La Chimera movimentista

Articolo pubblicato sul numero 15 anno 95 di Umanità Nova, si inserisce nel dibattito sulla questione organizzativa e del rapporto tra organizzazione anarchica e movimenti sociali che va avanti da qualche numero.

La Chimera movimentista

L’articolo “Le lotte e i pergatto-anarchistacorsi di liberazione”, pubblicato sul numero 13 anno 95, di Umanità Nova, presenta moltissimi (s)punti critici. Intanto non si può non rilevare un’errata impostazione di base: viene affermato che la lotta di classe ha diminuito di intensità fino a quasi a sparire. Niente di più sbagliato: la lotta di classe è un processo insito nella modalità di produzione capitalista. La lotta di classe non può scomparire e tanto meno ridursi di intensità, il punto, è semmai, che negli ultimi anni viene combattuta attivamente e coscientemente sopratutto dal padronato. Difatti la lotta di classe non è monodirezionale, combattuta solo dal proletariato ma è un processo dialettico in cui le classi si scontrano tra di loro. L’aumento della forbice tra ricchi e poveri è la dimostrazione puntuale del fatto che al momento chi è in vantaggio al momento è chi detiene i mezzi di produzione. In tutto questo rientrano i processi di finanziarizzazione dell’economia, le delocalizzazioni, i processi di accumulazione mediante le grandi opere, infrastrutturali o urbanistiche.

Il problema è, semmai, che chi campa di lavoro salariato non è dotato di un organizzazione tale per rovesciare il tavolo su cui si gioca la partita. Anzi, spesso sembra quasi non rendersi conto che viene giocata una partita in cui la posta in gioco è l’assoggettamento alle logiche di produzione capitaliste tipiche di questo tempo. Le fasi più battagliere dell’otto-novecento, quelle che hanno visto il movimento dei lavoratori strappare grosse conquiste, ora messe in discussione dalla profonda modifica degli equilibri sociali, sono state caratterizzate dalla presenza di strutture e organizzazioni che riuscivano non solo a contrastare l’opera del padronato ma anche a spingere in avanti e strappare migliori condizioni di vita: diminuzione dell’orario di lavoro, aumenti salariali, diritti civili e politici, garanzie sul posto del lavoro, ridistribuzione, anche indiretta, tramite i meccanismi del welfare state, del reddito. Certamente tutto questo è stato possibile grazie al fatto che, pensiamo agli anni 60-70, era necessaria forza lavoro per sostenere i boom economici e che questa forza lavoro, di conseguenza, era dotata di un grosso potere contrattuale. In un mondo diviso in blocchi non si poteva giocare con le delocalizzazioni e la finanziarizzazione estrema dell’economia era a di là da venire. L’insieme di questo condizioni, soggettive e oggettive, ha portato alle maggiori conquiste sociali i cui frutti oggi vediamo mettere in discussione.

Emerge di conseguenza la necessità di porsi due fondamentali domande: come resistere? E come rilanciare la partita in senso rivoluzionario, ovvero sia mettendo radicalmente in crisi il sistema di produzione capitalista e imponendo un suo superamento verso nuove forme di produzione?

Il movimentismo, quell’idea perniciosa che riconduce la crisi dei movimenti sociali a una narrazione che asserisce che la mancanza dell’unità tra gruppi, gruppetti e sette politiche, è la principale causa della mancanza di capacità di rispondere agli attacchi portati avanti dalla classe dominanti, dimostra tutti i suoi limiti. Noi anarchici vogliamo la rivoluzione sociale e la vogliamo tramite mezzi e fini coerenti tra di loro. Ovvero sia asseriamo la necessità di un’organizzazione che prefiguri qui e ora il mondo che noi vogliamo. La logica movimentista invece fa appello, quasi sempre, a modalità egemoniche dell’azione politica, pretendendo un’unità tattica-strategica con gruppi politici fondamentalmente anti-anarchici, ovvero autoritari. In campo anarchico questa tendenza fa appello ad una presunta potenza delle lotte o delle situazioni al di fuori dello specifico.

