Rio Paschiet – Val d’Ala

L’idea originale era di arrivare fino ai Laghi Verdi o, almeno, al lago Paschiet, gruppo di laghi che si trova in un vallone laterale della Val d’Ala. Tra l’ora relativamente tarda che avrebbe costretto a una sosta-pranzo molto breve per non scendere con la luce calante e il fatto che con le ciaspole siamo niubbi per cui sprofondavamo troppo ci siamo fermati 100 metri sotto il lago Paschiet.

Le cascate di ghiaccio di Rio Pountat, affluente di sinistra al Rio Paschiet, fotografate dall’alpe di Pian Salè

Sullo sfondo la parete sud dell’Uja di Mondrone

In ogni caso una bella escursione, facile anche per chi, come me, la montagna la frequenta principalmente nella stagione calda e che raramente va su neve.

Sembra imbronciata ma in realtà è soddisfatta

Si noti la completa assenza di manto nevoso su questa parete esposta a sud. E siamo a metà febbraio.

Anche in questa foto possiamo vedere come nelle pareti esposte a meridione il manto nevoso, anche a quote elevate, sia presente solo in qualche valletta riparata

Anche lei è soddisfatta, nonostante a un certo punta l’abbia fatta ravanare in mezzo a un mugheto con cespugli di rododendro poco sotto il manto nevoso in cui ci si incastrava

Su di un cartello, oramai tornati a Cornetti, punto di partenza, ho trovato attaccato questo bellissimo adesivo che non posso fare a meno di condividere con l’universo mondo:

Pubblicato in luoghi, persone | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Rio Paschiet – Val d’Ala

Venezia 2022

Con un anno di ritardo, perchè si:

Pubblicato in General | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su Venezia 2022

Prove di fotografia stenopeica

La fotografia stenopeica, ovvero quella che si fa senza lenti ma esponendo direttamente il sensore (o la pellicola) alla luce tramite un foro di diametro inferiore al millimetro, è faccenda che mi ha sempre interessato. Qualche settimana fa mi sono costruito un obiettivo (?) stenopeico e ho fatto qualche prova. Sicuramente vi è tantissimo da esplorare in questo ambito.

Autoritratto stenopeico

Nella foto precedente sono completamente controsole con un tempo di esposizione di 1/1000 e l’ISO settato a 200

Torre di raffreddamento ex Michelin – Parco Dora, Torino

In questa foto possiamo apprezzare come la mancanza di un gruppo ottico renda molto più evidente la presenza di sporco sul sensore (il quale è stato, subito dopo, pulito). L’effetto vignettatura è dato dal foro stesso ed è stato un po’ amplificato in fase di “sviluppo” del file RAW.

Continua a leggere

Pubblicato in nerderie | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su Prove di fotografia stenopeica

Colle di Sià

Escursione di fine Ottobre, con temperature decisamente sopra la media stagionale. In quota, a 2300 metri, ero in maglietta a maniche corte. Giusto dopo essermi mangiato il baracchino con legumi  e cereali mi sono messo la felpa. Comodo ma anche no. In ogni caso l’umidità e le temperature miti degli ultimi giorni hanno favorito la crescita di funghi, non ho idea se di che tipo dato che di micologia so un cazzo.

 

 

Pubblicato in General | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su Colle di Sià

Palette

Pubblicato in materiali | Commenti disabilitati su Palette

Ghicet di Sea

Escursione svolta in giornata il 5/06/022. Partenza dal rifugio Città di Cirè (Pian della Mussa, quota 1850). Si imbocca il sentiero 226, giungendo, per un facile percorso, fino al Pian della Ciamarella (quota 2092). Si prosegue seguendo il percorso del Rio Ciamarella . Attraversato il pianoro si prosegue sempre sul 226 in direzione NNE inerpicandosi verso il colle del Ghicet di Sea (2726 metri). Si procede su sentiero caraterrizato da terreno detritico fino al colle.  Da lì è possibile imboccare la cresta in direzione SE fino alla Punta Rossa oppure discendere sull’altro versante e proseguire verso il Passo dell’Ometto. Le foto panoramiche del Vallone di Sea sono state scattare dalla cresta posta a NO del colle.

Il Vallone di Sea visto dalla cresta sopra il Ghicet

Il Vallone di Sea visto dalla cresta sopra il Ghicet

Il Vallone di Sea visto dalla cresta sopra il Ghicet

L’Uja di Mondrone vista dal Ghicet di Sea

La Punta Rossa di Sea vista dal Ghicet di Sea

Marmotta nella tana sul Pian della Ciamarella

Marmotta sul Pian della Ciamarella

Marmotta sul Pian della Ciamarella

Il Pian della Ciamarella visto dal Ghicet di Sea

Il Passo dell’Ometto visto dal Ghicet di Sea

Cresta Ovest dal Ghicet di Sea

Camoscio sul Pian della Ciamarella

Pubblicato in General, luoghi | Contrassegnato , , , , , | Commenti disabilitati su Ghicet di Sea

Telelavoro, smartworking e telecontrollo

Il seguente articolo è apparso sul numero otto anno 102 di Umanità Nova

Una delle conseguenze immediatamente evidenti della sindemia di SARS-Covid-19 è stato il diffondersi di smartworking e telelavoro. Dopo due anni di pandemia, pratiche che prima erano poco diffuse e relegate a specifici settori sono diventate di massa. A causa dell’emergenza, la diffusione di queste pratiche è avvenuta senza il rispetto delle dovute tutele per i lavoratori e, purtroppo, non si sono viste particolari battaglie sindacali in merito a questa violazione dei contratti.

