Questioni di concorrenza – Post verità e giornalari

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova n. 1 anno 97

Dopo avere ammorbato per un paio di mesi il dibattito negli ambienti liberal anglosassoni, ancora intenti a chiedergli il perchè di Trump e Brexit, è approdato, con il consueto provinciale ritardo, sulle sponde dei media italiani e dell’agone politico il dibattito sulla così detta “post verità”.

Questo nuovo oggetto di dibattito altro non è che un termine che racchiude al suo interno tante questioni: il diffondersi di bufale virali, il populismo, l’influenza sui social network sulla politica, la perdità di credibilità (e di introiti in alcuni casi) dei media tradizionali – e unidirezionali – come giornali e telegiornali.

E ancora una volta in questo dibattito nasce la costante tensione paternalistica del campo liberale-progressista: il problema non sono le storture della società che viviamo – a ben vedere dati strutturali e non deviazioni – ma il fatto che una quota sempre maggiore di individui non si senta più di fare affidamento sui partiti liberali.

Intendiamoci: i partiti più grettamente reazionari fanno ampio uso di una politica basata sull’emotività immediata e sulla diffusione di menzogne per scopi di propaganda: dagli immigrati che prendono 35 euro al giorno ai vaccini che fanno male, dal “piano Kalergi” alle scie chimiche, dal grande complotto giudaico alla negazione del global warming, dalle bufale sulla Kienge ai terremoti indotti. Non è niente di nuovo: ricordiamoci che una delle prime “bufale” estremamente influenti sul dibattito pubblico scientificamente prodotte a scopo politico di cui è possibile ricostruire storicamente la genesi sono i “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”. Il fatto che dopo oltre centosessanta anni quella bufala continui a tenere banco ci dovrebbe dare la cifra del fatto che non sono i social media il problema. Eppure fioccano le proposte di controllo della rete.

Ma anche un altro fatto di questo dibattito colpisce l’attenzione: coloro che stanno portando avanti, con toni che volte rasentano l’isteria, questa tematica sono gli stessi media che hanno diffuso a spron battuto notizie false, imprecise e tendenziose.

Prendiamo, ad esempio, il concentrato La Stampa-Repubblica-L’espresso e le decine di quotidiani locali da esso controllati, su cui si leggono editoriali e corsivi di acutissime riflessioni sulla post-verità. Eppure non è che questi quotidiani siano poco avvezzi a diffondere notizie imprecise, manipolate e artefatte. Il direttore della Repubblica, tal Luigi Calabresi, ha dato spazio per anni, quando ricopriva lo stesso incarico presso la gazzetta aziendale della famiglia Agnelli – conosciuta anche come la Stampa, o in gergo, la Busiarda – ad un tal Massimo Numa, giornalaro con l’incarico di seguire la cronaca politica di movimento, famoso per la completa malafede con cui si arma al momento di scrivere articoli, o meglio di rielaborare le veline della magistratura. Oppure di come per la Repubblica lavorino come penne di punta dei noti plagiatori come Rampini[1] o come Saviano[2], famoso questo per avere inventato da zero saggi spacciati per must read sulla criminalità organizzata.

Vogliamo dare una veloce occhiata ai giornali locali afferenti al gruppo Espresso? Un concentrato di notizie raffazzonate, mal scritte, imprecise, una gestione delle pagine facebook del giornale che definire squallida è poco. I maggiori responsabili della xenofobia, del giustizialismo, del razzismo, della paranoia securitaria sono le varie gazzette locali che da anni producono strilli su questi argomenti per poter vendere più copie. Al contempo le ammiraglie editoriali del gruppo a cui appartengono pubblicano accurate analisi e vibranti condanne dei partiti populisti e xenofobi chiedendosi come abbiano fatto a rafforzarsi. I casi sono due: o si soffre di psicosi dissociative o si è in malafede.

Non parliamo poi del Corriere della Sera che, tra un editoriale su Beppe Grillo e un appello a votare Si per il referendum costituzionale, fa firmare colonne di analisi a personaggi come Angelo Panebianco [3] che, con i dovuti toni e le dovute formalità, propongono di andare a bombardare i barconi in partenza dalla Libia – ma sia mai che qualcuno scriva “cazzo” su una bomba – per poi dibattere per due settimane su quanto sono stati cattivi e antidemocratici i collettivi studenteschi bolognesi a contestarlo.

I giornali come Libero e il Giornale non li consideriamo nemmeno, ma rileviamo per lo meno il loro buon gusto nel non dibattere di post-verità.

Insomma ce ne è abbastanza per far sorgere un legittimo dubbio: che gli autonominatosi gatekeeper-fondamentali-per-la-democrazia in realtà non temano la concorrenza nel seminare balle?

Lorcon

[1]http://www.labottegadelbarbieri.org/quanto-inquina-repubblica/

[2]http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/24/roberto-saviano-laccusa-del-daily-best-per-scrivere-zerozerozero-ha-copiato-da-wikipedia/2066374/

[3] Errata Corrige: nella versione originale, pubblicata in cartaceo, per errore era scritto che l’opinionista era Galli della Loggia.

Sul tema consiglio di leggere i due ottimi articoli, uno del giornalista e blogger Mazzetta, https://mazzetta.wordpress.com/2017/01/03/di-fake-news-post-verita-e-vecchi-tromboni/, e l’altro di Santiago Greco su Prismo Magazine, http://www.prismomag.com/amara-sorte-giornalismo-italiano/

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25 novembre

python_harass

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Il nuovo comitato d’affari

image4155544In questo articolo, apparso sul numero 35 anno 96 di Umanità Nova, proveremo a dare una visuale a volo d’uccello sugli scenari che si sono aperti con l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America; scenari che si annunciano complessi sia sotto il profilo della politica interna che sotto il profilo della politica estera.

Esteri

Lo scenario di politica estera che si delinea è molto più complesso rispetto a quanto appaia a prima vista. Al netto delle semplificazioni propagandistiche portate avanti da molti media non è affatto scontato che si distendano significativamente i rapporti tra Federazione Russa e USA. La politica internazionale non è questione di liti tra bambini dell’asilo ma di condizioni materiali. Gli interessi statunitensi e russi sono contrapposti in molti scenari: nel Baltico e nel Mare del Nord, comprendendo in esso anche il Mare Artico, tutte aree oceaniche ricche di risorse fossili, nel Medio Oriente e nel Nord Africa, nel Caucaso e nell’Asia Centrale. Certo vi potrebbe essere un accordo sull’Ucraina: riconoscimento de iure, il riconoscimento de facto c’è già, della sovranità russa sulla Crimea in cambio di un minore appoggio agli indipendentisti russofoni in Ucraina e magari accordo con Kiev patrocinato dagli USA per riconoscere una semi-autonomia al Donbass. D’altra parte per Mosca la partita ucraina si giocava principalmente sulla Crimea e lì ha già vinto. Per la Siria la presenza di una serie di altri attori rende estremamente più difficile un accordo di lunga durata: la Turchia gioca oramai in modo molto più indipendente rispetto al passato [1], Israele pur considerando Assad il suo “miglior nemico” ha tutto l’interesse che il vicino siriano rimanga in preda alla frammentazione, l’Arabia Saudita e altre petromonarchie sono oramai in rotta di collisione sia con la Russia che con gli USA, sia per la questione irakena, dove gli USA hanno accettato l’ampliamento della sfera d’egemonia iraniana, sia per la questione del prezzo del petrolio. Se la decisione saudita di non tagliare la propria produzione e di mantenere basso il prezzo del greggio a livello globale ha danneggiato pesantemente l’economia russa causando una generale crisi dei consumi[2], che forse sta lentamente rientrando, ha danneggiato anche l’economia americana colpendo nel corso del 2015 il settore dei prodotti di scisto[3]. Questo settore è strategico per gli USA, che negli ultimi anni hanno teso verso l’autosufficienza energetica, ma è ancora più strategico per l’amministrazione Trump: questi ha basato la campagna elettorale sul rilancio della manifattura rilancio che non può che passare dal settore energetico. Ma Arabia Saudita e Stati Uniti sono doppiamente legati su più fronti a partire da quello militare in quanto gli stati arabi del Golfo sono fondamentali per la capacità di proiezione militare americana sia in Medio Oriente che nell’Oceano Indiano. Anche se petroemiri e petromonarchi hanno puntato sopratutto sull’elezione di Hillary Clinton, come dimostrano le decine di milioni di dollari di finanziamento alla Fondazione Clinton, dovranno ingoiare dei rospi e lavorare con Donald Trump. Forse la chiave di un nuovo partenariato strategico potrebbe essere la rinegoziazione dell’accordo sul nucleare iraniano, annunciato da Trump durante la campagna elettorale, accordo che aveva incrinato i rapporti anche tra USA e Israele. A proposito di accordi internazionali: Trump potrebbe rimettere in discussione anche la politica di Obama di apertura verso Cuba bloccando la politica del disgelo inaugurata dall’uscente amministrazione democratica. D’altra parte un 30% della comunità latina negli USA ha votato per Trump ed egli ha vinto anche in Florida dove vi è un’importante comunità di Cubani ferocemente anticastristi.

Poi vi è la partita del Pacifico. Per mettere in pratica la politica di rilancio industriale degli USA l’amministrazione Trump si dovrà necessariamente scontrare con gli interessi di molti stati asiatici del Pacifico. Ovviamente la Cina: questa è il principale concorrente manifatturiero degli Stati Uniti e ha interessi divergenti in molti campi. Le ultime amministrazioni democratiche, i due mandati di Obama, non a caso si sono concentrati sul contenimento dell’Impero di Mezzo. Ma, attenzione, la Cina possiede anche una considerevole quota del debito pubblico statunitense e sta attuando una politica di penetrazione pluriennale nell’America Latina[4] e questo inserisce ulteriore complessità nella partita.

Inoltre una politica di rilancio industriale nazionale negli USA significa anche scontrarsi con gli interessi dei propri alleati nel Pacifico: Corea del Sud, Giappone, Taiwan ma anche con gli interessi delle Filippine e con quelli del Vietnam. Vi è inoltre la questione indiana: l’India e gli USA hanno da anni un ottimo rapporto mentre le relazioni sino-indiane sono pessime, così come quelle indo-pakistane. Ma l’india esporta verso gli USA e non esporta solamente merce: esporta lavoratori altamente qualificati. Una stretta sull’immigrazione, come quella promessa da Trump, colpirebbe l’India ma si possono sempre rilanciare gli accordi bi-laterali in merito già esistenti[5] per salvare le apparenze senza cambiare la sostanza. In ogni caso l’India, che teme da anni la politica del “filo di perle” messa in atto dalla Cina, e gli USA avranno necessità di stringere ulteriormente i legami in quanto bisognosi di appoggio reciproco.

Inoltre vi è la questione dei rapporti atlantici. Le sanzioni alla Russia volute dall’amministrazione Obama, e che un’eventuale amministrazione Clinton avrebbe riconfermato se non addirittura inasprito stanno danneggiando l’economia manifatturiera europea, che ne risulta molto più danneggiato di quella russa. Se vi fosse una distensione per lo meno sulla questione Ucraina tra Russia e USA sicuramente molti in Europa tirerebbero un sospiro di sollievo. Ma probabilmente sarebbe un sospiro momentaneo: se permane la congiuntura economica che vede un basso prezzo delle commodities energetiche il potere d’acquisto russo continuerà a risultare danneggiato. In ogni caso una distensione dei rapporti tra Russia e USA sarebbe positivamente accolta da paesi come l’Italia, la Francia e la Germania ma molto meno dai paesi baltici, che hanno giocato sulla paura dell’orso russo per ottenere fondi economici. In ogni caso i rapporti atlantici saranno difficili: se con un’amministrazione Clinton i paesi europei si sarebbero trovati in difficoltà con la politica dei falchi anti-russi e male avrebbero digerito richieste di ulteriori sanzioni alla Russia o di maggiore impegno in Siria con l’amministrazione Trump le cancellerie del vecchio continente avranno a che fare con una controparte americana che è fondamentalmente un’incognita e con cui facilmentre sorgeranno contrasti su questioni a prima vista secondarie ma che in ambito diplomatico possono essere importantissime. In ogni caso l’elezione di Trump segna il probabile tramonto di ogni ipotesi di TTIP.

