Che l’inverno del nostro rovello si trasformi in fulgida estate sotto questo sole di Milano

questo articolo apparirà su Umanità Nova numero 11 anno 93

2003 – 2013: Dax vive nelle lotte

Che l’inverno del nostro rovello si trasformi in fulgida estate sotto questo sole di Milano

lo striscione di apertura del corteo

lo striscione di apertura del corteo

Sedici marzo 2003: Davide Cesare, detto Dax, militante del centro sociale O.R.SO, moriva colpito dalle lame fasciste. Ma altra infamia si doveva aggiungere a quella giornata: la polizia bloccava le ambulanze che soccorrevano Dax e altri due compagni e poi caricava selvaggiamente i compagni accorsi presso l’ospedale San Paolo, dove i feriti erano stati portati. Cariche in stile Diaz, contro persone disarmate, cariche a base di manganello, spranga e mazza da baseball. Cariche che non risparmiano nessuno: chi è a terra viene preso a calci, il personale sanitario e chi ha accompagnato un congiunto in ospedale viene manganellato. Una polizia che da il meglio di se stessa, che vuole dimostrare che comanda, che per farlo non solo massacra i compagni ma che non si fa problemi a bloccare un pronto soccorso e a colpire persone colpevoli solo di trovarsi lì. Ma non basta: i giornali abboccheranno alla storiella inventata dalla questura per giustificare le cariche: le violenze in ospedale sarebbero avvenute perchè i compagni volevano trafugare la salma di Dax. Il ridicolo e la violenza avanzano radiosi sotto i tricolori degli scudetti cuciti sulle divise della celere e le vili penne del giornalistume italiota. La vile aggressione fascista viene derubricata a rissa tra balordi di quartiere. Viene offuscato il grave significato politico di quello è successo dietro la cortina fumogena della guerra tra bande degli opposti estremismi, dell’ordine pubblico funzionale all’accumulazione capitalista e alla violenza di stato. Il messaggio che la polizia vuole dare è semplice: non c’è spazio per le lotte sociali, per l’antifascismo.
Sedici marzo 2013: dieci anni dopo la “notte nera di Milano”, in una giornata insolitamente calda e solare, un corteo partecipato da oltre diecimila persone attraversa le strade del Ticinese e Porta Romana, attraversa Corso Lodi e poi giù fino alla periferia del Corvetto. Un corteo determinato, deciso, che ribadisce che dopo 10 anni da quella triste giornata non ci hanno fermato, che le lotte sociali vanno avanti, nonostante omicidi, carcere, denunce, repressione. Per ribadire che in un momento di crisi epocale come questo le lotte sono da rilanciare, che le classi popolari, macellate sull’altare dell’austerity, devono rispondere, autorganizzarsi, riappropriarsi di tutto. Un corteo che si conclude con l’occupazione, da parte dalle famiglie in lotta per la casa, degli appartamenti popolari lasciati sfitti dall’ALER e nella TAZ di via Scodolini, l’Area Grizzly, occupata per riappropriarsi di un gigantesco spazio lasciato vuoto da anni.
Forte anche la presenza anarchica e anarcosindacalista, anche se non pienamente visibile a causa della mancanza di spezzoni specifici.
Ovviamente buona parte di giornali e televisioni preferiscono concentrarsi sulle bottiglie indirizzate al commissariato da cui nel 2003 partirono le volanti che attaccarono i compagni in San Paolo, sulle vetrine delle banche rotte e sulla vernice lanciata sulla discoteca Lime Night, noto luogo di ritrovo della destra milanese, a cui è riconducibile anche la proprietà. Ancora una volta viene nascosto il significato politico di ciò che accade dietro la cortina fumogena, peraltro piuttosto debole data la lieve entità dei tafferugli, dell’ordine pubblico e dell’orrore di fronte alla vetrina della BNL martirizzata dai cattivi. Il corteo comunque ha raggiunto il suo scopo: mostrare che le lotte non si fermano e che vanno rilanciate. Speriamo che questa mobilitazione, che ha visto uno dei più grossi cortei cittadini degli ultimi anni, grazie al coinvolgimento di situazioni di tutta Italia (e non solo), appunto serva a rilanciare, ad aprire. Perchè l’antifascismo militante lo si fa tramite la lotta sociale: togliere legittimità all’attuale sistema di dominio, a qualsiasi sistema di dominio, significa togliere il terreno sotto i piedi ai suoi vili scherani che si vestono con celtiche e svastiche. La crisi la paghino i padroni: e solo la lotta sociale gliela farà pagare. Non le derive elettorali e la delega: solo la lotta in prima persona cambierà l’attuale stato di cose in un senso realmente libero.

lorcon

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Miseria del nazionalismo e del pacifismo

Articolo originariamente apparso su Umanità Nova numero 3 anno 93

Lo spettro della violenza settaria a Belfast

Miseria del nazionalismo e del pacifismo

Il tre dicembre la municipalità di Belfast ha varato un regolamento che prevede che la bandiera del Regno Unito non venga più esposta tutto l’anno ma solo per determinate festività, per un totale di diciassette giorni annui. Quasi immediatamente si è avuta la violenta reazione dei gruppi unionisti che hanno dato vita ad una serie di manifestazioni settarie. Per ora non vi sono state reazioni da parte dei gruppi repubblicani. È dagli Accordi del Venerdì Santo, siglati nel 1998, che si sono ufficialmente chiusi i “troubles” in Ulster, ma lo spettro della guerra civile continua ad aggirarsi per le sei contee, nonostante tutti i tentativi di nascondere lo sporco sotto il tappeto. Gli attacchi settari, condotti a colpi di molotov e pipe bombs, verso i cattolici che abitano in aree a maggioranza protestante sono andati avanti per buona parte dell’inizio del terzo millennio, tutti gli anni a luglio si assistono a riots causati dalle marce fascistoidi dell’Orange Order e degli Apprentice Boys e dai loro attacchi alle enclavi repubblicane.

In un clima di crisi economica, la disoccupazione generale è oltre l’8%, quella giovanile al 23%[1], è purtroppo facile che vi sia una ripresa delle violenze settarie. Il nazionalismo, sia di stampo repubblicano che lealista, offre delle spiegazioni rassicuranti ma non esaustive in merito alla genesi dei processi di crisi economica e al loro sviluppo e sopratutto non fornisce gli strumenti per il superamento delle condizioni di miseria in cui ampie fasce di popolazione vengono gettate. Non ci si stupisca quindi che in un momento in cui la crisi economica colpisce violentemente i ceti popolari dell’intera Europa vi sia una rinascita di sentimenti di stampo settario, sopratutto in quelle aree che vivono una pluridecennale crisi. La guerra civile in Ulster ha sempre fornito un’utile strumento di dominazione di classe alla borghesia. Il proletariato delle sei contee è stato tenuto diviso, dando una maggiore quantità di briciole alla sua frazione protestante e unionista, che ha di conseguenza sempre visto i cattolici come una minaccia per le proprie, già precarie, condizioni economiche[2]. La componente cattolica è stata volutamente esclusa dai processi produttivi e pauperizzata, pronta per essere usata come esercito industriale di riserva. L’ovvio contraltare alle violenze unioniste, sia quelle condotte dalle istituzioni che quelle condotte dalle bande di assassini dell’UDA e dell’UDF, appoggiate dai vari governi di sua maestà, sono state le azioni condotte dai vari gruppi armati repubblicani. Per quanto questi siano stati ampiamente mitizzati da certi settori della sinistra italiana, e che siano nati da ovvie necessità di autodifesa, non bisogna dimenticare che hanno spesso condotto delle azioni che hanno portato alla morte di decine di innocenti. E se la logica delle “vittime collaterali” non deve valere per i criminali attacchi dei droni made in USA nelle montagne pakistane non deve valere neanche per la (P)IRA o l’INLA.

