La propaganda alla prova dei fatti pt 2

Armi negli Stati Uniti

La propaganda alla prova dei fatti pt 2

Questo articolo è il proseguimento ideale del pezzo “La propaganda alla prova dei fatti” apparso su Umanità Nova numero 31 anno 95 (20 ottobre 2015 – http://tinyurl.com/usa-armi / o anche su questo blog).

Razza, classe, genere e Gun Control

Nel suo discorso di inizio anno il presidente statunitense Obama ha annunciato una serie di misure atte a rendere più difficile l’accesso alle armi a soggetti “pericolosi”. È un obiettivo che il presidente persegue da anni e che, data l’opposizione del congresso federale, a maggioranza repubblicana, e dove anche una parte del Democratic Party non vede con favore le misure dirette al gun control, ha visto, per il raggiungimento di questo fine, l’utilizzo di un “executive order”: dato che il sistema politico americano è presidenziale e che il presidente svolge anche la funzione del capo dell’esecutivo potremmo, per rendere parzialmente l’idea, comparare questo atto ad un decreto legislativo del governo in Italia. Ovviamente il fatto di prendere decisioni in modo autoritario su un argomento oggetto di ampio dibattito pubblico ha suscitato diverse polemiche negli USA e non è esclusa che la decisione presidenziale possa essere ribaltata da decisioni delle varie corti giudiziarie, compresa la corte suprema.1512846_10201206860371919_6499244040486419883_n
Invece i media liberals hanno urlato dalla gioia, sopratutto New York Times e Washington Post. Anche la stampa europea ha accolto con un certo entusiasmo la decisione di Obama. In Italia abbiamo potuto assistere ai redattori de la Repubblica gongolare per la decisione, sopratutto l’infausta coppia Zucconi & Serra. Addirittura Serra ha preso spunto, nella sua quotidiana rubrica[1], da questo fatto per una disquisizione su che cosa voglia essere di sinistra, finendo, al solito, nel più totale nonsense.
Il portale della post-autonomia “Infoaut” è riuscito addirittura a superare a destra il presidente statunitense: nell’articolo “Chi crede alle lacrime di Obama?” il redattore si lamenta del fatto che il presidente non possa/voglia fare abbastanza per limitare il numero di armi circolanti e si lancia in un’arguta disquisizione sul legame tra cultura liberale, diritto di possedere armi e sulla famigerata lobby delle armi, fornendo cifre in modalità “ad mentula canis,” banalizzando un fenomeno complesso e confondendo milizie con “guardie nazionali” (chiamate federali nell’articolo, sic). Questi aquilotti delle analisi di classe (totalmente scomparsa dal pezzo citato) dimostrano di essere completamente confusi, pronti ad inseguire la polemica del giorno per ottenere visibilità, sacrificando completamente il senso dell’analisi. Su una cosa comunque siamo d’accordo con loro: le lacrime di Obama sono ipocrite.
Il presidente americano è a capo del maggiore esportate di armi e sistemi d’arma del pianeta[3] ed è a capo dell’apparato militare più importante al mondo. Le sue lacrime non valgono per le migliaia di vittime del programma di omicidi tramite droni, vittime che in moltissimi casi non erano minimamente legate agli obiettivi delle missioni[4]. Le sue lacrime non valgono nemmeno per più di mille persone uccise, in molti casi in modo ingiustificabile anche per le stesse categorie democratico-liberali, dalle forze dell’ordine statunitensi[5]. Non valgono per chi muore sotto le bombe dell’USAF.
E la vera lobby delle armi negli USA non è tanto l’NRA, su cui torneremo in seguito, ma è il complesso militare-industriale.
A questo bisogna aggiungere un’altra serie di considerazioni che fanno emergere il lato fortemente classista e razzista delle misure che espandono il gun control. Il meccanismo che l’executive order va ad implementare serve ad introdurre obbligatoriamente i background check in tutto il territorio statunitense e ad eliminare una serie di cortocircuiti legislativi che permettevano di acquistare molto più liberamente, evitando i controlli già esistenti (al contrario di quanto sostenuto da molti opinionisti negli USA le armi non si comprano legalmente con la stessa facilità con cui si compra il pane). I background check sono delle misure di controllo dei precedenti penali, se questi sono presenti vanno ad inficiare la vendita dell’arma. E qua sorge il problema: la polizia statunitense, a livello di contea come a livello statale, da sempre si impegna in quella simpatica pratica che si chiama “racial profiling”: se sei nero/latino/nativo vieni fermato in modo casuale per controlli di polizia, se sei pulito si 1546090_207617809426909_1183947519_ninventano qualche reato da appiopparti[6]. E parliamo di reati a volte assolutamente fantasiosi, come bere una lattina di birra in pubblico, vestirsi in modo non consono, crimini non violenti, come il consumo di droghe anche leggere. Le peculiarità del sistema penale statunitense, evolutosi insieme alle esigenze del capitale di tenere sotto controllo una crescente massa di poveri ampliatesi dopo il ciclo di crisi degli anni settanta e ottanta coincise con la deindustrializzazione e la conseguente creazione di ampie fasce di disoccupati o working-poors in aree urbane, hanno portato all’applicazione di un vero e proprio diritto penale del nemico[7]. La convergenza tra questi fattori, la War on Drugs, il patriarcato e il razzismo strutturale, presente, pur in varia misura, in tutti gli stati dell’unione, ha portato ad un’esplosione delle dimensioni della popolazione carceraria e delle persone con precedenti penali, spesso ridicoli[8]. Inoltre l’introduzione di questi controlli mette in profonda difficoltà gruppi come quelli delle sex workers che coniugano due caratteristiche: svolgere un lavoro che spesso porta ad avere piccoli precedenti penali (sopratutto per crimini non violenti quali atti osceni) ed essere estremamente esposte a rischio di aggressioni sessuali. Altra categoria che verrà colpita è quella delle persone che hanno ricevuto diagnosi psichiatriche, anche anni prima, e stiamo parlando di un paese, gli USA, dove diagnosi di questo tipo vengono distribuite con generosità e precocemente. Un paese dove è più evidente l’uso della psichiatria come mezzo di controllo sociale.
Insomma la tendenza evidenziata dalla decisione di Obama è quella di una maggiore restrizione dell’accesso alle armi per una serie di categorie oppresse, per razza, classe e genere. Cosa ci sarebbe di sinistra in tutto questo? Nulla, checché ne dicano Serra e Infoaut.
E attenzione: l’opposizione a queste misure da parte del Partito Repubblicano e della NRA è estremamente ipocrita. Nei fatti l’NRA si è ampiamente profusa, a partire dagli anni sessanta, per limitare l’accesso alle armi alla popolazione di colore, nello stesso periodo in cui emergevano i movimenti per i diritti civili, che spesso, al contrario della vulgata corrente, si appoggiavano per la difesa immediata alla possibilità di reagire manu militare ai raid del KKK[9].

Comprendere i biases
Nota metodologica: il paragrafo seguente rientra nel piano delle mere ipotesi di studio, l’autore non ha avuto tempo e modo di studiarsi articoli e libri dotati di consenso accademico in merito all’argomento trattato. Pertanto prendetelo per quel che è. Per insulti e osservazioni: ottimismo@anche.no

Il punto di osservazione europeo sugli USA è, a nostro parere, viziato da una serie di biases che vedono lo statunitense medio come una persona incapace di intendere e volere. Un’origine di questo insieme di biases può essere, forse, ricercato nel fatto che gli USA sono visti ancora in un ottica coloniale, sopratutto in Gran Bretagna. Intendiamoci: una serie di personaggi politici, di alto profilo, emersi in ambito statunitense aiutano questa tesi: detto ciò è come se si prendesse di analizzare l’intera società italiana partendo da Borghezio o quella francese partendo da Le Pen. La società statunitense è molto più variegata di quanto si possa pensare normalmente e presenta al suo interno una serie di contraddizioni che sono tutte da analizzare. La rappresentazione degli USA in Europa è, a nostro parere, soggetta ad un interessante paradosso: gli Stati Uniti sono riusciti a raggiungere l’egemonia dei paesi occidentali e del capitalismo globale tramite la notoria unione di capacità di egemonia culturale più capacità di dominio militare ma al contempo la loro egemonia culturale viene continuamente messa in discussione dagli stessi paesi europei che, grazie al legame con gli USA, sono riusciti a riprendersi dalla sconfitta della seconda guerra mondiale, a contenere l’espansione del blocco sovietico, e, sopratutto, a mantenere una posizione di forza nello scacchiere globale, pur subordinata a quella statunitense, dopo l’esaurimento degli imperi coloniali.
Questo, unito ad un antiamericanismo d’accatto presente nell’estrema sinistra, con tanto di contorno rosso-bruno e campista, che confonde le classi dominanti negli USA con quelle dominate, porta a delle chimere concettuali profondamente radicate e dannose che, paradossalmente, rafforzano la presa del potere neoliberale, inficiando le possibilità di dialogo con le realtà che negli USA si muovono sul terreno dell’autorganizzazione di classe e spostando su un piano morale e idealistico l’analisi.

Milizie e miliziani

Nel momento in cui scriviamo presso il Malheur Wildlife Refuge, in Oregon, stato rurale della costa del Pacifico, è in atto un’occupazione di terreno federale da parte di una milizia privata. Questa milizia è guidata dalla famiglia Burns, dei medi proprietari terrieri entrati in conflitto con il governo federale. Parte dell’opinione pubblica 1493126_817307944953327_710124873_nstatunitense li sta presentando come eroi, un’altra parte come terroristi. Entrambe le teorie sono a nostro parare errate. Da un lato l’utilizzo del termine “terrorismo” è fatto a sproposito: gli occupanti non hanno sparato un solo colpo e non hanno usato violenza fisica verso nessuno. Dall’alto lato lungi dal “difendere i propri diritti contro un governo tirannico” stanno perpetuando un modello di sfruttamento coloniale e razzista delle terre, il territorio occupato è storicamente di una tribù indiana, nel tentativo di metterlo a valore tramite pascoli. Un interessante articolo apparso sul sito “It’s going Down” giunge alla conclusione che:

To do this, it seems important to continue to sharpen distinctions between us and the Patriot movement.[…] It means allying with black people and other communities of color, as well as Indigenous peoples and other disenfranchised people struggling for collective liberation, including rural white opponents and potential-opponents of militia activity. Though the “anti-authoritarian” streak is strong in the militias, […] the militias’ power is reinforced by the institutional repression that backs them up. In particular, that support comes from the white supremacy of the government that would ruthlessly destroy similar dissent from communities of color. It also comes from the media, which offers them control over the stream of images, giving them full attention and preferable treatment by covering up their cracks and hypocrisies, […]. By fighting against institutional repression, we might also be able to create space for honest discussions of reactionary activity and how to confront it”

[10]. Insomma: combattere le milizie di estrema destra, problema realmente presente nelle realtà rurali statunitensi, non significa appellarsi al governo, federale o statale, che con le milizie ha molti punti di contatto strutturali, ma costruire situazioni di solidarietà nelle comunità locali, al di là delle barriere di razza imposte, per combattere contro lo sfruttamento dei vari speculatori. Questo significa togliere il terreno sotto i piedi alle suddette milizie considerando il fatto che alcuni simpatizzanti di base, non organicamente coinvolti in esse, hanno tutto l’interesse ad essere coinvolti in processi di emancipazione di carattere rivoluzionario.