Affermare la necessità di una forte organizzazione anarchica specifica, strutturata in modo federalista e orizzontale, non è autoreferenzialità. Al contrario significa affermare che i nostri unici referenti sono coloro che appartengono alle classi subalterne, a cui noi stessi apparteniamo, e non un generico “movimento” con cui cercare in modo parossistico l’unità.

A questo va aggiunto il problema della mediatizzazione delle lotte stesse. Le manifestazioni teatrino, le patte teatrali, l’insurrezionismo estetico, hanno caratterizzato una buona parte degli ultimi venti anni di lotte sociali. È forse un caso che siano stati gli anni in cui sono state maggiormente messe in crisi le conquiste degli ultimi 150 anni? È completamente velleitario pensare che questi presunti momenti di rottura siano momenti in cui si esce dal rapporto sociale capitalistico. Molto spesso non sono niente altro che pezzi dello spettacolo vigente. E in quanto tale sono innocui, compatibili, digeribili, assimilabili.

Le lotte sociali sono dei processi sociali e le manifestazioni, i momenti più visibili, sono solamente una parte di questi processi. Pensare al contrario significa scambiare una parte per il tutto.

Così come affermare che “[…]il nuovo rapporto sociale è già presente nello stile di vita individuale […] come nel momento collettivo […] basterà semplicemente che esso si estenda.[…]” è profondamente errato in quanto si elude del tutto il problema principale: la mancanza di rapporti forza tali da creare qui e ora, o anche in modo graduale ma costante, un rapporto sociale radicalmente differente rispetto a quello attuale. E, sopratutto, si elude il problema che questo nuovo rapporto sociale deve essere accessibile a tutti e non solo agli appartenenti alla “subcultura movimento”. Bisogna si costruire tutti i giorni opposizioni, resti, situazioni radicali, ma bisogna farlo tenendo ben presente che solo lo sviluppo dell’organizzazione anarchica specifica può bloccare a priori le derive auoritarie, egemoniche, elettoraliste, a cui spesso i “movimenti” vanno incontro.

La logica movimentista affonda le sue basi nel percepirsi come corpo separato rispetto alla società, logica fortemente autoreferenziale e da sottocultura, incapace di andare al nodo della questione: il rovesciamento del rapporto di forza tra le classi, ovvero l’appropriazione da parte del proletariato dei mezzi di produzione e la gestione degli stessa senza burocrazie e mediatori, ovvero l’abolizione delle classi sociali e della modalità di produzione capitalista.

Il movimentismo è figlio di un’autoghettizazione in cui possono essere elaborati solamente percorsi estremamente limitati e parziali, del tutto rientranti nella compatibilità capitalista, facilmente riassorbili e cooptabili in logiche di rappresentanza e clientela, che si risolvono, in definitiva, nella cura del proprio orticello mentre ci si racconta di praterie sterminate da colonizzare. Ma la prateria narrata è in realtà un disegno su di un muro mentre la prateria vera sta al di là del muro della narrazione.

E ora veniamo ad un altro punto, quello delle “lotte a margine della condizione salariata”. Come anarchici siamo ben consci del fatto che la società non si risolve semplicemente nella contraddizione capitale-lavoro ma che a fianco di questa contraddizione ne sono presenti altre altrettanto importanti. Per questo, oramai da anni, si parla della necessità dell’intersezionismo delle lotte, ovvero della necessità di unificare lotte apparentemente diverse, se non addirittura in apparente contraddizione tra di loro. Ma l’intersezionismo può essere garantito solamente da un’organizzazione politica che riesca non solo a tenere insieme le varie istanze ma anche a risolverle dialetticamente, ovverosia a fare lavoro di sintesi e a superare le presenti condizioni di vita.

Perchè se è vero che il personale è politico è altrettanto vero che spesso le questioni politiche vengono sempre e solo riportate a livello personale, perdendo completamente di vista la visione collettiva. O, al più, si pretende di ricondurre la dimensione collettiva a quella di gruppi di affini. Ma non è così: i rapporti di dominio pervadono l’intera società con una vera e propria microfisica del potere e i percorsi di resistenza e contrattacco non possono essere, di conseguenza, solo individuali o basati su gruppi di affinità. Prendere atto della complessità della realtà significa prendere atto della necessità dell’azione politica collettiva e, coerentemente, svilupparla. E questo può essere fatto solamente producendo e riproducendo organizzazione ovvero mettere in campo rapporti sociali nuovi, il meno possibili compatibili con il modo di produzione capitalista e l’organizzazione autoritaria della vita, ovvero uscire dalla logica della merce, che spesso avviluppa anche i progetti di pretesa economia alternativa, in grado di resistere all’ovvia repressione e agli ovvi tentativi di recupero.

