Le aporie della sperimentazione animale

Il seguente articolo comparirà sul numero 1 anno 94 del settimanale anarchico Umanità Nova. 

Interessi economici, disinformazione e ricerca

LE APORIE DELLA SPERIMENTAZIONE ANIMALE

Nelle ultime settimane il dibattito sulla sperimentazione animale[1] in Italia ha ripreso di vigore, alimentato dalla vicenda di Caterina Simonsen, ragazza venticinquenne, affetta da una rara malattia genetica che ha aderito ad un appello a favore della sperimentazione animale e che ha raccolto, come risposta, alcune decine di commenti a base di insulti ed auguri di morte.

Il dibattito è quindi stato spostato: dal dibattito su una questione di bio-etica, ma anche di scienza ed economia, si è trasformato in un dibattito “morale” sulla cattiveria degli “animalisti”, ribattezzati “nazianimalisti” per non farci mancare l’ennesima reductio ad hitlerium, che insultano la povera ammalata.

Il fatto che poi alcuni organi di informazione mainstream, la Repubblica su tutti, abbiano rilanciato la vicenda con articoli di una banalità impressionante ha ulteriormente impantanato la discussione.

Da questo dibattito è emerso quasi di tutto tranne i punti fondamentali per qualsivoglia discussione seria su questi temi:

  • questione etica: è eticamente giusto asservire un essere senziente e farlo vivere nel dolore per scopi di ricerca anche qualora questo permetta di salvare altre vite? Quali devono essere i legami infra-specie?

  • questione tecnico-scientifico: esistono metodologie di ricerca alternative valide quanto se non di più rispetto alla sperimentazione animale? È legittimo prevedere la possibilità che queste metodologie siano implementabili in un futuro prossimo?

  • questione economica: quali interessi economici e di potere si muovono con la sperimentazione animale? L’apparato accademico è disponibile ad utilizzare protocolli di ricerca che non prevedono l’uso della sperimentazione animale anche qualora questi si dimostrino antieconomici nel primo periodo (qualsiasi innovazione tecnologica introdotta rapidamente prevede dei costi di implementazione elevati) e sopratutto anche quando questi metodi scardinino le attuali baronie accademiche?

  • quale è stato il ruolo dei media mainstream in questa vicenda? Quale è stata la sua genealogia?

Le risposte alla prima domanda che vengono date da parte di chi è favorevole alla S.A. generalmente latitano o si riducono a qualcosa tipo “io valgo più di un topo”. Quando si chiede di giustificare questa affermazione si osserva all’esposizione delle più astruse teorie: si va dal patetico “sono nati in uno stabulario, sono nati per essere sacrificati” al sempreverde “io sono senziente e un topo no”. E questo apre un’ulteriore riflessione: intanto è facile giustificare il proprio dominio quando ci si trova già in una posizione di dominio; secondariamente le neuroscienze e il dibattito su cosa sia senziente o meno sono una questione seria ed è troppo comodo dichiararsi unilateralmente senzienti e farne da qua discendere il diritto di reificare un’altra forma di vita. Da un punto di vista squisitamente logico l’unica giustificazione a un simile comportamento è: “perchè è mia volontà”.

Qualsiasi altra giustificazione è insensata in quanto viziata da una visione di derivazione mistica del ruolo dell’uomo all’interno di un ecosistema complesso che della specie umana, figuriamoci dei singoli individui, in ultima analisi, se ne frega. Ma rispondere “perchè è mia volontà” o “è mio piacere farlo” non è una giustificazione valida per chi sente il bisogno di una giustificazione morale che possa essere universalmente accettata e di conseguenza si preferisce costruire degli abomini logici e delle speculazioni insensate sull’autocoscienza e sulle capacità senzienti. Speculazioni che però non possono decostruire questi concetti perchè nascono proprio dalla necessità di non dover definire il concetto di intelligenza pena il crollo del costrutto morale che giustifica la SA. Siamo di fronte ad un evidente caso di autogiustificazione, un gigantesco bias logico.

A parere di chi scrive questo è dovuto anche alla totale mancanza di formazione in campo epistemologico-filosofico in chi lavora nell’ambito della ricerca biomedicale e, in generale, dalla mancata consapevolezza che il confine tra filosofia e scienza è meno netto di quel che si possa pensare.

Il secondo punto è di difficile discussione in questa sede: metodologie di ricerca alternative si sono ampiamente sviluppate negli ultimi anni ed è probabile che grazie allo sviluppo delle bionanotecnologie, dell’ingegneria genetica e di altre tecnologie, come la possibilità emersa nell’ultimo lustro di stampare letteralmente dei tessuti, queste metodologie alternative prendano ulteriormente sostanza. Già adesso con l’uso delle coltivazioni cellulari in vitro e di bioreattori si potrebbe fare a meno della SA per molte ricerche. Rimane il problema di testare le risposte sistemiche di una sostanza all’interno di un intero organismo: e appunto a questo servirebbero le già citate tecnologie in corso di sviluppo.

I problemi tecnici molto probabilmente saranno superabili nel giro di pochi anni se si deciderà di puntare sulla loro risoluzione. Ma questo è un problema di ordine economico, etico e politico. Non può essere la concezione tecnica acefala finalizzata alla riproduzione di se’ stessa al momento imperante all’interno dei laboratori di ricerca a dare questa spinta. La spinta va fornita dall’esterno.

E qua arriviamo al terzo punto. Sulla sperimentazione animale si sono costruiti la carriera migliaia di ricercatori tra cui svariati baroni universitari. Costoro e i loro addentellati politici costituiscono lo zoccolo duro che oppone resistenza all’introduzione di maggiori fondi per metodologie alternative di ricerca. In un momento in cui vi è un taglio generalizzato di finanziamenti costoro vedono con estrema preoccupazione la possibilità che una quantità maggiore di fondi economici vada a dare copertura alla loro concorrenza. Il fatto che recentemente sia stata recepita una direttiva europea (la 2010/63) che stabilisce di finanziare maggiormente, rispetto a quanto fatto finora, la ricerca che non usa animali ha letteralmente gettato nel panico intere cordate di potere all’interno del mondo accademico.

Cambiare modelli di ricerca significa sia uno sconvolgimento di paradigma enorme e c’è chi ha l’interesse materiale che questo non avvenga. E questo succede anche a scapito della possibilità di costruire metodologie più efficaci nel campo della ricerca biomedicale.

Si consideri, inoltre, che una buona parte della ricerca viene fatto con il semplice scopo di produrre pubblicazioni che a loro volta produrranno punteggio nei concorsi e grant di ricerca. Alcune ricerche sono fatte semplicemente cambiando leggermente la composizione di un principio attivo, sapendo benissimo che questo avrà gli stessi effetti della molecole di partenza: ma in questo modo si giustificano i fondi per una “nuova” ricerca.

È qua che entra in campo la mobilitazione politica e sociale intorno a questi temi: per spingere nella direzione di espandere altre metodologie chi lavora nell’ambito della ricerca e chi controlla i cordoni della borsa sarà solo la costruzione di rapporti di forza in tal senso.

È, inoltre, necessaria una più ampia operazione culturale che rifletta intorno al rapporto scienza-tecnica-società. Per quanto molti ricercatori amino dipingersi come scienziati in una torre di avorio intenti nell’edificazione delle “magnifiche sorti e progressive” la ricerca scientifica è immersa nella relazioni sociali e ad esse contribuisce. Dal momento stesso in cui la ricerca è asservita all’interesse materiale di un gruppo ristretto di persone essa va incontro ad una serie di problemi: da un lato diventa uno strumento finalizzato allo sfruttamento, dall’altro degrada al livello di tecnica, pregna di ragione strumentale, efficace sul breve periodo ma non efficiente sul lungo. Alla lunga ne risente lo stesso processo scientifico in quanto alcune ricerche e alcuni metodi scientificamente funzionali vengono cassati in quanto non funzionali alla riproduzione dei rapporti di potere esistenti. I problemi sollevati dalla scuola di Francoforte, specialmente da Adorno e Horkheimer con la loro opera “La dialettica dell’illuminismo”, permangono e vanno necessariamente affrontati.