Conclusioni (non definitive)

In definitiva le attuali misure che il governo federale sta tentando di imporre non possono che portare ad un peggioramento delle condizioni di vita delle classi popolari, limitando, o tentando di farlo, la capacità di autodifesa di gruppi che sono sottoposti ad oppressione strutturale. Una società sempre più massacrata dalla barbarie del capitale, sottoposta a processi di mercificazione e cicli di accumulazione di capitale che avanzano, o meglio si rilanciano, nelle zone rurali, si guardi al land grabbing legato al fracking, i cui individui sono sempre più alienati è la causa della violenza al suo interno. Appellarsi a presunti governi illuminati per risolvere alcune contraddizioni che, in qualche modo, saltano maggiormente all’occhio è inutile e controproducente. Gli Stati Uniti sono da decenni, e lo saranno ancora a medio termine, il centro dell’economia-mondo globalizzata in cui viviamo. Capire che cosa si muove al loro interno e quale è lo spazio politico dell’azione rivoluzionaria è fondamentale; necessitiamo di conseguenza l’abbandono di tutte quelle false concezioni moraliste e fallaci che spesso offuscano la capacità di analisi.

lorcon

Note:

[1]La Repubblica, Mercoledì 6 gennaio 2016
[2][2]http://tinyurl.com/infoaut-usa[3]http://tinyurl.com/wp-export
[4]http://tinyurl.com/drones-casualities
[5]http://tinyurl.com/killer-police
[6]http://tinyurl.com/academic-racial-profiling
[7]http://tinyurl.com/diritto-penale-del-nemico [autocitazione]
[8]http://tinyurl.com/qxtroo3
[9]http://tinyurl.com/racism-gun-control si veda anche http://tinyurl.com/rdk-guns
[10]http://tinyurl.com/jk6ewbv

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Rompere la gabbia della guerra

In anteprima il mio pezzo sul prossimo numero di Umanità Nova (n 38 anno 95)

Rompere la gabbia della guerra

La forte concentrazione di contingenti militari di stati con interessi diversi e contrastanti in Siria ha portato all’inevitabile: uno scontro diretto. L’abbattimento di un SU-24 russo da parte di un F16 turco, con una dinamica ancora da chiarire, e il successivo dispiegamento da parte delle forze armate russe dei sistemi S-400, che con le loro capacità e il loro raggio di azione in grado di coprire tutta l’area del c.d. Levante rappresentano lo stato dell’arte dei sistemi antiaerei e antimissilistici, e il dispiegamento dei moderni SU-34 con armamento aria-aria presso Latakia sono il sintomo di una forte escalation.

In Siria oramai si giocano più partite fondamentali: il governo turco si sta giocando le ultime carte per la realizzazione del disegno neo-ottomano, con tanto di riesumazione della propaganda panturca, il governo Russo sta giocando le sue carte per mantenere un governo alleato nella regione e mantenere la sua base navale (e, ultimamente, aerea) a Latakia e presentarsi come fattore d’ordine in medioriente, insieme all’Iran, per contrastare la politica dell’insieme delle petromonarchie islamiste del Golfo, la cui politica estera è tra le maggiori cause dell’attuale situazione.

In questo si intrecciano gli interessi energetici: lo stato di tensione tra Turchia e Russia potrebbe portare al definitivo annullamento del progetto Turkish Stream, i bombardamenti russi sullo Stato Islamico hanno provocato la diminuzione dei flussi di petrolio di contrabbando verso la Turchia. Ma anche all’interno del blocco NATO vi IRA Derry 1971potranno essere cambiamenti: alcuni governi europei, la stessa amministrazione statunitense, cominciano a mostrare irritazione per le politiche spregiudicate di Erdogan ma al contempo l’Unione Europea ha bisogno dell’appoggio del governo turco per regolare il flusso di rifugiati dal medioriente. E in questo si inserisce anche la Grecia, presente sia nella NATO che nella UE, seppure con un ruolo secondario: i rapporti con i governi turchi non sono mai stati sereni, la questione cipriota non si è mai realemente risolta, le violazioni dello spazio aereo greco da parte dell’aviazione turca sono state una costante e si potrebbe creare un asse greco-russo per contrastare le velleità imperialistiche di Erdogan e della sua cricca.

La mossa di Erdogan, probabilmente già in caldo da qualche settimana, ha avuto lo scopo di intralciare una saldatura tra gli interessi russi e il rinnovato impegno francese contro il Califfato. Interessi contrastanti, il governo francese è ostile a quello di Assad, ma che potrebbero trovare un punto di accordo su un piano di transizione per la Siria che da un lato garantisca un’uscita di scena dignitosa per il presidente siriano e risolvere la questione profughi, e che dall’altro permetta di contrastare in modo più efficace lo Stato Islamico, sopratutto dopo l’attacco a Parigi del 13 novembre.

Ipotesi, ovviamente. È difficile prevedere che cosa succederà in quelle regioni da qua ad un mese, figuriamoci fare previsioni di medio periodo. Troppi i fattori in gioco, troppi gli attori, troppi gli obiettivi.

Una cosa è certa: le partite che si giocano in Siria sono dirimenti per i futuri assetti globali e per il Mediterraneo Orientale. È uno scenario che ha la stessa importanza di quello del Pacifico, area verso la quale gli Stati Uniti stanno spostando sempre più risorse, ben lieti di lasciare il posto nel pantano mediorientale alla Russia di Putin. D’altra parte le necessità energetiche degli Stati Uniti dipendono sempre meno dall’area mediorientale: gli ingenti investimenti sulle rinnovabili e le nuove tecnologie che permettono l’estrazione di petrolio sia dallo scisto che da zone oceaniche prima impraticabili hanno reso possibile una politica molto più agile agli Stati Uniti. Ovviamente permangono alcune grosse criticità: l’OPEC, a guida saudita, con la politica di compressione dei prezzi del petrolio ha colpito sia la Russia che gli Stati Uniti: l’estrazione dalle sabbie di scisto è molto più costosa rispetto a quella tradizionale e quindi è minore il guadagno per le compagnie.

Poi c’è il nodo israeliano: il governo di Tel Aviv ha interesse ad avere il vicino siriano in uno stato di caos perchè fintanto che vi sarà una guerra civile non ci sarà nessuna fazione in grado di rappresentare una minaccia. Ma intanto sempre più fonti parlano di un’espansione di gruppi legati al Califfato nei territori palestinesi, a scapito sia dei partiti palestinesi laici che di quelli islamisti. Prima o poi il governo israeliano dovrà prenderne atto e agire, anche di concerto con le autorità palestinesi.

I movimenti siriani che avevano iniziato le insurrezioni contro il regime di Assad sono finiti stritolati in una morsa: da un lato la feroce repressione governativa, dall’altro le altrettanto feroci bande islamiste al soldo degli stati del Golfo e lo stesso Stato Islamico. Nel Kurdistan siriano i processi sociali, anche con carattere rivoluzionario, pur con tutte le contraddizioni del caso, sono riusciti ad avanzare nonostante l’attacco dell’IS sponsorizzato da Erdogan. La saldatura con i movimenti sociali nel Kurdistan turco e in Turchia, le capacità militari dimostrate e l’ampio risalto internazionale hanno nei fatti costretto il governo turco a rimandare il suo piano di creare una “zona cuscinetto”, infame scusa per invadere il Rojava. La situazione di tensione che si è creata con la Russia e l’irritazione delle altre potenze NATO contribuiscono a rendere impraticabile per Erdogan questa mossa. A meno che in maniera completamente imbecille decida di aprire un conflitto a tutto campo con quello che rimane del governo di Assad, con la Russia e con l’Iran oltre a scatenare definitivamente la guerra civile all’interno del paese. Conflitto che difficilmente potrebbe permettersi. E non è detto che la grande borghesia turca e lo stesso esercito decidano che Erdogan rappresenti un pericolo per la tenuta stesso dello stato a quel punto. Perchè l’AKP ha si vinto le elezioni ma ha vinto con una maggioranza risicata e si è inimicato amplissimi settori della popolazione turca e kurda, dai lavoratori sulle cui spalle è stato costruito il boom economico e che ora subiscono la stagnazione alla borghesia liberale. Nei fatti nel Kurdistan turco vige una situazione di guerra civile, scientemente scatenata dallo stato turco, e ci vorrebbe poco perchè questa infiammi il resto del paese.

Intanto in Europa si stringe ulteriormente la maglia della repressione e delle politiche autoritarie. In Francia sono stati nei fatti sospesi le libertà civili e politiche. È la dimostrazione che solamente una costante azione diretta può preservare e ampliare ciò che si è conquistato in duri secoli di lotta contro la tirannia. In Belgio abbiamo potuto assistere alla messa in stato di assedio di un intera città, fatto che non accadeva da oramai sessanta anni. Una mossa propagandistica per coprire le abnormi lacune dimostrate dal governo belga e dei suoi apparati di sicurezza nella prevenzione del jihadismo. Una mossa con l’obiettivo di abituare ad uno stato di eccezione permanente. Ma intanto in Francia c’è chi ha dimostrato di non starci: le manifestazioni contro il COP21 e in solidarietà ai migranti di questi giorni hanno fatto emergere chiaramente che c’è chi si oppone a queste politiche autoritarie e tiranniche.

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La gloriosa cavalcata verso la decomposizione. Immagine via Drawing cocks on the local newspaper

La crisi oramai generalizzata del capitalismo globale ha creato un balletto schizofrenico: un continuo stato di guerra, a lungo rimasto sotterraneo nelle zone più ricche del globo ma ora esplicitatosi, ha mandato in crisi i vincoli tra i vari stati, introdotto profonde crepe nel blocco che era uscito vincitore dalla Guerra Fredda, messo in crisi i patti sociali interni agli stati occidentali. Le Primavere Arabe, pur con il loro carico di contraddizioni irrisolte e irrisolvibili in uno scenario dominato da grandi potentati economico-politici, hanno incrinato le classi dirigenti mediorientali. Anche laddove la situazione è stata normalizzata a colpi di fucile come in Egitto permangono e si espanderanno ulteriori criticità che non renderanno vita facile all’assassino Al Sisi e alla sua controparte islamista della Fratellanza Musulmana.