Interni

La campagna elettorale ha mostrato che moltissime contraddizioni sono presenti negli USA, comprese quelle che alcuni si illudevano di avere superato. A ben vedere quanto successo nelle ultime settimane altro non era che fuoco sotto la cenere: gli ultimi due anni visto tornare in scena le proteste delle comunità afro americana, il 12 % della popolazione, con il movimento Black Live Matter, così come sta emergendo un nuovo protagonismo delle comunità native nelle lotte ambientali, come dimostrano l’esemplare lotta di Standing Rock, North Dakota, contro la costruzione di un oleodotto e le centinaia di proteste contro la pratica del’estrazione di olio di scisto e le conseguenze ad essa collegata come l’estensione delle pratiche di land grabbing. Vi è poi la questione dei lavoratori immigrati che non hanno i documenti in regola. Gli ultimi due anni della presidenza Bush avevano visto significative mobilitazioni dei lavoratori d’origine straniera, sopratutto latini, compresa la grande giornata di boicottaggio e sciopero del primo maggio 2006, in risposta all’intensificarsi della pressione nei confronti di questi lavoratori. Durante la presidenza Obama queste proteste sono in buona parte rientrate, possiamo ipotizzare che questo sia dovuto alla capacità del Democratic Party di cooptare al suo interno l’associazionismo e la così detta società civile disarticolando nei fatto i movimenti qualora questi non si diano forme organizzative che garantiscano l’autonomia d’azione, ma le deportazioni di clandestini sono continuate. D’altra parte i lavoratori senza documenti sono fondamentali per certi settori economici come l’agricoltura negli stati confinanti con il Messico e per settori di servizio a bassa specializzazione quindi questi lavoratori devono rimanere ricattabili e più facilmente sfruttabili. Un muro al confine con tra California e Messico esiste già e ha fatto molti morti. Quel muro è stato voluto dall’amministrazione Clinton a metà anni novanta. In Texas squadre di poliziotti e di vigilantes privati pattugliano a loro volta il confine dove, per altro, sono presenti anche sistemi di recinzione. Trump Non costruirà un muro lungo tutta la frontiera ma inasprirà i controlli e la pressione nei confronti dei lavoratori di origine straniera. Darà più poteri alla polizia, anche ai vigilantes privati, che pattugliano il confine.

Altro fronte che si annuncia caldo è quello delle lotte ambientali. Trump e il suo entourage sono notoriamente dei negazionisti sulla questione del riscaldamento globale e quindi rispondono direttamente agli interessi dell’industria dei combustibili fossili. Negli USA l’estrazione di idrocarburi di scisto sta creando gravi danni ambientali e vi è stato un impulso alla costruzione di nuovi oleodotti. Se già sotto l’amministrazione Obama vi era stata una certa repressione, basti vedere come si è evoluta la lotta a Standing Rock, possiamo ipotizzare che sotto l’amministrazione Trump questa repressione non farà altro che peggiorare. D’altra parte Trump e i suoi consiglieri si sono detti più volte favorevoli al potenziamento degli apparati polizieschi e della sorveglianza digitale. In campagna elettorale il presidente eletto si è detto anche favorevole all’espansione della pratica dei controlli su chi acquista armi creando liste compilate su criteri segreti di persone a cui dovrà essere impedito di accedere ad armamenti. Della deriva autoritaria data da queste pratiche avevamo già scritto [5]. Al contempo potremo vedere ringalluzzite sia le milizie di estrema destra che il sempre più pervasivo apparato poliziesco. Questo è stato costantemente potenziato nel corso degli ultimi trenta anni, l’amministrazione democratica di Obama aveva messo alcune pezze di facciata, ma nei fatti si può tranquillamente parlare di polizia militarizzata [6]. Chi ne farà le spese ovviamente saranno i movimenti sociali: quelli ambientali ma anche movimenti come Black Live Matter, entrambi hanno già avuto modo di avere a che fare con una polizia ultra militarizzata che non si fa problemi ad usare gas lacrimogeni e ad effettuare caroselli con le autoblindo, così come i movimenti che attuano forme di lotta economica, come quello per la paga minima oraria a 15 USD. Per chi pratica organizzazione in senso intersezionista, coniugando questioni ambientali, di genere, di classe, di pratiche antirazziste, è evidente come il futuro governo statunitense riuscirà ad essere ancora più classista, razzista, sessista e devastatore dell’ambiente di quelli immediatamente precedenti, emanazione diretta dei settori più retrivi del capitale.

Non è un caso che nelle ore immediatamente successive all’elezione di Trump un numero non quantificabile ma altissimo di individui sia sceso in strada. Se alcuni potevano essere fans della Clinton moltissimi altri sono persone che non hanno votato, vuoi perchè astensionisti strategici vuoi perchè schifati anche dagli altri candidati, nelle città della costa Ovest sono scese in strada anche sezioni del sindacato rivoluzionario IWW e collettivi anarchici. Intendiamoci: una vittoria della Clinton sarebbe stata invisa a tutti coloro che agiscono in senso autogestionario e radicale ma è stato colto fin da subito come le politiche di Trump tendano ad un peggioramento immediato delle condizioni di vita degli sfruttati.

La politica come febbre tifoide e malafede

15110298_1259348884130042_2479564254148543067_oOvviamente non possiamo farci sfuggire le reazioni entusiaste all’elezione di Trump che vi sono stati da parte di taluni qua in Italia. Lasciamo da parte i vari Salvini e concentriamoci maggiormente su quei settori di politica come pentastellati e neostalinisti. Se i primi vedono personaggi come Trump come il candidato anti-estabilshment (ricordiamo: un palazzinaro speculatore erede di una famiglia di palazzinari speculatori) i secondi invece si eccitano all’idea che questo rappresentate della parte più reazionaria della borghesia statunitense troverà un accordo con il campione della borghesia reazionaria russa, Putin, oramai assunto a status di idolo. La logica vorrebbe che ripetere che gli accordi in politica se si trovano, ed è ancora tutto da vedere se così sarà, si trovano sulla testa di qualcuno. Purtroppo da quelle parti sono affetti o da febbri che inibiscono le capacità cognitive o da malafede per cui è necessario ripetere anche che quel qualcuno sulla cui testa verrà trovato l’accordo saremo noi: gli sfruttati. A questi figuri che già parlano del complotto del gran villain Soros come motore delle manifestazioni contro Trump, che cianciano di manifestanti pagati, di pullman organizzati, di tentativo di rivoluzione colorata va ricordato il buon vecchio principio dell’autonomia di classe e che coloro che sono scesi in strada a Portland ben sanno chi è Trump, chi sono i suoi comitati elettorali locali e quali politiche portano avanti. Frattanto i liberals italiani versano amare lacrime per la sconfitta della loro campionessa, la democratica Clinton che ha sostenuto tutti gli interventi militari, compreso il disastroso intervento in Libia, e ben addentellata con certi settori della finanza, e si consolano nell’idea che è colpa degli altri: colpa dei poveri ignoranti che hanno votato Trump, colpa del populismo, parola che oramai vuole dire tutto (e quindi nulla). Ovviamente non viene minimamente preso in causa il fatto che anni di politiche di macelleria sociale con il bollino liberal abbiano allontanato, non verso la destra ma molto più spesso verso l’astensione (ahinoi passiva), fette sempre crescenti di quello che un tempo era stato l’elettorato di riferimento di questi partiti.

lorcon

[1]Mentre questo articolo è in stesura è stata diramata dalle agenzie la notizia che la coalizione a guida USA non appoggerà la nuova offensiva turca in Siria.

[2]http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-09-16/russia-fuori-recessione-lentamente-e-rublo-piu-stabile-203652.shtml?uuid=AD7GwtLB

[3]http://www.forbes.com/sites/sarazervos/2016/01/26/saudi-arabia-shale-iran-everything-you-need-to-know-about-the-oil-crisis/#3f3f72f2794c

[4]http://www.economist.com/news/americas/21710307-chinas-president-ventures-donald-trumps-backyard-golden-opportunity

[5]https://photostream.noblogs.org/2016/07/la-stretta-autoritaria-negli-usa/ https://photostream.noblogs.org/2015/10/la-propaganda-alla-prova-dei-fatti/

[6] https://photostream.noblogs.org/2013/10/geneaologia-della-violenza-poliziesca/

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Sulle Elezioni negli Stati Uniti d’America – Scegliere la cicuta o il cianuro

Il seguente articolo è stato pubblicato sul numero 32 anno 96 di Umanità Nova

La campagna elettorale per le presidenziali statunitensi di questo anno è caratterizzata dall’essere sicuramente una delle più squallide di sempre. Mentre ci si concentra sui dati estetici – come lo squallore di molte dichiarazioni di Trump – si perdono di vista alcuni punti che invece, ad un’analisi meno superficiale, risaltano.

14718650_10153807958195997_3526797891970309708_nIl dato che emerge con più forza è la profonda crisi delle strutture partitiche dell’Unione. Il processo delle primarie ha visto Trump vincere sugli altri candidati repubblicani alleandosi con il Tea Party e attivizzando fasce di elettorato allontanatesi dal Great Old Party, quelle legate all’alternative right, o rendendosi appetibile per nuovi gruppi, quelli legati alla confusionaria ideologia del dark enlightment. Hillary Clinton ha vinto le primarie del Democratic Party sconfiggendo il rooseveltiano di sinistra, unico senatore statunitense a dichiararsi socialista, Bernie Sanders, fin dalle prime fasi impostosi come unico altro candidato alternativo credibile alla Clinton. In questo processo le strutture dei due partiti sono entrate in crisi. Il Republican Party si sta ancora chiedendo come è possibile che suoi esponenti di punta siano stati spazzati via da Trump, che al GOP non è mai stato organico, il Democratic Party è a prima vista più coeso ma le sue strutture sanno che la redde rationem è dietro l’angolo. I leaks delle mail del il comitato elettorale del Partito Democratico hanno dimostrato quello che già si sapeva: la burocrazia del partito ha fatto di tutto per sconfiggere Sanders dicendo apertamente che se c’era da brogliare e falsificare il processo delle primarie questa era l’unica cosa da fare. Il partito dei Clinton vince le primarie ma il Democratic Party ne esce destrutturato: probabilmente con le elezioni dell’otto novembre il processo andrà ulteriormente avanti.

Bernie Sanders aveva avvicinato al Democratic Party fasce di elettorato giovanile, sostanzialmente era riuscito a recuperare una buona parte di coloro che parteciparono ad Occupy Wall Street ed a stabilire saldi legami con i sindacati. Inoltre il suo nome è stato appetibile per tutti i leftist-liberals che non amano la Clinton a causa della sua politica fortemente guerrafondaia. Difficilmente molti di quelli che avevano appoggiato Sanders faranno convergere il loro voto su Clinton: troppo differenti le proposte politiche, troppo differente l’immaginario di riferimento.

La frammentazione ed il sostanziale collasso delle due burocrazie di partito porteranno ad un probabile aumento di sfiducia dell’elettorato statunitense. Se già il tasso di astensione è storicamente tra i più alti nel mondo occidentale, è probabile che a novembre crescerà ulteriormente e che vi sarà un ulteriore tracollo dei votanti nelle prossime elezioni di middle-term nel 2018.

Altro dato che emerge è il livello di competitività tra i due candidati. D’altra parte i loro programmi sono assai distanti: isolazionista, disposto ad un accordo con la Russia, teso al rilancio della manifattura made in USA quello di Trump; fortemente interventista, teso al contenimento attivo della Russia, tecnocratico-finanziario quello di Hillary Clinton. Appunto sulla questione tecnocrazia e burocrazia si sta giocando un’importante partita.

hillary hillary2I due “candidati rivelazione” di queste elezioni, Bernie Sanders e Donald Trump, hanno fatto entrambi riferimento ad un immaginario che critica la burocrazia tecnocratica che è stata l’asse portante degli ultimi decenni negli USA. Questo tema è presente sottotraccia dagli anni quaranta, ovvero da quando James Burnham pubblicò The Managerial Revolution. In questo libro, che prende le mosse dalla seminale opera di Rizzi sul collettivismo burocratico, l’autore, esponente di spicco della quarta internazionale migrato su posizioni conservative, traccia le basi per la critica dei conservatori statunitensi alle strutture socio-politiche contemporanee, ovvero lo stato social-democratico emerso dal New Deal. Lo stato social-democratico negli USA è morente da decenni ma è stato sostituito non da un mondo modellato sulle bieche fantasie di Ayn Rand ma bensì da un sistema economico-politico dominato da grande industria manageriale e dalla tecnoburocrazia delle agenzie federali. La cosa buffa è che Trump è fondamentalmente un palazzinaro-finanziere che in questo mondo criticato dall’alternative right ha aumentato le già cospicue ricchezze familiari. Ora strizza l’occhio all’alt-right fondata sul pensiero di Burnham. Bernie Sanders, d’altra parte, è un politico di lungo corso che vuole il rilancio pacifico dello stato sociale rooseveltiano e critica l’evoluzione tecnoburocratica del complesso militar-industriale. Come se fossero state solo dighe, inflazione e ponti e non anche il volano economico della Seconda Guerra Mondiale a togliere definitivamente dal pantano l’economia statunitense dopo la crisi del ’29.