Punto fondamentale, a mio parere, è la necessità di un superamento dialettico dell’impasse creato dalla degenerazione della razionalità in ragione strumentale e in tecnica acefala. E questo sarà possibile solo tramite un’adeguata riflessione su questi temi e la costruzione di rapporti di forza in grado di promuovere un cambiamento. E questo vale per tutti gli ambiti della ricerca, non solo quelli che prevedono l’uso della SA. Il dominio tecnico sul mondo va scardinato e non in ragione del ritorno a una concezione tradizionalista e antimoderna ma in ragione di un suo superamento che sappia conservare ed ampliare le conquiste tecnologiche ottenute, onde usarle per una reale liberazione dallo stato di necessità di sempre più persone oltre che per la costruzione di un diverso rapporto con l’ecosistema. E questo può avvenire solo insieme alla costruzione di un’etica che si sappia intrecciare e sostenere reciprocamente con questo cambiamento, un’etica basata sul mutuo appoggio e su legami di solidarietà e non di dominio.

Dopo questo doveroso excursus, arriviamo all’ultimo punto: come i media hanno affrontato questa vicenda. Chi scrive non si stupisce affatto che, togliendo alcuni buoni esempi, sia mancata completamente una decente riflessione sulla questione: è oramai fatto noto che il giornalismo italiano è totalmente incapace di esprimere qualcosa in qualsiasi ambito. Sopratutto quando si parla di argomenti che tocchino temi complessi il giornalista medio va in totale confusione. Oltre a questo bisognerebbe addentrarsi nei rapporti esistenti tra redazioni e certe cordate esistenti nel mondo accademico. Ma in mancanza di dati sospendiamo il giudizio su questa questione rilevando, senza stupore alcuno, la totale mancanza di trasparenza.

È comunque doverosa una riflessione su come per l’ennesima volta si sia potuto assistere alla mobilitazione di ampie forze nel diffondere memi a favore della sperimentazione animale e tendenti ad appiccicare etichette riduttive nei confronti di chiunque provasse a portare una visione critica.

Infotaiment, condivisione di informazioni su base emozionale e spettacolarizzazione sono stati gli ingredienti base per questa zuppa insipida. Per qualunque persona abituata ad osservare i processi informativi tipici del web è evidente come il caso della Simonsen, di se’ nulla di particolare, data l’abitudine all’insulto presente su certi social network, sia stato gonfiato ad arte da una serie di opinion-maker che l’hanno trasformato in un caso “virale”. E tutto questo in spregio ad una qualsiasi riflessione minimamente razionale sulla vicenda.

Abbiamo potuto assistere ad una sequela di personaggi che dall’alto dei loro profili su Facebook si producevano in spettacolari florilegi di luoghi comuni rendendo evidente come la battaglia su questo tema, come su molti altri, dovrà essere in buona parte una battaglia culturale.

lorcon

[1] Per comodità, e volendo evitare polemiche, in questo articolo ho deciso di usare il termine sperimentazione animale e non vivisezione. Spesso, da parte di chi è favorevole alla S.A., viene contestato il termine vivisezione ma i due termini, Treccani alla mano http://www.treccani.it/vocabolario/vivisezione/, coincidono. È inutile dire che il termine “vivisezione” è maggiormente di impatto rispetto a “sperimentazione animale” ed è chiaro perchè c’è chi spinga perchè venga usato il secondo termine. La lezione orwelliana sul linguaggio è stata introiettata da molti.

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occhio

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Genealogia della violenza poliziesca

PREMESSA: In anteprima il mio pezzo che apparirà sul numero 33 anno 93 di Umanità Nova. 02_repression.sizedIl pezzo, scritto di getto qualche giorno fa mentre ero in preda al demone della polemica, nasce dall’esigenza di analizzare da un punto di vista materialista, di classe e antiautoritario i motivi che hanno portato ad un aumento spropositato dell’uso della violenza da parte della polizia statunitense e al suo dotarsi di mezzi militari degni di un esercito. L’articolo vuole anche essere una critica a quel non-pensiero moralista, ignorante e bigotto, tipico della sinistra italiota in merito alla questione della violenza negli USA. Ogni volta che succede un fatto di sangue dobbiamo subirci le minchiate dei vari Zucconi su quanto siano brutte e cattive le armi e quanto sia immorale la violenza. E queste stupende pensate del think-tank de la Repubblica altro non sono che pensate funzionali al mantenimento dello stato delle cose.

Follow the money

GENEALOGIA DELLA VIOLENZA POLIZIESCA

Negli ultimi decenni negli Stati Uniti abbiamo potuto assistere ad un fortissimo incremento delle violenze da parte della polizia sia verso “comuni cittadini” che verso “presunti criminali”. Violenze puntualmente nascoste sotto la coperta dai media italioti, che preferiscono affrontare in modo superficiale e facilone certi aspetti della cultura statunitense.

L’ultimo caso balzato all’onore delle cronache, con una lieve risonanza sui giornali italiani, risale al 23 ottobre: due poliziotti di pattuglia a Santa Rosa (California) hanno freddato con sette colpi di pistola un ragazzino tredicenne, Andy Lopez, che girava con un’arma giocattolo[1]. Al momento non è ben chiara la dinamica dei fatti, i poliziotti sostengono che l’assassinato abbia puntato il simulacro di arma verso di loro, ma è evidente uno sproporzionato uso della forza: qualsiasi persona capisce che per fermare un ragazzino, anche realmente armato, non è necessario svuotargli addosso mezzo caricatore di proiettili Full Metal Jacket nove millimetri. Le cronaca statunitensi degli ultimi anni sono piene di fatti simili, in molti casi ancora più paradossali: solo negli scorsi mesi abbiamo potuto leggere di parlatici ammazzati dalla polizia perchè resistevano a sfratti, famiglie intere torturate a colpi di Taser (uno storditore elettrico inizialmente classificato come non-letale e ora riclassificato come semi-letale), disabili in carrozzella ammazzati perchè “sembrava che avessero un coltello in mano”, ragazzi uccisi in casa durante raid anti-droga, generalmente basati su delazioni anonime, condotti con squadre tattiche (SWAT) alla ricerca di due piante di marjuana [2]. Per non parlare della lunga sequela di torture e abusi, anche sessuali, nei carceri, per minori e no. O delle violenze, che fanno molto meno notizia, perchè le vittime sono generalmente criminali comuni di bassissima estrazione sociale, che avvengono nei ghetti delle grandi città e nelle centrali di polizia.

I singoli stati e il governo federale si stanno svelando per quello che sono: spietati killer seriali.

A parere di chi scrive questi temi non si possono affrontare con piglio moralistico o con la malsana idea delle singole mele marce nella polizia. È necessaria un’operazione che ricostruisca genealogicamente i meccanismi sociali dietro a questi epifenomeni.