Le sfide davanti a noi sono enormi: urge affrontarle, impegnarsi in una seria analisi che faccia stracci delle false concezioni dominanti all’interno dello stesso milieu della sinistra radicale, del rossobrunismo strisciante, dei rigurgiti identitari.

La guerra è sempre stata in casa nostra, i nemici hanno sempre marciato alla nostra testa.

lorcon

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Le loro guerre, i nostri morti

Di seguito l’editoriale, apparso sul numero 37 anno 95 di Umanità Nova, scritto dal sottoscritto e dagli altri redattori di Uenne, in merito alle stragi a Parigi e in Medioriente

Le loro guerre, i nostri morti

Ancora sangue a Parigi, ancora sangue a Beirut. Nel giro di quarantotto ore lo Stato Islamico rivendica le stragi nei quartieri sciiti di Beirut, quaranta morti, e nel centro di Parigi, centoquaranta morti. Nemmeno un anno fa l’ultima eclatante azione jihadista in Europa, il massacro della redazione di Charlie Hebdo e le stragi nei negozi kosher a Parigi.

Ad inizio novembre il vigliacco attentato ad un aereo civile russo in Sinai aveva fatto altre centinania di morti. E tra questi attentati ad aerei colmi di turisti e a locali a Parigi uno 

fonte: l'internet

fonte: l’internet

stillicidio quotidiano, Beirut è solo l’ultimo, in tutto Bilad al-Sham(il cosiddetto Levante di eurocentrica memoria essendo la sponda orientale del Mediterraneo, l’antica provincia settentrionale dei Califfati Omayyadi e Abbasidi, che comprende le regioni storiche di Siria e Palestina, attuale Libano compreso) e Iraq.

Ma intanto numerose sono state le sconfitte subite dal califfato sul campo. Le popolazioni del Rojava hanno resistito agli assalti e agli assedi e hanno ricacciato le truppe di Daesh oltre l’Eufrate in una fascia di decine di chilometri; hanno liberato tutto il corridoio dall’Eufrate al confine con l’Iraq in cui la Turchia confina con la Siria, creando enormi difficoltà logistiche per gli islamisti; le milizie degli Yazidi, oggetto di un vero e proprio genocidio da parte islamista neanche un anno fa, hanno riconquistato le loro terre, agendo insieme alle milizie dei cantoni confederati curdi e ad unità del governo regionale curdo in Iraq, e tagliando in due il territorio dello Stato Islamico, dividendo le due principali città, Raqqa e Mosul.

Per il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi i tempi sono cupi. La grande scommessa fatta dalla sua organizzazione è stata la creazione di un nucleo territoriale in cui restaurare l’islam medioevale, in cui fondarsi come stato. E così è stato: la capacità di controllare le risorse economiche del territorio, il tentativo di omologazione della popolazione tramite l’eliminazione fisica o l’espulsione forzata dei culturalmente diversi, cristiani e yazidi, la pacificazione dei conflitti tribali, il drenaggio di risorse economiche tramite la fiscalità. Ma tutto questo ha avuto un prezzo: l’ISIS si è innalzato in potenza ed è arrivato a preoccupare gli stessi che l’hanno finanziato come le petromonarchie teocratiche del Golfo Arabico. Ma ancora conta alleati in regione: la Turchia di Erdogan continua a chiudere due occhi sulle basi logistiche del califfato sul territorio turco, continua ad aiutare sottobanco l’ISIS per colpire i processi rivoluzionari in corso nel Kurdistan e nel tentativo di dare una spallata finale al regime di Assad in Siria. Gli stati a governance sunnita, o per lo meno frazioni delle loro classi dominanti, continuano ad usare l’ISIS e le organizzazioni similari in funzione anti-iraniana, e notiamo di sfuggita la coincidenza delle stragi a Parigi con la programmata visita in Europa del presidente iraniano, ad ora rimandata. Il governo israeliano se ne sta in disparte: fintanto che si massacrano nelle sue immediate vicinante non potrà emergere nessun attore in grado di sfidarlo manu militari come fece Hezbollah nel 2008. E il Califfato sa benissimo che non può permettersi di affrontare sul campo, nella zona vicino al Golan dove Israele e Califfato confinano, l’esercito di Tel Aviv: l’abnorme disparità di forze, tecnologie e capacità militari porterebbe alla disgregazione immediata delle truppe islamiste.

Ma se sul campo si prendono le bastonate dalle milizie dei cantoni confederalisti-democratici, dai peshmerga del governo regionale del Kurdistan iracheno e dalle milizie sciite irachene (braccio armato dell’Iran sul fronte iracheno ma accusate di pulizia etnica verso i sunniti, soprattutto durante la riconquista di Tikrit) coordinate con l’esercito siriano e con il supporto aereo, molto contraddittorio al suo interno, della Coalizione Internazionale e della Russia, che cosa cosa rimane al Califfo? Resistere sul campo, certo, e resisteranno ancora a lungo perchè nei fatti si sta instaurando un equilibrio di forze, ma anche provare a mascherare le sconfitte con qualche azione spettacolare nel cuore dell’Europa; provare a mantenere l’immagine di invincibilità derivata dai successi militari di un anno e mezzo fa.

Molti di coloro che in Europa e in Nord Africa, i due attacchi della primavera ed estate scorsa in Tunisia sono emblematici, erano sensibili alle sirene del Califfo sono emigrati nei territori sotto il suo controllo, alcuni sono tornati con addestramento, soldi e contatti, e hanno aggregato a loro altre persone. In questo si mistificano contemporaneamente due fatti. Il primo è che le intere comunità musulmane europee siano il nemico interno: una banale questione di numeri lo dimostra dato che gli islamici europei radicali, più o meno militanti, sono poche migliaia a fronte di una comunità di decine di milioni di individui, concentrati sopratutto in Francia, Regno Unito e Germania. Il secondo fatto che viene demistificato è che le misure di intelligence messe in campo dai governi occidentali siano di alta qualità. Un attacco alla sede di Charlie Hebdo e la successiva strage al’Hyper-Kosher potevano essere compiuti da pochi individui con armamenti leggeri e un minimo di addestramento base e in questo più difficilmente individuabili mentre i sette attacchi coordinati di venerdì 13 hanno necessariamente visto la partecipazione di decine di persone, anche con capacità tecniche non comuni, per procurare armi, munizionamento ed esplosivo, mezzi logistici. Le notizie al momento in cui questo articolo vengono scritto dicono che l’intelligence irachena avesse avvisato le sue controparti europee già giovedì che qualcosa di grosso sarebbe successo a breve dato che al-Baghdadi aveva ordinato rappresaglie contro i paesi impegnati a colpire gli obbiettivi islamisti, quindi non solo paesi NATO e arabi ma anche Russia e Iran; inoltre pare che la mente dell’attacco sia un belga residente nei territori dello Stato Islamico. Come mai l’intelligence francese, che pure ha un’esperienza decennale con il jihadismo a causa della guerra civile in Algeria negli anni novanta, non ha individuato quello che si stava preparando? Eppure gli ipertrofici e policentrici apparati di sicurezza dispiegati in tutto il mondo occidentale non dovrebbero servire proprio a questo? Le legislazioni antiterrorismo non dovrebbero servire appunto a colpire questa gentaglia? A quanto pare, invece, sono più funzionali per estendere un apparato di vigilanza continuo su tutta la popolazione che per bloccare una banda di tagliagole.

Il paradigma della “guerra al terrore” da cui derivano legislazioni e pratiche emergenziali, e il conseguente stato di eccezione, più o meno permanente, è finalizzato ad un maggiore disciplinamento dei dominati all’interno degli stati occidentali più che alla difesa da un qualunque nemico esterno, ed è servito, in Afghanistan e Irak, a fornire la copertura ideologica per un’operazione di predazione imperiale atta a conseguire un maggior controllo sulle risorse energetiche e a fornire un momento di accumulazione all’industria bellica statunitense. Inoltre la paura, il terrore, la guerra si possono mettere a valore. Il mercato della sorveglianza di massa, che sia condotto da aziende squisitamente private come le grandi multinazionali statunitensi o di carattere parastatale come Finmeccanica o altre aziende europee, ha subito un’impennata da quell’oramai lontano settembre del 2001, insieme al settore della difesa privata, comprese le aziende che forniscono esclusivamente sistemi e piattaforme logistiche per gli eserciti. Hollande, dopo aver fatto bombardare Raqqa per tutta la notte, ha dichiarato che “la Francia è in guerra”, “chi sfida la Francia sono solo i perdenti della Storia”, e chiede di modificare gli articoli 13 e 36 della Costituzione Francese, proprio quelli che disciplinano i poteri presidenziali e lo stato d’emergenza e di guerra, col fine dichiarato di poter prorogare lo stato d’emergenza per i prossimi tre mesi oltre i dodici giorni che la prassi prevede per decisione presidenziale e senza approvazione del parlamento. http://www.corriere.it/esteri/15_novembre_16/attentati-parigi-hollande-isis-ci-combatte-diritti-dell-uomo-279939f6-8c73-11e5-b416-f5d909246274.shtml http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/16/attentati-a-parigi-hollande-al-parlamento-la-francia-e-in-guerra/2224486/

La logica dell’emergenza è servita a disciplinare e mantenere in uno stato subordinato il Kuniyoshi_Utagawa,_Dragon_2proletariato immigrato e i suoi figli delle periferie. È servita a tenere una costante tensione interna al proletariato europeo e a dividerlo su base etnica. E in questa logica rientra anche, in modo edulcorato e addolcito, il paradigma multiculturale caro alla sinistra progressista: mantiene una divisione in frazioni etnico-religiose delle classi subalterne e crea nuovi corpi separati e intermedi costituito dall’associazionismo religioso, nel tentativo di disinnescare i conflitti di classe interni alla popolazione di origine immigrata. Lampante il caso del deputato del PD Kalid Chaouki, che finita la gavetta che lo vede fondatore e poi presidente dell’associazione “Giovani musulmani d’Italia” e membro della “Consulta per l’Islam italiano” presso il Ministero dell’Interno, incomincia quella giornalistica e politica nei ranghi del PD fino a diventare deputato e responsabile nazionale immigrazione del partito: vedasi http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/16/attentati-parigi-chaouki-pd-musulmani-scendano-in-piazza-senza-di-loro-esercito-e-intelligence-non-bastano/2224159/.