Innanzi tutto mettiamo in campo alcune definizioni per distinguere il telelavoro e lo smartworking. In questo articolo utilizzeremo il termine telelavoro per indicare quella modalità che prevede la semplice remotizzazione del posto di lavoro rispetto all’ufficio: la gestione del flusso di lavoro rimane la stessa che si avrebbe in ufficio così come permane un orario fisso ed eguale per tutti i lavoratori. Per smartworking, invece, intendiamo una modifica anche del flusso di lavoro e della gestione del tempo di lavoro. Il dipendente lavorerà così seguendo dei progetti, gestendo autonomamente il tempo da dedicare alle varie fasi, e deciderà, con maggiore o minore grado di autonomia a seconda della realtà aziendale e del proprio potere contrattuale, anche il proprio orario di lavoro.Se il telelavoro si limita a remotizzare la postazione dalla scrivania dell’ufficio al portatile sul tavolo della cucina, lo smartworking prevede anche un cambio di paradigma nella gestione dei flussi di lavoro e, in parte, della capacità decisionale.

Chi si trova a svolgere le proprie mansioni in regime di telelavoro ha vissuto negli ultimi anni tutta una serie di situazioni oggettivamente svantaggiose. In molti casi, non essendo l’azienda preparata alla remotizzazione delle postazioni, si è scaricato il costo dell’operazione sui dipendenti stessi: utilizzi di dispositivi di proprietà personale per il lavoro, innalzamento della spesa per consumo elettrico e riscaldamento della casa trasformata in luogo di lavoro, utilizzo di linee dati a proprie spese. Tutto questo senza che vi fosse una contropartita in termini di aumenti di salario.

Un altro svantaggio per i lavoratori è in termini di salute fisica e benessere mentale: la mancanza di postazioni di lavoro in casa realizzate tenendo conto di criteri di ergonomicità, e quindi di corretta postura, spesso già carenti in molti uffici, finisce per danneggiare l’apparato muscolo-scheletrico. In pochi hanno uno spazio in casa da dedicare a una postazione realizzata con criteri sensati – il classico studiolo domestico – e in molti si sono trovati a lavorare sul tavolo della cucina, con sedie non adeguate ad otto e più ore di seduta, spesso di fianco al partner anch’esso in telelavoro e ai figli in DaD. Se allo stress dell’esplosione della sindemia si aggiunge il malessere di lavorare in un ambiente non adeguato e una bella lombosciatalgia dovuta a una sedia scomoda non si ricava un quadro roseo.

Nel parlare di telelavoro bisogna anche tenere conto che l’oppressione di genere si ripercuote anche in questo ambito. Per molte donne la casa non è il luogo del riposo ma è il luogo del lavoro di cura, fondamentale per la riproduzione sociale. Alle mansioni lavorative remotizzate dal telelavoro si aggiungono così le mansioni del lavoro di cura: badare alla prole, che durante i periodi di picco della pandemia si trovava in didattica a distanza, preparare pasti, tenere la casa in ordine. Per le donne per cui il lavoro era un’occasione di uscire da situazioni di abuso domestico, anche se solo per qualche ora al giorno e nell’ambito dei rapporti lavorativi, trovarsi costrette al telelavoro ha significato non potere allontanarsi.

Vi è, comunque, anche l’altro lato della medaglia: lavoratrici e lavoratori sottoposti a mobbing in ufficio che sono riusciti a darsi una tregua dalle continue aggressioni di capi e di colleghi, pur mantenendo il posto di lavoro, lavoratrici che sono riuscite a tutelarsi da situazioni di violenza sessuata attuata nei luoghi di lavoro mantenendo il salario. In una società complessa la semplificazione non è possibile.

In alcune realtà più strutturate che hanno fatto ricorso al telelavoro per i propri dipendenti si è poi aggiunto il ricorso a forme di telecontrollo estremamente invasive. Questo è avvenuto in quanto le aziende, in molte realtà impiegatizie, hanno fatto ricorso alle stesse forme di controllo, spesso capillare e asfissiante che in ufficio viene messo in atto dal padrone o da suoi delegati.

Per ovviare all’impossibilità di controllare a vista i dipendenti alcune realtà hanno fatto installare sui computer usati in remoto, in questo caso molto spesso di proprietà dell’azienda, software in grado di rilevare l’attività degli utenti e stilare report ad uso dei manager delle risorse umane.

Questi sistemi di sorveglianza sono spesso molto più pervasivi e subdoli di quelli messi in campo in ufficio. Avvisano i manager se non si compiono determinate azioni che indicano che si sta lavorando entro un dato lasso temporale, prendono screenshot a caso dello schermo in modo che i controllori possano vedere se non ci si distrae su altri siti, i sistemi più avanzati analizzano il comportamento generando report con metriche per segnalare chi, come e quando si distrae e rallenta il flusso di lavoro. In questo modo si possono individuare i dipendenti meno produttivi e sanzionarli.

Sono sistemi che nella loro pervasività servono a far sentire l’occhio del padrone sulla nuca di ogni singolo lavoratore, per altro isolato dai suoi pari e impossibilitato a formare quella rete di complicità che permette di coprire piccole deviazioni dagli obblighi di lavoro, sottoposto a un controllo spersonalizzante, continuo, con una dimensione che si vuole leviatanica.

Paradossalmente questi sistemi, che pure vengono implementati da manager con la fissa delle metriche di produttività, vanno in alcuni casi a detrimento della produttività stessa. Dipendenti frustrati, che finiscono per cercare scappatoie di tutti i tipi, che si rifiutano – giustamente – di assumersi qualsiasi responsabilità creativa nella gestione del lavoro, abituati e costretti a rigidi protocolli spesso farraginosi e idioti, alla prima occasione se ne vanno.

È uno dei motivi dietro alla Great Resignation, il fenomeno che negli USA negli ultimi mesi sta vedendo moltissimi lavoratori abbandonare i propri posti di lavoro appena hanno abbastanza soldi da parte per campare senza lavorare per qualche mese. La produttività o la qualità del lavoro interessa però, spesso, meno della possibilità di attuare un controllo capillare.

Il rapporto capitalistico è un rapporto che si vuole totalitario. Le grandi concentrazioni industriali negli opifici nel corso dell’Ottocento nascono con lo scopo di concentrare e controllare meglio la forza lavoro che prima lavorava, anche se per lo stesso padrone, al telaio domestico nei processi di produzione diffusa. L’introduzione delle macchine con automatismi sempre maggiori è servita a disciplinare la forza lavoro ai ritmi imposti dalla direzione.