Quello che ci dimostrano l’inaspettato successo di Sanders, che ha quasi vinto le primarie democratiche, e di Trump, che ha sbaragliato i candidati più interni all’estabilishment repubblicano, è che vi è una profonda scollatura tra le istituzioni statunitensi e i cittadini.

Altra questione largamente ignorata ma fondamentale: l’alleanza tra tecnocrati dell’apparato militare-industriale e le chiese evangeliche della Bible Belt non ha retto. Se questa alleanza aveva espresso la dinastia Bush e supportato con molte energie Reagan, ora è entrata in crisi. D’altra parte in crisi è andato proprio il progetto geopolitico su cui questa alleanza puntava: il Nuovo Secolo Americano non si è avverato. Le Guerre del Golfo e l’intervento in Afghanistan si sono arenati in quasi tre lustri di guerriglia, la posizione nel Pacifico è stata messa in discussione dalla Cina, la Russia ha ripreso forza, la crisi del 2008 ha fatto il resto. Tanti saluti al mondo unipolare immaginato dai Cheney e dai Rumsfield: chi porta avanti questa visione è ormai più hillary Clinton che l’attuale Republican Party.

Donald Trump pensa di poter riportare gli USA ad una politica isolazionista che permetta un disimpegno dal teatro mediorientale: gli idrocarburi possono arrivare dai prodotti di scisto statunitensi e canadesi e dal cortile di casa centro-sud americano, alla peggio si possono riaprire le miniere di carbone. La sfida vera per lui è il rilancio della manifattura statunitense nonché il conseguente contenimento della Cina e dei paesi a rapido sviluppo industriale del sud-est asiatico. In questa ottica un accordo con il Cremlino è possibile ed auspicabile.

Hillary Clinton invece, come dicevamo, è profondamente anti-russa e questo avrà ripercussioni sull’Europa. Per quanto tempo ancora i paesi principali dell’Unione Europea, Germania, Italia, Francia, che hanno tutti e tre interessi a rilanciare accordi accordi commerciali, energetici e politici con Putin reggeranno il bordone alla politica statunitense in Siria ed Europa Orientale? In un articolo su Limes (agosto-settembre 2016) ci si chiedeva se davanti alla proposta statunitense a guida Clinton di ulteriori pesanti sanzioni alla Russia per le questioni Ucraina e Siria le classi dominanti europee saranno disposte a piegare ulteriormente il capo per “doveri di alleanza”. Di più: nell’articolo si paventava direttamente una crisi euro-atlantica che nei fatti rimetterebbe in discussione la NATO nella sua forma attuale. Questioni interessanti e fondamentali che dovrebbero occupare il dibattito molto più delle dichiarazioni pro-Clinton di qualche star dello spettacolo.

Il quadro che emerge da questa tornata elettorale è quello di una società divisa. Se Trump gioca la carta del razzismo e strizza soventemente l’occhio al suprematismo bianco, la Clinton ed il blocco di potere mediatico aggregato intorno a lei utilizza i più classici topoi dell’èlitismo liberal per screditare i supporter del suo avversario. L’elettorato di Trump viene rappresentato come composto da burini razzisti illetterati ed impoveriti, un esercito di desperados bianchi che minaccia l’utopia multiculturale – ovviamente il fatto che negli USA il razzismo sia un fenomeno strutturale viene taciuto – che secondo alcuni sarebbe stata costruita in questi otto anni di presidenza Obama. Non è così: la base elettorale di Trump è interclassista ed eterogenea. Vi sono frazioni di classe dominante, industriali che vedono come una manna le possibilità di eliminare vincoli ambientali, pezzi del settore dell’Information Technology che afferiscono all’ideologia del dark enlightment, ceto medio in via di impoverimento e membri della working class attirati dal programma di rilancio dell’economia proposto dal miliardario. Come collante un diffuso sentimento di diffidenza e di aperta ostilità nei confronti dell’ideologia liberal del politically correct che nasconde i problemi sotto il tappeto. Come ha efficacemente scritto qualcuno se si volesse utilizzare una metafora clinica Trump è un sintomo mentre la Clinton rappresenta la patologia. Una campagna elettorale quindi che si gioca tutta sul filo delle politiche identitarie.

Vinca la Clinton, come probabile, o vinca Trump il quadro rimarrà fosco: entrambi i candidati rappresentano gli interessi della classe dominante, seppur di due frazioni differenti. Per inciso, sono stati amici di famiglia per anni. La decomposizione del corpo sociale avanza: il gap di reddito si ampia costantemente, la violenza poliziesca è aumentata progressivamente negli ultimi anni, la sorveglianza di massa è sempre più capillare, la crisi ambientale è dietro l’angolo.

Post Scriptum: su questi temi in http://tinyurl.com/zjwewlj è possibile ascoltare il podcast dell’intervento all’autore del presente articolo su Anarres, trasmissione di approfondimento informativo di Radio Blackout.

Lorcon

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GLI ARCANA IMPERII DELL’ECONOMIA DELL’INFORMAZIONE

Il seguente articolo 14706858_1224402467624684_6100627536897883522_oè apparso sull numero 31 ano 96 di Umanità Nova

Gennaio-marzo 2010: una serie di danneggiamenti alle dorsali in fibra ottica sottomarine che passano dall’Egitto rallenta il traffico dati dall’Europa al sud-est asiatico e al medio-oriente. I danni seguiti a questi danneggiamenti, le cui cause furono probabilmente dei sabotaggi, non sono mai stati chiariti.

In ogni caso, questa serie di eventi porta alla nostra attenzione un fatto “nascosto” ma di fondamentale importanza per comprendere l’economia contemporanea: internet è un sistema fisico e non un’entità astratta. Già la definizione di internet dovrebbe far riflettere: insieme delle reti telematiche interconnesse tra di loro. Internet altro non è un’insieme di sub-reti regionali e macroregionali connesse tra di loro in specifici punti: centinaia di migliaia di chilometri di cavi in fibra ottica, alcuni lunghi migliaia di km, che passano sotto gli oceani e i mari, di doppino in rame, antenne per i collegamenti radio, anche satellitari. L’insieme delle dorsali di fibra ottica rappresenta l’ossatura vera e propria della rete e, non a caso, sono chiamate backbone (“colonna vertebrale”), collegando tra di loro i diversi paesi e, quindi le sottoreti nazionali o regionali.

Queste infrastrutture sono fondamentali per il funzionamento dell’economia globale, spesso sono gestite da consorzi di attori pubblici e privati, su di esse passa tutto il traffico dati, compreso quello telefonico, e sono considerate infrastrutture strategiche. La capacità di controllo da parte degli attori statali di queste infrastrutture assume un’importanza a livello geopolitico e la capacità di controllo da parte di attori privati è nella dimensione strategica della pianificazione d’impresa e nella costruzione di economie di scala. Sulla pianificazione dei punti di passaggio di queste dorsali non pesano solamente fattori puramente economici per l’interesse di gruppi di imprese ma pesa anche, e in una certa misura sopratutto, anche l’interesse di attori statali di primo piano.

A queste considerazioni preliminari e non esaustive vanno aggiunte altre questioni: Internet per come è stato concepito non è una rete a-gerarchica e l’intervento o meno nella gestione e costruzione di queste infrastrutture influisce sulla forma che assumano le grandi aziende del mercato dei big data in quanto sta determinando l’emergere di fattori di integrazione verticale nel settore.

Iniziamo, per sommi capi, dalle basi: come funziona internet e come il web, compreso nel suo aspetto di economia politica, è descrivibile da un punto di vista della topografia delle reti?

La struttura del web si basa sui root nameserver, ovvero i server che sono i server DNS principali che forniscono gli aggiornamenti a tutti i DNS dei singoli operatori. Dato che il web si basa sulla possibilità di fare corrispondere l’url di una risorsa web, ad esempio google.com, con il suo indirizzo numerico, che è l’indirizzo utilizzato realmente dai calcolatori, ad esempio 216.58.198.46 si capisce l’importanza di questa struttura. I root nameserver sono attualmente 13 e, oltre al traffico web (http e https) gestiscono anche il traffico mail (imap, smtp e pop3).

L’intero web, ma non Internet nel suo complesso, e tutta l’economia ad esso legata dipendono da questi 13 server, gestiti sia da attori pubblici statunitensi che da consorzi di imprese. Alcuni di questi server sono locati in specifici datacenter, alcuni dei quali collocati in installazioni militari o comunque militarizzate, ma, negli ultimi anni, per fornire una maggiore resilienza alla rete alcuni di essi sono forniti in anycast, ovvero un singolo server è di fatto distribuito in più paesi su macchine distinte. In ogni caso un attacco coordinato, per quanto sarebbe complesso da progettare ed eseguire, sull’insieme dei 13 root nameserver risulterebbe fatale per il web in quanto i DNS dei singoli provider non sarebbero più aggiornati.

Anche i provider che portano la connessione ai privati hanno delle loro reti che sono organizzate in modo gerarchico tramite una successione di gateway tramite quali transitano i dati che vanno da/per le macchine dei singoli utenti verso le macchine collocate all’esterno della rete del provider.

Da un punto di vista della topografia delle reti come è descrivibile il web? Spesso si sente dire che il web è strutturalmente a-gerarchico, quasi casuale, ma non è così.

Il web non è una rete che cresce casualmente e in cui i nuovi nodi, i nuovi siti internet, si collegano casualmente ad un numero di nodi casuale. Quando un nuovo nodo viene inserito nella rete questo si andrà a collegare, con molta probabilità e a causa di scelte commerciali, a dei nodi già esistenti e già con un certo numero di collegamenti. È il modello di crescita adottato dalle reti ad invarianza di scala. Ne consegue che verranno a formarsi degli hub, ovvero dei nodi che hanno un maggior numero di collegamenti ad altri nodi.

Il modello ad invarianza di scala ha due leggi fondamentali:

  • Crescita: in ogni dato intervallo di tempo aggiungiamo un nuovo nodo alla rete. Questa fase evidenzia il fatto che le reti si formano un nodo alla volta

  • Collegamento preferenziale: assumiamo che ogni nuovo nodo abbia due link per connettersi ai nodi già presenti. La probabilità che scelga un certo nodo è proporzionale al numero di link da questi posseduto. Ossia: data la scelta fra due nodi, di cui il primo ha due volte i link del secondo, le probabiltà che la scelta ricada sul primo sono esattamente doppie.”[1]

Ne consegue che un sito web già grosso, con molti collegamenti che puntano a lui, ha molte più probabilità di un sito web piccolo con pochi collegamenti di essere linkato da un nuovo sito.

Da quella che sembra un’affermazione banale ne deriva una semplice verità: il web non è una rete a-gerarchica. Anzi, è una rete con la presenza di alcuni forti hub che in prospettiva sono destinati a crescere. Una rappresentazione della rete che tenga conto di quanti link ha un sito o della quantità di traffico da esso generato ci mostrerebbe che alcuni siti sono abnormi, dei veri e propri attrattori. Confrontando le mappe in ordine cronologico si noterebbe che i grossi siti si sono di norma ingranditi in misura molto maggiore a quelli minori.

Insomma: il web porta con se delle dinamiche di concentrazione economica, e quindi di potere, che non possono essere ignorate ne tanto meno nascoste.

Inoltre negli ultimi anni è emersa un altro importante fattore: i maggiori attori del mercato dei big data, Google e Facebook in testa, stanno investendo direttamente nella realizzazione di nuove dorsali in fibra ottica. Perché questo fatto emerge come fatto di fondamentale importanza e non può essere visto solamente come una normale diversificazione dell’attività imprenditoriale?