Che i morti siano parigini o abitati di Beirut o di qualche sperduto villaggio siriano o, ancora, degli affogati nel Canale di Sicilia a noi non interessa.

Non interessa perchè ovunque sono loro a guadagnarci dalle guerre, ovunque siamo noi a subire quelle guerre. Ne consegue che ovunque ci dobbiamo opporre alle loro guerre e affermare la necessità e la volontà di costruire una società radicalmente diversa: laica, pluralista, solidale, senza frontiere, egualitaria e libera. Una società in cui tutti possano soddisfare i propri bisogni e perseguire i propri desideri.

Per questo è necessario ampliare le lotte e disinnescare i meccanismi securitari, classisti e razzisti che si fondano sulla creazione di un discorso nazionalista, sulla retorica dell’unità nazionale, sulla cooptazione della popolazione nelle logiche di guerra. È necessario e doveroso denunciare che la canea fascista europea è speculare alla canea islamofascista: entrambi sono portatori di una visione bigotta, reazionaria e classista dei rapporti sociali. È necessario denunciare che la logica del terrorismo risiede nelle strutture sociali su cui si mantiene l’ordinamento globale. È necessario affermare il valore della diserzione dalle loro guerre, del superamento del supremo spettacolo del terrorismo e dell’antiterrorismo, e rifiutare sia il ruolo di vittime passive della macelleria islamista che di carnefici al soldo delle classi dominanti occidentali.

La Redazione Collegiale di Umanità Nova

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UrbEx Officine Meccaniche Reggiane

In quel di Reggio Emilia a nord rispetto alla stazione FS abbiamo quelll’enorme monumento Re.2000_propagandaalla deindustrializzazione che sono i capannoni abbandonati dell Officine Meccanche Reggiane (o OM Reggiane). Da importante centro industriale della prima metà del novecento dove venivano costruiti aerei militari (tra cui i famosi Caproni) materiale ferroviario e grandi strutture, bombardata dagli alleati e teatro di una strage compiuta dall’esercito badogliano il 28 luglio del 43 a danno dei lavoratori e delle lavoratrici in sciopero, a polo delle lotte operaie dei primi anni cinquanta (la famosa occupazione e il famosissimo trattore autocostruito R60) alla normalizzazione voluta dall’intero arco costituzionale negli anni 50 e 60 fino alla nuova conflittualità operaia negli anni settanta e ottanta. Da importante centro produttivo, uno dei più grossi della regione, con un indotto mostruoso e migliaia di operai, alle restrutturazioni industriali degli anni 90, con privatizzazioni e passaggi di mano tra vari proprietari. Da un decennio circa sono cessate tutte le attività e i capannoni e le palazzine uffici sono diventate rifugio per un numero non ben quantificato di persone senza casa e polo d’attrazione per decine di writers che hanno prodotto opere notevoli. Ciclicamente i tromboni del comune reggiano in concorso con i tromboni dell’UniMoRe, e ultimamente ri rockers da strapazzo come Ligabue, cianciano di riqualificazione, costruzione di un centro eventi, espansione di un tecnopolo. Peccato che il sito è enorme, pieno di amianto e con i terreni impregnati di olio minerale e altre sostanze chimiche. Paradossalmente la soluzione ideale sarebbe quella di non fare niente nell’area se non lasciare i writers fare i writers, costruire soluzioni abitative dignitose per chi ci abita suo malgrado dentro, e, magari, fare un museo dell’industria, che male non fa, dentro gli ex uffici. Qua sotto una selezione di foto della minima parte di capannoni che ho visitato con altri compari nei giorni scorsi

 

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foto non scattata da me. il sottoscritto appare nell’alquanto inedito ruolo di soggetto.

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La propaganda alla prova dei fatti

Questa è la prima parte di un lavoro diviso in due parti sulla questione della diffusione delle armi da fuoco negli Stati Uniti. La seconda parte si trova qua.

Articolo apparso su Umanità Nova numero 31 anno 95

Armi negli Stati Uniti

La propaganda alla prova dei fatti

[…]La Home Guard può esistere solamente in un paese dove gli uomini si considerino liberi. Gli stati totalitari possono fare grandi cose ma ce ne è una che non possono fare: non possono dare al proletario un fucile e dirgli di tenerlo a casa, di tenerso nella camera da letto. Il fucile appeso al muro dell’appartamento di un operaio o nel suo cottage è il simbolo della democrazia. É nostro dovere fare in modo che stia lì.”

George Orwell, traduzione a cura dell’autore dell’articolo

La Home Guard era la milizia territoriale creata durante la seconda guerra mondiale per la difesa del territorio della Gran Bretagna da una possibile invasione da parte dell’Asse. In essa un pensatore socialista, libertario e democratico radicale come Orwell, forte dell’esperienza maturata nella Catalogna rivoluzionaria, vedeva la base stessa della difesa non solo dalla “bestia nazifascista” ma da qualsiasi attacco alle condizioni di vita della classe lavoratrice, da qualsiasi atto autoritario. Una simile concezione, scevra spesso dagli elementi di classe, è largamente presente tra la popolazione statunitense. Negli ultimi anni abbiamo assistito a continue polemiche riguardo alla diffusione delle armi negli USA e pensiamo che sia l’ora di mettere a fuoco una serie di problemi largamente taciuti sia da parte dei settori della destra del Democratic Party che da parte del Republican Party. Innanzi tutto prenderemo in analisi i dati e le statistiche riguardanti la diffusione delle armi da fuoco e degli atti di violenza, poi passeremo ad un’ipotesi di lavoro tesa a spiegare le differenti posizioni in merito alla questione e, infine, ad un’ipotesi di lavoro in merito alle contraddizioni presenti.

I dati

Secondo le statistiche compilate dal Centers for Disease Control (CDC) e dal Boreau Justice Statics statunitensi in questi anni c’è stato il più basso numero di crimini con uso di armi da fuoco, e questo nonostante il bando sulle armi full-auto voluto dall’amministrazione Clinton nel 1994 sia scaduto nel 2004. Tanto per dare qualche dato: 18.253 omicidi nel 1993 contro 11.101 omicidi nel 2011 e un milione e mezzo di vittime di crimini non fatali commessi con armi da fuoco (ferimenti, rapine a mano armata eccetera) nel 1993 contro i 467.300 del 2011. Le sbandierate trentamila morti l’anno causate dalle armi da fuoco negli USA, nel 2010 sono state 31,672 ed erano così composite: 19,392 suicidi, il restante omicidi. E in mezzo a questi dati ci sono anche tutti gli omicidi commessi per autodifesa contro un assalitore armato. E la provenienza per le armi usate per commettere reati? I dati più recenti, che purtroppo risalgono al 2004, e ci danno questo quadro: 10% da rivendite come i banchi dei pegni, 37% ottenuto in vario modo, quindi anche non consenziente, da familiari, 40% dal mercato illegale.1

//// Aggiornamento con i dati 2016, inseriti il 6/10/2017 ////

Tenendo sempre per buoni i famosi 30.000, equivalenti allo 0.000000925% della popolazione totale, morti per armi da fuoco all’anno come dato di massima nel 2016 abbiamo avuto la seguente composizione:

il 65 % di questi sono stati suicidi
15% sono stati morti causati da agenti di polizia (di qualsiasi livello) in servizio (legalmente parlando non sono crimini ma va necessariamente aperta una questione sul perché la polizia statunitense ammazza così tanto, cosa che ho fatto qui https://photostream.noblogs.org/2013/10/geneaologia-della-violenza-poliziesca/ , qui https://photostream.noblogs.org/2016/07/black-lives-matters/  e qui https://photostream.noblogs.org/2016/07/la-stretta-autoritaria-negli-usa/ )
17% omicidi volontari in vari contesti e con armi ottenute dalle più svariate fonti (per quanto riguarda gli omicidi nell’ambiente della criminalità quasi esclusivamente da fonti illegali)
3% morti accidentali

Il 17% equivale a 5100 morti sul territorio federale e il 25% di questi omicidi è concentrato in quattro città: Chicago (9,4% con 480 omicidi), Baltimora (6,7 con 344 omicidi), Detroit (6,5 con 333 omicidi) e Washington D.C (2,3 % 119 omicidi). Tutte e quattro queste città si trovano in stati con delle leggi sul controllo delle armi piuttosto restrittive (Washington per altro non appartiene a nessuno stato, è distretto federale). Baltimora, Detroit e Chicago sono città con un tessuto sociale che è stato letteralmente devastato negli ultimi 30 anni, tra delocalizzazioni e epidemie di consumo di stupefacenti (con annessi conflitti tra gang). A proposito di epidemie di consumo di stupefacenti il New York Times riporta (https://www.nytimes.com/interactive/2017/06/05/upshot/opioid-epidemic-drug-overdose-deaths-are-rising-faster-than-ever.html) che nel 2016 ci sarebbero state più di 59.000 morti dovute a overdosi di stupefacenti, legate alla nuova ondata nella diffusione di oppioidi (fentanyl, oxycodone che hanno largamente sostituito l’eroina in una dinamica che è tutta da analizzare) con un aumento del 19% rispetto al 2015. A queste va aggiunto il numero di morti dovute alle conseguenze a lungo periodo del consumo di oppiacei (problemi epatici, AIDS, infezioni, problemi circolatori, incidenti) in un paese dove l’accesso alla sanità è legato alle disponibilità finanziarie e dove il problema delle dipendenze è stato sempre affrontato con un rigoroso proibizionismo (tolto per il THC in alcuni stati e negli ultimi anni). Si muore dodici volte di più per la nuova epidemia di oppiacei che per le famigerate armi da fuoco, anche considerando picchi statistici come i grandi mass shooting (sulla cui definizione si torna poco più avanti). Si muore per le logiche del nostro modo di produzione. Le fonti dei dati di questo aggiornamento sono sempre le statistiche del CDC.