Ora, con l’acuirsi delle difficoltà delle classi popolari dovute all’ulteriore spoliazione giustificata con la crisi, una nuova esplosione di violenze settarie sarebbe devastante per ogni possibilità di reale organizzazione di classe, necessaria superare le attuali condizioni di miseria, e troncherebbe le possibilità di collegamento con le lotte sia in EIRE che in UK, cristallizzando nuovamente il conflitto tra repubblicanesimo e unionismo ed eludendo le principali contraddizioni a cui l’esistenza dello stato e del capitale ci mettono davanti. Finora le violenze sono state rivolte sopratutto verso la polizia e non vi sono state reazioni da parte del lottarmatismo repubblicano. Mentre il vecchio gruppo dirigente della Provisional IRA e del Sinn Fèin, Gerry Adams e Martin McGuinnes in testa, è entrato nel parlamento di Stormont, assumendo anche cariche istituzionali di primo piano, altri gruppi minori, ma con un certo peso militare, come la Continuity IRA e la Real IRA, che hanno rifiutato gli accordi di pasqua del novantotto si stanno ricompattando intorno ad una nuova formazione nata dalla fusione di diversi gruppi.

Non è da escludersi, quindi, che in prospettiva ci possa essere una recrudescenza degli scontri, sopratutto se i manifestanti unionisti decidessero di attaccare pesantemente i ghetti cattolici, cosa finora accaduta solo a Short Strand (dove la polizia non è intervenuta). Tra l’altro alcuni tra i leader unionisti sono conosciuti più che altro come gangster che gestiscono racket e spaccio, con ambigui rapporti con la polizia dell’Ulster (che è separata da quella del resto del Regno Unito). Questa commistione tra gruppi armati di stampo politico e criminalità comune non sono una novità: basti guardare all’esempio del Kurdistan, dove alcune formazioni afferenti al PKK[*] gestiscono il traffico d’oppio o alle FARC colombiane e il traffico di cocaina, o ai miliziani serbi e croati riciclatisi nella malavita organizzata. O per passare all’altro campo alla gestione del mercato della droga da parte dei mujaeddin afghani già dagli anni settanta. Inoltre in Ulster tra gli anni settanta e ottanta ci fu un picco nella diffusione dell’eroina, utilizzata per frammentare e alienare ulteriormente le classi popolari, diffusione gestita direttamente da gruppi unionisti, e, in modo minoritario, da certe fazioni repubblicane. I gruppi paramilitari unionisti si sono sempre distinti per l’efferatezza delle azioni, condotte contro chiunque fosse tacciato di essere un cattolico o un repubblicano o un amico di questi, e per i rapporti di collaborazione con la polizia e l’esercito britannico e non sono una novità i collegamenti tra il British National Party, gli omologhi britannici di Forza Nuova, e certi settori del lealismo.

In un comunicato della Solidarity Federation[3], sindacato anarchico aderente all’IWA-AIT, è stato fatto presente come di fronte al montare delle violenze unioniste dell’ultimo mese e mezzo l’unica risposta sia stato un “Peace Gathering” di fronte al municipio. Questo “Peace Gathering” è stato indetto da una serie di sigle e soggetti politici che vanno dalle associazioni dei negozianti e padronato, preoccupati per le ripercussioni che le molotov e le biglie d’acciaio hanno sullo shopping e l’accumulazione di capitale, a gruppi religiosi ad alcune Trade Unions e partiti, sia di destra moderata che di sinistra. Questa manifestazione per la pace, al prima di una annunciata serie, secondo quanto riportano i compagni della SolFed, ha una piattaforma estremamente fuorviante e rappresenta lo stato dell’arte della miseria della così detta “società civile” delle sei contee. Incapace di andare a fondo della questione, si autorappresenta come il “vero Nord Irlanda”, che vuole la pace e il progresso, e bolla le violenze come il risultato della volontà di qualcuno di portare indietro le lancette della storia. Peccato che la situazione sia più complessa di come la vorrebbero dipingere questi “pacifisti” e che non basti dire di essere per la pace e le sorti magnifiche et progressive che sarebbero garantite dalla società capitalista. Se non si affrontano le grandi contraddizioni rappresentate dallo sfruttamento del lavoro e dal dominio statale non si potrà mai venire a capo della crisi che stiamo vivendo. E tanto meno lo si potrà fare in quei paesi massacrati da un secolare conflitto come l’Irlanda.

lorcon

[1]http://tinyurl.com/acartl6 e http://tinyurl.com/2ayu72z al secondo link si può osservare come sia ancora forte la linea di demarcazione tra quartieri cattolici e protestanti di Belfast. Nella zona Ovest, storicamente cattolica, ad eccezione di alcune significative enclavi come Shankill Road, la disoccupazione è compresa tra l’8,6% e il 9,7%, nella zona Est, per lo più protestante o mista, la disoccupazione è compresa tra il 5,1% e il 5,4%

[2]Si, veda, a titolo d’esempio le lotte condotte dagli operai protestanti dei cantieri navali di Belfast per ridurre le quote, ed espellere del tutto, i loro colleghi cattolici, accusati di essere dei “garantiti”. Questi e altri episodi settari sono ampliamente riportati nel libro “Irlanda del Nord: una colonia in Europa” di Silvia Calamati, che fornisce anche un ampio apparato di analisi statistica sulle discriminazion nell’ambito del lavoro. È uno di quei casi in cui si può notare l’uso di una retorica che rappresenta un appartenente ad una minoranza come garantito in quanto esistono degli “aiuti sociali” alle minoranze, percepite come parassitarie. Una retorica tipica anche dei gruppi fascisti in tutta Europa e negli USA.

[3]http://tinyurl.com/b7qhxyl altri articoli sulla questione sono stati fatti da gruppi di tendenza piattaformista come il WSM: http://tinyurl.com/apbpptm

[*]questa nota appare solo su questa versione elettronica dato che non posso andare a correggere tutte le migliaia di copie del giornale: la frase in questione contiene una pesante inesattezza: le maggiori responsabilità del traffico di oppio grezzo e semiraffinato in Turchia e Kurdistan (e dalla Turchia al resto del mondo) ricadono sui servizi di sicurezza turchi, o su alcune frazioni di essi ma è indifferente, come ben dimostrato dagli scandali di fine anni ’90. Il coinvolgimento di certi gruppi afferenti al PKK non è mai stato dimostrato e, anche qualora fosse esistito, rappresenterebbe un fenomeno del tutto marginale all’interno della lotta kurda. Mi scuso di questa imprecisione con interessati e lettori.

Per chiudere consiglio l’ascolto dei sempreverdi Stiff Little Fingers

https://www.youtube.com/watch?v=qLo7z50Tt2g

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Il gioco al recupero del M5S – L’inganno che avanza

Il seguente articolo verrà pubblicato su Umanità Nova numero 39 anno 92. Dato che però con dei grillini ci sto polemizzando in questo momento lo pubblico qua prima.