Ma per far questo bisogna ritornare ad una seria analisi razionale e scientifica della realtà e abbandonare le narrazioni auto-intossicanti tipiche del post modernismo. Non ci piace farci raccontare favole e quindi non ha senso contarcele da sole. Mi riferisco qui a tutto quel filone di pensiero anti-modernista serpeggiante nei movimenti che pretende di risolvere la critica al vigente sistema politico-economico in un velleitario ritorno alla natura, qualunque cosa questa voglia dire. Intanto la distinzione artificiale-naturale è del tutto culturale e, quindi, artificiale. È un assunto base di cento anni di antropologia e dovremmo tenerlo a mente ogni volta che sentiamo sproloquiare della natura e di come il perfido capitalismo abbia corrotto una presunta natura umana. Prendere atto di questo significa prendere atto della necessità di superare dialetticamente e non di negare infantilmente la barbarie capitalista e statale. Ovvero della necessità dell’appropriazione dei mezzi di produzione, della distruzione delle burocrazie e degli apparati separati, delle visioni mistico-religiose e del prendere, modellare e tenersi in mano il proprio futuro e il proprio presente.

L’analisi e, sopratutto, la gestione della complessità in cui viviamo porta alla necessità di un’organizzazione capace di farsi carico di questo lavoro. E un’organizzazione simile non può che essere, formale per evitare qualsiasi rischio di deriva autoritaria, anche solo leaderistica e carismatica.

Questo passaggio chiarisce anche la questione delle alleanze.

L’organizzazione anarchica deve cercare apparentamenti con organizzazioni simili, che siano di massa, come i sindacati libertari, o specifiche come un singolo collettivo di stampo anti-autoritario o situazioni sociali che adottano metodologie e pratiche anarchiche o libertarie, come i movimenti di massa in difesa del territorio che abbiamo vissuto in questi anni. Bisogna tendere alla costituzione di blocchi rosso-neri.

Perchè apparentarsi in nome di una pretesa unità dei movimenti con organizzazioni autoritarie, di derivazione marxista-leninista o post-operaiste o altro, è una politica che ha già mostrato i suoi limiti in più di un’occasione.

La politica frontista ha sempre e solo nascosto le mire egemoniche di chi, in nome dell’unità strategico-tattica, pretendeva di annullare, a proprio esclusivo vantaggio, la profonda e radicale alterità rispetto alle modalità autoritarie, alterità di cui noi anarchici siamo portatori.

Per questo è necessario affermare la necessità di una forte organizzazione formale e specifica.

lorcon

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Tra guerre economiche e conflitti sul campo

L’articolo è oramai di una paio di settimane fa, pubblicato sul numero 23 di Umanità Nova (anno 95). Ovviamente per questioni di spazio non copre tutto quello di cui bisognerebbe parlare, grande assenti sono la Turchia e l’Egitto, stati nominati solo di sfuggita, per dire.

La ridefinizione degli equilibri mediorientali

Tra guerre economiche e conflitti sul campo

È passata piuttosto in sordina la notizia dell’intervento militare saudita in Yemen, teso a reprimere la rivolta dei gruppi sciiti che oramai stavano per vincere la guerra contro il regime locale.

Un intervento militare dalle duplici finalità: da un lato il classico intervento di “restaurazione dell’ordine” nel cortile di casa della teocrazia saudita con lo scopo di limitare l’aumento dell’influenza iraniana nella penisola arabica, dall’altro lato un intervento teso a far fallire l’accordo sul nucleare iraniano, ovvero un accordo su cui molto ha puntato l’attuale amministrazione statunitense, con gran scorno della famiglia reale dei Saud e dell’amministrazione israeliana.