L’aumento della militarizzazione della società statunitense è da ricercarsi nelle politiche economiche e sociali portate avanti negli ultimi 40 anni. Con Nixon partì la War on Drugs, la politica di inasprimento delle pene per reati legati a detenzione, consumo, produzione e spaccio di stupefacenti. Politica che portò all’aumento esponenziale della popolazione carceraria, senza far diminuire la diffusione di droghe, sopratutto pesanti. Questa politica venne successivamente rafforzata da Reagan, di pari passo con l’imposizione dell’ordine neo-liberista: dalla guerra alla povertà si passa alla guerra ai poveri. Lo smantellamento di tutti i baluardi del welfare state statunitense, fino agli anni ’70 difeso sia da Democratici che da Repubblicani, la distruzione della sanità pubblica a favore di quella privata (e della finanziarizzazione della assicurazioni mediche), la diminuzione dei salari minimi, la completa distruzione delle organizzazioni dei lavoratori, la gestione della città con la creazione di centri urbani iper-blindati, come la down-town losangelina, la ghettizzazione dei poveri[3], la diminuzione delle case popolari, la suburbanizzazione del ceto medio, hanno portato ad uno sfarinamento del tessuto sociale delle comunità o alla sua cattura all’interno di dinamiche di stampo speculativo e corporativo.

Tutto questo è dovuto passare, giocoforza, per la creazione di rapporti di forza in grado di supportare l’ordine neo-liberista. E i rapporti di forza sono anche di natura militare: ecco una delle cause di un corpi di polizia ipertrofici e iper-armati. Altra causa si deve ricercare, a mio parere, nel famoso apparato industriale-militare statunitense. La vera lobby delle armi non è quella di chi supporta il diritto costituzionale di formare milizie popolari armate e detenere e portare armi ma quella che fornisce un quantitativo enorme di tecnologie militari a governo federale e governi statali. E e non parliamo solo di armi leggere ma di armamenti pesanti e della tecnologia logistica necessaria a gestire forze armate: si consideri la sproporzione tra unità combattenti e addetti alla logistica, squilibrata verso le seconde; per non parlare del settore del military hi-tech, cuore pulsante della concezione bellica contemporanea di degli USA[4]. Questo complesso militare-industriale prospera grazie alla diffusione di guerre, interne ed esterne, di dispositivi carcerari, di militarizzazione dello spazio urbano. La gallina delle uova d’oro degli ultimi dieci anni è stata costituita dalle così dette armi non-letali, poi riclassificate in semi-letali; un poliziotto odierno negli USA è armato di: pistola, taser, spray OC, manganello o tonfa. Un armamento ridondante, per non parlare di tutta la pletora di istruttori, generalmente liberi professionisti, per un singolo uomo e che costa migliaia di dollari per singolo agente alle casse pubbliche. Soldi che vanno a rimpinguare i conti delle varie aziende fornitrici. Inoltre anche le più sperdute contee rurali si stanno dotando di forze tattiche, le squadre SWAT, dotate di armamento pesante. E ultimamente di mezzi blindati: il progressivo ritiro dai teatri di guerra afghani e irakeni ha prodotto un surplus di mezzi blindati per trasporto truppe, sovente armati (APC), che i dipartimenti di polizia e gli sceriffi si stanno affrettando a comprare[5]. Quale incredibili minacce debbano affrontare nelle zone rurali della Virginia non è dato a sapersi, ma intanto altre consistenti fette della spesa pubblica finiscono nelle casse private (al di là del costo del mezzo, che va alle casse federali, bisogna calcolare istruzione dell’equipaggio e manutenzione).

Altro passaggio fondamentale nella militarizzazione della società USA è stato dettato dall’infame Patrioct Act fortemente voluto da una maggioranza trasversale durante la presidenza di Bush II (per inciso: avete mai notato come nella politica statunitense il potere sia familiare? Kennedy, Bush, Clinton…) che ha fatto stracci di decenni di conquiste in campo di “diritti civili” permettendo internamenti a tempo indefinito senza processo, torture, spionaggio senza mandato o con mandato segretato. Queste politiche sono state riprese dall’attuale presidente Obama, come ben dimostra il caso PRISM, che, alla faccia delle promesse fatte durante due campagne elettorali, ha in inasprito la stretta autoritaria sulla società. A parere di chi scrive anche la proposta di parte democratica di ulteriori restrizioni sul diritto di possedere e portare armi va inserito in questo contesto, inoltre svolge la funzione di eccellente specchietto per “allodole liberal”.

La riforma della sanità, la così detta Obamacare, è stata una cura palliativa ed attualmente bloccata nella sua fase attuativa. Nei fatti a decine di milioni di residenti sul suolo statunitense è proibito l’accesso ad una sanità decente, con evidente guadagno delle assicurazioni e della sanità privata (generalmente facenti parti degli stessi gruppi di affaristi).

Tornando al punto della violenza poliziesca è evidente che la presenza di uno stato, che per definizione avoca a se’ il monopolio della violenza, che punta tutto sulla militarizzazione della società crea quelle che, in ambito militare, sono definibili “danni collaterali”. Il ragazzino, il disabile, il piccolo coltivatore di marjuana, sono le vittime collaterali della più ampia guerra condotta dallo stato contro non solo i poveri e gli esclusi ma contro i lavoratori in generale. Perchè non dimentichiamoci che il capitale e lo stato giocano in fase di attacco nel tentativo di disciplinare maggiormente la forza lavoro per aumentare il saggio di profitto.

La violenza poliziesca, negli USA come in Grecia o in Italia, si potrà eliminare solo con l’eliminazione delle cause ultime della sua riproduzione, ovvero le strutture gerarchiche.

La critica morale alla violenza, tanto cara ai commentatori italiani presenti negli USA, Zucconi[6] in testa, non porta assolutamente a niente. Sviscerare, anatomizzare, studiare e comprendere le dinamiche sociali è più che mai necessario in questi tempi. La sinistra istituzionale statunitense schierandosi totalmente a favore del neoliberismo ha letteralmente svenduto gli interessi del proletariato e del sottoproletariato urbano e rurale, che si è gradualmente avvicinato a quella oscena schiera di malfattori ultraconservatori, cristiani o laici, primi garanti, e spesso diretti gestori, della miseria e dell’alienazione di decine di milioni di individui. Altra chiave del successo di costoro è che con gli sfruttati condividono lo stesso linguaggio, mentre la sinistra si è persa nei voli pindarici del politically correct, genericamente bollato come insieme “stronzate da liberals” dalla working class (per inciso: i contenuti dei dibattiti della “sinistra” americana spesso sono stronzate da liberals). La scomparsa di forti movimenti di base, la famosa New Left degli anni ’60, generalmente libertaria, falcidiati dalla repressione, la conversione della già orrida sinistra istituzionale in garante del neoliberismo, l’onnipresente spirito dell’etica del lavoro protestante hanno letteralmente maciullato le condizioni di vita di milioni di persone [7].

Ampio può essere il terreno per l’intervento anarchico in queste situazioni. Ammesso che l’anarchismo americano riesca a liberarsi dalle visioni ultra minoritarie dell’anarchist-lifestyle già denunciato da Boockin. Con tutte le sue contraddizioni la diffusione di movimenti di stampo libertario come i vari Occupy e la ripresa, sia quantitativa che qualitativa, del sindacalismo radicale dell’IWW, che è stato capace di infilarsi nel settore dei “non garantiti”, lavoratori di Fast-Food e imprese di pulizia in testa, la ripresa di lotte ecologiche condotte da comunità locali con metodologie libertarie fanno ben sperare.

lorcon

note:

[1] http://tinyurl.com/policekills

[2] per un aggiornato elenco: http://www.policestateusa.com/

[3] per una disanima del rapporto tra militarizzazione degli spazi urbani statunitensi e povertà, nello specifico del caso losangelino: Mike Davis, Città di Quarzo, Manifesto Libri, 2008

[4] per una veloce introduzione alla concezione di guerra contemporanea statunitense e alla dottrina RMA: Alessandro dal Lago, Le nostre guerre, Manifesto Libri, 2010 e Carlo Jean, Rivoluzione Negli Affari Militari, Società Italiana di Storia Militare, 2013 (disponibile gratuitamente su scribd)

[5] http://tinyurl.com/policeapc

[6]Noto per i suoi articoli sul fenomeno della violenza che sembrano scritti da un serbatoio di melassa. Speriamo che non faccia come un famoso serbatoio di melassa a Boston, nel 1919.

