Tra guerre economiche e conflitti sul campo

L’articolo è oramai di una paio di settimane fa, pubblicato sul numero 23 di Umanità Nova (anno 95). Ovviamente per questioni di spazio non copre tutto quello di cui bisognerebbe parlare, grande assenti sono la Turchia e l’Egitto, stati nominati solo di sfuggita, per dire.

La ridefinizione degli equilibri mediorientali

Tra guerre economiche e conflitti sul campo

È passata piuttosto in sordina la notizia dell’intervento militare saudita in Yemen, teso a reprimere la rivolta dei gruppi sciiti che oramai stavano per vincere la guerra contro il regime locale.

Un intervento militare dalle duplici finalità: da un lato il classico intervento di “restaurazione dell’ordine” nel cortile di casa della teocrazia saudita con lo scopo di limitare l’aumento dell’influenza iraniana nella penisola arabica, dall’altro lato un intervento teso a far fallire l’accordo sul nucleare iraniano, ovvero un accordo su cui molto ha puntato l’attuale amministrazione statunitense, con gran scorno della famiglia reale dei Saud e dell’amministrazione israeliana.

L’attuale situazione mediorientale infatti è caratterizzata dall’estrema frammentazione dell’asse Israele – paesi del golfo – Usa, esploso a causa i interessi in divergenza. Le necessità di disimpegno militare dall’aerea mediorientale degli Stati Uniti, teso a evitare uno scontro diretto con l’Iran e i suoi alleati, sono passate dalla necessità di un accordo con la stessa Repubblica Islamica, accordo che non poteva non essere indigesto ai principali nemici dell’Iran: i paesi del 578335_422323327859233_10930665_ngolfo e Israele.

Le ragioni di questa modifica degli assi strategici non sono morali, dovuti al fatto che l’attuale classe dirigente a stelle strisce sia pacifica o addirittura pacifista, ma sono dovuti all’emergere di una serie di fattori che hanno sostanzialmente modificato lo scenario rispetto a dieci anni fa.

Intanto gli USA sono riusciti nell’ardua impresa di sganciarsi in buona parte dalla dipendenza dal Medio Oriente [1] per quello che riguarda l’approvvigionamento di combustibile fossile, grazie allo sfruttamento di giacimenti posti sullo stesso suolo statunitense tramite le tecnologie di fracking. Ma attenzione: questo non vuol dire la fine completa degli interessi statunitensi nel controllo delle commodities energetiche della regione: gli Stati Uniti hanno sganciato da quello scomodo scenario la maggior parte dell’approvvigionamento di combustibili per il proprio fabbisogno interno, militare e civile, ma fortissimi sono ancora gli interessi economici delle grandi multinazionali statunitensi che estraggono greggio in medioriente per poi raffinarlo e venderlo nel resto del mondo. Ma intanto è stato risolto il nodo della difesa degli interessi strategici degli USA: era oramai evidente che è dai suicidi mantenere la base materiale della propria economia in un teatro sconvolto da profonde crisi come quello mediorientale.

Inoltre l’evoluzione della situazione irakena ha fatto emergere il rischio di un confronto diretto USA-Iran, scontro che ambo le parti vogliono evitare.

Già durante la battaglia di Sadr City, nel 2006, era emerso il grado di penetrazione iraniana nell’Irak liberato da Saddam Hussein: è un dato di fatto che le truppe di élite iraniane ebbero un importante ruolo nella battaglia, durata diversi mesi, sia come addestratori e consiglieri militari delle milizie sciite di Sadr che come fornitori di armamenti sia in scontri diretti con le forze americane e irakeno-lealiste. La battaglia di Sadr City si concluse sostanzialmente con un accordo tra il governo irakeno e gli insorti sciiti, ovvero tra l’amministrazione statunitense e il regime degli ayatollah. Ma in presenza di un grosso contingente di truppe americane e della caotica situazione irakena quanto sarebbe passato prima che si riaccendesse il confronto tra Iran e Usa? E sopratutto a chi avrebbe giovato? A nessuno: l’Iran è dotato di un forte esercito e ha le capacità di gestirlo e impegnarsi in lunghe operazioni di guerra, è fornito di armamenti di ultima generazione dai partner sino-russi. Per quanto gli USA siano, su di un piano militare, perfettamente in grado di tenere testa e mettere in serissima difficoltà l’Iran, essendo dotati di una capacità di proiezione incommensurabile rispetto a quella avversaria e di una abnorme superiorità aerea e navale, un confronto diretto avrebbe completamente concentrato l’economia statunitense sullo sforzo bellico e sarebbe costato la vita a decine di migliaia di uomini. Due cose che qualsiasi governo americano non può accettare, pena l’immediata apertura dei molti fronti interni presenti negli USA e un escalation mondiale. Da qua la necessità di un accordo con l’Iran, che permette di salvare capra e cavoli, privando la repubblica teocratica della possibilità di dotarsi di armamenti nucleari, in cambio di una sostanziale revisione delle sanzioni economiche che hanno diminuito l’esportazioni di prodotti petrolchimi dall’Iran, ma evitando uno scontro che non è voluto da nessuna delle due parti e il disimpegno dal pantano irakeno.

Ma tutto questo ha ovviamente scatenato una vera e propria ondata di panico nella classe dirigente dei paesi del golfo, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, EAU e, in modo sensibilmente diverso, in quella israeliana.

Infatti questi temono un espansionismo iraniano ben più di quanto ne abbiano da temere gli USA e il blocco atlantico. Vi è la questione del controllo dei giacimenti offshore nel Golfo Persico, la questione del millenario scontro intra-islamico tra sciismo e sunnismo, la questione del controllo dell’Irak, unitariamente o per zone di influenza, la questione siriana.