Avere le maestranze inurbate, che lavorano in luoghi predisposti, significava, allora, spezzare quel legame con la terra che permetteva di avere una sussistenza fuori dei rapporti mercantili. L’inurbamento e l’industrializzazione sono possibili grazie alle enclosures che limitano l’accesso comunitario alle risorse agroforestali. Il rapporto tra sradicamento dalla terra e integrazione nel processo industriale non è una novità del Novecento ma è una caratteristica primaria della nascita della grande industria moderna. Il legame con l’azienda, venute meno le risorse autonome che permettono almeno di mettere qualche legume e due uova in tavola a prescindere dall’andamento dei mercati e del riflesso di questo sul proprio salario, diventa un legame totalitario. In alcuni paesi, come l’Italia, per qualche decennio hanno resistito le figure dei metal-mezzadri che però sono stati fenomeni residuali e scomparsi nel giro di pochi decenni o relegati solo a regioni con determinate specificità.

L’introduzione di sistemi di controllo per il telelavoro rimarranno in auge anche con il rientro dello stesso – rientro delle cui dimensioni sapremo solo nei prossimi anni – e verranno applicati anche in ufficio, aggiungendosi ai consueti controlli a vista e alle spiate fatte da colleghi cui non è stato spiegato come si sta al mondo.

La dimensione del controllo è fondamentale in un sistema che tende al totalitarismo e la possibilità di controllare fin nelle pieghe più microfisiche dei rapporti di lavoro – quindi rapporti di potere e dominio – è il sogno di molti manager. Nel corso degli anni però la concentrazione industriale ha permesso ai lavoratori di riconoscersi gli uni con gli altri come sfruttati accomunati dalla stessa oppressione. Il vivere dentro la fabbrica ha permesso in certi momenti di prenderne il controllo, di spezzare quel sistema di controllo che gravava sulla testa dei lavoratori.

Se la ristrutturazione industriale di fine anni ’70, che ha visto l’introduzione di sempre maggiori automatismi, ha permesso il contrattacco padronale contro le lotte che per un decennio avevano visto i lavoratori conquistare migliori condizioni di lavoro e di salario, la conseguente introduzione degli automatismi nei lavori di concetto ha seguito la stessa dinamica colpendo coloro che si ritenevano in salvo.

Il ceto impiegatizio si è a lungo ritenuto immune dalle conseguenze della cosiddetta terza rivoluzione industriale. Gli impiegati della FIAT potevano permettersi di identificarsi negli interessi dell’azienda e scendere in piazza contro i loro colleghi dei reparti ma sono stati spazzati via anche loro. I gestionali della SAP hanno fatto tante vittime come il Robogate della COMAU e stessa cosa si può dire per Solidwork e altri programmi di CAD/CAM.

Se le tecnologie per il controllo informatico capillare del lavoratore non si sono ancora diffuse è a causa dell’impreparazione stessa di molte aziende. Sono tecnologie costose – sia in termini di licenze per comprarle che di consulenze per l’implementazione e la formazione per usarle – e gli imprenditori italiani, soprattutto nelle piccolo-medie imprese, preferiscono non investire in tecnologia. Non è un caso che Confindustria sia stata una dei maggiori sponsor delle politiche del governo Draghi tese a garantire il rientro negli uffici.

Questo però per quanto tempo? Non è da escludere che nel prossimo futuro tecnologie ora abbordabili solo ad aziende strutturate non comincino ad avere costi minori. È una tendenza iscritta nel cosìddetto “capitalismo della sorveglianza”: raccogliere dati in modo capillare, metterli in relazione, elaborarli, produrre previsioni.

Cosa si può fare davanti a un sistema che si presenta come leviatano e ci vuol ridurre a monadi? In realtà, di là delle astuzie tecniche che si possono adottare a livello individuale per tutelarsi da chi vorrebbe esercitare un controllo pervasivo, la ricetta non è nuova: costruire relazioni solidali con chi condivide la propria condizione, informarsi, condividere conoscenze, organizzarsi.

Pubblicato in articoli | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Telelavoro, smartworking e telecontrollo

Green Pass e dintorni – Tra cialtroneria di stato e pseudoscienze

Il seguente articolo verrà pubblicato sul numero 27 anno 101 di Umanità Nova

L’agosto italiano ha visto l’introduzione del Green Pass come strumento per la gestione dell’epidemia. È una misura che era nell’aria da tempo e l’avvicinarsi dell’autunno ne ha accelerato i tempi di adozione. Il Green Pass è una misura che serve allo Stato per scaricare sui singoli le proprie oggettive responsabilità. Non è niente di nuovo: l’intera gestione della pandemia è passata in questa modalità.

Il governo Conte II, inizialmente, ha sottovalutato la grave situazione pandemica nel Gennaio del 2020, giurando che non c’era nulla da temere e che tutto era sotto controllo; successivamente si è lanciato in una frenetica corsa a decreti restrittivi. I primi focolai non sono stati isolati perché le associazioni degli industriali del Nord-Est si opponevano a zone rosse nei loro distretti produttivi.

Incapace di gestire in modo razionale e scientifico la pandemia, grazie alla storica mancanza di un piano pandemico e ad una medicina territoriale sempre meno adeguata, il governo Conte II ha scaricato tutto sulla gestione dei comportamenti individuali. Al tempo stesso i vertici istituzionali, non riuscendo a fornire un numero sufficiente di DPI, mascherine e gel igienizzanti, sostenevano che le mascherine fossero inutili, sperando, quindi, di abbattere la richiesta di un mezzo di protezione che si è rilevato fondamentale.[1]

Nel frattempo si imponevano misure inutili come il coprifuoco notturno. Incapace di gestire in modo reale la pandemia, il governo, pur di dimostrare che qualcosa sapeva fare, non trovava di meglio che mandare la polizia a prendere i documenti a chi si trovava su una panchina ai giardini. Negli snodi della logistica scoppiavano dei focolai; ma per il governo il problema era regolamentare chi usciva a correre, mica l’espandersi della pandemia nei distretti economici (la cui unica misura di contenimento possibile sarebbe stata il blocco). Fortunatamente il sindacalismo più combattivo e l’auto-organizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici sono riusciti, in molti casi, ad imporre stop e blocchi di magazzini e fabbriche in cui vi era l’elevato rischio di contagio.