Da anni Beppe Grillo mette in vendita il “Calendario dei Santi Laici”, ovvero un calendario che ricorda tutti coloro che a giudizio di Grillo & Casaleggio meritano di essere assunti nell’olimpo del grillismo. Vediamo i santi di quest’anno: Antonio Fava/Vincenzo Garolfalo, carabinieri, Renato Barborini/Luigi D’Andrea, polizia di Stato, Edoardo Massari, anarchico, Vittime della strage del Moby Prince, cittadini, Aldo Moro, politico, Antonio Santoro, polizia penitenziaria, Michele Barillaro, giudice, Paolo Giaccone, medico legale, Mauro Rostagno, giornalista, Aldo Bianzino, cittadino, Lea Garolfalo, collaboratrice di giustizia, Vittorio Padovani/Sergio Bazzega, polizia di Stato. Un calendario che presenta un frullato di nomi, vicende, situazioni ed esperienze spesso antitetiche tra di loro. Un calendario che va a riproporre l’idea centrale del Grillo-pensiero: la distruzione di qualsiasi categoria ideologica, ovvero delle categorie fondamentali per poter interpretare in modo coerente (anche se incompleto) la realtà, per andare allegramente verso il nulla basandosi su supposte differenze morali tra il feroce membro della casta e il bravo cittadino-attivista del Movimento Cinque Stelle. Basta una lettura superficiale dell’elenco per capire quanto sia confusionaria e antistorica questa visione: cosa possono centrare tra di loro degli agenti di polizia, dei carabinieri e un secondino con un anarchico morto in carcere di “suicidio di stato” non è dato a sapersi. Come non è dato sapersi cosa possa centrare Aldo Moro, responsabile di decenni di politiche fatte sulle spalle della popolazione, con chi, come le vittime della Moby Prince, per i giochi politici dei vari governi morì. Il calendario di Grillo strizza l’occhio a quel cittadinismo confusionario in voga da qualche anno, quel cittadinismo che chiede il rispetto della legalità senza rendersi conto di come la legalità sia funzionale alla dominazione di classe, quel cittadinismo che non è razzista ma che “siamo in crisi, non possiamo permettere ad altri immigrati di venire qua”, quel cittadinismo moraleggiante che puzza di ipocrisia e di coscienze lavate. Un’ideologia che rifiuta di essere tale ed è per questo pericolosamente mimetica ma anche escludente verso chi non è ritenuto portatore dei valori morali necessari per fare parte dei “bravi cittadini attivi”. Perchè oramai si è arrivati al punto che la principale contraddizione verte sulla moralità dei governanti e non sullo sfruttamento e il dominio di classe, razza e genere. Tutto spazzato via, bollato come vecchie teorie stantie, incompatibili con la nuova moralità che avanza. Sembra un ragionamento da puritani del New England che si riempiono la bocca sull’interpretazione delle scritture in senso egualitario ma che mettono lettere scarlatte sulle adultere e sterminano indigeni per edificare la Nuova Gerusalemme. Si guardino bene coloro che da sinistra, anche tra gli anarchici, vedono con simpatia il Movimento Cinque Stelle, si guardino bene da questo inganno su scala nazionale fatto di dilettanti allo sbaraglio, autonominati capi assoluti, di ridicole “parlamentarie” via web senza controlli e certificazioni, in spregio alla trasparenza tanto evocata. Costoro sono l’ancora di salvezza della classe dominante, quelli che attuano un’operazione di recupero del dissenso per incanalarlo sui percorsi del parlamentarismo. È inutile che sbraitino di essere puri, onesti e fieri adducendo come motivazione della loro purezza l’attacco messo in atto dalla gigantesca macchina di propaganda di de Benedetti. I giochi delle tre carte sono vecchi quanto il mondo e non si può cercare di dimostrare la bontà del proprio progetto politico basandosi sugli attacchi dei propri presunti avversari. La bontà del proprio progetto la si dimostra mettendolo in pratica e aggregando persone, risorse e idee, non con gli urli isterici e il seguir ciecamente il capo. Il giustizialismo dei grillini, di cui si possono avere buoni esempi andando a vedere i commenti del blog di Grillo, è totalmente antitetico con un qualsiasi progetto libertario, così come lo è il loro correre per le parlamentari. Non ci si stupisca però che Edoardo “Baleno” Massari sia stato inserito tra i santi laici! Non è una novità che chi tende al recupero delle istanze sociali giochi ad arruolare nelle sua iconografia persone che probabilmente non avrebbero gradito avere a che fare con loro quando questo arruolare può drenare i consensi. Non ci si stupisca, dunque, se per guadagnare consensi tra i No Tav gli sciacalli della dirigenza grillina inseriscono un anarchico ammazzato dallo stato nel loro pantheon. D’altra parte già la maschera di V, entrata nell’arsenale iconografico grillino, è stata scippata ad un fumetto il cui messaggio è profondamente anarchico. Ricordiamoci che non è la prima volta che succede una cosa simile: chi è che scippò il nome “Fascio” ai movimenti popolari e il colore nero agli anarchici? Ma basta leggere la presentazione dello stesso calendario scritta da Grillo per capire quali sono le sue radici:

[…] È di moda, oggi, da parte di alcuni politici e di alcune Istituzioni parlare di cessione di parte della nostra sovranità nazionale come se fosse una panacea, una soluzione ai mali dell’Italia, dimenticando che la sovranità l’abbiamo già perduta molti anni fa insieme alla guerra. Quella sovranità che dovremmo recuperare per far luce sulla nostra storia recente e rendere giustizia ai Santi Laici.”

I grassetti sono nel testo originale [1]. I problemi vengono ridotti ad una questione di sovranità nazionale operando una semplificazione che cancella totalmente la realtà fatta di tanti sfruttatori di diverso calibro con il bollino tricolore che operano in sinergia con altri sfruttatori con il bollino d’altro colore. Ma non solo viene affermata questa bestialità, da cui ne deriva che essere sfruttati è bello purchè lo si sia in nome della propria bandiera, ma ci si spinge anche oltre: la sovranità è stata perduta insieme alla guerra. La logica conseguenza di questa affermazione è che prima della guerra l’Italia avesse una sovranità nazionale. È forse ignorante il signor Grillo in merito al fatto che l’Italia mussoliniana non solo costruì una presunta sovranità stroncando le lotte operaie e colonizzando l’Africa ma che si subordinò al progetto imperiale del nazismo tedesco, che la trascinò nella guerra e nella sconfitta? Forse Grillo ignora di come la perfida Albione finanziò e appoggiò Mussolini? Forse questo politicante non sa di come gli eredi del PNF si misero a disposizione, fornendo manovalanza per le stragi i stato, delle forze più retrive e reazionarie dell’atlantismo per combattere i movimenti che dal basso insidiavano il potere in Italia? È necessario prendere coscienza del fatto che il fenomeno del grillismo, per quanto sia probabilmente un fenomeno transitorio e funzionale solo a breve termine, dato che le spinte centrifughe all’interno del movimento sono già presenti e non potranno che rafforzarsi in occasione di un’entrata in parlamento, è un fenomeno per sue natura conservatore, teso al mantenimento dello status quo o al più di un suo ritinteggio che ne salvi le strutture e le fondamenta.

 lorcon

[1] http://grillorama.beppegrillo.it/catalog/product_info.php?products_id=151

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Appunti sparsi per una discussione sull’hacktivismo