[7] Si legga a tal proposito l’esemplare: Joe Bageant, La Bibbia e il fucile, cronaca dall’America profonda, Bruno Mondadori, 2010

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La rivoluzione è un processo, non un evento

Il seguente articolo è in uscita sul numero 25 di Umanità Nova, settimanale anarchico.

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“L’Egitto sta vivendo una seconda rivolu…” – “La rivoluzione è un processo, non un evento!”

Sono state settimane convulse in Egitto, con il presidente della repubblica Morsi, esponente di spicco della Fratellanza Musulmana, deposto dall’esercito in seguito a gigantesche mobilitazioni che hanno visto milioni di persone scendere in piazza in tutto il paese e violentissimi scontri con la polizia e i sostenitori della Fratellanza.

Le mobilitazioni contro il governo islamista, nominalmente moderato ma sostenuto fino agli ultimi giorni anche dai gruppi islamisti più oltranzisti, duravano oramai da mesi e si erano poste come sostanziale proseguimento delle proteste del 2011 che portarono alla caduta del trentennale governo di Mubarak e che avevano innescato il processo tuttora in corso. Ma, pur avendo mantenuto un carattere di massa per tutto il tempo, solo nell’ultimo mese sono riuscite a coinvolgere attivamente una quantità enorme di persone, anche al di fuori dei grandi centri urbani del Cairo, Alessandria, e Porto Said, provocando un’accelerazione dei processi politici che hanno poi portato alla destituzione di Morsi da parte dell’esercito. Accelerazione dovuta sia a quello che è stato evidentemente un “buon lavoro politico” da parte di chi nell’ultimo anno ha continuato ad animare piazza Tahir e gli altri centri nevralgici della contestazione sia alla crescente delusione in cui sono incorsi molti di coloro che avevano votato Morsi, accattivati dal suo volto di islamista moderato e pragmatico. Delusione che ha delle precise basi materiali: il tasso di inflazione ha ripreso a salire, con una previsione di crescita del 8,5% per l’anno corrente, a fronte del 7,1% del 2012, anche se rimane lontano il tragico aumento del 18% del 2008, dovuto alle speculazioni sulla commodities, le materie prime, alimentari che avevano fatto da locomotore per l’aumento generalizzato dell’inflazione in buona parte del continente africano; la disoccupazione al 12,5%; il 40% della popolazione che vive appena sotto o sopra del limite di povertà; la svalutazione del 14% della moneta nazionale nei confronti del dollaro statunitense; in questo contesto è aumentato ulteriormente il divario tra classi sociali, che aveva già portato a grosse manifestazioni contro le trattative, bloccate da qualche mese, in corso tra Fondo Monetario Internazionale e governo Morsi a proposito della ristrutturazione necessaria per ottenere prestiti e che avrebbe massacrato le già precarie condizioni di sopravvivenza delle classi popolari E non dimentichiamo che in queste classi la Fratellanza aveva (e ha) una parte consistente della base, grazie alla creazione, negli ultimi decenni di welfare parallelo a quello statale. A questo va aggiunto il fatto che per quanto moderato Morsi rimane pur sempre un islamista e in tanti nel suo partito vorrebbero volentieri imporre la Sharia come fonte principale del diritto, in un paese dove si è sempre sentita la forte influenza del clero islamico e in cui è presente una delle culle del pensiero teologico sunnita (con i suoi annessi addentellati nell’economia), l’università islamica del Cairo. Inoltre Morsi ha tentato più volte di avocare a se’ poteri piuttosto ampli, giustificando l’ampliamento delle sue prerogative con la necessità di tenere a bada un apparato amministrativo e giudiziario ancora vicino all’ex despota Mubarak. Il mix tra una crisi economica di cui non si intravede facile soluzione, dato il legame del paese con l’economia europea a sua volte in forte crisi, instabilità istituzionale e attacchi alle “libertà civili” è stato l’innesco per l’insurrezione delle scorse settimane.

In un tale quadro di instabilità l’intervento dell’esercito è stata la logica conseguenza. Come in molti altri paese della regione l’esercito gioca un ruolo importantissimo, nonostante il turn over a furia di pensionamenti forzati tra gli alti ufficiali imposto da Morsi. L’esercito egiziano ha pertanto destituito Morsi, ma non l’ha arrestato come si pensava nelle prime ore, e ha nominato il presidente della corte costituzionale Capo dello Stato ad interim. Un procedimento simile a quello adottato con la caduta di Mubarak.

E analizzando il ruolo delle forze armate emergono altri importanti attori: gli Stati Uniti d’America e lo stato di Israele. Con gli USA esistono accordi per miliardi di dollari di aiuti militari all’esercito egiziano e con Israele esistono, fin dalla fine degli anni settanta, decenti relazioni da un punto di vista diplomatico e militare. Questo aggiunge complessità al quadro.

Da un punto di vista della politica estera vi è una sostanziale continuità tra Mubarak, Morsi e l’esercito. La Fratellanza Musulmana di Morsi è risultata piuttosto simpatica agli USA e non ha avuto particolari problemi a creare buone relazioni con il governo israeliano. L’Egitto rientra a pieno titolo, con la buona compagnia dell’Arabia Saudita e degli stati del Golfo, nel blocco dei paesi musulmani filo statunitensi e che si contrappongono al blocco dei paesi a maggioranza islamica vicini al blocco Sino-Russo come la Siria e l’Iran. Poco hanno da blaterare i nostrani imbecilli che vedono l’ennesimo complotto giudaico-americano ai danni dei musulmani nella caduta di Morsi. Gli statunitensi hanno appoggiato la Fratellanza Musulmana fintanto che questa è stata in grado di assicurare un “buon governo”, nell’ottica di Washington e Tel Aviv. Dal momento che il governo egiziano si è trovato ad essere squalificato e rischiava di trasformarsi, con la sua permanenza a fronte della rabbia popolare, in un fattore di instabilità dell’area è stato dato l’avvallo al golpe militare. Poco dopo alcuni alti esponenti statunitensi stessi hanno dichiarato pubblicamente che potrebbero rivedere il finanziamento all’esercito del Cairo. Ma non ci si deve trarre in inganno dato che probabilmente si tratta di un segnale molto semplice: gli Stati Uniti e il loro alleato israeliano vorrebbero vedere ripristinata una situazione di stabilità, quindi sarebbe meglio che i militari non si abituassero a detenere in modo smaccato il potere politico ma garantiscano un ritorno alla normalità “democratica” con nuove elezioni. Contemporaneamente l’esercito ha fatto saltare un paio di tunnel nella zona di confine, che rifornivano la Striscia di Gaza. Tanto per dare un segnale di amicizia ad Israele, sulla pelle della popolazione palestinese.