//// Fine editing 6/10/2017///

Insomma a fronte di un generale incremento delle armi in circolazione negli Stati Uniti, 310 milioni nel 2009, il doppio che nel 1968 e molto maggiore rispetto agli stessi anni novanta, il tasso di omicidi commessi con armi da fuoco è sceso del 49% dal 1993 al 20112. E i così detti “mass shooting”, ovvero quegli eventi che periodicamente riempiono le cronache di quotidiani e tv? Secondo quanto affermato dalla propaganda di Obama e dei suoi sodali sarebbero aumentati e diventati routine. Ma qua interviene un piccolo problema: come viene definito un “mass shooting”? È definito come una sparatoria in cui siano coinvolte almeno quattro persone, quindi qualsiasi conflitto tra gangs nelle aree metropolitane, quelle devastate dal deserto sociale per intenderci, a livello statistico viene definito un “mass shooting”; è facile capire, a questo punto, come i dati a questo punto risultino falsati dato che parliamo per lo più dei così detti “omicidi razionali”, ovverosia omicidi avvenuti per interesse economici e non per follia dell’esecutore, e che sono commessi per lo più con armi ottenute tramite canali illegali, l’esatto contrario della favoletta propagandata da certi settori del Democratic Party. La cosa preoccupante però è che soltanto il 12% dei cittadini americani è conscio del fatto che il tasso di omicidi commessi con armi da fuoco è calato enormemente dal 1993 mentre il 56% è convinto che sia aumentato.3

Bene, questi sono i dati, e di questi bisogna tenere conto prima di aprire una qualsiasi discussione.

Percezione dell’insicurezza e democrazia clientelare

Ora possiamo passare al piano delle ipotesi. Nella nostra opinione è evidente che la politica securitaria, quell’abominio politico che si fonda sulla consapevole distribuzione di notizie, tendenziose o direttamente false, tese ad aumentare il sentimento di insicurezza e paura tra la popolazione, sta continuando a fare i suoi danni dato che a livello di percezione si è convinti che gli omicidi siano aumentati quando in realtà si sono dimezzati. I mass media continuano a rappresentare le strade cittadine come un’orgia di sangue e violenza recapitata gentilmente a domicilio da piccoli delinquenti strafatti di crack quando i crimini sono diminuiti. A chi persegue la costruzione di una società militarizzata, dal conservativegunsgoverno federale con i suoi freddi burocrati o da quello statale con i suoi sceriffi alcolizzati, a chi come i liberal alla Clinton o come certi editorialisti del Washington Post, toglierebbe le armi a tutti per lasciarle solo alle forze armate federali e alle polizie locali a chi, come la Palin o Trump, darebbe le armi a qualsiasi maschio bianco cristiano e le toglierebbe volentieri a qualsiasi afroamericano o ispanico o nativo, sopratutto se povero, questa percezione fa comodo. La disinformazione e l’insicurezza diffusa sono i migliori strumenti per chiunque abbia un’agenda politica autoritaria.

Inoltre bisogna tenere conto di altri fattori per comprendere le differenti agende politiche dei democratici e dei repubblicani in merito alla questione delle armi, sopratutto quali sono le circoscrizione in cui prendono più voti. Al netto di un astensionismo intorno al 50% i Democratici si sono consolidati nelle aree urbane mentre i Repubblicani sono forti in ambito rurale. In mezzo a tutto questo bisogna tenere conto che le circoscrizioni elettorali americane sono disegnate in un modo che a primo occhio appare completamente irrazionale e che in realtà risponde alla logica delle lobby, non necessariamente rappresentanti del grande capitale ma anche di gruppi di interesse popolari e locali, e del fenomeno collegato del gerrymandering, le due grandi costanti della storia politica statunitense. Ora, a partire dagli anni settanta nelle aree urbane c’è stato un incremento della sensazione di insicurezza, per un periodo anche giustificato dai fatti, che ha portato ad avere i “rappresentanti delle comunità locali”, ovvero quelli che procacciano voti e detengono pacchetti di voti, preoccupati in merito alla diffusione delle armi da fuoco. Al contrario nelle aree rurali, comprese quelle storicamente depresse, questa sensazione è stata molto meno presente e il pericolo è visto sopratutto nello straniero, in chi ha una religione diversa o non ne ha una, nelle propaggini del governo federale. E al contempo nelle aree rurali detenere armi da fuoco è perfettamente normale data la forte tradizione venatoria e i retaggi della mentalità da pionieri.

La doppia contraddizione

Ora, teniamo conto di una cosa: l’ideologia americana radicata in ampissime parti della popolazione, a prescindere dalla collocazione di classe, è, a vario livello, antistatalista. La Carta dei Diritti, l’insieme degli emendamenti della costituzione statunitense in merito ai diritti individuali, è l’unica carta costituzionale al mondo che non solo riconosce il diritto all’insurrezione armata contro il governo ma che fornisce anche una copertura legale e ideologica agli strumenti per metterla in atto, l’organizzarsi in milizie armate. Chi scrive questo articolo non è certo un fan delle costituzioni ma bisogna ammettere che il secondo emendamento è fortemente indicativo della mentalità antistatalista che alberga in moltissimi statunitensi. Eppure questo sentimento è spessissimo legato ad un fortissimo patriottismo e ad una visione quasi randiana dell’economia, in una contraddizione tutta da affrontare. Il problema è che la sinistra americana, e intendo tutto quello che si muove alla sinistra della sinistra del Democratic Party, ha per lo più preferito concentrarsi sull’analisi del proprio ombelico e in deliri liberal/lifestyle in merito a qualsiasi cosa al posto di togliersi la molletta dal naso e andare a parlare con i proletari delle zone rurali che sono così rozzi e poco politically correct ma che non hanno altro da perdere che le loro catene fatte da piccoli-medi imprenditori locali, altri “rappresentanti delle comunità locali” di cui sopra, e dalle propaggini di qualche grande industria che ha spostato gli stabilimenti in zone storicamente poco sindacalizzate. E che al contrario di molti liberal-progressisti, diffidano istintivamente per l’azione statale.4

In mezzo a questo abbiamo poi altre due grandi questioni: quella dell’oppressione di razza e quella dell’oppressione di genere. I nostri biases sugli USA ci portano a pensare al possessore medio di armi come ad un redneck con posizioni politiche da Ku Klux Klan, che quando non è impegnato a bere whisky moonshine picchia la moglie con la cinghia. Il punto vero è che storicamente la possibilità di detenere e portare armi è stato un’importante fattore nei movimenti di emancipazione degli afroamericani in quanto era la base per costruire le squadre di autodifesa che agivano nelle zone rurali degli stati del sud per difendere i centri di aggregazione delle comunità nere, scuole, sale civiche e
congregazioni religiose, e le stesse abitazioni della comunità afroamericana. L’autodifesa armata è stata una tematica che ha attraversato trasversalmente le lotte dei neri: dal reverendo Martin Luther King, non violento ma non masochista che dopo un attacco alla sua casa si comprò svariate armi, ai settori più radicali e a tratti militaristi delle Black Panthers, che disposero che ogni membro dovesse armarsi. Stessa dinamica c’è stata per il movimento di emancipazione degli indigeni nel corso degli anni settanta, uno dei grandi rimossi della storia contemporanea statunitense.

Anche nell’ambito della risposta immediata all’oppressione di genere, l’autodifesa femminile davanti alle aggressioni, bisogna tenere conto dell’enorme numero di donne, sopratutto di fasce povere, che grazie alla detenzione di armi riescono a reagire e a fermare a tentativi di violenza.

Inoltre la visione liberal sui detentori di armi, spregiativamente chiamati gun-nuts5, ha un profondo substrato di odio di classe e razzismo nei confronti delle decine di milioni di proletari americani che vivono al di fuori dei confini delle grandi città metropolitane sulle coste, che hanno un diploma superiore da scuola pubblica o al più un diploma di un community college, che lavorano nell’agricoltura e nel settore industriale. Persone, di qualsiasi gruppo etnico, viste tramite l’ottica di una mentalità coloniale, incapaci di autoemancipazione, da educare e disciplinari alle magnifiche sorti progressive.

Negli Stati Uniti esiste un problema di violenza? Certo: in questi anni è toccato il picco dei morti causati dalla polizia6, coincidente con il picco in negativo dei poliziotti morti o feriti durante il servizio7, alla faccia della “war on cops” tanto sbandierata dalla Fox News, un numero altissimo e non facilmente quantificabile di statunitensi, di tutte le etnie, è costretto a vivere nei “trailers park” dove le condizioni di vita, tra lavori sottopagati e abbrutimento, spingono verso la violenza, il razzismo è sempre questione attuale, così come l’oppressione di genere, decine di migliaia di ragazzi ogni anno si trovano davanti alla necessità di arruolarsi come carne da cannone nell’esercito per potersi pagare gli studi o mettere da parte il tanto necessario per comprarsi una casa, migliaia di veterani delle ultime guerre si ritrovano senza sussidi sociali (il tasso di homelessness tra i veterani è molto alto8). E la galleria potrebbe tranquillamente continuare.

Insomma: la violenza è strutturale e quotidiana, e nel 99,999% non data da pazzi armati che sparano ai compagni di classe, come in qualsiasi società basata su una non equa distribuzione delle risorse e su sistemi politici autoritari.

lorcon

L’analisi continua qua

1 http://tinyurl.com/cqcbfr8

2 http://tinyurl.com/pvz6ll4

3 http://tinyurl.com/pvz6ll4 e http://tinyurl.com/kdnkcae

4 Si veda a tal proposito l’ottimo libro “La bibbia e il fucile” di Joe Bageant, Bruno Mondadori, 2010, che esplora gli aspetti meno conosciuta dell’”America profonda”

5 https://libcom.org/library/rednecks-guns-other-anti-racist-stories-strategies

6 http://killedbypolice.net/

http://www.nleomf.org/facts/officer-fatalities-data/year.html

http://www.va.gov/HOMELESS/docs/2010AHARVeteransReport.pdf

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Lunga vita a Jonny Walker, eroe del proletariato informatico!

Dopo 11 anni di meritevole e intenso servizio ci ha lasciato il computer Johnny Walker[1],

Working Class Hero

Working Class Hero

altresì conosciuto come “vecchio cassone”, “vecchio scassone”, “vecchia carriola”, “coso rumoroso” e “ciapapuer”. Iniziò come computer basato su winzoz xp e poi si fece tutte le distro ubuntu dalla 7.0 alla 12.04 lts, sperimentò Xfce e Gnome, scaricò innumerevoli film, mi introdusse ad IRC (e anche a msn), mi fece da primo server web per sperimentare robe da giovane geek, generò chiavi pgp, ospitò virtual machine, ci scrissi sopra la tesina di maturità, lo usai per farci i volantini di collettivi studenteschi e delle liste monotonali[2], gestì traffico tor, sfidò gli dei e vinse. Mi fece tirare grandi madonne a causa di simpatici guasti tipo “condensatore sulla mobo che si brucia”, “disco fisso e alimentatore ammazzati da un picco di tensione”, “ventola che si blocca a caso” (gli montai infatti una ventolona esterna alimentata esternamente a 220 V)[3], “gpu mortamale a caso”. In definitiva un catorcio che si rompeva spesso e che grazie a questa sua caratteristica mi fece imparare svariate cose e che, nonostante i guasti e gli acciacchi, è durato 11 anni che tanto pochi non sono. Ma, nella migliore tradizione, la sua componentistica vivrà in altre macchine in quanto, nel giro di mezzora, è stato completamente smontato con il solo aiuto di un cacciavite di 40 anni fa (quelli con il manico in legno e con la doppia punta). Dopo qualche mese di kernel panic a random si è unito agli immortali Loa del cyberspazio e il suo bios correrà libero lungo i cavi e le reti wireless di tutto il mondo. Lunga vita a Jonny Walker, eroe del proletariato informatico!

