Appropriarsi della scienza – farla finita con il primitivismo

Questo articolo nasce come risposta all’articolo di Philippe Godard apparso su A – Rivista Anarchica n. 398. È nato come riflessione collettiva tra il sottoscritto e altri tre compagni. Un estratto è stato pubblicato nella rubrica della corrispondenza su A – Rivista Anarchica numero 401. Qua appare la versione integrale, come apparsa anche su Umanità Nova numero 30 anno 95. Si ringraziano G, G e C per gli spunti e le correzioni.

Appropriarsi della scienza – farla finita con il primitivismo

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Thx ALG per l’immagine scovata sull’internet

Ben volentieri recepiamo l’invito al dibattito apparso su A Rivista numero 397 in merito all’articolo di Philippe Godard sulla ricerca scientifica. Da tempo pensiamo che sia necessario avviare una riflessione in campo anarchico in merito alla questione della scienza e della tecnica, sia nei risvolti applicativi della metodologia scientifica, le tecnologie, che nel merito della metodologia scientifica in sé e per sé.
È oramai fatto accertato che l’ultimo secolo e mezzo di storia umana abbiano visto una profonda accelerazione sia delle scoperte scientifiche “di base” che dell’invenzione di tecnologie basate sulle scoperte stesse. Questa accelerazione, riscontrabile in più campi, si è sviluppata insieme all’attuale sistema sociale, basato su determinati rapporti di produzione, ma al contempo mostra i limiti dell’ambiente stesso in cui si è sviluppata.
Al contrario del Godard noi non crediamo che la “scienza” sia legata in modo inestricabile con un sistema di dominio. Intanto bisogna capire di che cosa stiamo parlando: la scienza non è un oggetto, o meglio una collezione di oggetti-nozioni, ma bensì è un metodo. La metodologia scientifica è, a nostro modo di vedere, una metodologia intrinsecamente libertaria: l’onere della prova, la falsificabilità, la verificabilità, la riproducibilità, ovvero i capisaldi dei modelli di spiegazione scientifici, hanno sostanzialmente permesso di strappare dalle mani dei sacerdoti la spiegazione del mondo eliminando l’autoritaria dimostrazione per ipso-dixit e facendo stracci dei modelli finalisti e teologici cari alla tradizione cristiana e in generale alle tradizioni trascendentali.

Se pensiamo alla storia del pensiero umano come ad una storia di successioni di diversi modelli di spiegazione del mondo non possiamo notare quella gigantesca linea di frattura, frastagliata certo, che separa l’epoca medioevale in cui tutto veniva ricondotto all’azione divina dall’epoca moderna in cui i modelli di spiegazione del mondo devono essere continuamente rimessi in discussione e non peccano di una visione finalistica e antropocentrica. È caratteristica intrinseca della scienza stessa il mettersi continuamente in discussione da un punto di vista dialettico. Basti pensare all’evoluzione delle teorie in campo fisico: dal modello meccanicista-classico newtoniano alle formalizzazione dell’elettromagnetismo di Maxwell alla formulazione della teoria della relatività alla fisica quantistica. O ancora ai diversi modelli di spiegazione dei fenomeni biologici che si sono susseguiti dall’inizio dell’età moderna ad ora, dalla teoria degli umori alle più recenti scoperte nel campo della genetica e al legame tra genetica e stimoli ambientali.
Ogni teoria scientifica, invero, contiene il germe del suo stesso superamento dialettico. Nei fatti anche i modelli più formalizzati da un punto di vista logico-matematico sono per loro stessa natura incompleti o incoerenti (semplificando fino alla brutalizzazione il teorema dell’incompletezza di Goedel) e quindi destinati ad essere superati.

Quindi la scienza è neutrale? No, affatto, anzi: la scienza è di parte in quanto per sua natura mistifica e supera modelli di spiegazione non più atti allo scopo. E in questo contiene anche le possibilità di superare un modello di organizzazione sociale basata sul dominio.
Ma la ricerca scientifica avviene ovviamente all’interno di una società che, al momento attuale, ha trai suoi principi cardine quello del dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente. Chi si occupa di ricerca vive all’interno di un certo zeitgeist ed è attraversato da certe strutture sociali e tenderà a riprodurle.