Articolo apparso originariamente su Umanità Nova 35 anno 92
L’attacco informatico portato a termine e rivendicato da Anonymous contro la rete informatica del Ministero degli Interni ha portato alla pubblicazione di migliaia di documenti riservati. Al contrario di altre iniziative di questo network ha destato ben poco scalpore: pochi articoli di giornale, giusto qualche trafiletto, pochissimi servizi televisivi, posizione in secondo piano nelle testate online. Eppure questo attacco qualche discussione l’avrebbe dovuta sollevare: intanto ci sarebbe aspettato maggiore risalto sui media mainstream dato che non è notizia di tutti giorni che il sistema informatico della Polizia di Stato venga violato e sarebbe stata auspicabile una discussione rimasta per ora solo allo stato embrionale, all’interno di quel variegato mondo che va sotto l’etichetta di “movimento”. Infatti in mezzo a queste migliaia di documenti divulgati ve ne sono alcune decine riguardanti il movimento No Tav tra cui alcune informative che contengono nomi, cognomi e indirizzi di decine di militanti. Non è una questione secondaria ed apre diversi problemi su cui, a mio avviso, è necessario riflettere. Intanto viene accettata quasi acriticamente la pubblicazione di dati personali di militanti coinvolti a vario livello nella lotta contro il TAV e in generale nei movimento sociali e la conseguente esposizione a pericoli facilmente intuibili. A chi faceva notare questo sul blog del gruppo veniva risposto che dato che la polizia già era in possesso di quei dati non vedevano nessun problema nel pubblicarli. Una risposta che oltre denotare un’ingenuità totale lascia trasparire un certo fondo di stupidità: per gli attivisti l’unico pericolo sono i poliziotti? E sopratutto dove va a finire la libertà di anonimato, libertà rivendicata storicamente da chi ha incentrato sull’attivismo in rete la propria azione politica? Il fenomeno di anonymous segna un vero e proprio cambio di paradigma da diversi punti di vista. Tutta quelle rete che a partire dagli anni novanta portava avanti l’attivismo digitale legandosi strettamente con i movimenti sociali e dando il via ad una serie di esperienze di alto valore come il network di Indymedia, Riseup, Isole nella Rete (ECN), Autistici/Inventati, Indivia, Freaknet, gli hacklab e gli hackmeeting ha avuto (ed ha ancora) delle caratteristiche peculiari: uno strettissimo legame con i movimenti sociali in quanto molti degli attivisti digitali sono anche militanti nei movimenti reali, l’adozione di un’etica hacker, l’orizzontalità e la trasparenza decisionale, la volontà di espandersi. Tutte caratteristiche che stanno ad indicare la consapevolezza di essere calati all’interno di un contesto sociale e politico che trascende l’utilizzo dei mezzi tecnologici e si pone su un piano più generale di costruzione di un’alternativa radicale all’attuale barbarie. Ma con il tempo sono emerse, a mio avviso, delle problematiche tuttora insolute: intanto non vi è stato un adeguato ricambio generazionale, ovvero l’immissione di “forze fresche” all’interno della rete, secondariamente i movimenti non hanno recepito appieno la lezione dell’hacktivismo. Il non recepire gli insegnamenti di questa esperienza ha portato alla formazione di due poli attrattori nella concezione della rete: da un lato chi considera tutto quello che implica l’utilizzo delle nuove tecnologie come una perdita di tempo o quasi, riproponendo lo stereotipo del nerd totalmente alienato e avulso dalla società, e dall’altro chi entusiasticamente si butta acriticamente nell’utilizzo dei mezzi di comunicazioni basati sulle reti sociali, quali i social network, inconsapevoli dei giganteschi rischi di cui questi mezzi sono intrinsecamente portatori. Tornando alla questione anonymous non possiamo fare a meno di notare come questa rete di attivisti stia agendo in modo totalmente opposto ai principi base dell’attivismo digitale: divulga dati di decine di attivisti e dai suoi comunicati sembra quasi volersi ergere a giustiziere e vendicatore dei movimenti, nello specifico di quello No Tav. E provoca un certo dispiacere e imbarazzo vedere che alcune realtà di movimento si sono lanciate in sperticati elogi dell’operato di anonymous lasciando da parte qualsiasi senso critico per lanciarsi all’inseguimento di quella che in certi ambienti è stata la notizia del giorno. Addirittura alcuni si lanciano in calcoli sui rapporti costi/benefici dell’operazione e in base al loro opinabile metro di giudizio giungono alla conclusione che il dimostrare che anche il nemico ha delle falle nel sistema di sicurezza vale bene la perdita di sicurezza per decine di militanti (perchè mettere in rete gli indirizzi vuol dire esporre a pericoli di non poco conto delle persone). E viene allora da chiedersi chi ha il diritto di arrogarsi decisioni di questo tipo: può un gruppo di sconosciuti, esterni alle realtà coinvolte, decidere di divulgare dati così sensibili ed ergersi a giustiziere della notte? Non è questa un’operazione che puzza estremamente di avanguardismo? Come è possibile accettare una simile operazione, piratesca nei confronti di chi si spende per la lotta sociale, senza aprire una minima discussione? Operazioni di questo tipo non solo mettono a repentaglio l’incolumità e la privacy (che, checchè ne dicano alcuni, all’interno dell’attivismo digitale è un valore) di decine di militanti ma sono anche puramente spettacolari. Infatti delle migliaia di documenti trafugati e pubblicati ben pochi sono realmente interessanti. A questo punto viene da chiedersi che senso hanno queste prove di forza che sembrano solamente fini a se stesse e alla creazione di una spettacolarizzazione e di una mitologia intorno ad un gruppo come Anonymous. Gruppo che si diverte troppo spesso a giocare con la privacy dei navigatori: è di poco tempo fa la notizia della pubblicazione degli indirizzi IP ed e-mail di centinaia di iscritti ad un forum su cui era presente materiale pedopornografico. La bordata emotiva che tende a colpire molti appena si sente parlare di pornografia minorile fa dimenticare che, ad esempio, alcuni tra gli indirizzi IP potrebbero essere di mantenitori di nodi della rete TOR, la rete che permette, tra le tante cose, ai dissidenti politici dei paesi dittatoriali di accedere al web senza incorrere in censure,  e che gli determinati indirizzi mail potrebbero essere stati rubati, data la totale incompetenza nel creare password che contraddistingue moltissimi utenti. L’hacktivismo passa tramite la creazione di consapevolezza intorno all’uso degli strumenti tecnologici e tramite tecnologie che permettano un accesso libero alle reti informatiche, tramite l’appiattimento del digital divide, tramite la diffusione delle autoproduzioni e del trashware per emanciparsi dall’uso dei prodotti delle multinazionali, tramite uno stretto legame con chi lotta tutti i giorni per la creazione di una società diversa. Se i movimenti e chi si si avvicina ad essi non sapranno cogliere questi dati rimarranno prigionieri del circolo vizioso rappresentato da un lato da chi sulla rete crea strutture di potere, ISP, governi, multinazionali, social network commerciali, e dall’altro da chi, più o meno inconsapevolmente e ingenuamente, si erge a paladino non richiesto dei movimenti, indossando una maschera, quella di V, portata al successo, tra le bestemmie del suo creatore, da un’operazione commerciale che ne stravolge il senso politico. Si abbandona il campo della politica dal basso e si entra nel campo dell’infoitamen, della spettacolarizzazione, dell’emotivizzazione degli eventi, della riproduzione dello spettacolo vigente, per dirla con Guy Debord.
lorcon
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Il Guardian, le scie chimiche e gli scemi