Facebook negli ultimi quattro anni si è impegnata nel progetto Asia Pacific Gateway, dorsale sottomarina di cavi in fibra ottica che è finalizzata a connettere Giappone, Sud Corea, Filippine, Cina, Taiwan, Vietnam, Tahilandia, Hong Kong, Malesia e Singapore. Una dorsale di importanza fondamentale per il numero di utenti e mercati coinvolti, comprese le piazze finanziarie di Singapore e Hong Kong, tra le maggiori al mondo, e per le aree geografiche in cui si inserisce da un punto di vista geopolitico: la dorsale infatti connette, o meglio aumenta la banda di connessione già esistente, l’Asia continentale con il Giappone e il sud-est asiatico, un’area popolosa e densa di punti passaggio obbligati per la logistica delle merci che da queste aree manifatturiere viaggiano per i mercati di destinazione via container (gli stretti della Malesia, di Singapore e Indonesia), che per i traffici petroliferi via nave che dal medio-oriente vanno verso la Cina e Vietnam. Insomma una dorsale che si inserisce in un’area geografica il cui controllo è fondamentale per gli assetti geopolitici globali, e in cui intervengono importanti attori statali (Cina, Stati Uniti, India). Ma perché un’azienda dei big data come Facebook è intervenuta su un’opera infrastrutturale? È semplice diversificazione di impresa oppure è un movimento di integrazione verticale?

Qualche parallelo storico: durante la seconda rivoluzione industriale, negli Stati Uniti, comincia a emergere chiaramente il modello di impresa a integrazione verticale. A titolo di esempio: la Carnegie Steel, uno dei più grandi produttori mondiali d’acciaio dell’epoca, crea dei rami d’impresa che vanno ad integrare nella stessa società non solo la produzione d’acciaio ma anche le infrastrutture che rendono possibile l’acquisizione di materie prime e la distribuzione del prodotto finito: miniere di carbone e di minerale ferroso ma anche ferrovie e navi. La Carnegie in questo modo acquisisce un maggiore controllo dell’intero indotto e stabilizza la sua posizione. Le stesse dinamiche dell’epoca, sopratutto per quanto riguarda le ferrovie, si possono osservare anche nelle imprese di Rockfeller e Morgan, e, in generale dei famigerati robber barons dell’epoca. Un mercato che in generale ha adottato il modello ad integrazione verticale è quello petrolifero in cui le società posseggono pozzi estrattivi, oleodotti per il collegamento a raffinerie e terminal, navi petroliere e la rete dei distributori sul territorio.

Quale è il modello di business di Facebook o di Google? In estrema sintesi è la raccolta di dati generati degli utenti e la loro messa a valore rivendendoli a clienti affinché questi possano creare pubblicità mirate[2]. Le infrastrutture che rendono possibile questo sono le reti telematiche e, in particolare, le dorsali in fibra ottica. Quindi nel caso di attori del mercato dei big data che investono in infrastrutture telematiche di grande portata siamo di fronte ad un caso non solo di diversificazione di impresa (vendere quote di banda delle dorsali a provider e altre aziende) ma anche di integrazione verticale: le dorsali servono ad aumentare la capacità di acquisire dati da parte dell’azienda di big data che ha investito in esse.

Google addirittura ha creato il Project Link, finalizzato a creare centinaia di kilometri di dorsali in fibra nelle aree urbane in forte espansione in paesi come l’Uganda e il Ghana, tutte economie emergenti e appetibili per il mercato dei big data ma che hanno scarse infrastrutture telematiche. Il dato interessante di questo progetto è che non riguarda solamente le dorsali ma anche la fornitura diretta di connessioni all’utenza privata. Altro progetto degno di nota, sempre di Google, è quello denominato AWC, ovvero sia l’implementazione di campi eolici e infrastrutture per la distribuzione di energia elettrica perché internet si regge sull’energia elettrica e la crescita della capacità di generazione e distribuzione dell’energia elettrica è fondamentale per l’espansione delle reti.
Allo stesso modo in cui Carnegie, Rockfeller e i robber barons del 19° secolo procedevano all’integrazione verticale delle loro imprese costruendo nuove infrastrutture ora i grandi attori del mercato dei big data, Google, Facebook, ma anche aziende di servizi di clouding, come Microsoft con Azure, stanno agendo per espandere le infrastrutture telematiche globali.

Questo nuovo scenario apre anche altre questioni: quale sarà il rapporto tra questi attori privati che costruiscono enormi infrastrutture strategiche, non solo per loro stesso ma per l’intera economia globale, e gli attori statali che dovranno garantire la sicurezza di queste stesse infrastrutture (le dorsali sono facilmente attaccabili) e che saranno terreno di scontro bellico, perché anche i dati militari passano su internet, e non a caso le forze armate statunitense sono dati di reti esclusivamente loro in collegamento satellitare, al pari del classico terreno “reale”?

Sopratutto davanti a imprese che forniscono servizi tipicamente considerati di alto livello, al vertice rispetto all’infrastruttura sottostante, che entrano a gamba tesa nella definizione dell’infrastruttura come si definirà una questione fondamentale come quella della net neutrality?

[1] BARABÀSI, Albert-Làszlò, Link, Torino, Einaudi, 2004, p. 95.

[2] Si potrebbe anche dire che il modello di business dei big data, sopratutto quello di siti come Facebook o Istagram e altri social network, è basato sulla raccolta di dati grezzi, l’esperienza sensibile quotidiana dell’utente, che vengono da questo rielaborati tramite le sue capacità cognitive, sopratutto quelle inerenti alla sfera emotiva, e poi drenati dalle aziende dei Big Data. Queste opereranno una maggiore raffinazione delle informazioni per poi rivendere il prodotto finito ai loro clienti sotto forma di pubblicità mirati. In futuro la merce potrebbero anche essere altri dati sensibili: si immagini l’entrata nel mercato delle assicurazioni sanitarie private di soggetti come Google che è in possesso di una quantità enorme di dati privati di un individuo, dati raccolti non solo tramite il motore di ricerca ma anche tramite un servizio mail oramai diffusissimo come Gmail. Oltre ai social network o fornitori di servizi tentacolari come Google o Microsoft (sistemi operativi, ricerche sul web, servizi di clouding, servizi mail, servizi topografici) vi sono poi anche altre grosse imprese come E-Bay o Amazon, Airbn, o (ex) start-up in rapida crescita come Foodora che operano tramite le reti telematiche per fornire beni materiali come beni di consumo voluttuari, servizi abitativi e cibo ma che sono parte integrante dell’economa dei big data. Si potrebbe quindi affermare che il modo di produzione che sta emergendo tende a trasformare gli individui in macchine che raccolgono e generano dati che verranno poi messi a valore. Insomma: la sussunzione definitiva della vita all’interno delle logiche di mercato.

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Which side are you on?

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Umanità Nova numero 28 anno 96

Don’t scab for the bosses / Don’t listen to their lies / Us poor folks haven’t got a chance / Unless we organize”

Florence Patton Reece

10641177_10151993272672325_8400985847101711285_nSabato 17 settembre, Piacenza, davanti alla stazione della città lombardo-emiliana inizia, sotto un sole rovente, il concentramento del corteo indetto dall’USB per portare in città la vertenza dei facchini della GLS. Il mercoledì notte precedente Abd Elsalam Ahmed Eldanf, cinquatatreenne padre di cinque figli, era morto investito da un camion del corriere durante un picchetto ai cancelli.

I numeri del concentramento aumentano di minuto in minuto, giungono delegazioni di lavoratori della logistica da tutto il distretto piacentino e lombardo, delegazioni di sindacati di base, lavoratori autoconvocati, molti centri sociali emiliani e lombardi. Presente anche una delegazione dei compagni dei lavoratori autoconvocati di Milano, comrpresi molti compagni dell’USI e dell FAM. Ovviamente assenti i sindacati della triplice. Clima teso: la stazione è blindata, evidentemente si teme un tentativo di bloccare il fondamentale snodo ferroviario. Ma blindate sono anche le vie intorno, una capillare campagna di terrorismo, con tanto di delirante comunicazione della Confesercenti sul previsto arrivo di “mille-millecinquecento black block [sic!]” ha portato molti commercianti ad abbassar serranda.

Il corteo parte, si ingrossa mano a mano, i numeri fin da subito si capisce che sono alti: qualche migliaio di persone. E non è poco per un corteo indetto neanche quarantotto ore prima, che quindi motivi ha mobilitato per lo più chi risiede nel raggio di poche centinaia di kilometri. Ma sopratutto i protagonisti del corteo sono i lavoratori della logistica: tanti, determinati, incazzati. Non il frammentato ceto politico del sindacalismo di base di derivazione M-L ma i lavorato stessi creano l’unità di ranghi e lotte. Piacenza è una città a cavallo tra la Lombardia, il Piemonte e l’Emilia Romagna. Snodo ferroviario e autostradale tra Torino, Milano e Bologna. Nell’ultimo decennio il settore della logistica, già attivo in città, si è cresciuto: grandi colossi internazionali hanno qua portato le loro piattaforme logistiche. Amazon, Ikea, corrieri di grosse dimensioni come GLS, BRT, TNT. Il settore industriale locale, meccanica, energia, vetro, cemento, da il suo contributo.

I lavoratori della logistica sono quelli che permettono ad Amazon di consegnare la merce in meno di ventiquattro ore dall’ordine, il basso costo di spedizione pagato dal cliente è permesso dallo sfruttamento pesantissimo a cui soggiaciono questi lavoratori. La logistica è un settore sempre più importante per l’economia odierna, per quanto spesso ci si racconti la favola di un’economia completamente digitale. La lotta dei lavoratori della cooperativa che lavora alla piattaforma logistica GLS, cooperative farlocche come tante in questo ambito, è una delle tante lotte che negli ultimi anni ha investito il settore della logistica nel distretto piacentino. Lotte spesso vittoriose grazie alla capacità di resistenza, alla volontà di lotta, dei lavoratori che non si sono fatti intimidire dalle sp1920531_274694176026816_506172199_nrangate e dalle minacce di crumiri e strikebreakers, non si sono fatti intimidire dalle manganellate di celerini e carabinieri, dalla mancanza di solidarietà, anche a parole, da parte della triplice sindacali, che nella vertenza Bormioli pensò bene di sfilare a fianco dei padroni per chiedere la fine delle agitazioni, tanto per dimostrare ancora una volta che cosa sia la concertazione sindacale.

Abd Elsalam è stato il primo morto di queste lotte dei lavoratori della logistica. Ma ci si era andati vicini altre volte, la pratica di fare avanzare i camion contro i picchetti non è nuova. La risposta c’è stata, compatta e forte. Se c’è una cosa che le lotte della logistica insegnano è che rilanciare la lotta in campo economico è possibile, difficile, ma possibile.

Certo, le contraddizioni ci sono. Il proletariato della logistica è per la maggior parte di origine immigrata, spesso i padroni e padroncini hanno sfruttato divisioni interetniche, benagalesi contro indiani, indiani contro pakistani, pakistani contro magrebini. Durante il corteo un gruppetto lanciava la shahada, la dichiarazione di fede islamica, a mo’ di slogan, ad intervallare gli slogan “GLS mafia” e il sempreverde “pagherete caro, pagherete tutto”. Contraddizioni che vanno superate e chi è internazionalista può farlo molto meglio di chi si rifugia nei miti sovranisti e terzomondisti.

Nei mesi scorsi molto si è parlato, ma non abbastanza e spesso ad mentula canis, di Giulio Regeni, partito dall’Italia per andare a studiare i sindacati indipendenti egiziani e ucciso dagli sgherri del governo del Cairo. Abd Elsalam era partito dall’Egitto con la famiglia, lavorava alla GLS di Piacenza, e quella notte era a protestare a fianco dei suoi compagni pur non essendo coinvolto direttamente dalla vertenza, per solidarietà nei confronti dei colleghi. Regeni poteva fare il dottorato su qualcosa di meno pericoloso e Abd Elsalam poteva starsene a casa o andare a lavorare al posto di scioperare per una vertenza che non lo riguardava di persona. Entrambi hanno fatto la scelta di campo. E noi con loro.

lorcon

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Messico, tra crisi istituzionale e spinte autogestionarie

Questa intervista è stata originariamente pubblciata su Umanità Nova numero 28 anno 96

Pubblichiamo di seguito l’intervista a due compagn* della Federazione Anarchica Messicana, realizzata nell’agosto del 2016, sull’esplosiva situazione del paese mesoamericano. L’intervista, ovviamente, non è e non può essere esaustiva sulla complessa situazione del Messico ma affronta da una prospettiva anarchica i principali punti nodali degli ultimi anni: le riforme strutturali, l’ultima in ordine di tempo è quella dell’istruzione, la questione della distribuzione delle terre, il narcotraffico, la questione indigena, la violenza di genere.

lorcon

D: Come vi state organizzando come movimento anarchico in Messico? Quale è la situazione nel paese?