Altro paese che gioca un importante ruolo in Egitto (e in generale in Nord Africa) è l’Italia: anche se negli ultimi anni vi è stato un calo degli investimenti rimane il secondo partner commerciale egiziano nell’import/export di prodotti energetici e una delle più importanti banche italiane, l’Intesa San Paolo, sta penetrando nel sistema bancario egiziano. Non è un caso, infatti, che la Fratellanza Musulmana abbia stretto dei buoni legami con il Partito Democratico, e conseguentemente con il mondo “cooperativo” particolarmente attivo nel settore costruttivo, e con le altre principali forze politiche italiane, anche grazie alle sue ramificazioni presenti in Italia tra la piccola borghesia di origine immigrata e i suoi figli nati in Italia, come i Giovani Musulmani Italiani, strettamente legati al clero egiziano da un lato e alla galassia piddina dall’altro.

Una situazione, comunque, ancora molto fluida e aperta, e che dimostra che le così dette Primavere Arabe sono state l’avvio di un processo che ha portato le masse popolari arabe a tentare di prendere un ruolo da protagoniste nella determinazione dei processi politici. Senza le mobilitazioni di massa non sarebbe stata possibile la caduta di Mubarak e di Morsi, e il segnale che queste mobilitazioni ci mandano è che la popolazione non vuole più subire spontaneamente questo o quel dominio. Non è aria di rivoluzione, certamente, ma è segnale di un cambiamento che potrebbe anche avere sbocchi rivoluzionari, a lungo termine.

lorcon

Note: i dati economici sull’Egitto sono ottenuti principalmente da: http://tinyurl.com/n93ml8q e http://tinyurl.com/lpj54pd. Sui rapporti tra Fratellanza Musulmana, Hamas, Israele e USA si veda anche l’articoli “Novembre Nero”, apparso sul numero 37 dell’anno 92 di Uenne: http://tinyurl.com/kzsdapu

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Le delizie del sistema penale USA‭ – intervista

Approfondimento su Anarres, trasmissione di Radio Blackout, sul tema delle carceri e delle politiche disciplinari e carcerarie nella società statunitense.

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Un intellettuale organico alla miseria dei tempi correnti

Questo articolo apparità su Umanità Nova numero 18 anno 93

Un intellettuale organico alla miseria dei tempi correnti

Il dispositivo Saviano

L’oramai celeberrimo Roberto Saviano ha trovato un lieve intoppo sulla sua strada per la canonizzazione vita natural durante. L’intoppo è stato causato dall’ennesima magra figura rimediata dal nostro quando, il 12 gennaio 2011, querelò Paolo Persichetti, giornalista di Liberazione, accusandolo di diffamazione mezzo stampa per poi vedersi archiviare la querela “perchè il fatto non sussiste”. La colpa del Persichetti, secondo l’idolo di una certa triste sinistra, sarebbe stata quella di aver riportato la notizia della diffida prodotta dal Centro di documentazione Peppino Impastato verso Saviano e la sua casa editrice, l’Enaudi, e di aver mosso “un attacco teso a svilire il mio stesso impegno sociale e civile“ (dalla dichiarazione spontanea rilasciata da Saviano in fase processuale).

Ma cosa avrebbe detto di tanto grave Persichetti per meritarsi una querela da parte dello scrittore partenopeo? Il giornalista due articoli del 2010 aveva pesantemente criticato Saviano [1] riguardo alla sua fantasiosa ricostruzione, pubblicata nel libro “Vieni via con me”, della tragica vicenda di Peppino Impastato, militante di Democrazia Proletaria impegnato sul fronte antimafia ucciso nel 1979 su commissione del boss Badalamenti con l’oggettiva copertura da parte di magistratura e carabinieri. Saviano, tra l’altro, sosteneva che il merito della “riscoperta” del caso Impastato è da attribuire al film “I cento passi”, cancellando con un colpo di spugna venti anni di lavoro di controinformazione da parte del Centro di documentazione intitolato a Impastato, lavoro che aveva portato alla riapertura dell’inchiesta già prima della realizzazione del film. Oltre a questo i due articoli ricordavano come Saviano avesse sostenuto di essere stato in contatto telefonico con Felicia Impastato, madre di Peppino, cosa sempre smentita dalla famiglia. Ma, per Saviano, i due articoli si spingevano ben oltre, dato che avevano l’ardire di criticare lui e il dispositivo economico e culturale che gravita intorno alla sua figura. E questo per Saviano è inconcepibile. E sopratutto è inconcepibile che la critica gli sia stata rivolta da una persona, Persichetti, che in quel momento stava finendo di scontare una pena di ventidue anni di detenzione per il suo passato di militante nelle BR. Come è possibile che un criminale osi criticare il nostro sommo dispensatore di cultura della legalità?

Fortunatamente, per una volta, il tribunale la pensa in modo differente da Saviano e il suo avvocato e ha assolto Persichetti perchè il fatto non sussiste. Questo ha portato alla piccata reazione di Saviano che, in un post su Facebook[2], ricostruisce la vicenda sotto il suo punto di vista. Intanto viene ribadito che la telefonata con Felicia Impastato avvenne, però cambiano le circostanze rispetto a come erano state riportate la prima volta, poi si accusa il Centro Peppino Impastato di aver tentato di estorcere, a mezzo della diffida, una promozione televisiva presso la trasmissione “Vieni via con me”, condotta dallo scrittore stesso insieme a Fabio Fazio. Poi il post esprime lo stupore per il fatto che un ex brigatista osi esprimere un giudizio critico su di lui e accusa Persichetti di aver agito all’interno di una presunta macchina del fango, “fango berlusconiano” nel testo originale, tesa a screditarlo. Macchina del fango usata trasversalmente contro di lui, povera vittima indifesa e censurata che va in televisione, vende centinaia di miglia di libri tramite case editrici di proprietà di Berlusconi e scrive su uno dei due maggiori quotidiani italiani, la Repubblica.

Verrebbe da dire che la macchina del fango trasversale è quella usata da Saviano stesso, che si muove costantemente tra destra e sinistra, e che querela chi osa criticarlo per poi attaccarlo veementemente tramite i social network. E che sui social network trova una schiera di sostenitori che, mossi da furia bellica, seguono il Saviano e attaccano chi osa criticarlo. Se uno legge i circa seicento commenti al post appare evidente come ci siano diverse persone disposte a sostenere Saviano a prescindere da quello che dice. Persone che evidentemente non hanno mai letto niente della querelle nel cui contesto va inserito l’intervento dello scrittore ma che partono a testa bassa ad attaccare i suoi critici. Che accusano chiunque di essere, nei fatti, un filo mafioso, una persona disonesta, violenta, da escludere dalla società. Un sistema di ragionamento allucinante che ha pesantemente infiltrato anche il ragionamento di moltissime persone che si dichiarano progressiste o in qualche modo di sinistra. Un metodo di pensiero figlio dell’essersi fissati totalmente sulla figura di Berlusconi, di averlo reso un perno della lotta politica, escludendo tutti i fattori materiali, e finendo per adottare le tecniche del berlusconismo stesso.
Queste persone hanno un disperato bisogno di una personalità forte su cui operare un transfert, proiettando su di esse emozioni e sentimenti. Negativi nel caso di Berlusconi e positivi nel caso di Saviano o del leaderino di turno. È la stessa logica che supporta i ragionamenti di molti grillini. Una logica che denota come il problema della sinistra italiana non risieda solo nell’avere un politburo di arrivisti alla ricerca della poltrona o di vecchi burocrati attaccati alla poltrona ma che risiede anche nella base, quella stessa base che certi settori di movimento tentano ogni tanto di accattivarsi, e che fornisce legittimità alla burocrazia piddina. Una base che non ha mai riconosciuto l’abnorme errore di aver totalmente delegato la propria azione ad un partito su cui avevano oramai perso totalmente il controllo (il PCI-PDS-DS-PD) e che ora vive di miti e mitologie, di meme. E quindi ritroviamo il meme del buon Saviano in lotta disperata contro un mondo di persone permale, il meme del Berlinguer persona perbene e attenta alla “questione morale”, il meme del Berlusconi fonte di ogni male, il meme della non violenza come unica via e della condanna di qualsiasi cosa che sia percepita come violenza anche meramente verbale.

