San Caselli da Torino, protettore del potere

articolo apparso su umanità nova numero 12 anno 92

È primavera, tempo di alberi in fiore e santificazioni. Il santo del giorno non è niente meno che Gian Carlo Caselli, santificato vita natural durante da giornalisti, opinionisti, corsivisti e rappresentati vari della “società civile”. Causa di questa santificazione è la “persecuzione” che il povero procuratore torinese subisce ad opera dei violenti NoTav. L’episodio del 27 marzo a Milano, l’occupazione da parte di un gruppo di attivisti contro il Tav della sala in cui il nostro avrebbe dovuto parlare, ha dato la stura a commenti a dir poco superficiali e imbarazzanti. Si leggono attestati di solidarietà a Caselli perchè, scopriamo, è un eroe. Un’eroe, ci chiediamo? Davvero? Ebbene si, egli ha combattuto la mafia. E stava antipatico a Berlusconi, per giunta. Per questo motivo egli va dichiarato eroe civile, beatificato e santificato e qualsiasi contestazione nei suoi confronti è da considerarsi barbarica. Se proprio lo si vuole contestare lo si faccia con cortesia e garbo con qualche appello via web.

Ma basta davvero avere indagato su mafia e Berlusconi per essere dichiarati incontestabili? Forse bisogna ripercorrere la carriera di Caselli e riflettere un po’ sulla lotta alla mafia.

Caselli è, per usare un eufemismo, un tristo figuro della politica italiana. Scrivo politica, e non magistratura, perché è oramai chiaro che l’autonomia dei poteri è una mera costruzione ideologica. Caselli ha sempre risposto, fin dagli albori della sua carriera, a quel disegno egemonico del PCI, che vistosi impossibilitato a fare la rivoluzione, a causa di eventi geopolitici da un lato dell’imbecillità dei suoi vertici dall’altro, scelse di entrare nei gangli del sistema di potere italiano. E lo fece da un lato con il suo apparato imprenditoriale, le “coop rosse”, e dall’altro con l’entrismo in magistratura (usando Magistratura Democratica). Per mantenere il controllo sulla sua classe sociale di riferimento utilizzò pienamente la CGIL, organo di trasmissione tra partito e classe, che nega l’autonomia e l’autorganizzazione degli oppressi nella migliore tradizione leninista-gramsciana. Orbene, il signor Caselli, iniziò la sua brillante carriera con l’antiterrorismo di fine anni ’70, quel mostro policefalo che, sfruttando il cretinismo del lottarmatismo (che a sua volta era spesso eterodiretto o codiretto dai vari apparati di stato), stroncò i movimenti sociali che si autorganizzavano alla sinistra del PCI. In cambio di questo utile servizio il PCI entrò appieno nella “stanza dei bottoni”. Poco importa che Caselli sia stato in seguito santificato per via della lotta alla mafia ma gli albori della sua carriera corrispondono con il tramonto delle lotte sociali di massa. D’altra parte di questa santificazione ne hanno beneficiato anche personaggi del calibro del generale Dalla Chiesa, personaggio che non disdegnava l’uso di interrogatori energici per estorcere confessioni, spesso finte e gonfiate, ai sospetti di terrorismo. E queste vere e proprie torture avvenivano grazie alla collaborazione delle varie procure che chiudevano due occhi sui maltrattamenti mentre usavano in modo spropositato la carcerazione preventiva su centinaia di persone poi dimostratesi estranee al lottarmatismo. Sul Dalla Chiesa, tra l’alto, pesano da tempo sospetti di vicinanza alla P2. Questi sono gli eroi della “società civile”.

Caselli non rappresenta le persone oneste, come ci viene spesso ripetuto. Caselli rappresenta dei precisi interessi economici e politici: quelli del PD e di una parte del capitale industriale-finanziario italiano.