R1: Il Messico si trova in questo momento sull’orlo della guerra sociale, questo è dovuto ad un capitalismo rapace e selvaggio, che ha infettato la vita di tutti i settori sociali: nel lavoro, nell’educazione e nell’ambito rurale, contadino c’è la confisca delle terre ai contadini, garantita per legge. Il narcotraffico così come controlla i quartieri controlla lo stato, in Messico lo chiamiamo “narco-stato”. Questo sistema ha provocato dal 2006 ad oggi, in dieci anni, la morte di più di 130.000 persone, 130.000 morti per mano di sicari. Ci sono ad oggi più di 25.000 desaparecidos e sono la conseguenza di ciò che è in voga oggi in Messico: un narcotrafficante vuole manodopera economica, entra con una camionetta piena di sicari, gente armata in un paesino e si porta via la gente, se li porta a lavorare in condizione di schiavi e se qualcuno si rifiuta lo assassinano e sepelliscono in una fossa. Quando sparirono i 43 compagni della Scuola Normale rurale di Ayotzinapa, in tanti abbiamo solidarizzato con i famigliari dei desaparecidos, ma i desaparecidos non erano solo 43 ma in totale sono tra i 25.000 e i 30.000.

R2: Questo sistema provoca anche l’assassinio sistematico di donne, questo per la tratta della prostituzione… ed è il prodotto dell’impunità perché non è possibile legalmente a oggi denunciare un compagno, un padre o un fratello violento e quindi molte donne vengono uccise dai propri famigliari, i compagni o per effetto della scomposizione sociale che sta generando lo stato messicano; questa scomposizione provoca la rottura dei legami sociali, della collettività.

R1: Solo per dare un’idea di quanto sta dicendo la compagna, in una località del Messico da gennaio ad aprile di quest’anno quasi 12.000 donne sono state uccise per la loro condizione di donne, quello che adesso in Messico è conosciuto come femminicidio.

R2: In tale contesto come anarchici stiamo incidendo in maniera diretta sia nelle comunità indigene sia lavorando in certi settori sociali non solo per accompagnare queste lotte ma per posizionarci in modo anarchico nella discussione, nell’organizzazione e nella resistenza in certi settori del paese.

R1: Quello che cerchiamo è il modo di partecipare con la comunità indigena e contro la confisca e l’esproprio di terre. Abbiamo partecipato a degli incontri organizzati dagli indigeni difesa della madre terra e contro l’estrazione mineraria e in una lotta al narcotraffico, in tutti i mezzi [di comunicazione ndt.] facciamo propaganda, pubblichiamo il nostro periodico, pubblichiamo articoli e con gli studenti discutiamo il problema del commercio di droga: a chi questo giro di affari crea ricchezza e chi ne viene danneggiato. Inoltre discutiamo sul malessere sociale derivato dalle condizioni dei lavoratori, partecipiamo nelle proteste. In Messico lo chiamiamo “generare tensione e mostrare le contraddizioni”. Generare tensione politicamente, in modo organizzato, discutendo con i lavoratori eccetera, e questo deriva da azioni molto concrete: il 1° dicembre 2012 ci fu uno scontro senza precedenti nella storia di Città del Messico fra molti manifestanti e le forze di sicurezza… noi abbiamo creato in quel momento come strategia di lotta l’Alianza Anarquista Revolucionaria in cui vi erano studenti, operai, noi della Federazione eccetera per incrementare i simpatizzanti e partigiani dell’anarchismo. Siamo arrivati a indire marce di mille, duemila anarchici che partecipavano, come effetto della repressione sistematica del governo contro compagni. Ad alcuni avevano messo la polizia sotto casa, dovettero andarsene di casa.

R2: Un linciaggio mediatico attraverso i grandi mezzi di comunicazione: TV, radio e giornali di diffusione nazionale. Questa tensione era contro chiunque si opponeva ai partiti politici del paese, c’è stata una caccia agli anarchici e persone dell’opposizione non istituzionale in generale fino ad andare a casa delle persone e minacciarle di ucciderle se avessero continuato a manifestare.

R1: La chiamiamo violenza mediatica e poliziesca.

D: Altra domanda: nelle proteste degli insegnanti di questi mesi come state intervenendo?

R1: Abbiamo appena creato un “gruppo autonomo di professori”. Con la nuova riforma educativa si applica una legge di valutazione docente. La legge di valutazione è un’idea, è un mandato della Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, una organizzazione internazionale di impresari che chiede al governo di valutare i propri professori per valutarne la qualità dell’educazione. La “qualità dell’educazione” secondo noi è privatizzare l’educazione: da una parte licenzi circa un milione e mezzo di professori, gli togli il diritto di lavoratori a tempo indeterminato e li collochi come impiegati temporanei. Con la nuova legge educativa è stato pianificato l’intervento di attori esterni alla scuola, attori economici: è una riforma che va nella direzione della privatizzazione.

La riforma educativa è parte di qualcosa che è conosciuto come ‘riforme strutturali’. Il governo attuale di Enrique Peneñeto ha iniziato organizzando e promuovendo le riforme strutturali che di fatto erano mandati che esigevano alcuni organismi finanziari internazionali come l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.

Il governo messicano iniziò con il “Patto per il Messico”, un patto fra classe politica e classe economica. E la classe economica potè contare sull’appoggio di parlamentari dei partiti di sinistra, di centro e di destra per assicurare che non si sarebbero generate differenze e potesse passare rapidamente tutta le riforme strutturali. Quindi passò la legge sul lavoro, c’è una nuova legge sul lavoro dove il lavoratore è spogliato di tutte le sue garanzie e diritti lavorativi conquistati con la rivoluzione messicana. Ci sarà una riforma sanitaria dopo quella educativa, c’è stata una riforma una riforma fiscale, energetica con attori privati per privatizzare tutto il settore energetico. Particolarmente sulla riforma educativa abbiamo individuato dei punti che ci sembrano nodali.

Tutti i lavoratori dell’educazione, professori e docenti, smettono di essere lavoratori permanenti [a tempo indeterminato ndt] e passano ad essere lavoratori a termine, a partire da quella che chiamano ‘certificazione docenti’, si che i docenti si valutino per potersi certificare. La chiamano ‘qualità educativa’. In questo primo aspetto ci fu una discussione tra i maestri in cui ci si chiedeva “se io sono valutato che succederà”? Il governo aveva promesso che ci sarebbe stato un aumento salariale dei docenti, una menzogna, e ha significato perdita dei diritti dei lavoratori.

R2: La legge educativa è una legge lavorativa che si maschera da educativa affinché l’opinione pubblica o la gente che non è parte di questo particolare settore la legittimi e che, in questo senso, la mobilitazione dei maesti sia screditata. Dico che è una riforma lavorativa perché di fatto prevede che i lavoratori perdano tutti i loro diritti a partire da una supposta valutazione che va a certificare la qualità del professore, rendendo preponderante il diritto dei bimbi all’educazione, ad un’educazione di qualità senza però definire cosa sia un’educazione di qualità. “Qualità” è un termine capitalistico-industriale che non si può applicare alla questione educativa e in questo senso tale esame/valutazione è completamente antipedagogico, di 12 ore in cui non c’è alcuna domanda sul metodo pedagogico che uno utilizza in aula ma solo domande su una serie di leggi – che ci si deve imparare a memoria per rispondere ed ottenere una buona valutazione. Questa valutazione poi è iniqua perché da un lato abbiamo queste scuole rurali, indigene dei luoghi periferici e dall’altro buone scuole: ci sono contesti differenti in cui si muovono i vari professori. E non può esserci lo stesso esame per tutti i docenti. Quello che hanno fatto è standardizzare un esame che oltre a chiedere solo leggi non corrisponde al contesto reale in cui uno si trova.

Altro aspetto della riforma educativa è che lo stato va a togliere tutto il finanziamento all’educazione pubblica, così si trasformano in scuole private dato che una parte della riforma obbliga le famiglie a pagare tutto il mantenimento della scuola che prima era pagato dallo stato, perché lo stato con le nostre tasse destina fondi all’educazione. Quindi, dicono, si va a togliere la retta dello stato all’educazione. Lo stato non investe nell’educazione in Messico. Si investiva 1% del prodotto interno e ora non lo si investe più e i le famiglie devono pagare questa educazione. Molte persone non conoscono questo aspetto. Abbiamo informato i professori e famiglie su questo particolare punto. E per questo in diversi luoghi, in città come negli stati della repubblica, le famiglie sono quelli che stanno occupando le scuole, assieme ai maestri e la comunità. Ovvero c’è una difesa da parte della comunità dell’educazione.

R1: Diciamo che il primo aspetto è quello lavorativo. Il governo messicano ha inviato il suo primo segretario all’educazione e diceva che si sarebbero valutati i docenti per garantire la qualità dell’educazione come dire ridurre l’educazione a comune mercanzia e, come ha detto la compagna, ci siamo resi conto che l’80% dei professori si è reso conto che non è una legge educativa ma lavorativa. Il governo, tramite il suo segretario, ha affermato che quello che si stabiliva con la nuova legge era di far tornare la direzione dell’educazione al governo messicano. Ma analizzandola ci si rende conto della menzogna. È una legge lavorativa. Il professore perde automaticamente il suo posto, faccia o non faccia la valutazione docente.

D.: Quale è il rapporto fra il movimento anarchico in Messico e i movimenti indigeni?

R1: il rapporto potremmo dire che è limitato nel senso che siamo solo in alcune organizzazioni che stanno facendo il lavoro con gli indigeni. Non tutte le organizzazioni anarchiche lo stanno facendo. Soprattutto la Federazione Anarchica del Messico il Collettivo Autonomo stanno portando avanti un lavoro da circa quindici anni in comunità e villaggi indigeni, soprattutto di Oaxaca.

Come facciamo il lavoro? L’abbiamo organizzato in diversi sensi partecipando a laboratori di autoformazione varia con giovani, donne e persone che lavorano nel campo. In questi laboratori noi impariamo da loro e loro da noi. È come un apprendistato collettivo e autogestito. In questi laboratori tutto quello che si impara, soprattutto di agricolo lo portano poi nelle loro comunità condividendolo.

Per esempio, in Oaxaca, che è una regione grande con 500 villaggi indigeni, comunità, è molto difficile spostarsi in città, portare tutta la comunità in città. Quindi quello che facciamo è che agli incontri vengono delegazioni della comunità e portano i laboratori nella comunità e li riproducono.

La seconda cosa è partecipare delle loro esigenze di rispetto di usi e costumi e per la costruzione di una autonomia organizzativa indigena, anche attraverso i loro usi e costumi, e in difesa della terra. I compagni ad esempio ora, sulla costa, espropriarono, tolsero la terra a dei borghesi tedeschi, dove avevano schiavizzato per molti anni gli indigeni della regione. I compagni, attraverso l’Alleanza Zapatista, con la forza di alcune organizzazioni hanno tolto la terra ai tedeschi e l’hanno collettivizzata. Sono 70.000 ettari. Alcune imprese turistiche erano interessate a entrarci, perché stiamo parlando di un’area che è circa a un’ora e mezza da Puerto Escondido, meta turistica, e i compagni hanno detto no alle imprese turistiche perché questi ettari appartengono agli indigeni. Ci sono già comunità che stanno lavorando, ad esempio ci sono produzioni agricole, aziende di pollame, aziende in cui lavorano collettivamente e il denaro guadagnato viene ripartito fra di loro. Quindi stiamo partecipando in questo progetto dei compagni, è un’alleanza politica ma non andiamo ad insegnare, soprattutto stiamo imparando.

D.: Esistono movimenti autorganizzati contro i cartelli del narcotraffico, anche non necessariamente anarchici?

R1: In questo momento abbiamo un popolo messicano ferito, per un sistema economico e politico voluto dalla classe economica e politica, hanno imposto dolore e pianto tramite un governo della morte. Ci hanno imposto questa sofferenza e questo dolore che però adesso si sta convertendo in rabbia. Il Messico è arrabbiato, incazzato, e si è diffuso un discorso di lotta dal basso verso l’alto. Particolarmente questa lotta si è estesa in tutti gli ambiti. Molta gente non solo è arrabbiata solo per le riforme che ci sono state nel paese, ma perché dal 2006 ad oggi ci sono state 130.000 omicidi volontari, abbiamo quasi 30.000 desaparecidos e in questo momento l’alternativa che si sta organizzando nei quartieri è l’autorganizzazione. È molto interessante per noi.