Il 17 luglio 2012 esce sul sito web del Guardian, una mappa in cui vengono illustrati i luoghi dove si sono svolti esperimenti di geoingegneria. Immediatamente l’infografica viene ripresa dai maggiori network complottardi, “Lo sai?” in testa, che la presentano come la prova dell’esistenza delle scie chimiche. Mi pare strano che un giornale che è notoriamente vicino al Partito Labourista inglese, ovvero a quelli che hanno elaborato le politiche di una delle maggiori potenze planetarie, vada a fornire le prove dell’esistenza del grande complotto, vado a guardarmi la fonte originale dell’articolo. Eccola qua. La mappa è stata elaborata dall’ETC group, ovvero un gruppo di studio sui monopoli internazionali, sulla biodiversità, sulla difficoltà d’accesso alle tecnologie da parte dei paesi poveri e sull’impatto delle nuove tecnologie sulle fasce povere e vulnerabili della popolazione. Qua si può leggere l’autodescrizione dell’ETC. Oltre alla mappa forniscono 176 pagine di tabelle in cui sono presenti i dati sui progetti monitorati. Per geoingegneria l’ETC intende le seguenti branche di ricerca e sperimentazione:

  • modificazione del clima: riduzione o aumento delle precipitazione
  • riduzione del CO2 tramite macchine depuranti
  • produzione di biochar, ovvero carbonificazione degli scarti agricoli per fissare il carbonio in aggregati solidi e bloccare la sua dispersione in atmosfera
  • cattura delle emissioni di CO2
  • rifrazione artificiale delle radiazioni solari
  • fertilizzazione dell’oceano, tramite diffusione di ferro o azoto nelle acque marine al fine di fissare in acqua il CO2
  • produzione industriale di alghe che fissino il CO2 e che possano fungere da biocarburanti

Si evince tra l’altro che gli ultimi dati certi sulla geoingegneria in italia risalgono al 2005 e dopo forse sono continuati degli esperimenti.

Le così dette scie chimiche sarebbero coinvolte solo per quello che riguarda la riduzione e l’aumento delle precipitazioni e forse per aumentare l’indice di rifrazione dell’atmosfera (ovvero diminuire l’assorbimento di fotoni e quindi il riscaldamento). Nell’infografica vi è una nota che afferma:

Importantly, many weather control project and soil initiaves using biochar are intended to be local and are not intended to manipulate the climate. However, even local techniques can be scaled up to have a ecological and economic implication for other countries.

Ovvero che molti di questi progetti di controllo climatico sono sperimentazioni locali e non hanno lo scopo di modificare il clima. Ovviamente queste tecniche locali possono essere utilizzabili su larga scala fino ad avere un’implicazione ecologica ed economica per più paesi.

Si afferma, insomma, che queste tecniche esistono e che potrebbero essere usate su larga scala ma che finora sono allo stato sperimentale su piccola scala. Ovvero l’esatto contrario di quanti sostengono la teoria cospirativa sulle scie chimiche affermando che vi è un utilizzo massivo, sia in termini spaziali che temporali, delle tecnologie di controllo del clima.

Si ipotizzi ora che i complottisti abbiano effettivamente ragione e proviamo a ragionare su cosa significhi l’implementazione su larga scala di queste tecnologie. Utilizziamo come scala di riferimento l’Italia, ovvero un’area di 301.340 km², con le aree di produzione agricola concentrate nelle parti pianeggianti (Pianura Padana, Tavoliere delle Pugle, Agro Pontino e fasce di pianura costiera lungo l’adriatico). Per indurre la siccità, come teorizzano taluni, sarebbe necessario ridurre le precipitazioni su queste aree e sulle aree montane in cui si originano i fiumi. Parliamo di decine di migliaia di km². Ipotizziamo che i tanker aerei per la diffusione delle chemtrails siano dell’ordine di qualche decina e che agiscano con una frequenza quasi giornaliera per impedire l’aggregazione di vapore acqueo in atmosfera. Ogni aereo dovrebbe avere una capacità di carico piuttosto grossa e avvalersi almeno del seguente personale di volo: un pilota, un copilota, un navigatore, uno o due responsabili tecnico-scientifici. Inoltre va calcolato il personale di terra che solo per quello coinvolto nelle operazioni di volo sarebbe: responsabili del servizio radar, tecnici delle manutenzione dei vettori, addetti al rifornimento del carburante, addetti alla sicurezza, tecnici della manutenzione degli apparati di dispersione degli aereosol, personale amministrativo. Inoltre vi sarebbe tutto l’apparato di approvvigionamento degli aerosol: impianti produttivi, con relativi lavoratori sia nella manifattura che nell’amministrativo, addetti alla sicurezza, indotto vario. Per semplificare stralciamo questo settore dicendo che il materiale viene importato.

Considerando che le operazioni di dispersione degli aerosol devono avvenire sia di giorno che di notte bisogna presuppore l’esistenza di una turnazione per personale di volo e personale di terra. Siamo nell’ordine di un paio di migliaia di persone, tramite un calcolo puramente approssimativo. Considerando che è da una decina di anni che si sente parlare di chemtrails bisogna tenere conto del turn-over, che per il personale di volo è abbastanza elevato dato il lavoro usurante. Il sistema ovviamente deve essere segreto e impermeabile. Quindi di queste migliaia di persone nessuno deve fare fuoriuscire informazioni, in modo più o meno volontario. Difficile che in dieci anni questo non avvenga. Si consideri tra l’altro l’esistenza dei responsabili politici della vicenda e dell’esistenza di un blocco di potere contrapposto a loro che gli segherebbe volentieri le gambe. Si consideri l’esistenza delle agenzie di sicurezza governative, ovvero i servizi segreti, che si infiltrano a vicenda e che controllano una parte dell’informazione. Raggiungiamo un sistema abnorme ed estremamente ramificato. E sopratutto non si capirebbe lo scopo. Il comparto agro-alimentare in Italia è uno dei settori trainanti dell’economia, circa il 15% del PIL. Questo comparto è composta da migliaia di piccoli produttori, più o meno consorziati tra di loro, e da alcuni grossi gruppi anche internazionali, Barilla, Unilever, Nestlè, Cremonini e compagnia. Questi grossi produttori acquistano materiale dai suddetti piccoli produttori per procedere alla lavorazione. Nessuno di questi avrebbe interesse ad una siccità artificiale in grado di distruggere la loro attività. E chi produce il 15% del PIL di certo non è uso a farsi calpestare come un povero idiota. E sopratutto non sono disposti a farlo i loro referenti politici.

Basterebbero queste considerazioni a smontare il mito dell’uso massiccio delle tecnologie climatiche. Inoltre si consideri il buon vecchio Rasoio di Occam, questa misconosciuta base della metodologia della ricerca, e si potrà apprezzare il fatto che vi sono tante altre teorie ben più credibili per spiegare i cambiamenti climatici. Tipo che le fluttuazioni climatiche ci sono da sempre. O tipo l’effetto serra. Ma, ops!, i complottisti nostrani, Di Luciano e “Lo Sai?” in testa, sono tra coloro che sostengono con più forza che il buco nell’ozono non esiste e che l’effetto serra è un’invenzione. Inoltre sostengono la teoria abiotica del petrolio, ovvero che il greggio non è una risorsa finita.

Ora potremmo anche divertirci a fare il giochino del complottista al contrario: chi ha interesse a sostenere che i combustibili fossili non sono responsabili di un abnorme disastro climatico? Non è che niente niente viene fuori che questi disinformatori sono al soldo di qualcuno?bMa non ho le prove e i presupposti per affermarlo e quindi lo lancio come provocazione. Ma mi è sempre piaciuto pormi la domanda “Cui prodest?”.