Viene annullata totalmente la complessità del reale che viene ricondotta ad una serie di mitologie. Le parole di Saviano divengono “parole come acqua sorgiva che lava tutto”[3], parole che non si possono non ascoltare e che rappresentano immediatamente verità, appunto perchè derivano da fonte cristallina.
Saviano è un dispositivo culturale, politico ed economico che va contestualizzato nella miseria dei tempi correnti. È un impreditore morale per usare l’ottima definizione data da Dal Lago [5]. Miseria, quella dei tempi correnti, esplicata da una sinistra “di base” che, persi totalmente gli originali punti di riferimento si è ridotta ad alzare templi alla legalità, dimentica che la legalità la definiscono i padroni, e a un distorto concetto di antimafia che vede nello stato l’unico oppositore possibile al potere mafioso, dimentica che stato e mafia spesso vanno a braccetto[4].

Miseria intellettuale che porta all’incapacità di immaginare, e uso questo termine in senso marcusiano, e progettare una società diversa da quella attuale, che faccia a meno di santi e santini. Miseria intellettuale che sarà necessario scardinare per portare il ragionamento al di fuori delle logiche di spettacolarizzazione e alienazione dominanti.

lorcon

[1] http://insorgenze.wordpress.com/2010/10/14/%C2%ABnon-c%E2%80%99e-verita-storica%C2%BB-il-centro-peppino-impastato-diffida-l%E2%80%99ultimo-libro-di-roberto-saviano/ e http://insorgenze.wordpress.com/2010/11/10/ma-dove-vuole-portarci-saviano/

[2] https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10151452425176864&id=17858286863&comment_id=26750333&notif_t=like

[3] l’espressione è riportata in una lettera di una ammiratrice a Liala, la scrittice fascistissima di romanzi d’appendice degli anni ’30, a proposito di ciò che in lei suscitano le parole dell’autrice. Disgraziatamente le trovo adatte a descrivere quello che molti lettori di Saviano trovano in lui.

[4]sulla santificazione di certe figure dell’antimafia istituzionale: http://www.umanitanova.org/n-13-anno-92/caselli-e-l%E2%80%99antimafia

[5]definizione usata all’interno del libro “Eroi di carta” scritto dal sociologo a proposito del “sistema Saviano”

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Giustizia a stelle e strisce

Articolo comparso su Umanità Nova numero 16 anno 93

Giustizia a stelle e strisce

Le delizie del sistema penale USA

È notizia del 30 aprile [1] che il giudice statunitense Mark Ciavarella ha avuto confermata la condanna a ventotto anni di carcere per il suo coinvolgimento nel caso “kids for cash”. Ciavarella è stato per anni giudice presso il tribunale minorile di Wilkes-Barre, Pennsylvania, la sua rinomata durezza. Durezza che l’ha portato ad emettere condanne detentive anche nei confronti di ragazzini appena adolescenti [2], colpevoli di avere preso in giro persone su internet o di essere entrati in edifici abbandonati. Durezza dovuta, oltre ad una concezione autoritaria della società, al fatto che Ciavarella era a libro paga di una compagnia che gestisce un carcere minorile privato nella contea di pertinenza del suo tribunale. È emerso, inoltre, che il prode magistrato ha fatto di tutto per chiudere le strutture carcerarie pubbliche (che di certo non sono meglio di quelle private) e per appaltare la gestione dei reclusi a compagnie private.

Un caso che ha destato un certo scalpore negli USA e che ha portata alla condanna del giudice e di altri suoi sodali. Ma non si cada nella trappola delle “mele marce”. Ciavarella non è una mela marcia. Ciavarella è un rappresentante perfetto del sistema penale statunitense. Sua colpa, semmai, è stata quella di aver agito in maniera troppo smaccata e di avere smascherato, con il suo agire, l’illusione di un sistema “duro ma giusto”.

Da oramai trenta anni il sistema penale statunitense vede una sempre maggiore presenza dei privati nella gestione delle prigioni. Le compagnie vengono pagate “un tanto al detenuto” e, di conseguenza, hanno tutto l’interesse nel vedere un aumento della popolazione carceraria e nell’emissione di condanne con lunghe pene detentive. Il bestiale inasprimento delle pene per i reati comuni di piccola entità, con pene per i recidivi che possono arrivare all’ergastolo, è una processo che ha le sue origini nella “war on drugs” voluta dall’amministrazione Nixon per colpire le classi popolari in generale e i turbolenti ghetti neri in particolare. Prima venne tollerata e facilitata, se non addirittura pianificata coscientemente[3], la diffusione di droghe pesanti tra gli esclusi e poi si decise un giro di vite che ha portato ad avere il 50.8% dei prigionieri (in carceri federali) condannati per reati legati alla droga. Il numero totale di chi si trova in carceri federali o statali o è in libertà condizionale è di 7.2 milioni di persone, pari a più del tre percento della popolazione totale. Il fatto che nel decennio 1998-2008 l’uso di oppiacei sia aumentato del 34% e quello di cocaina del 27% dimostra come la politica proibizionista sia stata nei fatti un totale fallimento. Ammesso e non concesso che l’obbiettivo fosse quello di contenere l’uso delle droghe. Se l’obbiettivo invece era quello di creare un gigantesco mercato per compagnie di prigioni private, centri di riabilitazioni privati, alcuni tra l’altro gestiti da sette religiose, quali Scientology e le varie congrezioni evangeliche, si può dire che la “war on drugs” è stata un grandissimo successo che ha permesso l’accumulazione di un immenso capitale nelle solite mani. Per non parlare dei vari cartelli del narcotraffico e di tutto il sistema che gira intorno a loro: corruzione di magistrati, politici, poliziotti, attività di copertura, riciclo di denaro e il mantenimento di decine di migliaia di persone.

Altro punto importante è che la carica di procuratore è spesso elettiva e che per accattivarsi i voti della “moral majority” un procuratore faccia di tutto per mostrarsi duro e spietato.

In definitiva possiamo affermare che casi come quello di Mark Ciavarella non sono singoli frutti marci, ma sono la logica conseguenza del sistema economico e politico a stelle e strisce. Non mele marce ma i frutti di un albero marcio.

Sempre a proposito di carceri minorili il “Washington Times” riporta [4] l’assurdo caso avvenuto in Florida per cui una alunna di un liceo rischia un’incriminazione penale. La sua colpa? Aver fatto un esperimento di scienze non autorizzato, costruendo un fumogeno a scuola. Un caso che si poteva tranquillamente risolvere con una dovuta ramanzina per aver agito senza la supervisione di un esperto con sostanze potenzialmente pericolose e che magari poteva essere sfruttato per una lezione sulla sicurezza in laboratorio o per fare emergere l’interesse della studentessa per la chimica. Invece, grazie ai geniali regolamenti della scuola e dello stato si trasforma nell’occasione per fare un processo penale. Un episodio che nella sua miseria dimostra come sia facile cadere nella rete del sistema penale USA.

 

lorcon

 

[1]http://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-judge-receives-28year-jail-term-for-his-role-in–kidsforcash-kickbacks-8598147.html?origin=internalSearch

 

[2] http://www.guardian.co.uk/world/feedarticle/8915645

 

[3] Si veda lo scandalo “Irangate” o “Iran-Contras” che vide un intenso traffico d’armi, droga e soldi tra Iran, Nicaragua e USA, gestito da alti ufficiali americani (condannati e poi graziati e amnistiati da Bush padre). La diffusione, a scopo di controllo sociale, di droghe pesanti e distruttive quali l’eroina venne, tra l’altro, già teorizzata da vari organi statali americani a partire dagli anni sessanta.