Dei compagni iniziarono creando la polizia comunitaria di Guerrero, che sono compagni contadini e indigeni che hanno detto basta, che non ne potevano più che il narcotraffico governasse. Nei paesi indigeni è normale che ci siano armi, che servono per cacciare ecc. e presero le loro armi e iniziarono a creare gruppi armati per curare e garantire la sicurezza nei villaggi.

R2: Questo perché i militari e la polizia sono strettamente legati al narcotraffico in alcune regioni e le persone a non avendo la garanzia della giustizia si sono autorganizzate per affrontare la situazione in modo autonomo.

R1: In Messico si sa che a governare è il narco-stato. Per fare un esempio molto concreto: quando sono spariti i 43 studenti della Scuola Normale rurale di Ayotzinapa, chi li arresta è la polizia che poi li consegna ai sicari di un gruppo del narcotraffico della zona chiamati ‘Los Rojos’. Lo stesso governo di Guerrero ha legami con il narcotraffico, il governo di Veracruz ha legami con Los Zetas… il narcotraffico sta governando il Messico e molta gente sa che i militari sono molto legati al narcotraffico. Il narcotraffico è un’impresa, è un’attività capitalistica. Per non investire nel preparare loro stessi militarmente i propri membri contattano direttamente le persone nelle scuole militari, per dare loro lavoro e avere gente che sa maneggiare armi, che gli dà sicurezza e che può ampliare il giro d’affari.

Per esempio ci sono stati due villaggi indigeni che furono i primi ad armarsi e autorganizzarsi per lottare contro il governo e contro i narcos, contro i militari, la polizia e i gruppi armati legati al narcotraffico e con il governo. I compagni c’erano e hanno resistito. Una sorta di processo autonomo che è costato morti ma i compagni continuano nella resistenza. Ne è derivato una diffusione di gruppi di autodifesa e la gente vede che è importante opposi in armi a un governo criminale composto da narcotrafficanri e impresari eccetera.

Quando si è dato il movimento di autodifesa molti villaggi hanno iniziato ad armarsi e si è innescato un movimento molto forte. C’è un coordinamento di autodifesa e questo ha iniziato a passare di paese in paese scontrandosi, su internet si possono reperire i video.

Quando arrivavano in un paese dove c’era un contenzioso con il presidente municipale, la polizia e il narcotraffico… appena sapevano che arrivavano le forze dell’autodifesa uscivano i sicari e c’era lo scontro. L’autodifesa recuperava il controllo e instaurava un nuovo sistema di autogoverno – possiamo definirlo così – in cui il popolo locale garantiva la sicurezza cacciando i narcotrafficanti con tutti i loro sicari.

Si verifica un fenomeno. Il governo interviene quando si rende conto che è un processo, un fuoco acceso molto pericoloso e il governo messicano manda i militari a combattere non i narcotrafficanti ma l’autodifesa.

D.: Si vede l’alleanza fra lo stato e il narcotraffico. In Italia Saviano, con il suo libro libro “Zero Zero Zero” ha diffuso idea che il narcotraffico si combatte con più stato, con più governo. Da quanto dite voi invece il governo è il narcotraffico. Questo smonta la retorica di questi personaggi come Saviano che hanno molto seguito in Italia ma anche nel mondo anglosassone.

R2: L’estendersi del movimento di autodifesa ha cominciato un poco ad assomigliare ai processi rivoluzioni che il paese aveva avuto come la campagna del Morelos [guerra d’indipendenza messicana ndt.] o l’avanzata degli zapatisti all’epoca della rivoluzione, ovvero: armarsi, arrivare a un villaggio, prendere un villaggio, o meglio, armare la popolazione che si autodifende, arrivare a un altro paese ed estendere la cosa. Quindi appare già un movimento con queste caratteristiche. Quello che fa il governo messicano è uccidere ovviamente e tentare di dividere il movimento in due. Da un lato alcuni gruppi di autodifesa li coopta per offrirgli posti militari per, dicono loro, offrirgli la difesa dei villaggi in modo legale, perché il tema dell’illegalità è stato un tema centrale per smantellare il movimento dell’autodifesa nel Michoacan. Devono legalizzarsi perché non possono essere civili armati, questo era il discorso. Non puoi esercitare l’autodifesa, ti do’ un lavoro da poliziotto, legale, ti do’ la tua targhetta… però il governo, ha diviso il movimento e quelli che continuarono a lottare sono stati imprigionati nelle carceri di massima sicurezza come il dott. Mireles- che prima tentarono di uccidere con un attentato- uno dei promotori di tutta questa campagna di difesa, e ora è in un carcere di massima sicurezza.

Noi come anarchici in questo processo quello che abbiamo fatto è stato accompagnare la resistenza. È un movimento che possiamo dire possiede molte caratteristiche libertarie ma ha le sue proprie definizioni, non hanno un’ideologia politica concreta, sono comunità indigene autonome che ha permesso di non avere una direzione. Molti movimenti hanno voluto penetrare questo processo ma loro mantengono la loro autonomia inclusiva di ideologie di ogni tipo. È però molto chiaro che sono movimenti contro il sistema politico ed economico e militare del Messico quindi per noi è molto importante e si partecipa accompagnando, assistendo e diffondendo certe informazioni fin dove è possibile.

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Una situazione complessa

Il seguente articolo, che comparità sul numero 27 anno 96 di Umanità Nova, funge da corollario all’interessante intervista con un membro del DAF (Azione Anarchia Rivoluzionaria), organizzazione anarchica turco-kurda.

Una situazione complessa – Turchia, islam e dintorni

14344243_1195972217134376_5971123923346751317_nL’intervista pubblicata su questo numero di Umanità Nova ad un membro dell’organizzazione anarchica turco-kurda DAF (Azione Anarchica Rivoluzionaria) ci permette di avere una visione della complessità della situazione di quell’area geografica.

Intanto emerge come le strutture statali contemporanee non siano strutture monolitiche ma, invece, siano composte da una serie di cordate di potere in un rapporto dinamico tra di loro. Se l’AKP e l’organizzazione di Gulen erano alleate in quanto condividevano interessi convergenti nell’eliminare la componente kemalista che ha governato lo stato turco per decenni – e per governato non intendiamo solamente l’espressione del primo ministro e dei ministri, punte dell’iceberg della struttura statale, ma il controllo dello stato profondo (apparati di sicurezza, burocrazia, forze armate, attori economici pubblici…) – quando questi interessi convergenti sono venuti meno la precedente alleanza si è trasformata in conflitto, prima nascosto e poi sempre più palese.

Il tentativo di golpe che, non solo a parere dei compagni del DAF, è maturato all’interno dell’ambiente gulenista ha, per altro, avvicinato il CHP, il partito kemalista, all’AKP. Insomma, il gioco delle alleanze non è mai stabile, niente è mai definitivo nella guerra perpetua per il controllo delle strutture di dominio.

La stessa composizione delle cordate di potere in campo ce la dice lunga su come sia organizzato il sistema di potere e dominio: una miriade di interessi economici, aziende manifatturiere, compagnie edili, aggregati di mass media, attori finanziari. Il “blocco edilizio” ovviamente anche in Turchia fa da padrone: lo spazio urbano come spazio in cui si territorializzano gli interessi finanziari che si sono incontrati con le necessità di modellare uno spazio utile all’accumulazione di capitale. Dall’intervista emerge la funzione della guerra con la sua deliberata strategia di distruzione delle città e dei villaggi kurdi come momento fondamentale, l’apice del ciclo di creazione/distruzione dei beni, di merci. La stessa rivolta di Gezi Park e di piazza Taksim avevano tra i temi principali quello dello spazio urbano: la scintilla che fece scattare la rivolta fu il tentativo di distruzione del parco per costruire un nuovo polo economico e militare in luogo di un quartiere che, negli ultimi decenni, è stato un centro di aggregazione popolare. Spentasi la rivolta del 2013, rafforzato il potere del governo dell’AKP e del blocco edilizio che lo sostiene dopo il fallito colpo di stato, ecco Erdogan annunciare trionfante che Gezi avrà un nuovo volto: una grossa moschea e una caserma.

Il mercato edile va sempre a braccetto con le decisioni degli attori istituzionali, se separati non sanno dove andare, è così in tutto il mondo occidentale. Lo spazio urbano, la città, è il terreno di scontro, in esso si concentrano i flussi di dati, capitale, merci fisiche, persone, sul cui controllo si gioca tutto.

Un altro fattore importante che va tenuto in considerazione nell’ambito turco, ma non solo, è il ruolo della religione e delle strutture sociali ed economiche ad esse collegate. Sia Gulen sia Erdogan provengono da ambienti religiosi molto particolari. Caratteristica spesso ignorata dell’islam è quello delle confraternite religiose, che nell’ambito del levante siriano e della Turchia si traducono in veri e propri filoni religiosi esoterici ed iniziatici. Basti pensare, su tutti, al ruolo dell’eterodossia alevita in Siria nel mantenere l’apparato di potere degli al-Assad, di come questa abbia fornito l’inner circle del Ba’th’ siriano, ma anche di parte di quello irakeno. La questione del ruolo di certe correnti particolariste all’interno dell’islam, sciita o sunnita, non è da sottovalutare: fondamentale fu il ruolo dell’islam modernista dell’università di al Azhar del Cairo nello sviluppo della politica Egiziana sotto Nasser e Sadat, ruolo mantenuto anche in seguito e che permette al Cairo di avere una potente leva culturale e religiosa per influenzare gli altri paesi della regione. Fondamentale è stato il ruolo delle confraternite religiose sunnite in Turchia nel definire il cambio di regime dallo stato kemalista a quello a guida AKP: costruire convergenze di interessi economici con giustificazione religiosa. Secondo certi osservatori questo stesso ruolo è stato fondamentale nel determinare l’alleanza tra l’allora nascente Stato Islamico e i quadri del Ba’th’ irakeno usciti sconfitti dallo scontro decennale con gli USA.

Hizmet, il nome ufficioso del movimento di Gulen, mette al suo centro il ruolo economico del fedele come portatore di ricchezza materiale e di responsabilità sociale che viene mediata dalla stessa struttura della confraternita. L’esempio più calzante che possiamo trovare in Italia è Comunione e Liberazione e la sua Compagnia delle Opere. Ma il rimando è anche un altro: la “teologia della ricchezza” propagandata da certe correnti evangeliche, che si sono diffuse prima negli Stati Uniti durante l’era Reagan e, poi, tra le nuove borghesie dei paesi emergenti, sia nell’Africa occidentale sia in paesi latini come il Brasile. La capacità di mobilitazione politica e di accumulazione economica di questi religioni ipermoderne è diventata impressionante. Se fino a qualche decennio fa la religione era l’oppio dei popoli e la lacrima sul volto del mondo, ora non è più oppio ma amfetamina. Il ruolo politico della religione stava già diventando chiaro quando nacque la repubblica islamica in Iran o con l’emergere della Fratellanza Musulmana in Egitto e Palestina, in un lungo e travagliato percorso che parte dal Cairo degli anni quaranta.

Hizmet ha la propria associazione di imprenditori, Tusko, ha la holding Zeman che controlla televisioni, siti di informazione e giornali, ha la sua componente esplicitamente religiosa: Cemaat.

L’AKP, con i suoi legami ferrei con la confraternita Naqshbandiyya non è da meno. Erdogan ha dimostrato la capacità di orientare le masse, di dirigerle, di toccare quelle corde emotive, spesso religiose, che hanno permesso di ottenere quella mobilitazione di massa che ha sconfitto il golpe. I morti durante la mobilitazione sono stati dichiarati martiri. Ci manca solo che il capo temporale dello stato turco faccia come i monarchi ottomani: proclamarsi Califfo, capo dell’insieme dei credenti, l’unico con il potere di dichiarare la Jihad. Ma nei fatti se questa mossa esplicita sarebbe azzardata, Erdogan sta già agendo con questa funzione, ricomponendo sotto di se l’Islam sunnita in chiave moderna, appoggiando il revival islamista in Anatolia, stringendo a sé la Fratellanza Musulmana, mettendosi in diretta opposizione con la famiglia reale di Ryad, custodi dei luoghi sacri ma beduini arricchiti, gretti e reazionari e legati a triplo filo con gli USA. Erdogan punta a diventare il punto di equilibrio della regione. Se qualche mese fa il progetto neo ottomano di creare una direttrice sud, tramite la Siria verso l’inner land irakeno, sembrava morto dietro la sconfitta militare dell’ISIS su più fronti, stretta tra l’avanzata delle SDF, del governo irakeno sotto la guida dell’Iran, del Kurdistan Irakeno e dall’avanzata delle stesse forze del regime siriano con l’appoggio russo, ora Erdogan può provare a resuscitare questo piano: entra direttamente in Siria, sostituendo l’ISIS, senza colpo sparare a maggior conferma del fatto che l’ISIS ha agito come strumento versatile per i maggiori attori statali dell’area, ad ovest dell’Eufrate, ricomponendo la frattura con la Russia e, in prospettiva, cercando un accordo con Damasco. Vittime sacrificali dell’accordo è quell’insieme di forze che, guidate dal PYD, hanno costruito l’esperimento confederalista nel nord della Siria e che erano riuscite a mettersi in relativa sicurezza allontanando l’ISIS dai confini turchi.