E ora veniamo ad uno dei grandi miti dell’opinionismo politico italiano: l’antimafia. Utilizzo il termine mito perchè i miti sono per definizione considerati naturali, intoccabili e al di fuori di qualsiasi razionalità. Anzi: sulla sospensione della razionalità si fondano. Ma nonostante questo hanno una precisa genealogia, che si può provare a ricostruire razionalmente. Innanzi tutto ci sarebbe da indagare su quelli che sono presentati come i due grandi contendenti all’interno del mito: lo Stato e la Mafia. Il primo viene presentato come un soggetto positivo, la seconda viene presentata come il male assoluto. Da tenere in conto una cosa: i professionisti dell’antimafia sanno benissimo che stato e mafia spesso e volentieri sono andati a braccetto. Utilizzano però l’artifizio degli apparati di stato deviati che sono andati a braccetto con la mafia, salvando così l’idea di stato. Lo stato, come la mafia e qualsiasi altro insieme di umani, non è un entità monolitica. Contiene al suo interno correnti e cordate, a volte alleate, a volte contrapposte. Tutte sono comunque tese alla conquista di più centri di potere possibili. Anzi, si potrebbe dire di più: l’idea di stato non è altro che una copertura ideologica usata per dare un manto di legittimità a certi gruppi di potere e fornire una più razionale tecnica di dominio. Quindi niente impedisce a pezzi di potere statale di allearsi con il potere pre-statale della mafia. E si potrebbe anche dire che stato e mafia condividono altre caratteriste in comune: capacità di drenare risorse (tasse da un lato, pizzo e introiti da attività criminose dall’altro), pretesa di un legittimo monopolio della forza e pretesa del controllo del territorio. La storia d’Italia, ma anche di altri paesi, è piena di alleanze più o meno esplicite tra stato e grandi cartelli criminali. Fatti salienti sono stati l’uso della mafia in funzione di contrasto delle forze popolari dopo nel secondo dopoguerra: strage di Portella della Ginestra, manovalanza mafiosa nell’ambito della strategia della tensione, diffusione dell’eroina e di altre droghe pesanti tra il proletariato italiano negli anni ’70. Un’analogo di questa ultima operazione è stato lo scandalo Iran-Contras negli USA.

Ovviamente come tutte le alleanze si può verificare che ad un certo punto uno dei soggetti acquisisca troppo potere e si crei inimicizia. Ed ecco che si arriva alla guerra tra mafia e stato che va dall’omicidio di Dalla Chiesa agli attentati di inizio di anni ’90. La mafia aveva esaurito la sua funzione di agente di disciplinamento sociale utile a quei gruppi di poteri che si coprivano con l’ideologia statale ed era necessario ridimensionarla. Probabilmente un nuovo accordo, con la creazione di un nuovo equilibrio, vi sarà con il decennio berlusconiano, che potrebbe avere trovato nuove alleanze con le forze emergenti della mafia. La questione del TAV potrebbe essere iscritto esattamente in questa ottica: trovare un nuovo equilibrio, un punto di accordo, tra i vari cartelli di potere. Non sono di certo il primo a sostenere questa tesi, l’hanno fatto anche diversi giornalisti e, addirittura, Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto corte di cassazione [1]. La stessa antimafia istituzionale contemporanea potrebbe essere vista come un gigantesco specchietto per allodole, utile a mantenere la legittimità di un sistema e a creare dei falsi bersagli, stornare l’attenzione.

La mafia potrà essere spazzata via dal momento che si negherà la legittimità di qualsiasi forma di dominio. E questo potrà essere fatto solo con una genuina mobilitazione di stampo autogestionario e anarchico. Perchè solo negando la legittimità di qualsiasi accentramento del potere si potranno evitare gli abomini che il dominio porta. Perchè la mafia uccide così come uccidono lo stato ed il capitalismo. Nei fatti hanno la stessa radice comune: si fondano sulla pensare che sia necessaria la presenza di una società gerarchica. Si fondano sulla creazione di ramificate reti di potere che danno vantaggi e svantaggi ai dominati. Diciamolo chiaramente: la mafia crea lavoro. Se sei un disoccupato di Scampia e puoi lavorare come sentinella per la camorra porti a casa uno stipendio e, in una società capitalistica, di conseguenza vivi. Oppure potresti entrare nell’esercito, andare in Afghanistan o in Libia, garantire un guadagno allo stato o alla multinazionale di turno (e nel caso afghano, che è il paese con la più alta produzione di oppio, anche alle narcomafie), portare a casa uno stipendio e vivere. Potrà sembrare un pensiero tagliato con l’accetta e un po’ brutale ma è così. La ferrea logica del dominio è la stessa, che abbia il tricolore e la Beretta o abbia il simbolo di qualche santo protettore di una mafia e la lupara caricata a pallettoni. Solo una pratica radicalmente alternativa, un grande rifiuto, potrà scardinare questa abominevole logica e creare una società diversa.

 

lorcon

 

[1]Vedasi il documentario “Fratelli di Tav”, in cui vi sono diverse interviste in cui si parla del rapporto tra costruzione delle linee TAV, partiti politici e criminalità organizzata

About lorcon

Mediattivista, laureato in storia contemporanea con attitudine geek, nasce nel sabaudo capoluogo (cosa che rivendica spesso e volentieri) e vive tra Torino e la bassa emiliana. Spesso si diletta con la macchina fotografica, lavora come tecnico IT, scrive sul suo blog e su Umanità Nova.
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