Il problema è che teorie come quella delle scie chimiche presuppongono l’esistenza di un sistema complicato che non tiene minimamente conto della complessità, ovvero della non linearità, del mondo. Si entra in un abisso di pensiero circolare per cui tutto va ad alimentare la propria teoria, si costruisce una visione paranoica del reale. Si aggiunga che c’è chi sostiene che il vero scopo delle scie chimiche non è tanto il controllo climatico quanto, a scelta:

  • favorire le comunicazioni militari aumentando la capacità di conduzione di segnali radio nell’atmosfera
  • sterilizzare e indebolire la popolazione

Il perchè sia necessario favorire le comunicazioni militari in Italia quando vi è già un’estesa rete di centrali di comunicazioni militari lo sanno solo le geniali menti dietro a questa teoria. Il perchè di un gruppo di potere dominante voglia ridurre la popolazione mondiale quando il nostro sistema economico si basa sull’esistenza e sulla riproduzione di un enorme bacino di poveri (manodopera e mercato potenziale) lo sanno poi sempre le geniali menti dei complottardi fissati con gli Illuminati di Baviera e i Rosacroce. Che poi potrebbero anche avere la bontà di spiegarci il motivo per cui uno dei più grossi blocchi di potere contemporanei, i neocon, che hanno avuto per dieci anni il controllo della politica statunitense, siano strenui oppositori della contraccezione e dell’aborto e abbiano stoppato i finanziamenti ai programmi internazionali per la diffusione dell’uso del preservativo.

Ma piuttosto di analizzare criticamente la realtà per costruire nuovi modelli radicalmente alternativi è più semplice raccontarsi e raccontare storie su falsi problemi e creare delle armi di distrazione di massa.

lorcon

Sullo stesso argomento:

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Trieste

17 maggio, corteo per l’inaugurazione della nuova sede del gruppo anarchico Germinal e per salutare la vecchia sede.

 

 

 

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tir e arcobaleni

Sulla autostrada del Brennero, direzione sud, qualche mese fa

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complottismi o fascismi?

Il seguente articolo è comparso originariamente su Umanità Nova numero 26 anno 92 (22 luglio 2012)

Il grande tessitore del complotto pluto-giudaico-massonico

Complottismi o fascismi?

Le teorie del complotto sono una costante degli ultimi secoli ma negli ultimi anni, complice la diffusione di internet, c’è stato un vero e proprio fiorire di complottismi sui più svariati argomenti.

Si va dall’11 settembre, ad HAARP, al signoraggio, ai rettiliani, agli Iluminati fino alle deliranti speculazioni che negli ultimi mesi pretendono di collegare, in base a sconclusionate teorie numerologiche, il naufragio della nave da crociera Concordia agli accordi internazionali siglati dal governo Monti.

Queste teorie, al di là del loro contenuto specifico, hanno alcune caratteristiche comuni:

  1. la tendenza a ricercare una simbologia che riveli in maniera manifesta le trame del potere ( ad esempio tutte le speculazioni sulla piramide massonica presente sui biglietti da un dollaro)

  2. la tendenza ad operare una divisione manichea del mondo: da un lato chi ha scoperto la chiave d’accesso ad un universo misterico, il vero reale, e dall’altro la massa ignorante ed i grandi manovratori occulti

  3. la riduzione della complessità del mondo ad un unico disegno che, per definizione,è in grado di spiegare qualsiasi fenomeno

  4. l’assoluta non-falsificabilità delle ipotesi di partenza: qualsiasi critica all’ipotesi cospirativa è la prova del successo della cospirazione stessa

  5. e soprattuto la presenza di una visione misticheggiante, in cui ci si propone come portatori della Verità si rinnega la materialità dei conflitti politici, si interpreta la lotta politica come il precipitato di un conflitto manicheo fra due gruppi accomunati da destini mistico-spirituali contrapposti

E queste peculiari narrazioni sono molto simili a quelle che storicamente sono state diffuse dai vari movimenti fascisti.

Non c’è da stupirsi di questo: i movimenti fascisti hanno come comune radice ideologica, dove per ideologia si intende la costruzione di strumenti interpretativi e categorie di pensiero coerenti tra di loro, una visione del mondo che affonda nella ricerca di una purezza originaria perduta, tramite la costruzione artificiosa di un passato mitizzato, insidiata dalle forze del male che in grado di ideare grandi piani occulti per imporre la propria supremazia. È una storia che ritorna nei Protocolli dei Savi di Sion, opera in realtà scritta dalla polizia zarista, nelle teorie esoteriche del nazismo , nelle filosofie di stampo evoliano e, nel mondo moderno, anche degli estremismi religiosi (basti pensare al millenarismo della figura del Mahdi nell’islam sciita).

Non è un caso che uno tra i principali soggetti politici di quest’area, il network “Lo Sai?”, si vanti di collaborazioni oramai organiche sia con Forza Nuova, sia con l’area terzoposizionista che tenta di fare proseliti a sinistra (Stato & Potenza e altre associazioni di questo tipo) e che non solo respinge qualsiasi divisione tra destra e sinistra ma disconosce apertamente il conflitto di classe.

Secondo questi personaggi al mondo esiste il un Grande Complotto (che va dalle scie chimiche all’affondamento della Costa Concordia fino al Signoraggio) che è portato avanti da sette massoniche che sono in grado di controllare tutti gli apparati di potere per allo scopo di instaurare il Nuovo Ordine Mondiale (NWO). Questo gruppo occulto di potere ha avrebbe caratteristiche di estrema segretezza e dovrebbe essere d è il promotore di tutti gli avvenimenti che avvengono al mondo. Ovviamente siccome per imporre il proprio ordine avrebbero prima bisogno di generare il caos (in base a non si sa quale teoria) qualsiasi rivolta avvenga al mondo è in realtà diretta dalla massoneria piuttosto che dagli illuminati. Così arriviamo al delirio puro: le rivolta di piazza del 15 ottobre sarebbero sono state volute da una élite, e le rivolte greche sarebbero sono in realtà favorevoli alla BCE. Messaggio di fondo? Rivoltarsi è inutile. Ma vi è di più: da questi gruppi dopo il 15 ottobre sono partite delle vere e proprie campagne di delazione, che con la scusa della caccia all’infiltrato hanno fatto girare centinaia di foto per dare un’identità ai rivoltosi.

D’altra parte è la logica prosecuzione di un pensiero che basa il suo immaginario, anzi potremmo parlare di una vera e propria mitologia, sulla presenza di un livello inaccessibile alla comprensione dei più, con delle caratteristiche di vero e proprio culto iniziatico; questo ovviamente sposta il piano del confronto ad un livello a cui non si può minimamente accedere e l’azione politica e sociale viene quindi del tutto depotenziata, e resa sterile a vantaggio di una visione delirante e giustificatrice del mondo.

Su questo piano , e forse più che nelle collaborazioni pratiche alle iniziative, si realizza appieno la complementarietà tra questi gruppi e le formazioni fasciste (e in genere totalitarie) propriamente dette: l’abolizione della razionalità e la sua sostituzione con la mitologia.

Gruppi come “Lo Sai?”promuovono una visione basata sull’impotenza dei comuni mortali di fronte ad un potere incomprensibile, mistico, in cui non c’è spazio per l’autorganizzazione e l’autonomia di classe. Anzi, l’esistenza delle classi sociali viene negata, rimossa in favore di una visione interclassista che si maschera dietro una presunta necessità di apoliticità per potersi opporre efficacemente al NWO. Si pretende che questo discorso sia apolitico, mentre si sdoganano le peggio formazioni fasciste. Si afferma che le ideologie sono finite mentre ci si accompagna con i rappresentanti delle ideologie totalitarie. Questi gruppi parlano tanto di organizzarsi per resistere al NWO ma mai propongono soluzioni o esempi. Anzi: attaccano sistematicamente le insurrezioni popolari, in piena coerenza con i discorsi della destra fascista, che accusava il movimento dei lavoratori di essere manovrato dai “perfidi giudei” di turno.