Ma la partita è ancora da giocare: la Turchia non può permettersi un intervento militare diretto contro il Rojava, il prezzo da pagare in termini militari, ma anche di ripercussioni nell’opinione pubblica mondiale, sarebbe alto – la Russia e gli USA stessi non sarebbero d’accordo. Le retrovie, poi, con il Bakur infiammato da mesi dagli scontri, non sono sicure per garantire un’operazione simile.

In queste dinamiche emerge con chiarezza il ruolo delle organizzazioni rivoluzionarie come la DAF: costruire un’alternativa alla guerra incessante che è il nucleo del dominio dello stato e del capitale. Il dato interessante che emerge dall’intervista è che la DAF è un’organizzazione con una sua specifica autonomia d’azione, che porta avanti i suoi contenuti e le sue pratiche, ad Istanbul come nel Bakur od oltreconfine. Il confederalismo democratico dell’HDP nel Bakur sta incontrando un enorme problema: l’aver voluto fare affidamento alle istituzioni statali, con la presa dei municipi con un processo elettorale. In questi giorni il governo turco sta destituendo i sindaci dell’HDP, avocando a sé stesso quello che suo è per natura: il controllo del governo locale. La maschera della democrazia liberale, sotto cui un processo di tipo elettorale come quello impostato dall’HDP poteva trovare un suo spazio di manovra, è caduta. Con il processo di “ripristino della democrazia” dopo il Golpe, Erdogan tenta di chiudere lo spazio politico in cui l’HDP era riuscito con abilità a muoversi.

Le organizzazioni politich541519_480961541968784_1614565254_ne che si rifanno al modello confederalista democratico hanno avuto un ruolo innegabile nell’organizzare i processi di cambiamento sociale, spendendosi generosamente per il superamento dell’attuale sistema statale e capitalista, lavorando in questo anche con i compagni e le compagne del DAF, ma se in Siria hanno potuto contare sul ritiro dello stato Siriano per sostituirlo con delle strutture di stampo autogestionario, nel Bakur non è stato così. Se il governo è sconfitto in certe aree su un piano elettorale può sempre ricorrere alla magistratura, alla polizia, all’esercito. Solamente la generalizzazione delle lotte su un piano radicale e rivoluzionario potrà mettere la parola fine alla guerra e all’osceno gioco al massacro, solamente il rafforzamento dell’organizzazione rivoluzionaria potrà agire in tal senso.

lorcon

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Una prospettiva libertaria per il medioriente

La seguente intervista apparirà sul numero 27 anno 96 di Umanità Nova, 18 settembre 2016. È consigliata anche la lettura di questo altro articolo, pensato per accompagnare questa intervista e a questo scopo pubblicato su Umanità Nova.

L’intervista che presentiamo di seguito è stata realizzata ad inizio agosto 2016, a poco più di due settimane dal tentativo di golpe del 16 luglio e poco più di un mese primo dell’inizio delle grande manovre turche sulla destra orografica dell’Eufrate in territorio siriano per contrastare la presenza delle milizie dell’SDF che avevano sottratto quei territori all’ISIS, strategici per le linee di rifornimento del Califfato.

L’intervista che segue è frutto di un colloquio di diverse ore con un esponente dell’organizzazione anarchica turco-kurda DAF (Azione Anarchica Rivoluzionaria) e ne è un condensato. L’intervista vera e proprio è stata integrata con frammenti del resto del colloquio.

Se la parte di più stringente attualità, su cui consigliamo anche la lettura dell’articolo tradotto da Meydan, il giornale del DAF, pubblicato sul numero 26 anno 96 di Umanità Nova (Lotta per il potere, lotta contro il potere), può essere in parte considerata superata riteniamo che la seguente intervista presenti un compiendo necessario per comprendere la situazione turco-kurda e l’azione dei nostri compagni in quelle terre.

lorcon

D: Come si è evoluta la situazione in Turchia nelle ultime settimane? Dopo dopo il tentativo di golpe il potere di Erdogan è più forte? Come si è evoluto lo scontro tra l’AKP e Hizmet?

R: Come sapete l’organizzazione di Gulen, Hizmet, è attiva da prima dell’inizio dei governi dell’AKP e da quando l’AKP è divenuta organizzazione di governo si sono coalizzati, dato che il movimento gulenista era molto forte dentro agli apparati statali, polizia, esercito, tribunali. Hizmet ha diverse scuole, controlla parte dell’educazione, università, i corsi di preparazione agli esami di ammissione universitari, e licei, così come i media ed è presente nella sanità. Hanno un grandissimo potere. L’AKP e Gulen si sono coalizzati e hanno cooperato, soprattutto nella giustizia, grazie alla presenza della dei gulenisti nei nei ranghi di giudici e procuratori. Hanno proceduto all’arresto e alla messa in stato di accusa di moltissimi membri delle forze armate, membri di organizzazioni kemaliste, colpendo anche alti ufficiali e membri dello stato maggiore.

Dopodiché hanno sostituito gli arrestati con dei propri uomini e si sono ulteriormente rafforzati, sia AKP che Hizmet, non solo nei ranghi dell’esercito ma in tutti gli apparati statali che erano stati epurati, polizia, servizi di intelligence, burocrazia.

Ma nel tempo sono emerse dei contrasti tra questi due gruppi di potere e Erdogan ha iniziato una campagna tesa a espellere Hizmet dai quadri statali. I gulenisti però non sono stati a guardare: i loro membri presenti nella giustizia hanno iniziato ad indagare sui membri del vertice dell’AKP e hanno aperto processi nei confronti di ministri di governo, dei loro famigliari e, addirittura, nei confronti del figlio di Erdogan, per accuse di corruzione e appropriazione di fondi pubblici.

Questo è stato un passaggio fondamentale, seguito anche da proteste popolari, che ha segnato una fase difficile per l’AKP. Ma il partito di Erdogan è riuscito a operare dei cambiamenti legislativi, hanno cambiato le leggi sulla corruzione facendo cadere le accuse e rendendo vani i processi istruiti dai giudici gulenisti.

Ovviamente dopo di questo Erdogan ha fatto dei passi nella direzione di colpire i gulenisti. Ha fatto chiudere le scuole di preparazione universitarie controllate dai gulenisti, si è creata una vera e propria situazione di guerra tra i due gruppi di potere. Si sono attaccati a vicenda, anche se con strumenti differenti.

I cambiamenti legali voluti da Erdogan erano tesi a proteggere l’apparato dell’AKP e a purgare lo stato dall’organizzazione gulenista, è stata una grande operazione nei confronti dei gulenisti e questi hanno subìto il colpo, per un periodo sono stati passivi, ma ad un certo punto hanno capito, grazie alla presenza nei gangli statali avevano a disposizione moltissime informazioni, che i piani del governo erano tesi a eliminarli di scena completamente e hanno iniziato a progettare il golpe.

Inoltre, entro la fine del settembre 2016 era previsto un avvicendamento ai vertici delle forze armate e i gulenisti avevano previsto che in quell’occasione sarebbero stati estromessi dalle posizioni apicali dell’apparato militare, i tempi d’azione si sono ristretti.

Un’ipotesi accreditata è che il golpe sia fallito per causa o di una fuga di informazioni che ha costretto i golpisti ad anticipare l’inizio delle operazioni, agendo così senza la piena forza o perchè delle fazioni delle forze armate che si erano accordate con i golpisti hanno ritirato all’ultimo il loro appoggio e l’hanno accordato al governo.

Il fallito colpo di stato ha fornito all’AKP la possibilità di attaccare in modo palese i gulenisti, di procedere ad una radicale purga nei loro confronti. Avendo lavorato insieme per anni ed essendo entrambi presenti e radicati in profondità nelle strutture statali entrambi avevano informazioni sulle corrispettive mosse.

Decine di migliaia di persone, legate a Hizmet sono stato licenziate da impieghi pubblici. È stato dichiarato lo stato di emergenza e il governo ha potuto agire senza dover rispondere al parlamento.

Al momento stanno colpendo l’organizzazione di Gulen, ma già adesso dichiarano di voler colpire tutte le organizzazioni che chiamano terroriste, quindi le forze rivoluzionarie, anarchici ma anche socialisti e forze kurde.

D: Quale conseguenze avrà il fallito colpo di stato nella situazione kurda?

Nel Bakur [Kurdistan turco, ndt.] ci sono stati pesanti scontri negli ultimi mesi tra le forze governative e le forze della guerriglia, anche se in parte diminuiti nel periodo immediatamente precedente al golpe, ma il governo ha dichiarato che continuerà a rastrellare e distruggere le città e i villaggi kurdi. La ragione di questa modalità di azione è complessa: la strategia di distruzione programmata degli spazi urbani è tesa a ricostruire uno spazio maggiormente controllabile, con strade larghe, più facilmente percorribili dai blindati ma vi sono anche ragioni economiche: l’obiettivo è quello di creare un’economia di guerra e di favorire i processi di land grabbing. Dopo la distruzione di villaggi e città queste dovranno essere ricostruite. Gli attori che si stanno accaparrando i terreni sono sia attori pubblici, aziende pubbliche di costruzioni, che privati: costruttori legati a doppio filo all’AKP.

Infatti il substrato materiale che regge il partito di governo è quello delle costruzioni edili, sono moltissimi i costruttori legati a questo partito. Questo è uno dei motivi della distruzione delle città e dei kurdi. Non è chiarissimo che cosa accadrà esattamente ma ipotizziamo che riprenderanno ad arrestare politici, giornalisti, avvocati e attivisti kurdi. L’HDP ha espresso la sua opposizione sia verso il tentato golpe che verso lo stato di emergenza.

Per ora gli organismi repressivi sono occupati con Gulen, ma probabilmente il secondo passo sarà attaccare le organizzazioni politiche kurde.

13920607_1164124980319100_5563887230615374397_nD: Quale è la situazione della sinistra kurda e quale è ancora l’influenza dei    partiti Marxisti-Leninisti che ebbero l’egemonia dei movimenti sociali nei decenni scorsi?

Prima del golpe 1980 vi era un forte movimento di stampo marxista-leninista, vi erano forti lotte nell’ambito del lavoro. Dopo il golpe per anni nessuno poteva fare niente, vi era una repressione fortissima. Negli anni novanta si sono riorganizzati i partiti m-l, ma molti dei loro membri erano stati arrestati o costretti all’esilio così si sono dovuti riorganizzare da capo. Ma ovviamente la situazione era completamente cambiata rispetto agli anni settanta, gli anni in cui erano egemoni nell’estrema sinistra.

Per tutti gli anni 90 gli stessi sindacati erano molto immobilisti, poco attivi, dopo il duemila possiamo vedere come ha ripreso a cambiare qualcosa nell’ambito del lavoro. I lavoratori hanno ripreso ad organizzarsi, come negli anni precedenti al golpe del 1980, sono riprese le mobilitazioni. Ma ovviamente ogni volta in Turchia le cose cambiano molto velocemente, da un anno all’altro. Durante gli anni novanta e duemila un anno era possibile scioperare e manifestare, l’anno dopo venivano cambiate le leggi e aumentava la repressione, poi veniva di nuovo allentata, tutto molto velocemente. Ad ora i partiti m-l hanno un peso ma sono di dimensione ridotte rispetto al passato, sono presenti soprattutto nelle aree alevite [corrente eterodossa dello sciismo, ndt], alcune organizzazioni sono radicate nelle università, ma non ci sono organizzazioni grosse. La questione importante in Turchia è che c’è la guerra aperta: la guerra tra lo stato e il popolo kurdo, in Turchia come in Siria, con gli interventi turchi oltreconfine, così i partiti m-l hanno dovuto prendere una posizione in merito, schierarsi. La maggioranza di loro supporta l’HDP e i movimenti kurdi e molte energie dei partiti m-l sono impegnante in azioni di solidarietà con il popolo kurdo.