Ma questo non elimina un fatto fondamentale: la tecnologia e la scienza hanno un immenso potenziale di emancipazione che è al momento posto sotto sequestro dal capitalismo. Sulla scorta di svariati pensatori possiamo tranquillamente affermare che le storture sociali che viviamo sono dovute al permanere di una condizione di scarsità, per quanto sempre più artificiosa rispetto al passato, dovuta a dei particolari rapporti di produzione. Liberare le forze emancipatrici della tecnologia e indirizzarle verso un uso liberatorio significa liberare l’uomo dalla schiavitù del lavoro salariato e dalla schiavitù derivata dal mancato soddisfacimento dei propri bisogni primari.
Nei fatti la questione non è bloccare o meno la ricerca scientifica ma strappare la ricerca scientifica dalle mani dei detentori dei mezzi di produzione.

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immagine inserita perchè ci sta bene

Una società anarchica che voglia essere includente e universabilizzabile non potrà basarsi su paradigmi primitivisti: tornare ad un presupposto stato di natura per liberarsi dalle catene del capitale significa solamente incatenarsi ad un modello di vita meschino, abbruttito e, in ultima analisi, non desiderabile.

Il primitivismo è, a nostro parere, un paradigma estremamente autoritario in quanto è vivibile solamente da quegli individui che hanno la ventura di nascere sani. E non raccontiamoci che un principio di solidarietà farebbe in modo che questi individui vivrebbero protetti dalle proprie comunità: con certe malattie senza un adeguato supporto medico semplicemente muori. Soffrendo. Dovrebbe essere quindi una forma passivizzata e artificiosamente naturale di eugenetica la nostra proposta?

Dinamica dei sistemi

Colpisce particolarmente il passaggio nel pezzo del Godard che afferma, citiamo testualmente:

“[…]Essa [la scienza, nda] spiega soltanto un’infinitesima parte del tutto, per almeno due ragioni fondamentali. In primo luogo, più fa passi avanti e più mette in luce la complessità dell’universo, specialmente in campo biologico; infatti, più gli scienziati progrediscono, più regrediscono mettendo in luce la complessità delle relazioni tra gli atomi, e in particolare tra quelli che compongono gli esseri viventi. La scienza fa arretrare i limiti del suo campo di ricerca, senza riuscire mai a scoprire la particella ultima o il legame ultimo tra un fatto e le sue conseguenze. […]
Soprattutto, non è soltanto la complessità a essere insondabile: i sistemi viventi non sono semplicemente analizzabili come relazioni statiche. Nessuno mai potrà renderne conto in qualunque rapporto o tesi. L’aspetto profondamente dinamico della vita è irriducibile a qualunque teoria. […]”

In questo passaggio l’autore dimostra, a nostro parere, di non aver compreso quale è il punto di forza di un modello di spiegazione scientifica: l’essere incompleto e il dover continuamente aggiornarsi. La ricerca scientifica è costitutivamente aperta e in divenire.
Non è un caso che il paradigma adottato negli ultimi anni nell’ambito dei settori più avanzati della ricerca biologica (e non solo) è quello dei sistemi complessi, non lineari, non riconducibili ad una semplice somma delle parti ma bensì alla relazione tra le stesse parti e alle funzioni emergenti di un sistema. I modelli di spiegazione meccanicista-classici, quelli newtoniani, sono già stati ampiamente superati nell’ambito della fisica teorica, figuriamoci in ambito della ricerca biologica! Basti pensare, ad esempio, al filone di ricerca sui fattori epigenetici nell’emergere di patologie o alle ricerche sulle reti neurali.
Quello che Godard individua come limite della ricerca scientifica è in realtà il grande punto di forza di una metodologia che ristruttura continuamente se stessa.

Il vero limite, come già ricordato, risiede nelle strutture sociali all’interno delle quali si ritrova ingabbiata la ricerca scientifica e non in un problema epistemologico.

Tra le spire del capitale e fuori

L’attuale modo di produzione e i rapporti di produzione hanno relegato le applicazioni della scienza alla progettazione e alla realizzazione di beni di consumo di massa o di beni di distruzione, intrappolando la tecnologia all’interno di cicli di distruzione-produzione tipici del modo di produzione capitalista.