L’attuale situazione mediorientale infatti è caratterizzata dall’estrema frammentazione dell’asse Israele – paesi del golfo – Usa, esploso a causa i interessi in divergenza. Le necessità di disimpegno militare dall’aerea mediorientale degli Stati Uniti, teso a evitare uno scontro diretto con l’Iran e i suoi alleati, sono passate dalla necessità di un accordo con la stessa Repubblica Islamica, accordo che non poteva non essere indigesto ai principali nemici dell’Iran: i paesi del 578335_422323327859233_10930665_ngolfo e Israele.

Le ragioni di questa modifica degli assi strategici non sono morali, dovuti al fatto che l’attuale classe dirigente a stelle strisce sia pacifica o addirittura pacifista, ma sono dovuti all’emergere di una serie di fattori che hanno sostanzialmente modificato lo scenario rispetto a dieci anni fa.

Intanto gli USA sono riusciti nell’ardua impresa di sganciarsi in buona parte dalla dipendenza dal Medio Oriente [1] per quello che riguarda l’approvvigionamento di combustibile fossile, grazie allo sfruttamento di giacimenti posti sullo stesso suolo statunitense tramite le tecnologie di fracking. Ma attenzione: questo non vuol dire la fine completa degli interessi statunitensi nel controllo delle commodities energetiche della regione: gli Stati Uniti hanno sganciato da quello scomodo scenario la maggior parte dell’approvvigionamento di combustibili per il proprio fabbisogno interno, militare e civile, ma fortissimi sono ancora gli interessi economici delle grandi multinazionali statunitensi che estraggono greggio in medioriente per poi raffinarlo e venderlo nel resto del mondo. Ma intanto è stato risolto il nodo della difesa degli interessi strategici degli USA: era oramai evidente che è dai suicidi mantenere la base materiale della propria economia in un teatro sconvolto da profonde crisi come quello mediorientale.

Inoltre l’evoluzione della situazione irakena ha fatto emergere il rischio di un confronto diretto USA-Iran, scontro che ambo le parti vogliono evitare.

Già durante la battaglia di Sadr City, nel 2006, era emerso il grado di penetrazione iraniana nell’Irak liberato da Saddam Hussein: è un dato di fatto che le truppe di élite iraniane ebbero un importante ruolo nella battaglia, durata diversi mesi, sia come addestratori e consiglieri militari delle milizie sciite di Sadr che come fornitori di armamenti sia in scontri diretti con le forze americane e irakeno-lealiste. La battaglia di Sadr City si concluse sostanzialmente con un accordo tra il governo irakeno e gli insorti sciiti, ovvero tra l’amministrazione statunitense e il regime degli ayatollah. Ma in presenza di un grosso contingente di truppe americane e della caotica situazione irakena quanto sarebbe passato prima che si riaccendesse il confronto tra Iran e Usa? E sopratutto a chi avrebbe giovato? A nessuno: l’Iran è dotato di un forte esercito e ha le capacità di gestirlo e impegnarsi in lunghe operazioni di guerra, è fornito di armamenti di ultima generazione dai partner sino-russi. Per quanto gli USA siano, su di un piano militare, perfettamente in grado di tenere testa e mettere in serissima difficoltà l’Iran, essendo dotati di una capacità di proiezione incommensurabile rispetto a quella avversaria e di una abnorme superiorità aerea e navale, un confronto diretto avrebbe completamente concentrato l’economia statunitense sullo sforzo bellico e sarebbe costato la vita a decine di migliaia di uomini. Due cose che qualsiasi governo americano non può accettare, pena l’immediata apertura dei molti fronti interni presenti negli USA e un escalation mondiale. Da qua la necessità di un accordo con l’Iran, che permette di salvare capra e cavoli, privando la repubblica teocratica della possibilità di dotarsi di armamenti nucleari, in cambio di una sostanziale revisione delle sanzioni economiche che hanno diminuito l’esportazioni di prodotti petrolchimi dall’Iran, ma evitando uno scontro che non è voluto da nessuna delle due parti e il disimpegno dal pantano irakeno.

Ma tutto questo ha ovviamente scatenato una vera e propria ondata di panico nella classe dirigente dei paesi del golfo, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, EAU e, in modo sensibilmente diverso, in quella israeliana.