[1]le macchine che gestisco hanno tutti nomi di alcoolici: Johnny Walker (la sua memoria sia benedizione), Wild Turkey, Sandeman, Bushmill, Lambrusco

[2]che cosa siano le liste monotonali e che cosa abbiano rappresentato nel mio ex liceo lo sanno in pochi e quei pochi non parleranno

[3] Fu un discreto sbatti: per aprire un foro, di notevoli dimensioni, utilizzai una sega a tazza prestatami da mio padre. Il problema è che, sia io che il suddetto genitore, eravamo convinti che il pezzo da bucare fosse in lamierino di acciaio tenero/lega d’alluminio. E invece no, porco di quel dio, era in acciaio rozzo & carogna mentre la nostra sega a tazza era da legno. Certo, riuscimmo a bucarlo ma la sega a tazza si trovò sdentata.

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Appropriarsi della scienza – farla finita con il primitivismo

Questo articolo nasce come risposta all’articolo di Philippe Godard apparso su A – Rivista Anarchica n. 398. È nato come riflessione collettiva tra il sottoscritto e altri tre compagni. Un estratto è stato pubblicato nella rubrica della corrispondenza su A – Rivista Anarchica numero 401. Qua appare la versione integrale, come apparsa anche su Umanità Nova numero 30 anno 95. Si ringraziano G, G e C per gli spunti e le correzioni.

Appropriarsi della scienza – farla finita con il primitivismo

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Thx ALG per l’immagine scovata sull’internet

Ben volentieri recepiamo l’invito al dibattito apparso su A Rivista numero 397 in merito all’articolo di Philippe Godard sulla ricerca scientifica. Da tempo pensiamo che sia necessario avviare una riflessione in campo anarchico in merito alla questione della scienza e della tecnica, sia nei risvolti applicativi della metodologia scientifica, le tecnologie, che nel merito della metodologia scientifica in sé e per sé.
È oramai fatto accertato che l’ultimo secolo e mezzo di storia umana abbiano visto una profonda accelerazione sia delle scoperte scientifiche “di base” che dell’invenzione di tecnologie basate sulle scoperte stesse. Questa accelerazione, riscontrabile in più campi, si è sviluppata insieme all’attuale sistema sociale, basato su determinati rapporti di produzione, ma al contempo mostra i limiti dell’ambiente stesso in cui si è sviluppata.
Al contrario del Godard noi non crediamo che la “scienza” sia legata in modo inestricabile con un sistema di dominio. Intanto bisogna capire di che cosa stiamo parlando: la scienza non è un oggetto, o meglio una collezione di oggetti-nozioni, ma bensì è un metodo. La metodologia scientifica è, a nostro modo di vedere, una metodologia intrinsecamente libertaria: l’onere della prova, la falsificabilità, la verificabilità, la riproducibilità, ovvero i capisaldi dei modelli di spiegazione scientifici, hanno sostanzialmente permesso di strappare dalle mani dei sacerdoti la spiegazione del mondo eliminando l’autoritaria dimostrazione per ipso-dixit e facendo stracci dei modelli finalisti e teologici cari alla tradizione cristiana e in generale alle tradizioni trascendentali.

Se pensiamo alla storia del pensiero umano come ad una storia di successioni di diversi modelli di spiegazione del mondo non possiamo notare quella gigantesca linea di frattura, frastagliata certo, che separa l’epoca medioevale in cui tutto veniva ricondotto all’azione divina dall’epoca moderna in cui i modelli di spiegazione del mondo devono essere continuamente rimessi in discussione e non peccano di una visione finalistica e antropocentrica. È caratteristica intrinseca della scienza stessa il mettersi continuamente in discussione da un punto di vista dialettico. Basti pensare all’evoluzione delle teorie in campo fisico: dal modello meccanicista-classico newtoniano alle formalizzazione dell’elettromagnetismo di Maxwell alla formulazione della teoria della relatività alla fisica quantistica. O ancora ai diversi modelli di spiegazione dei fenomeni biologici che si sono susseguiti dall’inizio dell’età moderna ad ora, dalla teoria degli umori alle più recenti scoperte nel campo della genetica e al legame tra genetica e stimoli ambientali.
Ogni teoria scientifica, invero, contiene il germe del suo stesso superamento dialettico. Nei fatti anche i modelli più formalizzati da un punto di vista logico-matematico sono per loro stessa natura incompleti o incoerenti (semplificando fino alla brutalizzazione il teorema dell’incompletezza di Goedel) e quindi destinati ad essere superati.

Quindi la scienza è neutrale? No, affatto, anzi: la scienza è di parte in quanto per sua natura mistifica e supera modelli di spiegazione non più atti allo scopo. E in questo contiene anche le possibilità di superare un modello di organizzazione sociale basata sul dominio.
Ma la ricerca scientifica avviene ovviamente all’interno di una società che, al momento attuale, ha trai suoi principi cardine quello del dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente. Chi si occupa di ricerca vive all’interno di un certo zeitgeist ed è attraversato da certe strutture sociali e tenderà a riprodurle.

Ma questo non elimina un fatto fondamentale: la tecnologia e la scienza hanno un immenso potenziale di emancipazione che è al momento posto sotto sequestro dal capitalismo. Sulla scorta di svariati pensatori possiamo tranquillamente affermare che le storture sociali che viviamo sono dovute al permanere di una condizione di scarsità, per quanto sempre più artificiosa rispetto al passato, dovuta a dei particolari rapporti di produzione. Liberare le forze emancipatrici della tecnologia e indirizzarle verso un uso liberatorio significa liberare l’uomo dalla schiavitù del lavoro salariato e dalla schiavitù derivata dal mancato soddisfacimento dei propri bisogni primari.
Nei fatti la questione non è bloccare o meno la ricerca scientifica ma strappare la ricerca scientifica dalle mani dei detentori dei mezzi di produzione.

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immagine inserita perchè ci sta bene

Una società anarchica che voglia essere includente e universabilizzabile non potrà basarsi su paradigmi primitivisti: tornare ad un presupposto stato di natura per liberarsi dalle catene del capitale significa solamente incatenarsi ad un modello di vita meschino, abbruttito e, in ultima analisi, non desiderabile.

Il primitivismo è, a nostro parere, un paradigma estremamente autoritario in quanto è vivibile solamente da quegli individui che hanno la ventura di nascere sani. E non raccontiamoci che un principio di solidarietà farebbe in modo che questi individui vivrebbero protetti dalle proprie comunità: con certe malattie senza un adeguato supporto medico semplicemente muori. Soffrendo. Dovrebbe essere quindi una forma passivizzata e artificiosamente naturale di eugenetica la nostra proposta?

Dinamica dei sistemi

Colpisce particolarmente il passaggio nel pezzo del Godard che afferma, citiamo testualmente:

“[…]Essa [la scienza, nda] spiega soltanto un’infinitesima parte del tutto, per almeno due ragioni fondamentali. In primo luogo, più fa passi avanti e più mette in luce la complessità dell’universo, specialmente in campo biologico; infatti, più gli scienziati progrediscono, più regrediscono mettendo in luce la complessità delle relazioni tra gli atomi, e in particolare tra quelli che compongono gli esseri viventi. La scienza fa arretrare i limiti del suo campo di ricerca, senza riuscire mai a scoprire la particella ultima o il legame ultimo tra un fatto e le sue conseguenze. […]
Soprattutto, non è soltanto la complessità a essere insondabile: i sistemi viventi non sono semplicemente analizzabili come relazioni statiche. Nessuno mai potrà renderne conto in qualunque rapporto o tesi. L’aspetto profondamente dinamico della vita è irriducibile a qualunque teoria. […]”

In questo passaggio l’autore dimostra, a nostro parere, di non aver compreso quale è il punto di forza di un modello di spiegazione scientifica: l’essere incompleto e il dover continuamente aggiornarsi. La ricerca scientifica è costitutivamente aperta e in divenire.
Non è un caso che il paradigma adottato negli ultimi anni nell’ambito dei settori più avanzati della ricerca biologica (e non solo) è quello dei sistemi complessi, non lineari, non riconducibili ad una semplice somma delle parti ma bensì alla relazione tra le stesse parti e alle funzioni emergenti di un sistema. I modelli di spiegazione meccanicista-classici, quelli newtoniani, sono già stati ampiamente superati nell’ambito della fisica teorica, figuriamoci in ambito della ricerca biologica! Basti pensare, ad esempio, al filone di ricerca sui fattori epigenetici nell’emergere di patologie o alle ricerche sulle reti neurali.
Quello che Godard individua come limite della ricerca scientifica è in realtà il grande punto di forza di una metodologia che ristruttura continuamente se stessa.

Il vero limite, come già ricordato, risiede nelle strutture sociali all’interno delle quali si ritrova ingabbiata la ricerca scientifica e non in un problema epistemologico.

Tra le spire del capitale e fuori

L’attuale modo di produzione e i rapporti di produzione hanno relegato le applicazioni della scienza alla progettazione e alla realizzazione di beni di consumo di massa o di beni di distruzione, intrappolando la tecnologia all’interno di cicli di distruzione-produzione tipici del modo di produzione capitalista.

In più passaggi dell’articolo di Godard e della sua risposta alla lettera sul numero 399 di A viene citata la questione nucleare, arrivando ad affermare che lo sviluppo degli armamenti atomici è stata la logica conseguenza delle scoperte della Curie. Certamente gli armamenti atomici non ci potrebbero essere stati senza la scoperta della radioattività (ma neanche sistemi diagnostici come le radiografie o sistemi di cura come le radioterapie ci sarebbero stati), ma pretendere di bloccare la ricerca scientifica, ovvero la comprensione del mondo, perché forse le scoperte potrebbero essere usate, forse, per fini non etici è completamente insensato. Così come è completamente insensato abbandonarsi a suggestioni fintamente olistiche e primitiviste che rigettano le più basilari evidenze. Mi riferisco qua a quella strizzatina d’occhio fatta dall’articolo in questione in merito alle presunte cure “naturali” che sono niente altro che truffe in mano ad individui ed organizzazioni che nulla hanna da invidiare alle multinazionali farmaceutiche in quanto a scorrettezza. Ma torniamo al punto.