Il successivo governo Draghi ha continuato sulla stessa linea. La campagna vaccinale è stata prima tarpata da una gestione inefficace e, poi, da una campagna terroristica sul vaccino Astra Zeneca. Ciò si inserisce nella logica delle guerre commerciali tra le varie case farmaceutiche e le rispettive consorterie che appoggiavano questo o quel produttore. Il criminale comportamento dei principali mezzi di informazione, gli stessi che si sperticano in editoriali inorriditi sulle fake news, hanno frenato la richiesta di sieri profilattici da parte di una popolazione sempre più confusa.

Un ardito piano per contenere artificialmente la richiesta di un mezzo atto a soddisfare il bisogno di salvaguardia della salute individuale e collettiva? Oppure l’ordinaria imbecillità della borghesia e dei suoi lacchè? Ai futuri storici la sentenza.

Quale che siano state le cause, questo comportamento ha generato una grave confusione nella popolazione. Un caos in cui gruppi di avventurieri, alla ricerca di consensi politici o di guadagni economici, come i variegati e abietti guru delle pseudoscienze – dai no-vax della prima ora ai propugnatori di farlocche cure domiciliari – sguazzano allegramente. Ora il governo, le televisioni e la carta stampata attaccano questi mestatori che sono le loro stesse creature.

Come culmine di questo periodo di sonora idiozia con il bollino di qualità “Made in Italy”, ecco giungere a noi il Green Pass. Dopo aver terrorizzato la popolazione mezzo stampa, dopo aver dato spazio alle peggiori fandonie antiscientifiche del governo, ecco di nuovo lo scaricamento di responsabilità sulla scelta individuale di vaccinarsi o meno.

Intendiamoci: al momento il ricorso alla profilassi vaccinale è il modo migliore per arginare le peggiori conseguenze della malattia. Il rapporto rischi/benefici è estremamente sbilanciato verso i secondi, checchè ne dicano i precedenti citati guru delle pseudoscienze.

Una profilassi di massa contro le malattie infettive è il modo migliore per impedire l’emergere di varianti. Chi non ne fosse convinto può andare a vedere quante varianti della polio[2] o del vaiolo siano in circolazione al giorno d’oggi, al contrario di metodi terapeutici che, per quanto efficaci sul breve termine, possono operare pericolose selezioni a collo di bottiglia, come già sta accadendo per certe infezioni batteriche a causa dell’uso smodato degli antibiotici in ambito zootecnico.

Al netto di questo si deve fare una riflessione su come la salute sia gestita in una società dominata dal capitale.

La disarticolazione dei sistemi di medicina territoriale ha portato alla perdita del rapporto di fiducia tra medici e pazienti. A questo ha contribuito il comportamento di molti medici: pensiamo ai classici giochetti del tipo “ti seguo meglio quando sei ricoverato in reparto anche se sei un mio paziente privato”, alle operazioni inutili fatte in regime di convenzione da parte di strutture private per drenare più soldi al sistema pubblico, sulla pelle dei pazienti stessi. Il personaggio del dottor Guido Tersilli interpretato da Alberto Sordi nei due film omonimi (diretti il primo da Zampa e il secondo da Salce) è la rappresentazione massima di questo squallore vigente da liquidare senza sé e senza ma.

Lo Stato si sta ora ponendo come l’unico mezzo di salvezza. Come un deus ex machina, l’istituzione statale sa distribuire il vaccino che porterà alla fine dalla pandemia. Ma non è così. Dietro a questa rappresentazione – e, ancora, c’è da chiedersi quanto ci sia di malafede e quanto ci sia di falsa coscienza – si nasconde un nudo fatto: lo Stato non è capace di soddisfare il bisogno di salute. E non è che non ne è capace perché è male organizzato o diretto da personaggi imbecilli o di dubbia moralità. No, non ne è capace perché non è il suo compito. Lo Stato serve a garantire la riproduzione del sistema in cui viviamo. Serve a schiacciare con violenza le persone sfruttate e tenerle in tali condizioni.

L’epidemia di SARS – COVID-19 è solo la prima. Ce ne saranno altre. Se va bene saranno malattie fastidiose ma relativamente poco pericolose. Se va male saranno malattie con la mortalità del SARS-CoV-1 del 2003 o peggio.

Le pandemia che si profilano all’orizzonte sono dovute a zoonosi. E queste hanno come causa prima la compressione delle nicchie ecologiche dove certi agenti patogeni erano isolati. La distruzione degli ecosistemi, l’esistenza di incubatori a crescita esponenziale come gli allevamenti intensivi o i wet market hanno portato alla proliferazione di determinati micro-organismi. Si può discutere se l’origine della pandemia di COVID-19 sia stata nel wet market di Wuhan (grazie a qualche borghesotto con la sua fame di specie esotiche da mettersi a tavola per rimarcare il suo status sociale), o nel laboratorio di virologia che ha seguito con leggerezza le procedure di manipolazioni di materiale pericoloso – le ipotesi di un virus inventato artificialmente si sono già dimostrate come infondate e quindi non le prendiamo in considerazione. Ma rimane un fatto che in molti cercano di nascondere: l’attuale pandemia non è un mostro venuto dallo spazio profondo: è la diretta conseguenza del nostro mondo. Ed era da anni che si sapeva che prima o poi sarebbe successo.[3]

Eppure nessuno Stato ha preso precauzioni. Anzi. L’estrattivismo è stato ampiamente incoraggiato, nonostante sia una delle cause prima della distruzione degli ecosistemi. Lo sviluppo di allevamenti intensivi è continuato. Non è un caso che un governo come quello brasiliano sia stato in prima linea nel negare la gravità della situazione. La distruzione delle foreste pluviali è una delle prime fonti del PIL di quel paese. L’ideologia degli evangelici pentecostali al governo calza come un guanto al sistema economico che gestiscono. Le comunità indigene che vengono massacrate dal SARS-COVID-19, come coloro che vivono ammassati negli slums, muoiono per volontà di Dio. I conti in banca dei latifondisti crescono per volontà di Dio. Tutto si tiene.