Non è un caso che questi gruppi ultimamente stiano lavorando anche con i cascami del terzoposizionismo. Negli ultimi anni si è potuto osservare un rinascere di gruppi che portano avanti lo slogan “ne fronte rosso ne reazione, terza posizione”. Questi gruppi, in cui si sono collocati diversi relitti del terzoposizionismo fascista degli anni ’70 (Organizzazione Lotta di Popolo, TP e altri gruppuscoli) insieme agli orfanelli dello stalinismo, portano la categoria della geopolitica come unica chiave interpretativa della contemporaneità. Viene operato un vero e proprio slittamento del piano del conflitto: dal terreno di classe a quello dello scontro mondiale tra stati-nazione da un lato e potenza imperiale americana dall’altro. In pratica il grande nemico si incarna negli interessi del blocco anglosassone e del suo alleato sionista.I buoni da appoggiare invece diventano tutti coloro che si oppongono ad un sistema mondiale dominato da un unico impero: il blocco dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (Cina, Federazione Russa, e vari stati dell’area ex-sovietica), Cuba, Venezuela, Iran, Siria. La contrapposizione anche in questo caso viene spostata su di un piano totalmente inaccessibile alle lotte che si muovono sul terreno dell’autorganizzazione e del mutamento radicale delle società: l’unico modo di incidere effettivamente sulle sorti del “grande conflitto” passa attraverso una delega al potere politico statale. L’internazionalismo proletario viene sostituito con un internazionalismo degli stati “antimperialisti”, poco importa se tra essi troviamo stati che si basano sulla sistematica repressione delle classi popolari e la negazione di qualsiasi libertà. Le lotte contro le aggressioni antimperialiste per costoro non si portano avanti con l’antimilitarismo e il sabotaggio della macchina bellica ma con l’appoggio del militarismo di altri stati. Insomma: se sfruttamento deve essere che sfruttamento sia, basta che non abbia la bandiera a stelle e strisce.

La peculiarità del fenomeno complottista attuale è ovviamente l’utilizzo di internet, e principalmente dei social network, come mezzo di propaganda. I social network per loro natura sono un mezzo in grado di favorire la crescita di questo genere di fenomeni, questo per una serie di ragioni: intanto in primo luogo viene favorita una lettura superficiale delle fonti, successivamente la suggestione ha una fortissima importanza, inoltre la velocità di diffusione di una notizia può essere rapidissima se si riesce ad avere il controllo di un nodo della rete con abbastanza collegamenti, in questo modo è facile imporre delle vere e proprie parole d’ordine. E sopratutto, dato che per diffondere un’idea non serve un reale impegno ma basta cliccare un bottone, e fare un clik è fatica ben minore rispetto all’armarsi di pennello, colla e manifesti, qualsiasi utente può essere un potenziale diffusore di idee. Andando ad osservare i numeri reali dei complottisti si può osservare che il nucleo centrale è composto da un gruppo ristrettissimo. Eppure questo gruppetto riesce a diffondere le proprie idee ad un pubblico di decine di migliaia di persone. Tra queste decine di migliaia di persone alcune verranno inevitabilmente influenzate ed, oltre a diffondere a loro volta il materiale, si metteranno a produrlo: il web trabocca di dilettanteschi e comici cacciatori di complotti che appena vedono una piramide o un occhio si producono in una miriade di commenti e post ovunque. E proprio la questione dei simboli pone un altro interrogativo: ma perchè un potere pervasivo e onnipresente da secoli grazie alla sua segretezza dovrebbe svelarsi tramite un utilizzo ossessivo dei propri simboli riprodotti persino nell’ultimo video di una cantante pop?

Tra l’altro questa visione complottista abbonda nella sinistra italiana per quello che riguarda l’interpretazione degli ultimi decenni. Tutti i maggiori accadimenti vengono spesso descritti come l’attuazione del famigerato “Piano di Rinascita Democratica” elaborato dalla P2. E in questo modo si va a ridurre un periodo denso di accadimenti in Italia ad un mero proseguimento di una strategia di uno dei tanti blocchi di potere presenti all’epoca. Si tratta di una visione consolatoria che non tiene minimamente conto delle gravissime colpe della sinistra italiana nella creazione dell’attuale situazione; una visione figlia, a mio modo di vedere, del trascinarsi dello stalinismo in salsa italiana, con la sua necessità di creare Il Nemico, necessità tipica di tutte le visioni autoritarie. Ma può anche essere più semplicemente un escamotage per giustificare un l’esistenza di un partito (e dei suoi migliaia di funzionari) che ha perso qualsiasi bussola ideologica adottando in pieno l’ideologia neoliberista, che però non può essere svelata alla propria base di riferimento.

L’influenza di questi gruppi nelle lotte reali è pari a zero, banalmente perchè non proponendo niente non possono influire, ma tuttavia, il diffondersi di una mentalità complottarda di questo genere genera tutta una serie di rischi per i movimenti. In primo luogo il rifugio nella mistica depotenzia la deduzione logico-razionale; il venir meno di questo mattone fondamentale implica sia un incapacità di leggere le trasformazioni reali del tessuto economico sociale, sia un problema di trasparenza interna, poichè al metodo scientifico si sostituisce la dimostrazione per autorità (“ipse dixit”) o tradizione che difficilmente sono compatibili con un progetto politico libertario (o anche solo democratico). Ma c’è di più in secondo luogo: traslando il conflitto dal piano del reale ad un piano di conflitto immaginario si costruisce una gigantesca arma di distrazione di massa. Perchè alla fine, e nella storia troviamo centinaia di esempi, l’idea del complotto è funzionale a chi ha interesse a mantenere il proprio dominio.

lorcon

(si ringrazia G.A. per le correzioni e per alcuni preziosi suggerimenti)

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complottisti e sessisti

Segnalo il seguente mio articolo, apparso ieri su Femminismo a Sud, che ringrazio per l’ospitalità.

 

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San Caselli da Torino, protettore del potere

articolo apparso su umanità nova numero 12 anno 92

È primavera, tempo di alberi in fiore e santificazioni. Il santo del giorno non è niente meno che Gian Carlo Caselli, santificato vita natural durante da giornalisti, opinionisti, corsivisti e rappresentati vari della “società civile”. Causa di questa santificazione è la “persecuzione” che il povero procuratore torinese subisce ad opera dei violenti NoTav. L’episodio del 27 marzo a Milano, l’occupazione da parte di un gruppo di attivisti contro il Tav della sala in cui il nostro avrebbe dovuto parlare, ha dato la stura a commenti a dir poco superficiali e imbarazzanti. Si leggono attestati di solidarietà a Caselli perchè, scopriamo, è un eroe. Un’eroe, ci chiediamo? Davvero? Ebbene si, egli ha combattuto la mafia. E stava antipatico a Berlusconi, per giunta. Per questo motivo egli va dichiarato eroe civile, beatificato e santificato e qualsiasi contestazione nei suoi confronti è da considerarsi barbarica. Se proprio lo si vuole contestare lo si faccia con cortesia e garbo con qualche appello via web.

Ma basta davvero avere indagato su mafia e Berlusconi per essere dichiarati incontestabili? Forse bisogna ripercorrere la carriera di Caselli e riflettere un po’ sulla lotta alla mafia.