La posizione di Israele invece è, a mio parere, sensibilmente differente: l’Iran non è dotato di una capacità di proiezione tale da poter minacciare direttamente lo stato ebraico e la questione si sposta di più sui rapporti tra Iran, Siria e Libano. Il libano è costitutivamente incapace di essere una minaccia per Israele, nonostante la forza delle milizie di Hezbollah, che sono però al momento impegnate sopratutto in Siria a sostenere militarmente l’alleato Assad. La Siria stessa è troppo occupata con i suoi problemi interni e, d’altra parte, Assad si è dimostrato negli ultimi quindici anni non interessato ad un interventismo anti-Israeliano se non con l’appoggio ad Hezbollah. Ad ogni modo a Israele fa sicuramente comodo una Siria sprofondata nel caos, senza una leadership centrale forte, anche se questo vuol dire confinare, sul Golan, con l’IS, che, d’altra parte è completamente incapace di essere una qualsiasi minaccia per l’esercito di Tel Aviv. Ma la dirigenza del Likud deve il suo potere, e la recente vittoria elettorale di misura, alla sua capacità di compattare l’elettorato israeliano contro un nemico esterno che faccia effettivamente paura, come può essere solo l’Iran. L’Iran stesso, nonostante le spudorate dichiarazioni dell’ex presidente Ahmadinejad, non ha interessi ad attaccare lo stato di Israele, sapendo che, oltre a scontrarsi con l’efficace macchina bellica di Tel Aviv, si innescherebbe un’escalation che porterebbe ad un intervento dell’intero blocco atlantico, con l’approvazione dei paesi del golfo. E un attacco diretto sarebbe molto poco ben tollerato da Cina e Russia, i principali partners strategici della repubblica islamica, che non apprezzerebbero di certo l’idea di essere coinvolti in un simile carnaio.

A parere di chi scrive il principale fattore di crisi dell’area mediorientale risiede sempre più nello scontro per l’egemonia tra il blocco dei paesi del golfo, più l’Egitto e la Turchia, seppure in modo complesso, e il blocco costituito da Iran e Siria e sempre meno nelle politiche imperiali USA.

Ad aggiungere complessità a questo quadro vi sono poi fattori come gli interessi di parte della classe dirigente statunitense, quella maggiormente legata al settore petrolifero, nel mantenere una presenza massiccia nell’area, lo scontro sul petrolio tra Arabia Saudita e Russia, di cui uno degli effetti più evidenti è stata la caduta del prezzo del petrolio di inizio anno, tesa a colpire l’economia russa, l’ambiguo rapporto tra Cina e Arabia Saudita stessa, che fanno parte di due blocchi geopolitici contrapposti ma che hanno forti interessi incrociati a causa della forte domanda di greggio da parte cinese, che non può essere soddisfatta solo dall’Iran e dalla Russia.

A questo vanno aggiunta un’altra serie di fattori di crisi interni ai vari paesi.

L’Iran, per quanto momentaneamente più stabile rispetto a tre anni fa, ha il problema di un ricambio della dirigenza, finora saldamente nelle mani del clero sciita, che però comincia ad invecchiare, una grande massa di giovani istruiti appartenenti alla middle class urbana che sopporta sempre meno la politica dittatoriale del governo di Theran, l’indipendentismo curdo nell’ovest del paese, duramente represso ma che si fa sentire con azioni militari anche di un certo rilievo, la questione degli operai del settore petrolifero, che trainano l’economia nazionale ma che sono sottoposti ad un intesivo sfruttamento.

I paesi del golfo scontano l’avere dell’èlites reazionarie, frammentate in clan famigliari e generalmente idiote e l’esplosiva situazione delle centinaia di migliaia di proletari di origine asiatica immigrati alla ricerca di lavoro e tenuti in condizioni di schiavitù[2].

Israele sconta un sempre maggior divario tra ricchi e poveri e una sempre maggior tensione tra le componenti laiche e progressiste, che chiuderebbero volentieri con un accordo la situazione palestinese, e le componenti più reazionarie e religiose, che chiuderebbero la questione palestinese con bombardamenti a tappeto, e le industrie armiere, tra i principali motori economici del paese, che vivono grazie al costante processo di militarizzazione della società[3].

Una situazione complessa che dimostra la necessità del’internazionalismo anarchico e libertario per superare le dinamiche nazionalistiche e imperialistiche e farla finita con presidenti, generali, preti e imam.

lorcon

[1]http://uk.businessinsider.com/us-energy-independence-one-chart-2014-10?r=US

[2]http://www.theguardian.com/global-development/2014/sep/13/migrant-workers-uae-gulf-states-un-ituc e http://en.wikipedia.org/wiki/Kafala_system e http://www.redressonline.com/2013/10/the-migrant-slave-workers-of-the-arab-world/

[3]http://www.israelhayom.com/site/newsletter_article.php?id=2090 e http://www.haaretz.com/business/study-income-inequality-growing-faster-in-israel-than-in-other-developed-nations-1.421277

per un ottimo riassunto dell’accordo sul nucleare iraniano consiglio questo articolo: http://www.giornalettismo.com/archives/1775215/iran/

About lorcon

Mediattivista, laureato in storia contemporanea con attitudine geek, nasce nel sabaudo capoluogo (cosa che rivendica spesso e volentieri) e vive tra Torino e la bassa emiliana. Spesso si diletta con la macchina fotografica, lavora come tecnico IT, scrive sul suo blog e su Umanità Nova.
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