porsi sotto l’ombrello di questa o quella compagine imperialista agendo anche fuori dei territori in cui il progetto democratico-confederalista era nato e aveva il supporto di massa. La battaglia di Raqqa che ha visto il tramonto del dominio territoriale dello Stato Islamico, che da Stato in pectore è tornato ad essere una compagine senza terra, ha visto pagare un prezzo altissimo alla popolazione di Raqqa. La narrazione epica non regge al confronto con la materialità. I bombardamenti da parte della Coalizione Internazionale su Raqqa hanno causato un’enorme numero di morti tra la popolazione civile, la stessa popolazione che veniva schiacciata sotto il dominio islamista è stata bombardata per mesi dall’aviazione della Coalizione. Allo stesso identico modo in cui i quartieri operai di Amburgo, Colonia, Torino, Milano e Roma venivano bombardati dall’aviazione Alleata durante il secondo conflitto mondiale.
Il paragone non è casuale: i conflitti inter-imperialistici vedono pagare il più alto prezzo da parte dei proletari stessi. Le narrazioni affabulatorie possono fornire giustificazioni a posteriori ma vanno dissezionate. La superficie va divelta e bisogna guardare nell’abisso che si apre al di sotto di essa. La coerenza del programma rivoluzionario non permette cedimenti, non fornisce scuse per tatticismi. La logica del male minore la lasciamo volentieri alla retorica di “danni collaterali” cara al gioco al massacro delle guerre umanitarie. La tattica deve essere subordinata alla strategia.
La sperimentazione del modello del confederalismo democratico in Rojava ha dato importanti risultati. Ha permesso di infliggere pesanti colpi alla società patriarcale in quelle terre, ha aperto spiragli nella cappa di piombo degli stati-nazione. Ha aperto una sfida importate. Ha impostato un’economia di stampo cooperativistico, un risultato intermedio comunque non indifferente. Ha messo in crisi profonda il monopolio della violenza caro ai sovranisti, non a caso tutti innamorati di Assad e della sua cricca di criminali. Si è scontrato però contro i limiti dati da rivoluzioni appena abbozzate e fallite in Siria e Turchia e con il tatticismo della non belligeranza verso Damasco prima e del legame troppo stretto con le agende delle classi dominanti statunitensi e russe. Tatticismi di certo non desiderati ed imposti ma che hanno minato il progetto. La situazione di guerra ha minato il processo di avanzamento sociale, fermare la guerra significa riaprire uno spiraglio che dia spazio all’azione di quanti si muovono verso la costruzione di una società altra. La guerra contro lo Stato Islamico e contro lo stato turco ha fatto cadere sul campo migliaia di compagni, tra cui decine di volontari internazionali accorsi per partecipare a un progetto che, pur con i limiti e le contraddizioni che abbiamo evidenziato, ha rappresentato un importante passo nella direzione della costruzione di una società radicalmente avversa al mondo vigente. Passi parziali e in certi momenti incerti, passi che si sono mossi in un contesto irto di pericoli ma, comunque, un generoso tentativo che ha rilanciato la scommessa contro lo stato e il capitale.
Ora che i venti di guerra si rafforzano – di certo non hanno mai smesso di soffiare – sul Rojava è necessario creare un’ampia mobilitazione internazionale dal basso che metta i bastoni tra le ruote dell’invasione da parte dello stato turco. Coloro che sono nella posizione per bloccare i piani criminali di Ankara sono gli stessi proletari turchi che potrebbero porre fine al gioco al massacro, che ricadrà su loro stessi dato che di certo non sono le famiglie dell’oligarchia dell’AKP a fornire i soldati che moriranno, abbattendo il regime di Erdogan. L’esempio della Prima Guerra Mondiale ha mostrato, in Germania come in Russia, che il disfattismo rivoluzionario, l’ammutinamento, la diserzione, lo sciopero possono attivamente fermare massacri che i governi vogliono portare avanti per conto dei loro mandanti.
La Turchia è un paese NATO e le sue forze armate sono integrate nel sistema militare atlantico. L’Italia è uno uno dei maggiori fornitori di tecnologie belliche per il paese anatolico – si pensi agli elicotteri Mangusta – dunque le fabbriche di questi sistemi d’arma si trovano sul territorio italiano. Rilanciare la mobilitazione antimilitarista in Italia, come in tutti i paesi, significa aiutare concretamente chi si trova a combattere sul campo il tentativo di genocidio messo in atto da Ankara. Quest’anno si terrà, a Torino, il biennale European Defence Meeting, la fiera di settore – rigorosamente aperta solo ad appartenenti a chi agisce nel campo bellico – e questa può essere una buona occasione di mobilitazione, che sta già venendo organizzata. Anche lo sciopero generale del sindacalismo di base del 25 ottobre deve diventare occasione di rilancio della mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici contro le politiche di guerra.
La guerra, con i suoi cicli di distruzione e creazione di merce, è centrale per il processo di accumulazione capitalista, denunciare questo fattore è fondamentale per la nostra azione.
La linea di faglia del Golfo è sempre più tesa, il rischio di una conflagrazione sovra-regionale è dietro l’angolo. Il prezzo della guerra lo pagheranno i proletari di tutto il mondo. Alcuni lo pagheranno venendo massacrati in guerra, altri lo pagheranno con una riedizione della crisi petrolifera. Come è sempre stato e come sempre sarà fintanto che non verranno smantellate le fondamenta stesse di un’organizzazione sociale basata sull’accumulazione di capitale, sul dominio, sul patriarcato, sugli stati.

 

Lorcon e J.R.

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