Caselli è, per usare un eufemismo, un tristo figuro della politica italiana. Scrivo politica, e non magistratura, perché è oramai chiaro che l’autonomia dei poteri è una mera costruzione ideologica. Caselli ha sempre risposto, fin dagli albori della sua carriera, a quel disegno egemonico del PCI, che vistosi impossibilitato a fare la rivoluzione, a causa di eventi geopolitici da un lato dell’imbecillità dei suoi vertici dall’altro, scelse di entrare nei gangli del sistema di potere italiano. E lo fece da un lato con il suo apparato imprenditoriale, le “coop rosse”, e dall’altro con l’entrismo in magistratura (usando Magistratura Democratica). Per mantenere il controllo sulla sua classe sociale di riferimento utilizzò pienamente la CGIL, organo di trasmissione tra partito e classe, che nega l’autonomia e l’autorganizzazione degli oppressi nella migliore tradizione leninista-gramsciana. Orbene, il signor Caselli, iniziò la sua brillante carriera con l’antiterrorismo di fine anni ’70, quel mostro policefalo che, sfruttando il cretinismo del lottarmatismo (che a sua volta era spesso eterodiretto o codiretto dai vari apparati di stato), stroncò i movimenti sociali che si autorganizzavano alla sinistra del PCI. In cambio di questo utile servizio il PCI entrò appieno nella “stanza dei bottoni”. Poco importa che Caselli sia stato in seguito santificato per via della lotta alla mafia ma gli albori della sua carriera corrispondono con il tramonto delle lotte sociali di massa. D’altra parte di questa santificazione ne hanno beneficiato anche personaggi del calibro del generale Dalla Chiesa, personaggio che non disdegnava l’uso di interrogatori energici per estorcere confessioni, spesso finte e gonfiate, ai sospetti di terrorismo. E queste vere e proprie torture avvenivano grazie alla collaborazione delle varie procure che chiudevano due occhi sui maltrattamenti mentre usavano in modo spropositato la carcerazione preventiva su centinaia di persone poi dimostratesi estranee al lottarmatismo. Sul Dalla Chiesa, tra l’alto, pesano da tempo sospetti di vicinanza alla P2. Questi sono gli eroi della “società civile”.

Caselli non rappresenta le persone oneste, come ci viene spesso ripetuto. Caselli rappresenta dei precisi interessi economici e politici: quelli del PD e di una parte del capitale industriale-finanziario italiano.

E ora veniamo ad uno dei grandi miti dell’opinionismo politico italiano: l’antimafia. Utilizzo il termine mito perchè i miti sono per definizione considerati naturali, intoccabili e al di fuori di qualsiasi razionalità. Anzi: sulla sospensione della razionalità si fondano. Ma nonostante questo hanno una precisa genealogia, che si può provare a ricostruire razionalmente. Innanzi tutto ci sarebbe da indagare su quelli che sono presentati come i due grandi contendenti all’interno del mito: lo Stato e la Mafia. Il primo viene presentato come un soggetto positivo, la seconda viene presentata come il male assoluto. Da tenere in conto una cosa: i professionisti dell’antimafia sanno benissimo che stato e mafia spesso e volentieri sono andati a braccetto. Utilizzano però l’artifizio degli apparati di stato deviati che sono andati a braccetto con la mafia, salvando così l’idea di stato. Lo stato, come la mafia e qualsiasi altro insieme di umani, non è un entità monolitica. Contiene al suo interno correnti e cordate, a volte alleate, a volte contrapposte. Tutte sono comunque tese alla conquista di più centri di potere possibili. Anzi, si potrebbe dire di più: l’idea di stato non è altro che una copertura ideologica usata per dare un manto di legittimità a certi gruppi di potere e fornire una più razionale tecnica di dominio. Quindi niente impedisce a pezzi di potere statale di allearsi con il potere pre-statale della mafia. E si potrebbe anche dire che stato e mafia condividono altre caratteriste in comune: capacità di drenare risorse (tasse da un lato, pizzo e introiti da attività criminose dall’altro), pretesa di un legittimo monopolio della forza e pretesa del controllo del territorio. La storia d’Italia, ma anche di altri paesi, è piena di alleanze più o meno esplicite tra stato e grandi cartelli criminali. Fatti salienti sono stati l’uso della mafia in funzione di contrasto delle forze popolari dopo nel secondo dopoguerra: strage di Portella della Ginestra, manovalanza mafiosa nell’ambito della strategia della tensione, diffusione dell’eroina e di altre droghe pesanti tra il proletariato italiano negli anni ’70. Un’analogo di questa ultima operazione è stato lo scandalo Iran-Contras negli USA.

Ovviamente come tutte le alleanze si può verificare che ad un certo punto uno dei soggetti acquisisca troppo potere e si crei inimicizia. Ed ecco che si arriva alla guerra tra mafia e stato che va dall’omicidio di Dalla Chiesa agli attentati di inizio di anni ’90. La mafia aveva esaurito la sua funzione di agente di disciplinamento sociale utile a quei gruppi di poteri che si coprivano con l’ideologia statale ed era necessario ridimensionarla. Probabilmente un nuovo accordo, con la creazione di un nuovo equilibrio, vi sarà con il decennio berlusconiano, che potrebbe avere trovato nuove alleanze con le forze emergenti della mafia. La questione del TAV potrebbe essere iscritto esattamente in questa ottica: trovare un nuovo equilibrio, un punto di accordo, tra i vari cartelli di potere. Non sono di certo il primo a sostenere questa tesi, l’hanno fatto anche diversi giornalisti e, addirittura, Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto corte di cassazione [1]. La stessa antimafia istituzionale contemporanea potrebbe essere vista come un gigantesco specchietto per allodole, utile a mantenere la legittimità di un sistema e a creare dei falsi bersagli, stornare l’attenzione.

La mafia potrà essere spazzata via dal momento che si negherà la legittimità di qualsiasi forma di dominio. E questo potrà essere fatto solo con una genuina mobilitazione di stampo autogestionario e anarchico. Perchè solo negando la legittimità di qualsiasi accentramento del potere si potranno evitare gli abomini che il dominio porta. Perchè la mafia uccide così come uccidono lo stato ed il capitalismo. Nei fatti hanno la stessa radice comune: si fondano sulla pensare che sia necessaria la presenza di una società gerarchica. Si fondano sulla creazione di ramificate reti di potere che danno vantaggi e svantaggi ai dominati. Diciamolo chiaramente: la mafia crea lavoro. Se sei un disoccupato di Scampia e puoi lavorare come sentinella per la camorra porti a casa uno stipendio e, in una società capitalistica, di conseguenza vivi. Oppure potresti entrare nell’esercito, andare in Afghanistan o in Libia, garantire un guadagno allo stato o alla multinazionale di turno (e nel caso afghano, che è il paese con la più alta produzione di oppio, anche alle narcomafie), portare a casa uno stipendio e vivere. Potrà sembrare un pensiero tagliato con l’accetta e un po’ brutale ma è così. La ferrea logica del dominio è la stessa, che abbia il tricolore e la Beretta o abbia il simbolo di qualche santo protettore di una mafia e la lupara caricata a pallettoni. Solo una pratica radicalmente alternativa, un grande rifiuto, potrà scardinare questa abominevole logica e creare una società diversa.

 

lorcon

 

[1]Vedasi il documentario “Fratelli di Tav”, in cui vi sono diverse interviste in cui si parla del rapporto tra costruzione delle linee TAV, partiti politici e criminalità organizzata

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