D: Quale è la situazione del movimento anarchico in Turchia e Kurdistan?

In Turchia l’ideologia anarchica si è diffusa solamente dalla fine degli anni novanta, c’erano dei piccoli gruppi che pubblicavano riviste, diffondevano traduzioni da pubblicazioni estere. ;a non vi erano organizzazioni, solo piccoli gruppi poco coordinati. Noi come DAF abbiamo iniziato ad organizzarci nel 2007, con l’obbiettivo di creare pratiche e tradizioni anarchiche per queste terre, Turchia, Kurdistan e in generale in Medioriente. L’idea era quella di creare un esempio e una tradizione anarchica. Per ora siamo organizzati sopratutto in Istanbul e Amed, ma siamo presenti anche in villaggi e città minori. Siamo ben conosciuti a livello politico e siamo ben rispettati, anche dagli m-l, in nove anni siamo riusciti a creare una storia di lotta anarchica.

Il nostro ruolo nella solidarietà con le lotte dei kurdi è stato molto importante per noi stessi perché in un paese in cui è in corso una guerra devi, che tu lo voglia o no, sei costretto a prendere una posizione. Come anarchici siamo stati presenti durante la rivoluzione del Rojava e durante gli attacchi dello stato turco nel Bakur.

Questo ci ha permesso una penetrazione nella società kurda, l’anarchismo ha avuto un forte impatto, il PKK, così come il PYD, sono stati influenzati fortemente dalle idee libertarie e anarchiche, anche nelle pratiche messe in campo sia in Rojava che nel Bakur.

La nostra presenza a fianco delle organizzazioni politiche kurde riteniamo sia importante perché permette di rafforzare le pratiche libertarie messe in campo da queste organizzazioni che prima libertarie non erano.

D.: quali saranno secondo le conseguenze del fallito golpe sul movimento anarchico e, in generale, sui movimenti sociali?

Ovviamente il fallito golpe e lo stato di emergenza sono una grande minaccia per il movimento anarchico e non solo. Lo stato può fare operazioni repressive contro l’opposizione sociale, può arrestare più facilmente attivisti.

Già negli ultimi mesi c’è stata una stretta repressiva, soprattutto nei confronti delle organizzazioni kurde, ma probabilmente nel prossimo futuro ci saranno ulteriori azioni repressive nei confronti di tutti i movimenti politici di opposizione, facilitate dallo stato d emergenza.

D.: Come la repressione statale sta colpendo il movimento anarchico? Vi sono prigionieri anarchici? Sono possibili contatti con loro? Dopo il tentato golpe è cambiata la situazione?

Attualmente ci sono prigionieri anarchici ma, in generale, non sono in prigione per la loro militanza anarchica, a parte gli obiettori di coscienza anarchici. Per lo più sono detenuti che sono diventati anarchici quando erano già detenuti, molti vengono da precedenti esperienze politiche, socialisti o membri di organizzazioni kurde. Hanno cominciato ad avere contatti con noi, abbiamo pubblicato articoli di prigionieri, si stanno organizzando tra di loro. Ci sono anche dei prigionieri anarchici che sono vegani o vegetariani che hanno condotto lotte specifiche per ottenere dei pasti confacenti alle loro diete, facendo anche degli scioperi della fame per ottenere cibo dall’esterno.

Generalmente i prigionieri politici sono sottoposti a forte pressione nelle galere ma al contempo sono bene organizzati. Sia i prigionieri della sinistra rivoluzionaria che i prigionieri kurdi sono molto organizzati, riescono ad avere spazi per incontri, programmi di autoeducazione e sport. Ovviamente questo è stato ottenuto grazie a delle grandi lotte negli anni passati. Quando arriva uno/a nuovo/a detenuto/a politico in galera questi prigionieri agiscono in modo che venga messo in celle vicino alle loro, per stare in contatto e non lasciarlo/a isolato/a.

Con i detenuti per crimini comuni, non politici, ci possono essere dei problemi ma ci sono delle lotte da parte dei detenuti politici anche per questi detenuti.13901559_1163415673723364_1165682960903733717_n

Dopo il fallito golpe, ovviamente, le cose stanno cambiando. Ci sono maggiori difficoltà per i prigionieri politici per incontrate famiglie e avvocati. Le prigioni, inoltre, sono state sovraffollate con tutti i problemi conseguenti.

I problemi quindi ci sono ma le organizzazioni dei prigionieri politici sono forti e penso che potranno superare questo momento se ci sarà solidarietà da fuori delle galere.

D.: Quale è la situazione dei gruppi di gruppi di destra, come i Lupi Grigi ma anche gruppi religiosi? Vi sono legami tra questi gruppi e l attuale governo?

I partiti nazionalisti, come il MHP, sono nel parlamento, l’MHP è il quarto partito, dopo AKP, CHP [partito kemalista, ndt.] e HDP; per ora il MHP è il quarto partito più forte, hanno 40 parlamentari. Ma non sono più così attivi come negli anni 70 80 in cui conducevano azioni paramilitari in strada. Hanno cambiato alcune posizioni rispetto al passato ma con l’AKP condividono molte posizioni, soprattutto quelle contro le organizzazioni rivoluzionarie e contro le organizzazioni kurde, anche se sostengono che le posizioni che l’AKP esprime non siano abbastanza nazionaliste fondamentalmente supportano l’AKP.

Dopo il fallito golpe si sono ulteriormente avvicinati all’AKP, sia il MHP che il CHP. Erdogan e il AKP li hanno esplicitamente invitati ad un supporto del governo contro Gulen e questi partiti si sono dimostrati molto radicali nell’appoggiare la lotta del governo turco contro Hizmet.

Sulla questione kurda l’MHP vuole attacchi ancora più forti nei confronti delle organizzazioni kurde ma sono comunque soddisfatti da quanto sta facendo l’AKP.

Dicono chiaramente che pur non essendo loro stessi al governo sulla questione kurda il governo sta applicando le loro idee: attaccare la popolazioni, stragi e distruzione delle città.

D.: Quale è la situazione delle lotte nel mondo del lavoro, del sindacalismo. Nell’ultimo anno abbiamo visto mobilitazioni sia nel settore minerario che nel settore dell’industria, dall’Italia abbiamo potuto vedere le lotte negli stabilimenti FIAT presenti in Turchia, ma sappiamo che ci sono state lotte diffuse. Quale è la situazione generale di queste lotte? Quale è il vostro intervento nelle lotte sul lavoro?

La maggioranza dei lavoratori sono organizzati nei sindacati principali. Uno dei sindacati più importanti è il DISK ma questo non è un sindacato radicale. Le principali lotte sul lavoro nell’ultimo periodo sono state nei settori produttivi dove sono peggiori le condizioni di lavoro, dove c’è un alto tasso di morti sul lavoro, come il settore minerario, quello tessile soprattutto nelle fabbriche di jeans, e il settore edile. Le lotte che vi sono quindi non sono per i diritti genericamente intesi ma direttamente per la vita.

Nell’ultimo anno siamo stati attivi nell’Unione dei Lavoratori Edili, un nuovo sindacato, che non è federato a sindacati come il DISK, è un sindacato indipendente; come DAF siamo molto presenti e attivi in questo sindacato. Questo sindacato sta lavorando per affermare le ragioni dei lavoratori e pur essendo un sindacato costituito da poco si è fatto conoscere in fretta perché adotta pratiche di azione diretta: picchetti nei cantieri ma anche presso le sedi delle imprese edili. Questa strategia ha spesso successo: la vittoria viene conseguita in pochi giorni, in alcune occasioni anche nel giro di poche ore, perché viene bloccata direttamente la produzione e il danno economico per i padroni è immediato. In generale in Turchia sono in corso processi di organizzazione dei lavoratori, si stanno diffondendo le lotte per ottenere migliori condizioni economiche. Possiamo dire che si sta riaffermando un nuovo stile di lotta sindacale, molto più radicale di quello dei grandi sindacati come il DISK. Molti piccoli sindacati stanno passando a stili di lotta radicali e diretti. Penso che nel prossimi anni ci saranno buoni spazi per l’intervento anarcosindacalista e anarchico tra i lavoratori.

D.: Prima hai detto che una delle basi del potere dell’AKP è nel settore edile. Possiamo quindi immaginare quindi che le lotte del nuovo sindacalismo di azione diretta in questo settore colpiscano direttamente il governo. Al momento sono quindi in corso anche dei processi repressivi nei confronti di queste organizzazioni dei lavoratori?

Negli attentati di Ankara abbiamo perso 5 compagni, molto attivi a livello sindacale, ma a parte questo non vi sono stati particolari attacchi repressivi.

Il sistema della lotta tramite picchetti nei cantieri e davanti alle sedi delle compagnie edili ha un forte vantaggio: oltre a colpire gli interessi economici del padrone nell’immediato va a rovinare anche l’immagine pubblica di queste aziende, che è considerata molto importante nella società. Inoltre, siccome sono in corso grossi progetti edilizi in tempi molto rapidi anche un solo giorno di lotta con picchetti fa perdere del tempo prezioso e i padroni preferiscono fare concessioni ai lavoratori piuttosto che chiedere l’intervento delle forze di polizia, cosa che rischierebbe di allungare i tempi della lotta e fare perdere ulteriori soldi alla compagnia edile.

Ma ovviamente la polizia in alcuni casi è intervenuta ed è intervenuta pesantemente contro i lavoratori. Ma non possiamo dire che al momento c’è una forte e speciale pressione nei confronti dei sindacati d azione diretta.

D.: L’antimilitarismo è un importante questione per il movimento anarchico. Come vi approcciate a questo argomento e quali sono le vostre attività in questo ambito?

In Turchia c’è la leva obbligatoria, e questo è uno dei principali terreni di lotta per le organizzazioni antimilitariste. C’è un forte movimento degli obiettori di coscienza, siamo tra le organizzazioni più attive in questo campo, e possiamo dire che tutti gli anarchici sono obiettori di coscienza e stiamo conducendo una lotta contro la leva obbligatoria. Per questo siamo accusati da parte dell’opinione pubblica di fomentare l’odio, l’ammutinamento e la diserzione. Molti di noi sono stati arrestati per non essersi presentati alla leva. Abbiamo un associazione, l’Associazione per l’Obiezione di Coscienza, fondata in Istanbul ma presente in tutto il paese che dà assistenza legale a chi non vuole andare sotto le armi o a chi è già sotto le armi ma vuole uscirne, diamo una mano a fare le dichiarazioni di obiezione di coscienza. Un azione comune per gli obiettori è quella di dichiarare pubblicamente la propria opposizione al servizio militare e al militarismo, sia con comunicati stampa che con dichiarazioni fatte in spazi pubblici. Generalmente gli obiettori vengono arrestati, noi ci attiviamo per fornire supporto e assistenza legale, organizziamo campagne di solidarietà. Siamo parte di War Resistence International e di European Bureau for Conscious Objection. Pubblichiamo rapporti della nostra attività, e di quella delle associazioni con cui abbiamo contatti internazionali, tutti gli anni e cerchiamo di darne la più ampia diffusione possibile.

D.:Negli ultimi anni del governo dell’AKP abbiamo potuto vedere come sia aumentata la repressione nei confronti delle donne, e in generale sulle questioni di genere. Il movimento anarchico come si muove in questo ambito? Vi è un movimento anarco-femminista?

In Turchia c’è un movimento femminista e ci sono donne anarchiche. Abbiamo un grosso problema con l’omicidio di donne, così ci sono campagne in merito a questa problematica.

Ovviamente il governo dell’AKP, così come molti governi, attacca le donne. L’AKP vuole che le donne stiano a casa, che siano madri e che educhino i figli ad essere soldati, vi sono dichiarazioni esplicite da parte del governo in questo senso. Vi sono campagne governative contro l’aborto, al momento proibito oltre la decima settimana, e molte donne stanno combattendo per questa libertà.

Le donne anarchiche sono parte del generale movimento di lotta femminile e stanno provando a creare la propria organizzazione per poter fare azioni indipendenti e connotate in senso anarchico.

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Frankfurt am Main

Capita talvolta che io viaggi all’estero. A questo giro è capitato che io finissi in quel di Francoforte sul Meno, per cui ora vi beccate le foto

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