Inutile aggiungere che ben poco si sta facendo per organizzare una profilassi che avvenga congiutamente a livello globale. I vaccini, o meglio la capacità di produzione degli stessi, sono una leva geopolitica, per cui, al netto della lentezza nell’implementare nuove linee di produzione, che può essere superata fino a un certo punto, vi sarà una scarsità artificiale che renderà possibili varianti in grado di aggirare la proteziane data dalla vaccinazione.

Abbiamo divagato, torniamo alle nostre latitudini. Grazie alle leggi sull’immigrazione italiane, che si inseriscono nel più generale quadro europeo, in Italia ci sono centinaia di migliaia di persone sconosciute al sistema sanitario in quanto irregolari. Altre sono state marginalizzate in quanto persone transgender e “non binary”, senza casa, sex workers, soggetti psichiatrizzati (o un mix di tutte le cose). Queste persone, a volte espulse dai processi produttivi e relegate alle economie informali, non sono state minimamente coinvolte nella campagna vaccinale se non per buona volontà di qualche associazione o di qualche presidio sanitario. Ora, persone senza documenti o non conformi alla loro identità di genere, si troveranno ad aver bisogno dell’ennesimo pezzo di carta cui non hanno accesso a prescindere dall’essersi vaccinate a meno. È il caso di non vaccinati a prescindere dalla loro volontà, o meno, di vaccinarsi dato che burocraticamente non esistono – o esistono solo per questure e prefetture – e quindi non possono accedere alla profilassi.

Forse chi si sta domandando come cavalcare quelle piazze di piccolo e medio borghesi indignati – specie ristoratori – perché, per la prima volta nella loro vita, si trovano dalla parte sbagliata delle decisioni governative, dovrebbe ragionare come organizzarsi con – e sottolineiamo la preposizione con – chi subisce l’ennesima discriminazione.

Certo, tra chi è sceso in piazza ci sono anche molti che sono genuinamente preoccupati, che non hanno posizioni antiscientifiche a priori, che hanno paura, quella paura suscitata da mesi e mesi di terrorismo mediatico e di decisioni contraddittorie da parte del famigerato Comitato Tecnico Scientifico, che di tecnico e di scientifico ha poco, mentre ha molto di politico. Ma la direzione di quelle piazze, chi le cavalca e le dirige, è tutta in mano a pezzi della piccola e media borghesia e dei loro referenti politici.

Come dicevamo, il governo e i media ad esso allineati hanno attivamente boicottato la campagna vaccinale per cui ora spingono. Questo atteggiamento è solo apparentemente contraddittorio. In un dato momento era necessario comprimere artificialmente la richiesta di sieri per nascondere, dietro una cortina fumogena di titoli a cinque colonne, i malori e i morti che ben poco avevano a che fare con il vaccino ma che rientravano nel triste computo della caducità della vita, delle guerre commerciali e della cattiva organizzazione della campagna vaccinale. Ora è necessario interrompere i ristori per certe categorie ed evitare un nuovo brusco stop ai consumi in autunno; per cui si spinge sulla campagna vaccinale stessa.

Inoltre è palese la volontà delle associazioni padronali di porre fine allo smartworking che, pur con tutte le criticità evidenziate da molti dipendenti, ha permesso di limitare i contagi. D’altra parte lo smart working rende molto più difficile la sorveglianza continua degli impiegati e delle impiegate da parte dei capi e capetti negli uffici. Certo, esistono sofisticati sistemi di monitoraggio remoto; ma nelle PMI italiane si preferisce, si sa, gli investimenti in sistemi IT sono ben scarsi per cui sono i sistemi di controllo remoto per i dipenti sono stati adottati, fortunatamente, da ben poche imprese.

Come ciliegina sulla torta è stato annunciato che i giorni di isolamento fiduciario in caso di positività al SARS-COVID-19 (misura che ha permesso di limitare fortemente i contagi), non saranno riconosciuti e pagati come malattia. In pratica stai a casa bruciandoti le ferie o, se hai un contratto atipico, preparati a stringere la cinghia. O in una specie di smart-working che assomiglia più ai domicialiri che ad altro se si lavora in ufficio.

Questo è un gravissimo attacco nei confronti dei lavoratori, che scarica i costi della pandemia – o per meglio dire della sindemia – sui singoli lavoratori. Niente, ovviamente, è stato fatto per abbattere i rischi di contagio in itinere, ovvero sui sovraffollati mezzi pubblici. Questi sono temi su cui è necessario confrontarsi.

Il non-detto sulla questione vaccinale è come tale profilassi metta al riparo dalle peggiori conseguenze della malattia e diminuisce fortemente il rischio di trasmissione – il che è ottima cosa – ma non costituisce uno schermo magico che rimbalza i virus. Per cui anche se sei vaccinato, rischi di essere positivo e di passarti mezzo mese senza stipendio.

Lo Stato sta presentando il vaccino come cura definitiva della pandemia quando in realtà sta solamente cercando un modo di gestione che permetta di trovare un punto di equilibrio tra crescita economica – o per lo meno un non-tracollo economico –, e il numero di morti per la malattia. I guru delle pseudoscienze e i loro seguaci sono solamente l’altra faccia della medaglia, impegnati in una guerra di opinione e nel posizionarsi al meglio nello spettacolo vigente.

Nel frattempo niente si sta facendo per prevenire la prossima pandemia.Dato che gli Stati e il capitale, e tanto meno i ciarlatani, non potranno farlo sarà compito altrui.