 

[4] http://communities.washingtontimes.com/neighborhood/citizen-warrior/2013/may/1/florida-schoolgirl-charged-felony-science/

AGGIORNAMENTO: Per qualche motivo al momento di scrivere l’articolo per Uenne mi sono scordato di specificare che la ragazza della Florida che rischia un processo per un esperimento di chimica è stata espulsa dal liceo.

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MoBo

Ci informano che oggi è la festa della madre quindi noi si festeggia fotografando schede madri.

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Che l’inverno del nostro rovello si trasformi in fulgida estate sotto questo sole di Milano

questo articolo apparirà su Umanità Nova numero 11 anno 93

2003 – 2013: Dax vive nelle lotte

Che l’inverno del nostro rovello si trasformi in fulgida estate sotto questo sole di Milano

lo striscione di apertura del corteo

lo striscione di apertura del corteo

Sedici marzo 2003: Davide Cesare, detto Dax, militante del centro sociale O.R.SO, moriva colpito dalle lame fasciste. Ma altra infamia si doveva aggiungere a quella giornata: la polizia bloccava le ambulanze che soccorrevano Dax e altri due compagni e poi caricava selvaggiamente i compagni accorsi presso l’ospedale San Paolo, dove i feriti erano stati portati. Cariche in stile Diaz, contro persone disarmate, cariche a base di manganello, spranga e mazza da baseball. Cariche che non risparmiano nessuno: chi è a terra viene preso a calci, il personale sanitario e chi ha accompagnato un congiunto in ospedale viene manganellato. Una polizia che da il meglio di se stessa, che vuole dimostrare che comanda, che per farlo non solo massacra i compagni ma che non si fa problemi a bloccare un pronto soccorso e a colpire persone colpevoli solo di trovarsi lì. Ma non basta: i giornali abboccheranno alla storiella inventata dalla questura per giustificare le cariche: le violenze in ospedale sarebbero avvenute perchè i compagni volevano trafugare la salma di Dax. Il ridicolo e la violenza avanzano radiosi sotto i tricolori degli scudetti cuciti sulle divise della celere e le vili penne del giornalistume italiota. La vile aggressione fascista viene derubricata a rissa tra balordi di quartiere. Viene offuscato il grave significato politico di quello è successo dietro la cortina fumogena della guerra tra bande degli opposti estremismi, dell’ordine pubblico funzionale all’accumulazione capitalista e alla violenza di stato. Il messaggio che la polizia vuole dare è semplice: non c’è spazio per le lotte sociali, per l’antifascismo.
Sedici marzo 2013: dieci anni dopo la “notte nera di Milano”, in una giornata insolitamente calda e solare, un corteo partecipato da oltre diecimila persone attraversa le strade del Ticinese e Porta Romana, attraversa Corso Lodi e poi giù fino alla periferia del Corvetto. Un corteo determinato, deciso, che ribadisce che dopo 10 anni da quella triste giornata non ci hanno fermato, che le lotte sociali vanno avanti, nonostante omicidi, carcere, denunce, repressione. Per ribadire che in un momento di crisi epocale come questo le lotte sono da rilanciare, che le classi popolari, macellate sull’altare dell’austerity, devono rispondere, autorganizzarsi, riappropriarsi di tutto. Un corteo che si conclude con l’occupazione, da parte dalle famiglie in lotta per la casa, degli appartamenti popolari lasciati sfitti dall’ALER e nella TAZ di via Scodolini, l’Area Grizzly, occupata per riappropriarsi di un gigantesco spazio lasciato vuoto da anni.
Forte anche la presenza anarchica e anarcosindacalista, anche se non pienamente visibile a causa della mancanza di spezzoni specifici.
Ovviamente buona parte di giornali e televisioni preferiscono concentrarsi sulle bottiglie indirizzate al commissariato da cui nel 2003 partirono le volanti che attaccarono i compagni in San Paolo, sulle vetrine delle banche rotte e sulla vernice lanciata sulla discoteca Lime Night, noto luogo di ritrovo della destra milanese, a cui è riconducibile anche la proprietà. Ancora una volta viene nascosto il significato politico di ciò che accade dietro la cortina fumogena, peraltro piuttosto debole data la lieve entità dei tafferugli, dell’ordine pubblico e dell’orrore di fronte alla vetrina della BNL martirizzata dai cattivi. Il corteo comunque ha raggiunto il suo scopo: mostrare che le lotte non si fermano e che vanno rilanciate. Speriamo che questa mobilitazione, che ha visto uno dei più grossi cortei cittadini degli ultimi anni, grazie al coinvolgimento di situazioni di tutta Italia (e non solo), appunto serva a rilanciare, ad aprire. Perchè l’antifascismo militante lo si fa tramite la lotta sociale: togliere legittimità all’attuale sistema di dominio, a qualsiasi sistema di dominio, significa togliere il terreno sotto i piedi ai suoi vili scherani che si vestono con celtiche e svastiche. La crisi la paghino i padroni: e solo la lotta sociale gliela farà pagare. Non le derive elettorali e la delega: solo la lotta in prima persona cambierà l’attuale stato di cose in un senso realmente libero.

lorcon

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Miseria del nazionalismo e del pacifismo

Articolo originariamente apparso su Umanità Nova numero 3 anno 93

Lo spettro della violenza settaria a Belfast

Miseria del nazionalismo e del pacifismo

Il tre dicembre la municipalità di Belfast ha varato un regolamento che prevede che la bandiera del Regno Unito non venga più esposta tutto l’anno ma solo per determinate festività, per un totale di diciassette giorni annui. Quasi immediatamente si è avuta la violenta reazione dei gruppi unionisti che hanno dato vita ad una serie di manifestazioni settarie. Per ora non vi sono state reazioni da parte dei gruppi repubblicani. È dagli Accordi del Venerdì Santo, siglati nel 1998, che si sono ufficialmente chiusi i “troubles” in Ulster, ma lo spettro della guerra civile continua ad aggirarsi per le sei contee, nonostante tutti i tentativi di nascondere lo sporco sotto il tappeto. Gli attacchi settari, condotti a colpi di molotov e pipe bombs, verso i cattolici che abitano in aree a maggioranza protestante sono andati avanti per buona parte dell’inizio del terzo millennio, tutti gli anni a luglio si assistono a riots causati dalle marce fascistoidi dell’Orange Order e degli Apprentice Boys e dai loro attacchi alle enclavi repubblicane.

In un clima di crisi economica, la disoccupazione generale è oltre l’8%, quella giovanile al 23%[1], è purtroppo facile che vi sia una ripresa delle violenze settarie. Il nazionalismo, sia di stampo repubblicano che lealista, offre delle spiegazioni rassicuranti ma non esaustive in merito alla genesi dei processi di crisi economica e al loro sviluppo e sopratutto non fornisce gli strumenti per il superamento delle condizioni di miseria in cui ampie fasce di popolazione vengono gettate. Non ci si stupisca quindi che in un momento in cui la crisi economica colpisce violentemente i ceti popolari dell’intera Europa vi sia una rinascita di sentimenti di stampo settario, sopratutto in quelle aree che vivono una pluridecennale crisi. La guerra civile in Ulster ha sempre fornito un’utile strumento di dominazione di classe alla borghesia. Il proletariato delle sei contee è stato tenuto diviso, dando una maggiore quantità di briciole alla sua frazione protestante e unionista, che ha di conseguenza sempre visto i cattolici come una minaccia per le proprie, già precarie, condizioni economiche[2]. La componente cattolica è stata volutamente esclusa dai processi produttivi e pauperizzata, pronta per essere usata come esercito industriale di riserva. L’ovvio contraltare alle violenze unioniste, sia quelle condotte dalle istituzioni che quelle condotte dalle bande di assassini dell’UDA e dell’UDF, appoggiate dai vari governi di sua maestà, sono state le azioni condotte dai vari gruppi armati repubblicani. Per quanto questi siano stati ampiamente mitizzati da certi settori della sinistra italiana, e che siano nati da ovvie necessità di autodifesa, non bisogna dimenticare che hanno spesso condotto delle azioni che hanno portato alla morte di decine di innocenti. E se la logica delle “vittime collaterali” non deve valere per i criminali attacchi dei droni made in USA nelle montagne pakistane non deve valere neanche per la (P)IRA o l’INLA.