Appropriarsi dei saperi tecnici e della metodologia scientifica significa dotarsi di un potentissimo strumento e privare il nemico dei vantaggi derivanti dalla detenzione di certe tecnologie strappandole al monopolio delle strutture sociali autoritarie.

Ora, intendiamoci, uno dei maggiori volani delle scoperte scientifiche dalla fine del XIX secolo è stato il complesso militare-industriale in quanto è quello che detiene le risorse necessarie a finanziare la ricerca scientifica. Ma, attenzione, le strutture autoritarie hanno dovuto inventarsi una serie di escamotage per ingabbiare un metodo che non è loro. Si pensi ai vari metodi per bloccare la libera diffusione di informazione e applicazioni tecnologiche, anche fondamentali per la sopravvivenza delle persone come i farmaci, tramate l’apparato di brevetti, copyright, imposizioni di segretazioni sulle ricerche.

Il metodo scientifico è anche quello che ha permesso l’aumento della qualità della vita per miliardi di persone, debellato epidemie, ridotto le carestie, creato infrastrutture resilienti alle calamità; il metodo scientifico è ciò che permette di individuare in modo preciso l’orrore della società capitalista: si pensi al ruolo delle scienze sociali nel denunciare l’orrore di una società basata sull’accumulazione di denaro o al ruolo delle scienze naturali nel denunciare la distruzione dell’ecosistema. A meno che non si preferisca credere alle panzane delle scie chimiche e dimenticarsi dell’effetto serra e del global warming è evidente che la prospettiva politica dell’anarchismo deve necessariamente legarsi all’uso di metodologie scientifiche. E non affermiamo di certo una novità in campo anarchico e libertario: si pensi a figure come i Reclus o alla formazione scientifica di un Kropotkin o a pensatori come Boockin.

La vera questione è: perché in un secolo e mezzo di movimenti sociali organizzati non siamo stati in grado di strappare la ricerca scientifica dalle mani del nemico? Per quale motivo al posto di usare la tecnologia per meccanizzare i lavori ripetitivi e pesanti e liberare il tempo per individui e comunità permettiamo che questa tecnologia venga usata per asservire e disciplinare la forza lavoro o per estromettere milioni di individui nei vari momenti di ristrutturazione del capitale?

Per quale motivo, al pari della volpe di fedriana memoria davanti all’uva troppo alta, abbiamo preferito raccontarci la storiella autoconsolatoria, vero vessillo di impotenza, della scienza costitutivamente cattiva al posto di riflettere seriamente sulle modalità di azione da adottare davanti alla barbarie dello stato e del capitale?

lorcon

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Nascita di uno stato

Articolo Pubblicato sul numero 26 anno 95 di Umanità Nova

Questa estate i giornali del Regno Unito hanno ospitato diversi interventi sulla legittimità di chiamare l’Isis con il suo nome o se utilizzare il dispregiativo Daesh,‭ ‬che significa‭ “‬portare di discordia‭” ‬ed è il termine spregiativo per indicare l’Isis nel mondo arabo.
Polemica che potrebbe risultare alquanto capziosa e sterile ma in verità non priva di interesse in quanto emerge la volontà,‭ ‬da parte della maggior parte degli opinionisti,‭ ‬di non associare il concetto di stato ad una banda di tagliagole.
Eppure l’Isis ha moltissime affinità con la genesi degli stati moderni:‭ ‬ha capacità di drenare risorse sul territorio,‭ ‬di imporre una propria sovranità de facto e tenta di raggiungere il monopolio della violenza legittima.‭ ‬Inoltre negli ultimi mesi c’è stato il tentativo di coniare proprie monete e creare un sistema monetario che si distacchi da quello internazionale,‭ ‬tentativo probabilmente destinato al fallimento,‭ ‬il che indicherebbe il tentativo di raggiungere anche la sovranità monetaria.
Grazie alla scuola storiografica de Les Annales,‭ ‬sappiamo che capacità di drenare risorse materiali ed economiche,‭ ‬imporre una sovranità e quindi un’omogeneità territoriale,‭ ‬e un monopolio della violenza sono i tre passi necessari e intrinsecamente legati tra di loro che hanno permesso la nascita dei moderni stati europei.
La capacità di drenare risorse dell’Isis è evidente dalla gestione di un ampia rete di produzione e vendita del petrolio,‭ ‬ma anche di manufatti archeologici e di schiavi,‭ ‬oltre che dalla costruzione di un fisco,‭ ‬e di una conseguente classe di burocrati di weberiana memoria.‭ ‬Questa capacità avrebbe reso possibile un parziale,‭ ‬ma comunque indicativo,‭ ‬smarcamento dai grandi finanziatori internazionali,‭ ‬stato turco e fazioni delle petromonarchie del Golfo,‭ ‬che comunque rimangono fondamentali per la questione logistica.‭ ‬La sovranità territoriale de facto è stata raggiunta su una vasta area dell’interno siriano e irakeno,‭ ‬distruggendo,‭ ‬probabilmente una volta per tutta,‭ ‬la linea confinaria decisa negli anni venti dalle potenze europee.‭ ‬Certamente all’interno di questa area permangono spinte centrifughe e vi sono sommovimenti tra le tribù e i clan ma non paiono in grado di scalfire nel breve termine il dominio degli islamisti.‭ ‬Il monopolio della violenza legittima è stato raggiunto eliminando fisicamente i concorrenti del Baat’h siriano,‭ ‬del FSA e di altri gruppi islamisti.
Intendiamoci:‭ ‬i processi di formazione degli stati europei sono durati secoli ma le dinamiche sono molto similari.
Anche la creazione di un’omogeneità culturale nei territori controllati dall’Isis ripercorre dinamiche che possiamo trovare nella formazione della Francia moderna,‭ ‬con un processo che‭ “‬parte‭” ‬nen milleduecento e‭ “‬termina‭” ‬con la fine della guerra dei cento anni due secoli dopo:‭ ‬così come il potere regio e le baronie del nord conducono una spietata campagna di sterminio,‭ ‬con l’attivo consenso del potere papale che arriva a bandire apposite crociate,‭ ‬contro i portatori di una religione alternativa,‭ ‬i Catari,‭ ‬che sono anche portatori di una cultura alternativa a quella del nord della Francia,‭ ‬occitani e arpitani,‭ ‬l’Isis ha condotto una campagna di genocidio nei confronti degli Yazidi,‭ ‬che non sono un gruppo etnico come spesso affermato in occidente,‭ ‬etnicamente parlando sono curdi,‭ ‬ma sono membri di un antichissimo culto pre-islamico.‭ ‬Un altro ciclo di massacri nei confronti dei portatori di una cultura alternativa lo troviamo nel corso del sedicesimo e diciassettesimo secolo in Europa per cancellare la cultura alternativa che va sotto il vasto e generico nome di‭ “‬stregoneria‭”‬,‭ ‬così come sostenuto da Giorgio Galli‭[‬4‭]‬,‭ ‬e sarà uno modi in cui si affermerà il moderno stato hobbesiano in Europa.

il modo più efficace per contrastare la rumaglia reazionaria islamista: tirargli una 7.62 addosso

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Ma anche risalendo indietro nella storia europea,‭ ‬alla nascita delle dinastie nobiliari nell’alto medioevo,‭ ‬possiamo osservare che queste,‭ ‬e la loro relativa capacità di controllo del territorio,‭ ‬si sono affermate facendo fuori i concorrenti con i metodi più subdoli e violenti,‭ ‬massacrando le riottose comunità locali e mettendosi in qualche modo in luce agli occhi dell’imperatore del Sacro Romano Impero che sanciva il dominio de iure.
Altro esempio,‭ ‬forse ancora più calzante,‭ ‬è la nascita delle petromonarchie del Golfo:‭ ‬l’Arabia Saudita nasce per opera di bande di beduini assoldati dalla Gran Bretagna per aprire un ulteriore fronte contro l’Impero Ottomano durante la Grande Guerra,‭ ‬stessa cosa per Kuwait,‭ ‬EAU e Qatar.‭ ‬E anche qua possiamo osservare scontri interni per accedere al trono tra le bande degli Al-Saud e quelle degli Al-Husayn che vedranno vittoriosi i primi.
La nascita dello stato moderno è intrisa,‭ ‬anzi è costituita,‭ ‬da fatti di sangue,‭ ‬di massacri,‭ ‬genocidi e stragi di vario genere.
Non è dato sapere se l’Isis esisterà ancora tra qualche anno,‭ ‬se resisterà alle spinte centrifughe e alla controffensiva del Kurdistan irakeno,‭ ‬altro stato de facto anche se non de iure,‭ ‬e dei confederalisti democratici dei cantoni del Kurdistan siriano e turco,‭ ‬che invece non vogliono essere stato,‭ ‬e ad un eventuale stop dei flussi in entrata,‭ ‬di soldi e materiale bellico,‭ ‬e in uscita,‭ ‬di petrolio e altri beni,‭ ‬che al momento nessuno pare voler mettere in atto.‭ ‬Non tutti sono riusciti a fondare i loro stati ma cionondimeno nel tentativo di fondarlo hanno riempito di morti la storia:‭ ‬basti pensare al celebre Valentino Borgia,‭ ‬che fu sì la macchiavellica volpe e leone ma dovette soccombere davanti ai leoni più grossi e alla morte del pontefice suo padre che gli garantiva copertura senza essere ancora riuscito ad assicurarsi del tutto il suo regno.
Quel che è certo è che la vicenda Isis cambierà una volta per tutte le mappe politiche dell’area irakeno-siriaca e che non vi sarà un ritorno alla‭ “‬normalità‭” ‬delle frontiere tracciate con il righello.
E tantomeno non ci sarà il ritorno all’assetto demografico di soli tre anni fa dopo la diaspora di decine di migliaia di Yazidi e le decine di migliaia di profughi siriani diretti in Europa e le altre centinaia di migliaia bloccati nei paesi limitrofi,‭ ‬Libano e Giordania in primis.
Ma la polemica sui giornali del Regno Unito mostra anche un altro grande errore di valutazione di molti liberal occidentali,‭ ‬e anche di molti progressisti arabi,‭ ‬nei confronti dell’Isis:‭ ‬utilizzare il termine daesh al posto di Isis significa mascherare il fatto che l’Isis nasce all’interno delle tensioni e delle contraddizioni del moderno medio oriente.‭ ‬Gli islamisti del califfato non sono alieni calati dallo spazio.‭ ‬Nascono all’interno del mondo musulmano,‭ ‬e nello specifico del mondo musulmano sunnita e wahabita,‭ ‬sono l’espressione di quella corrente integralista dell’islam sunnita ampiamente sovvenzionata dall’Arabia Saudita in tutto il mondo e dell’incapacità dei raggruppamenti politici laici di contrastare questa rumaglia clericale.‭ ‬Non sono la creazione di chissà quale ordito complottista per quanto sicuramente ci siano stati interventi che hanno favorito l’espansione del califfato‭[‬6‭]‬,‭ ‬ma il ruolo dell’eterogenesi dei fini e la complessità dei processi della storia della politica sono già evidenti in un cosmo come quello della Grecia classica delle guerre peloponnesiache la cui immagine ci viene restituita da Tucidide,‭ ‬figuriamoci nel duemilaquindici.