NOTE

[1] Sulla rivista scientifica multidisciplinare PNAS (acronimo di “Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America”) venne pubblicato l’articolo “An evidence review of face masks against COVID-19” (Issues 118, n. 4, 26 Gennaio 2021). In esso, i ricercatori e le ricercatrici analizzano come il virus in questione si trasmetta attraverso le goccioline respiratorie e una delle prevenzioni per frenare la diffusione del contagio sia l’utilizzo delle mascherine. Gli studiosi e le studiose in questione, inoltre, raccomandano “che i requisiti per l’uso della maschera siano implementati dai governi o, quando i governi non lo fanno, da organizzazioni che forniscono servizi rivolti al pubblico. Tali mandati devono essere accompagnati da misure per garantire l’accesso alle mascherine, possibilmente compresi meccanismi di distribuzione e razionamento in modo che non diventino discriminatori. Dato il valore del principio del controllo alla fonte, soprattutto per le persone pre-sintomatiche, non è sufficiente che solo i dipendenti indossino la mascherina; anche i clienti devono indossare le mascherine. […]”

Link all’articolo completo: https://web.archive.org/web/20210904094921/https://www.pnas.org/content/118/4/e2014564118

[2] Le varianti della poliomielite conosciute sono di tre tipi. Attualmente il tipo 3 (Wild PolioVirus 3 (WPV3)) è stato eradicato, mentre il tipo 1 e tipo 2 (rispettivamente WPV1 e WPV2) sono presenti in trentadue paesi (dato del 27 Agosto 2021). La causa della presenza dei primi due tipi di polio è da imputare sia alla bassa qualità di risposta a livello immunitario del vaccino mOPV2 che all’attuale pandemia da Sars-Covid 19. Attualmente l’OMS sta puntando al vaccino nOPV2 come sostituto dell’attuale vaccino. Fonti:

“Eradicazione del poliovirus selvaggio di tipo 3: la certificazione OMS”, 7 Novembre 2019, Link all’articolo completo: https://web.archive.org/web/20210305103236/https://www.epicentro.iss.it/polio/eradicazione-poliovirus-selvaggio-tipo-3

“Progress Toward Polio Eradication — Worldwide, January 2019–June 2021”, Centers for Disease Control and Prevention, Issues 70, n. 34, 27 Agosto 2021. Link all’articolo completo: https://web.archive.org/web/20210831141603/https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/70/wr/mm7034a1.htm?s_cid=mm7034a1_w

“Implementation of novel oral polio vaccine type 2 (‎nOPV2)‎ for circulating vaccine-derived poliovirus type 2 (‎cVDPV2)‎ outbreak response: technical guidance for countries”. Link al documento: https://web.archive.org/web/20210817140636/https://apps.who.int/iris/handle/10665/333520

[3] Per chi volesse approfondire il tema delle zoonosi e delle loro cause consigliamo la lettura di Spillover. L’Evoluzione delle Pandemie di David Quammen, edito da Adelphi nel 2017. Sempre su questi temi, consigliamo le lettura dell’articolo “Mai la merce curerà l’uomo”, reperibile qua: https://umanitanova.org/mai-la-merce-curera-luomo-e-figuriamoci-se-lo-fara-lo-stato/

Pubblicato in General | Commenti disabilitati su Green Pass e dintorni – Tra cialtroneria di stato e pseudoscienze

Due parole prendendo spunto dai fatti di Voghera

Messe giù così, a punti, che non ho voglia di scrivere un articolo vero:

– quando si parla di difesa personale si dovrebbe tenere ben presente il principio di proporzionalità. Chi, negli anni, ha attraversato non da fruitore passivo spazi autogestiti e simili ha sicuramente dovuto gestire gente molesta, come pare che l’uomo ucciso fosse. Il più delle volte la faccenda si risolve parlando in modo pacato ma mostrandosi decisi. In qualche altra occasione si risolve con una comoda chiave articolare ben eseguita e un calcio in culo. Quando si può si agisce in modo collettivo e senza fare i cazzoduristi. Raramente si finisce per dover fare _veramente_ male a qualcuno. Qualche volta succede e amen, non è una tragedia.

– si tiene a mente che una persona che in quel momento è molesta non è una specie di subumano da eliminare. E’ una persona che in quel momento può rappresentare un pericolo e che va contenuta e/o allontanata. Il punto non è purificare il mondo da soggetti “immorali”, il punto costruire un modo sicuro di stare insieme. In alcuni casi è una persona che sta peggio della media delle persone che mi leggono. In alcuni casi è, per farla breve, uno stronzo. In molti casi un mix di ambo le cose. In ogni caso non è un mostro venuto dall’oltrespazio ma un prodotto del nostro mondo.

– lo stare insieme in modo sicuro si costruisce insieme e non facendo i supermacho. Io posso essere uno spaccaossa professionista e scaricare con precisione un bifilare da 15 colpi nel 10 di un bersaglio in movimento ma da solo potrò ben poco. La sicurezza emerge dalle relazioni che ho con il prossimo. Se le relazioni non saranno quelle di una società gerarchica, basata sullo sfruttamento e sull’oppressione ma quelle di una società di liberi e uguali è più difficile che mi ritrovi nella situazioni di dovermi difendere e, contemporaneamente, è molto più facile che mi possa difendere con efficacia.

– l’efficacia della difesa non dipende dall’intervento di una sfera separata a cui si delega la violenza ma dalla propria capacità di saper usare e gestire, individualmente e collettivamente la violenza. Dalla capacità di combattere e dalla capacità di individuare le cause ultime della violenza e di concentrarsi su di queste. La violenza esiste e o ce ne occupiamo noi o lei si occuperà di noi.

– il sapersi difendere è un primo luogo una capacità di gestione dello spazio. Di percezione dell’ambiente e di percezione del proprio corpo in rapporto con l’ambiente. Puoi anche avere una glock subcompatta in porto occulto pronta all’uso ma se vaghi guardando il cellulare niente ti impedirà nè di prendere il proverbiale (e meritato) palo in faccia nè il cartone sul naso da uno che vuole il tuo cellulare. Saper correre i cento metri senza andare in crisi respiratoria è altresì un’ottimo mezzo di autotutela. Ecco, quando uno sa fare queste due cose, correre i cento metri e percepire l’ambiente intorno, può iniziare a ragionare di tirare manate sulla trachea altrui o di usare uno strumento che lo faciliti (da botta, da taglio o a fuoco che sia). Se poi sei nella condizione di _dover_ usare quello strumento, bhe, usalo. E’ estremamente difficile che succeda ma può succedere, checchè ne dica quella sfilza di pretini che vivono nel mondo dei puffi pratolini o il segretario del PD che fa il cosplay del suo più famoso equivalente statunitense. Scrivevamo un paio di anni fa:”[…]L’hoplofobia dell’ala sinistra del capitale è tutta già scritta nella sua storia, ovvero nella storia della sua falsa coscienza e del suo opportunismo, allo stesso modo in cui la voglia del piccolo borghese di farsi giustiziere della notte è scritta nella sua parabola discendente di ridicola figura messa in crisi non da immaginari banditi ma dalla ferrea logica del capitale.”