Ora, con l’acuirsi delle difficoltà delle classi popolari dovute all’ulteriore spoliazione giustificata con la crisi, una nuova esplosione di violenze settarie sarebbe devastante per ogni possibilità di reale organizzazione di classe, necessaria superare le attuali condizioni di miseria, e troncherebbe le possibilità di collegamento con le lotte sia in EIRE che in UK, cristallizzando nuovamente il conflitto tra repubblicanesimo e unionismo ed eludendo le principali contraddizioni a cui l’esistenza dello stato e del capitale ci mettono davanti. Finora le violenze sono state rivolte sopratutto verso la polizia e non vi sono state reazioni da parte del lottarmatismo repubblicano. Mentre il vecchio gruppo dirigente della Provisional IRA e del Sinn Fèin, Gerry Adams e Martin McGuinnes in testa, è entrato nel parlamento di Stormont, assumendo anche cariche istituzionali di primo piano, altri gruppi minori, ma con un certo peso militare, come la Continuity IRA e la Real IRA, che hanno rifiutato gli accordi di pasqua del novantotto si stanno ricompattando intorno ad una nuova formazione nata dalla fusione di diversi gruppi.

Non è da escludersi, quindi, che in prospettiva ci possa essere una recrudescenza degli scontri, sopratutto se i manifestanti unionisti decidessero di attaccare pesantemente i ghetti cattolici, cosa finora accaduta solo a Short Strand (dove la polizia non è intervenuta). Tra l’altro alcuni tra i leader unionisti sono conosciuti più che altro come gangster che gestiscono racket e spaccio, con ambigui rapporti con la polizia dell’Ulster (che è separata da quella del resto del Regno Unito). Questa commistione tra gruppi armati di stampo politico e criminalità comune non sono una novità: basti guardare all’esempio del Kurdistan, dove alcune formazioni afferenti al PKK[*] gestiscono il traffico d’oppio o alle FARC colombiane e il traffico di cocaina, o ai miliziani serbi e croati riciclatisi nella malavita organizzata. O per passare all’altro campo alla gestione del mercato della droga da parte dei mujaeddin afghani già dagli anni settanta. Inoltre in Ulster tra gli anni settanta e ottanta ci fu un picco nella diffusione dell’eroina, utilizzata per frammentare e alienare ulteriormente le classi popolari, diffusione gestita direttamente da gruppi unionisti, e, in modo minoritario, da certe fazioni repubblicane. I gruppi paramilitari unionisti si sono sempre distinti per l’efferatezza delle azioni, condotte contro chiunque fosse tacciato di essere un cattolico o un repubblicano o un amico di questi, e per i rapporti di collaborazione con la polizia e l’esercito britannico e non sono una novità i collegamenti tra il British National Party, gli omologhi britannici di Forza Nuova, e certi settori del lealismo.

In un comunicato della Solidarity Federation[3], sindacato anarchico aderente all’IWA-AIT, è stato fatto presente come di fronte al montare delle violenze unioniste dell’ultimo mese e mezzo l’unica risposta sia stato un “Peace Gathering” di fronte al municipio. Questo “Peace Gathering” è stato indetto da una serie di sigle e soggetti politici che vanno dalle associazioni dei negozianti e padronato, preoccupati per le ripercussioni che le molotov e le biglie d’acciaio hanno sullo shopping e l’accumulazione di capitale, a gruppi religiosi ad alcune Trade Unions e partiti, sia di destra moderata che di sinistra. Questa manifestazione per la pace, al prima di una annunciata serie, secondo quanto riportano i compagni della SolFed, ha una piattaforma estremamente fuorviante e rappresenta lo stato dell’arte della miseria della così detta “società civile” delle sei contee. Incapace di andare a fondo della questione, si autorappresenta come il “vero Nord Irlanda”, che vuole la pace e il progresso, e bolla le violenze come il risultato della volontà di qualcuno di portare indietro le lancette della storia. Peccato che la situazione sia più complessa di come la vorrebbero dipingere questi “pacifisti” e che non basti dire di essere per la pace e le sorti magnifiche et progressive che sarebbero garantite dalla società capitalista. Se non si affrontano le grandi contraddizioni rappresentate dallo sfruttamento del lavoro e dal dominio statale non si potrà mai venire a capo della crisi che stiamo vivendo. E tanto meno lo si potrà fare in quei paesi massacrati da un secolare conflitto come l’Irlanda.

lorcon

[1]http://tinyurl.com/acartl6 e http://tinyurl.com/2ayu72z al secondo link si può osservare come sia ancora forte la linea di demarcazione tra quartieri cattolici e protestanti di Belfast. Nella zona Ovest, storicamente cattolica, ad eccezione di alcune significative enclavi come Shankill Road, la disoccupazione è compresa tra l’8,6% e il 9,7%, nella zona Est, per lo più protestante o mista, la disoccupazione è compresa tra il 5,1% e il 5,4%

[2]Si, veda, a titolo d’esempio le lotte condotte dagli operai protestanti dei cantieri navali di Belfast per ridurre le quote, ed espellere del tutto, i loro colleghi cattolici, accusati di essere dei “garantiti”. Questi e altri episodi settari sono ampliamente riportati nel libro “Irlanda del Nord: una colonia in Europa” di Silvia Calamati, che fornisce anche un ampio apparato di analisi statistica sulle discriminazion nell’ambito del lavoro. È uno di quei casi in cui si può notare l’uso di una retorica che rappresenta un appartenente ad una minoranza come garantito in quanto esistono degli “aiuti sociali” alle minoranze, percepite come parassitarie. Una retorica tipica anche dei gruppi fascisti in tutta Europa e negli USA.

[3]http://tinyurl.com/b7qhxyl altri articoli sulla questione sono stati fatti da gruppi di tendenza piattaformista come il WSM: http://tinyurl.com/apbpptm

[*]questa nota appare solo su questa versione elettronica dato che non posso andare a correggere tutte le migliaia di copie del giornale: la frase in questione contiene una pesante inesattezza: le maggiori responsabilità del traffico di oppio grezzo e semiraffinato in Turchia e Kurdistan (e dalla Turchia al resto del mondo) ricadono sui servizi di sicurezza turchi, o su alcune frazioni di essi ma è indifferente, come ben dimostrato dagli scandali di fine anni ’90. Il coinvolgimento di certi gruppi afferenti al PKK non è mai stato dimostrato e, anche qualora fosse esistito, rappresenterebbe un fenomeno del tutto marginale all’interno della lotta kurda. Mi scuso di questa imprecisione con interessati e lettori.

Per chiudere consiglio l’ascolto dei sempreverdi Stiff Little Fingers

https://www.youtube.com/watch?v=qLo7z50Tt2g

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