‬Al contrario di quanto pensano gli onesti liberali della stampa britannica il mondo muta,‭ ‬gli stati si formano e si distruggono tramite processi storici e non sono dati-di-fatto immutabili.
All’azione militante la sfida di indirizzare i processi storici verso una reale emancipazione umana.

lorcon

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Val d’Aosta

Capita che io ogni tanto me ne vada in vacanza. Nello specifico me ne sono andato una settimana in quella ridente regione che è la Val d’Aosta a cui ho aggiunto qualche puntata in Savoia. Quindi dato che questo è un blog di foto oltre che di articoli vi beccate una mini-selezione delle foto scattate.

Tanto per iniziare: Aosta, chiostro di San Orso, adiacente all’omonima chiesa. Alquanto notevoli i capitelli in pietra bianca, calcare se non vado errando, brunita tramite pigmenti (aka pitturata, ma detto così fa più figo). Sotto la chiesa è presente una cripta e sotto l’altare della cripta è presente un buco che lo attraversa longitudinalmente in cui la gente striscia per chiedere la grazia per i reumatismi. L’ho scoperto in diretta vedendo una tizia over 70 farlo. Dato che è logico che strisciare in un buco sotterraneo buio e umido faccia bene ai reumatismi, misteri della chiesa cattolica.

 

 

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Il Diaulo

 

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Venti di guerra sulla Libia?

Apparso su Umanità Nova numero 21 anno 95

Il possibile intervento militare europeo

Venti di guerra sulla Libia?

Oramai da qualche mese si sente parlare di un possibile intervento militare in territorio libico per contrastare il fenomeno migratorio. È un intervento fortemente voluto dal governo italiano e che sembra aver trovato una favorevole accoglienza nell’Unione Europea e che tenderebbe a superare l’approccio delle operazioni Mare Nostrum e Triton.

A fine maggio sono usciti su Wikileaks due interessanti documenti [1] che delineano gli aspetti generali della missione e i suoi obbiettivi. Contemporaneamente, secondo l’autorevole quotidiano britannico Guardian[2], sono iniziate le manovre diplomatiche per convincere i membri, sopratutto quelli con potere di veto, del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a dare il suo placet all’operazione.

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Perchè questa immagine di Arzach del magnifico Moebius? Perchè si.

Nei due documenti i tempi di inizio dell’operazione, divisa in tre diverse fasi, vengono indicati per fine giugno 2015; l’operazione prevede l’uso della forza militare per la distruzione delle organizzazioni dei trafficanti umani e delle stesse imbarcazioni usate per il traffico; l’operazione prevede che ci sia il placet del Consiglio di Sicurezza e/o del governo libico. Tutti questi punti pongono una serie di problemi, problemi che a loro volta indicano la complessità dello scenario del Mediterraneo centro-meridionale.

Innanzi tutto i tempi stretti che vengono indicati: due mesi di tempo (da quando sono stati scritti i documenti) per una complessa opera di diplomazia internazionale tesa ad ottenere il placet ONU per l’operazione e prepararla a livello operativo non sono tantissimi. Ma, sempre sul terreno diplomatico, la partita realmente complessa è quella che riguarda i rapporti con il governo libico. Perchè non esiste un governo unitario ma, in seguito alla guerra civile, il territorio libico si è diviso in due parti controllate da due governi differenti che si dichiarano entrambi leggiti. Ambo i governi, di cui solo uno è riconosciuto dalla comunità internazionale, si sono dichiarati contrari all’intervento europeo e hanno dichiarato che la questione dei flussi migratori è questione interna della Libia, quindi non si capisce come l’UE farà ad ottenere il placet del governo libico.

Altra complessa questione è quella riguardante le reazioni degli altri stati dell’area nord-africana. Qualora vi fosse uno stop, o anche una significativa riduzione, del flusso di migranti passante per la Libia il flusso stesso si sposterebbe sugli altre tre paesi facilmente utilizzabili per il traffico: Algeria, Tunisia, estremamente vicine alla costa italiana, e Marocco, vicinissimo alla costa spagnola e sul cui territorio sono presenti enclavi europee già estremamente fortificate per contrastare l’immigrazione.

È facile immaginare che i governi di questi stati sarebbero ben poco felici di veder trasferire su di sé il flusso migratorio ed è altrettanto facile immaginare che la loro reazione sarebbe l’uso della forza contro i migranti stessi.

Altro possibile canale per raggiungere l’Europa è la “rotta orientale”, quella che passa dalla Turchia e dalla Grecia. E anche qua si aprono altri problemi: l’Europa si troverebbe con il dover gestire la frontiera greco-turca e quindi a dover trattare da un lato con il ben poco conciliante governo turco dell’AKP e dall’altro con il governo greco di Syriza che è al completo sbando finanziario, e in forte divergenza con i principali paesi UE, e non sarebbe in grado di affrontare da solo l’emergenza che acuirebbe il già forte flusso migratorio nel paese ellenico.

Altra questione è l’operazione in sé e per sé: l’operazione avrebbe il compito di andare a distruggere i vascelli utilizzati dai trafficanti e di dare un colpo fatale alle organizzazioni degli stessi. Ma i vascelli usati dai trafficanti sono vascelli acquistati giorno per giorno dai pescatori libici e usati per un solo viaggio. Come fare, quindi, a mettere fuori gioco questi vascelli nella breve finestra di tempo tra la scoperta degli stessi e l’imbarco dei migranti? E come fare, prendendo per buono l’obbiettivo dichiarato dall’UE, a garantire anche la vita dei migranti? Sono due obbiettivi inconciliabili data anche la difficoltà a costruire un’efficiente e affidabile rete di intelligence in uno scenario con moltissimi attori come quello libico. In questa fase, tra l’altro, è previsto anche l’uso di forze anfibie, sconfessando quindi quanto più volte dichiarato dagli esponenti degli organi UE a riguardo del fatto che non ci sarebbero stati “boots on the ground”. E tutto questo ovviamente espone gli stessi soldati europei a rischi in quanto è facile immagine che qualcuno mal accetterà l’intervento straniero in Libia. Inoltre i danneggiamenti alle infrastrutture dei porti porterà ad un ulteriore stretta sulle condizioni di vita delle popolazioni locali la cui economia si basa sul commercio ittico: bel modo per generare ulteriori profughi.

Insomma un’operazione militare tutt’altro che semplice e tutt’altro che tesa a salvaguardare le vite dei migranti e dei civili libici.

Un’operazione che fa anche riflettere sulla totale idiozia delle classi dirigenti europee: prima fanno accordi con Gheddafi per ridurre i flussi migratori, cosa effettivamente avvenuta, poi quando è diventato impresentabile agli occhi del mondo lo scalzano, 2011, gettando il paese nel caos e infine devono trovare il modo intervenire direttamente quando la situazione si fa intollerabile sia dal lato dei flussi migratori che dal lato del rischio per le infrastrutture di proprietà di aziende europee presenti in Libia, pensiamo ai terminal gas-petroliferi e ai campi di estrazione stessi. E d’altra parte una possibile chiave di lettura sulle motivazioni di questo possibile intervento potrebbe passare anche da qua: oltre a colpire il flusso migratorio sarebbe interesse europeo anche mettere in sicurezza il flusso di combustibile dalla Libia, sopratutto in un momento in cui i bassi rapporti con la Russia potrebbero innescare un problema sulla questione vitale dell’approvvigionamento energetico.

Tanto per aggiungere un ulteriore elemento di analisi: il flusso migratorio che vediamo adesso ha come suo più vicino corrispettivo storico nell’area occidentale-mediterranea solo quello del periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale [3].

Infine alcune considerazioni sul ruolo italiano in questa vicenda. Renzi e, sopratutto la sua donna di fiducia in Europa, Mogherini, hanno mostrato di saper giocarsi la partita a livello europeo. Ma al contempo vengono evidenziati tutti i limiti dell’Unione Europea stessa che si trova a dover organizzare un intervento raffazzonato, di dubbia riuscita, con costi non ancora calcolabili, che rischia di rimettere in discussione i rapporti con vari paesi e primo nel suo genere: nei fatti un’operazione militare squisitamente a guida UE non si è ancora avuta. In ambito interno dell’Italia il dato che emerge è che il PD è disposto a fare quello che i leghisti, nelle loro sparate fascistoidi e propagandiste, proponevano già quindici anni fa: sparare sui barconi e fermare i flussi manu militari. È forse un caso che la propaganda leghista per l’ultima tornata elettorale si sia spostata sui nemici interni, individuati in sinti e rom?

Il Partito Democratico si dimostra ancora una volta all’avanguardia nel famoso sport tipico di tutti i governi centro-sinistri di superare a destra quanto proposto, vagheggiato e sognato, dai precedenti governi di centrodestra.

lorcon

[1] https://wikileaks.org/eu-military-refugees/PMG/page-1.html

[2] http://www.theguardian.com/world/2015/may/13/migrant-crisis-eu-plan-to-strike-libya-networks-could-include-ground-forces e http://www.theguardian.com/world/2015/may/10/libya-people-smuggle-military-action-not-stop-multifaceted-trade

[3] http://www.theguardian.com/world/commentisfree/2015/jan/03/arab-spring-migrant-wave-instability-war


Per un ulterio approfondimento della vicenda consiglio di sentire la mia chiaccherata di venerdì mattina ai microfoni di Anarres, trasmissione informativa di Radio Blackout. La registrazione del mio intervento della puntata la potete trovare su anarres-info.noblogs.org

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