– in secondo luogo il sapersi difendere sta nell’evitare che le situazioni si presentino e nel saper gestirle in direzione di soluzione di lungo termine (esempio stupido: bravo, hai spaccato il braccio al tizio che ha provato a rubarti il cellulare. Dopo un mese il suo braccio è tornato usabile e lui decide di aspettarti sotto casa e piantarti un cacciavite nella pancia mentre apri la porta). Quindi o ti metti a sciogliere nell’acido tutti quelli che possono rappresentare un pericolo a lungo termine o impari a trovare delle soluzioni complesse a un problema solo apparentemente semplice. Per farlo, come detto prima, devi passare da un piano collettivo. Un ambiente, sociale e fisico, sicuro è la prima forma di tutela.

– stando più sull’attualità è evidente che la faccenda abbia a che fare dal modo in cui la società in cui viviamo gestisce le stesse persone che spinge ai margini. Il signore ammazzato viveva nel fantastico incrocio dell’oppressione da soggetto razzializzato, espulso dal processo produttivo, alcoolizzato. Disadattato. Da mettere in quei depositi di umanità di eccesso che sono galere e cpr. Non per processo penale ma per processo amministrativo. Aveva degli atteggiamenti molesti? Da quanto sappiamo si. Ma non è questo il punto. Il punto è che era considerato indecoroso. Se è il figlio del commercialista Tal dei Tali che va in giro a molestare il prossimo dopo essersi pippato l’Everest non gli tiri con la pistola. Perchè “boys will be boys” e al più gli tiri un ceffone (scusandoti, poi, con il Signor Padre). Se è Youns El Boussetaoui a essere ubriaco e a rompere i coglioni è invece giusto tirargli anche se lo si poteva gestire in modo meno violento. 50 anni fa si sarebbe chiamato Ciriaco Saldutto o Barabèl. Più a sud si chiamerebbe Davide Bifolco. Lui è indecoroso, il figlio del commercialista è un ragazzo che vuole divertirsi e esagera un po’. A Youns El Boussetaoui la seconda chanche (ma manco la prima) non è concessa.
Infatti chi gioisce del suo omicidio lo fa perchè se muore uno così c’è da festeggiare al prescindere dal pericolo effettivo che rappresentava. A quelli che festeggiano non interessa vivere più sicuri: interessa pisciare in testa agli ultimi sfigati. Molto probabilmente sono gli stessi che, non nella responsabilità individuale ma nella propria funzione sociale, l’hanno spinto in quello stato. E i loro servi. Chi lo ha ucciso, riportano le cronache, era noto per andare in giro a molestare gli indecorosi nel nome del decoro. Una fantastica storia di provincia.

Nota tecnica, o del perchè sentire parlare di colpi accidentali nel 2021 mi fa ridere

Lo scrivente è un tizio che per ragioni varie sa utilizzare circa decentemente (sono modesto e sono pure fuori esercizio causa lockdonw vari) le armi da fuoco moderne. Le moderne armi progettate per l’uso operativo (leggi: da difesa) sono dotate di sicure ridondate, che rendono impossibile che parta un colpo accidentale tanto che l’israelian/empty chamber carry è diventato obsoleto e non viene più insegnato, se uno rispetta una regola fondamentale: tenere il dito fuori dalla guardia se non quando si _vuole_ sparare. Se non avete mai tenuto una pistola in mano può sembrare una cosa macchinosa ma posso assicurarvi che non lo è. Se dichiari che ti è partito un colpo accidentale ci sono tre possibilità: a) stai mentendo b) hai scelto l’arma sbagliata (tipo un’arma da tiro accademico con scatto allegerito, di quelle che le guardi troppo intensamente e sparano) c) sei così coglione da tenere il dito dentro la guardia, fottendotene di una delle quattro (4, eh, mica, 400) regole fondamentali nel tenere in mano un’arma da fuoco. Nel primo caso sei un omicida. Nel secondo o hai avuto sfiga (ma di quelle rare: vieni aggredito mentre partecipi alla gara di tiro regionale al poligono) o sei un fesso. Nel terzo caso sei di una negligenza criminale.

Pubblicato in General | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Due parole prendendo spunto dai fatti di Voghera

In vita e morte di Cesare Gatto, 15/08/2007 – 06/05/2021

Il sei di maggio del 2021, alle ore 20.00, in un appartamento di Torino, Cesare, il gatto con cui ho condiviso 14 anni di vita, è morto.

Cesare nel novembre 2017

Gli rimanevano pochi giorni di vita: uno osteosarcoma, in forma probabilmente maligna, partito da una vertebra lombare gli aveva distrutto l’innervatura degli arti inferiori, paralizzandolo, e, cosa ben più grave, aveva pesantemente danneggiato quella degli stessi organi interni: un blocco renale dovuto all’accumolo di urina che, in una vescica incapace di svuotarsi, sarebbe risalita verso i reni era imminente. Se non ci fosse stato un blocco renale ci sarebbe stato un blocco intestinale. Il risultato non cambia: avvelenamento da cataboliti, sepsi, shock. O magari una polmonite ingestiva dovuta a una crisi di vomito.

Ho abbastanza conoscenza della fisiologia dei mammiferi per sapere come si muore in questi casi.