In più passaggi dell’articolo di Godard e della sua risposta alla lettera sul numero 399 di A viene citata la questione nucleare, arrivando ad affermare che lo sviluppo degli armamenti atomici è stata la logica conseguenza delle scoperte della Curie. Certamente gli armamenti atomici non ci potrebbero essere stati senza la scoperta della radioattività (ma neanche sistemi diagnostici come le radiografie o sistemi di cura come le radioterapie ci sarebbero stati), ma pretendere di bloccare la ricerca scientifica, ovvero la comprensione del mondo, perché forse le scoperte potrebbero essere usate, forse, per fini non etici è completamente insensato. Così come è completamente insensato abbandonarsi a suggestioni fintamente olistiche e primitiviste che rigettano le più basilari evidenze. Mi riferisco qua a quella strizzatina d’occhio fatta dall’articolo in questione in merito alle presunte cure “naturali” che sono niente altro che truffe in mano ad individui ed organizzazioni che nulla hanna da invidiare alle multinazionali farmaceutiche in quanto a scorrettezza. Ma torniamo al punto.

Appropriarsi dei saperi tecnici e della metodologia scientifica significa dotarsi di un potentissimo strumento e privare il nemico dei vantaggi derivanti dalla detenzione di certe tecnologie strappandole al monopolio delle strutture sociali autoritarie.

Ora, intendiamoci, uno dei maggiori volani delle scoperte scientifiche dalla fine del XIX secolo è stato il complesso militare-industriale in quanto è quello che detiene le risorse necessarie a finanziare la ricerca scientifica. Ma, attenzione, le strutture autoritarie hanno dovuto inventarsi una serie di escamotage per ingabbiare un metodo che non è loro. Si pensi ai vari metodi per bloccare la libera diffusione di informazione e applicazioni tecnologiche, anche fondamentali per la sopravvivenza delle persone come i farmaci, tramate l’apparato di brevetti, copyright, imposizioni di segretazioni sulle ricerche.

Il metodo scientifico è anche quello che ha permesso l’aumento della qualità della vita per miliardi di persone, debellato epidemie, ridotto le carestie, creato infrastrutture resilienti alle calamità; il metodo scientifico è ciò che permette di individuare in modo preciso l’orrore della società capitalista: si pensi al ruolo delle scienze sociali nel denunciare l’orrore di una società basata sull’accumulazione di denaro o al ruolo delle scienze naturali nel denunciare la distruzione dell’ecosistema. A meno che non si preferisca credere alle panzane delle scie chimiche e dimenticarsi dell’effetto serra e del global warming è evidente che la prospettiva politica dell’anarchismo deve necessariamente legarsi all’uso di metodologie scientifiche. E non affermiamo di certo una novità in campo anarchico e libertario: si pensi a figure come i Reclus o alla formazione scientifica di un Kropotkin o a pensatori come Boockin.

La vera questione è: perché in un secolo e mezzo di movimenti sociali organizzati non siamo stati in grado di strappare la ricerca scientifica dalle mani del nemico? Per quale motivo al posto di usare la tecnologia per meccanizzare i lavori ripetitivi e pesanti e liberare il tempo per individui e comunità permettiamo che questa tecnologia venga usata per asservire e disciplinare la forza lavoro o per estromettere milioni di individui nei vari momenti di ristrutturazione del capitale?

Per quale motivo, al pari della volpe di fedriana memoria davanti all’uva troppo alta, abbiamo preferito raccontarci la storiella autoconsolatoria, vero vessillo di impotenza, della scienza costitutivamente cattiva al posto di riflettere seriamente sulle modalità di azione da adottare davanti alla barbarie dello stato e del capitale?

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Informazioni su lorcon

Mediattivista, laureato in storia contemporanea con attitudine geek, nasce nel sabaudo capoluogo (cosa che rivendica spesso e volentieri) e vive tra Torino e la bassa emiliana. Spesso si diletta con la macchina fotografica, lavora come tecnico IT, scrive sul suo blog e su Umanità Nova.
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