In viaggio verso una possibile utopia – Recensione di Kobane Calling

Pubblico di seguito la mia recensione dell’ultimo libro di Zerocalcare, pubblicata sul Umanità Nova numero 18 – anno 96.

Recensione – In viaggio verso una possibile utopia

Kobane Calling

Negli ultimi mesi abbiamo potuto assistere alla pubblicazione di diversi libri e reportage, di 12qualità disparata, sulla situazione siriana, sullo Stato Islamico e sull’esperienza del Rojava. Tra queste pubblicazioni spicca il diario di viaggio a fumetti realizzato da Zerocalcare in Kurdistan, sia in Rojava che nella zona di Qandil. L’opera è realizzata con un’ottima amalgama di umorismo e reportage vero e proprio, che, di conseguenza, non risparmia neanche gli elementi più ambivalenti e drammatici di una situazione di guerra. D’altra parte l’autore ha già dato prova in passato di essere in grado di padroneggiare egregiamente l’alternanza tra narrazione umoristica e drammatica, basti pensare a “La profezia dell’armadillo”. Ma il vero punto di forza dell’opera, sopratutto per chi come il sottoscritto la legge anche in un’ottica militante, è la capacità dell’autore di non cedere a facili apologie e di mantenere uno sguardo critico e curioso, ma mai cinico, e di mettere continuamente in discussione ciò che vede, cogliendo le contraddizioni che saltano all’occhio e sospendendo, in certi momenti, il giudizio.

Zerocalcare sa di recarsi in una realtà complessa e riesce ad affrontare questa complessità molto meglio di altri ben più blasonati “analisti”, mostrando quella complessità nello spaesamento che lui stesso prova di fronte alle biografie delle persone che incontra lungo il viaggio e alle situazioni che vede e vive. In questo mostra anche l’alterità delle esperienze tra chi si trova a vivere e ad agire in territori in uno stato di guerra, che per il Kurdistan turco dura da decenni, e chi invece quelle esperienze le vede a distanza. Un fumetto post-coloniale, verrebbe da dire, sopratutto alla luce di certe interpretazioni delle esperienze del confederalismo democratico che sono emerse all’interno del movimento negli due anni. E non mi riferisco solamente all’atteggiamento di stroncatura a priori assunta da certe componenti della sinistra comunista ma anche all’atteggiamento di adesione acritica e spettacolare assunte da certe componenti che interpretano l’azione politica in chiave pop.

Kobane Calling restituisce l’esperienza della lotta in Rojava in un modo non ipocrita, non sta a tirare questa esperienza per la giacca nel tentativo di legittimare altre azioni politiche in Italia, rileva la complessità dell’azione e costruisce una narrazione basata sul profondo rispetto dell’autore verso quell’esperienza, rispetto basato anche su questa consapevolezza di una certa alterità.

Interessantissimo è anche lo spazio che nell’opera è dato alla presenza femminile. Penso che sia oramai innegabile che le azioni svolte dalle militanti del confederalismo democratico, e non mi riferisco solamente a quelle sul campo di battaglia, siano state elemento di rottura non solo nella nostra rappresentazione della condizione femminile in Medio Oriente ma sopratutto, ed è questo ciò che conta, nella stessa struttura sociale del Rojava e, in generale, del Kurdistan. Nel fumetto emerge chiaramente come questo sia stato possibile grazie ad un lavorio sotterraneo di anni che hanno modificato sostanzialmente i rapporti di forza, anche manu militari dove necessario. La lotta di liberazione della donna e le tematiche di genere hanno assunto un’importanza fondamentale nell’azione delle forze confederaliste democratiche in quanto sono riuscite a mettere in crisi una delle chiavi di volta delle società mediorientali, e utilizzo questo termine anche per includere le componenti sociali non islamiche in cui rimane schietta l’oppressione delle donne. Alcuni passaggi del fumetto possono risultare stranianti per un certo pubblico occidentale, penso specificatamente all’episodio che si svolge nelle basi della guerriglia nel Qandil in cui l’autore conosce una ragazza sedicenne che vive e si addestra con le guerrigliere. Certuni sarebbero portati ad esclamare “Ohibò, ma qua parliamo di bambini soldato (anche se nel fumetto viene specificato che non è una combattente), indottrinati e fatti vivere in un ambiente militarizzato!” ma ecco subito che emerge la complessità della situazione, quella che costringe a riflettere: la ragazza è scappata da una famiglia che l’aveva venduta come sposa e da uno zio violentatore, le montagne, la preparazione alla lotta armata, il vivere la guerriglia sono per lei l’unico modo disponibile in quel contesto per essere libera o per lo meno per costruire una possibile libertà da una società patriarcale. L’idea e l’azione conseguente sono logicamente concatenate: davanti ad una società che legittima l’oppressione di genere solo le donne potrenno essere agenti della loro stessa emancipazione.

L’idea che emerge dall’opera è quella di un percorso di trasformazione sociale in senso rivoluzionario ancora in corso e che si percepisce costitutivamente come non finito se non addirittura come non finibile. Zerocalcare non fornisce soluzioni o giudizi definitivi: offre con questo fumetto uno sguardo interessante e interessato ad un mondo complesso, pur con una coerenza e dei punti fissi che lo portano a fare una precisa scelta di campo tenendo però a mente interrogativi, vedendo contraddizioni e con la volontà di comprenderle.

In definitiva: uno dei migliori fumetti, o graphic novel dir si voglia, degli ultimi anni, paragonabile senza problemi alle pietre angolari del genere quali i reportage a fumetti di Joe Sacco o Delisle. Godibile e ricco di spunti sia per chi come il sottoscritto si occupa da un po’ di tempo delle “vicende mediorientali” sia per chi invece ha seguito la vicenda del Rojava più di sfuggita. Un fumetto forse ancora più utile per chi affronta queste questioni con cipiglio militante in quanto fornisce un’ottica allo stesso tempo appassionata, militante, e uso questo termine nel suo significato migliore, razionale e analitica, amalgama non facile ma sempre piacevole.

lorcon

About lorcon

Mediattivista, studente di storia contemporanea con attitudine geek, vive nella provincia emiliana ma nasce nel sabaudo capoluogo piemontese (cosa che rivendica spesso e volentieri). Spesso si diletta con la macchina fotografica, lavora come tecnico IT, scrive sul suo blog e su Umanità Nova.
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