Di fronte a questa prospettiva ho preferito ucciderlo io. Certo, una veterinaria ha praticato la sedazione profonda e ha preparato la flebo, ma lo stantuffo che ha lanciato nel suo torrente ematico un mix di curaro e oppioidi l’ho premuto io, coerentemente con l’idea che se si prende una decisione se ne porta il peso. Ho seguito il suo polso carotideo fino all’ultimo, sentendo il battito diventare sempre più debole ed erratico, in un modo che mi ricordava il polso di un signore in arresto cardiaco su cui tentai le procedure di CPR tempo fa. Infine si è fermato: l’effetto del curaro sulle placche neuro-muscolari è rapido e senza scampo. All’arresto cardiaco è seguito un arresto respiratorio, ho sentito chiaramente l’ultimo movimento del diafframma e l’aria che abbandonava i polmoni. A questo è seguito nel giro di pochi minuti la morte cerebrale per ipossia.

Sono conscio del peso di una simile decisione: Cesare non mi ha chiesto di morire, non me l’ha fatto capire. Cesare non parlava italiano, francese o inglese, le tre lingue che intendo. Le sue forme mentali erano differenti dalle mie. Ciò nonostante ho scelto di togliergli la vita. Penso di aver fatto bene ma l’unico soggetto in grado di confermarlo non lo può fare.

Cesare è stato colui con cui, negli ultimi quindici anni, ho passato in assoluto più tempo. È stato colui che, per i lunghi anni in cui abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto, veniva tutte le sere farmi le fusa, a prescindere dagli orari in cui mi coricavo (e per un certo periodo ho avuto orari piuttosto assurdi). È stato colui che, dopo il caffè e la sigaretta post prandiale, veniva ad accocolarsi su di me mentre mi guardavo i Simpson o Futurama.

Quando ero fuori per 12 e più ore per un lavoro che detestavo fino alla mia più intima fibra, mentre tornavo con un treno perennemente in ritardo verso casa, pensavo spesso al fatto che, per malvagia che fosse stata la giornata, mi sarei goduto un bel po’ di fusa una volta arrivato a casa.

Durante le lunghe ore delle riunioni di redazione di Umanità Nova stava spesso accoccolato sulla mia persona. O seduto di fianco alla tastiera a guardarmi. Più volte i suoi “ron ron” si sono sentiti a centinaia di chilometri di distanza, catturati dal mio microfono, campionati dalla scheda audio e trasmessi via TCP/IP ad altri redattori.

Non conto le volte che ho dovuto interrompere le visioni di film o le letture di libri perchè decideva che era il momento di farsi coccolare. Un paio di volte l’ha fatto anche mentre facevo addominali a terra e in un’occasione aveva deciso che la mia gamba che si muoveva nel movimento ritmico delle trazioni alla sbarra era un gioco estremamente divertente. Ha distrutto svariate paia di pantofole di mio padre. Morso in più occasioni mia madre perchè non lo stava considerando abbastanza. Predato svariati rotoli di carta igienica. Fatto saltare le piume della coda di un piccione che ebbe la peregrina idea di provare a nidificare sul suo balcone.

Morso un poliziotto, che così questo imparava a farsi gli affari suoi[1].

Quasi tutti gli articoli che ho scritto su questo blog e su Umanità Nova sono stati scritti con lui di fianco. Anche se non ho messo il canonico F.D.C. Willard come co-autore (avrei dovuto), lo è stato.

La coscienza antispecista che ho maturato nel corso degli anni è maturata grazie al rapporto con lui.

È stato uno dei miei migliori amici, è stato parte della mia vita. Lo sarà finchè avrò facoltà di ragionare.

Voglio qua ringraziare chi mi è stato vicino in questi giorni, chi fisicamente, chi con messaggi. Voglio ringraziare anche la veterinaria che ci ha seguito in questi mesi, la sua empatia è stata maggiore di quella di certi medici che ho conosciuto.

Addio Cesare, ti ho amato come un amico, sei stato mio compagno e sempre lo sarai.

[1] Ottobre 2011, dei tizi mi suonano alla porta di casa. Apro: sono due tizi con giacca e cravatta con cartellini di azienda che simula il logo della Gazprom e che provano a vendermi un contratto del gas (perchè la Gazprom manda direttamente i commerciali dai privati con utenza domestica, è risaputo). Li invito, abbastanza gentilmente, ad andare a raccontare frottole altrove. Questi cominciano a fare gli arroganti. Io gli mostro che posso essere molto più arrogante di loro, e, per evitare la giusta punizione per la loro empietà, scappano per le scale. Riprendo a farmi i cazzi miei, apro la finestra per fumarmi una sigaretta e vedo i due tizi sostare sotto casa. Questi cominciano ad insultarmi e io rispondo. Dopo poco arriva una volante: viene fuori che questi due stronzi hanno l’abitudine non solo di provare a truffare la gente ma pure di provare ad attaccare rissa per poi fare la parte degli aggrediti. Tipo era la terza volta in una settimana che succedeva. I tizi spiegano a due irritati (con loro) poliziotti che io li avrei proditoriamente aggrediti. I poliziotti annuiscono e li invitano ad andarsene altrove, mi chiedono i documenti e mi salgono in casa. Il poliziotto più giovane vede Cesare su una poltrona e prova a toccargli la testa. Viene immediamente rimesso al suo posto da una meritata mozzicata. Si lamenta con il collega più anziano che lo guarda come se parlasse con un bambino scemo e gli fa “certo che ti ha morso, è un gatto, che ti aspettavi che facesse?”. Io mi chiedo se le barzellette sui carabinieri in realtà non dovrebbero essere sui poliziotti. Pigliano la mia versione (“i tizi hanno fatto gli arroganti e io gli ho detto di andarsene e poi non è successo niente, no non li ho minacciati con un bastone, no, non ho intenzione di adire per vie legali, si, sono ben conscio che avrei la possibilità di farlo, arrivederci e buone cose”). Io vado alla coop e prendo le due scatolette più costose e di qualità che trovo e le porto a Cesare. Lui è contento, io sono contento.

Pubblicato in General | Commenti disabilitati su In vita e morte di Cesare Gatto, 15/08/2007 – 06/05/2021