Infatti questi temono un espansionismo iraniano ben più di quanto ne abbiano da temere gli USA e il blocco atlantico. Vi è la questione del controllo dei giacimenti offshore nel Golfo Persico, la questione del millenario scontro intra-islamico tra sciismo e sunnismo, la questione del controllo dell’Irak, unitariamente o per zone di influenza, la questione siriana.

La posizione di Israele invece è, a mio parere, sensibilmente differente: l’Iran non è dotato di una capacità di proiezione tale da poter minacciare direttamente lo stato ebraico e la questione si sposta di più sui rapporti tra Iran, Siria e Libano. Il libano è costitutivamente incapace di essere una minaccia per Israele, nonostante la forza delle milizie di Hezbollah, che sono però al momento impegnate sopratutto in Siria a sostenere militarmente l’alleato Assad. La Siria stessa è troppo occupata con i suoi problemi interni e, d’altra parte, Assad si è dimostrato negli ultimi quindici anni non interessato ad un interventismo anti-Israeliano se non con l’appoggio ad Hezbollah. Ad ogni modo a Israele fa sicuramente comodo una Siria sprofondata nel caos, senza una leadership centrale forte, anche se questo vuol dire confinare, sul Golan, con l’IS, che, d’altra parte è completamente incapace di essere una qualsiasi minaccia per l’esercito di Tel Aviv. Ma la dirigenza del Likud deve il suo potere, e la recente vittoria elettorale di misura, alla sua capacità di compattare l’elettorato israeliano contro un nemico esterno che faccia effettivamente paura, come può essere solo l’Iran. L’Iran stesso, nonostante le spudorate dichiarazioni dell’ex presidente Ahmadinejad, non ha interessi ad attaccare lo stato di Israele, sapendo che, oltre a scontrarsi con l’efficace macchina bellica di Tel Aviv, si innescherebbe un’escalation che porterebbe ad un intervento dell’intero blocco atlantico, con l’approvazione dei paesi del golfo. E un attacco diretto sarebbe molto poco ben tollerato da Cina e Russia, i principali partners strategici della repubblica islamica, che non apprezzerebbero di certo l’idea di essere coinvolti in un simile carnaio.

A parere di chi scrive il principale fattore di crisi dell’area mediorientale risiede sempre più nello scontro per l’egemonia tra il blocco dei paesi del golfo, più l’Egitto e la Turchia, seppure in modo complesso, e il blocco costituito da Iran e Siria e sempre meno nelle politiche imperiali USA.

Ad aggiungere complessità a questo quadro vi sono poi fattori come gli interessi di parte della classe dirigente statunitense, quella maggiormente legata al settore petrolifero, nel mantenere una presenza massiccia nell’area, lo scontro sul petrolio tra Arabia Saudita e Russia, di cui uno degli effetti più evidenti è stata la caduta del prezzo del petrolio di inizio anno, tesa a colpire l’economia russa, l’ambiguo rapporto tra Cina e Arabia Saudita stessa, che fanno parte di due blocchi geopolitici contrapposti ma che hanno forti interessi incrociati a causa della forte domanda di greggio da parte cinese, che non può essere soddisfatta solo dall’Iran e dalla Russia.

A questo vanno aggiunta un’altra serie di fattori di crisi interni ai vari paesi.

L’Iran, per quanto momentaneamente più stabile rispetto a tre anni fa, ha il problema di un ricambio della dirigenza, finora saldamente nelle mani del clero sciita, che però comincia ad invecchiare, una grande massa di giovani istruiti appartenenti alla middle class urbana che sopporta sempre meno la politica dittatoriale del governo di Theran, l’indipendentismo curdo nell’ovest del paese, duramente represso ma che si fa sentire con azioni militari anche di un certo rilievo, la questione degli operai del settore petrolifero, che trainano l’economia nazionale ma che sono sottoposti ad un intesivo sfruttamento.

I paesi del golfo scontano l’avere dell’èlites reazionarie, frammentate in clan famigliari e generalmente idiote e l’esplosiva situazione delle centinaia di migliaia di proletari di origine asiatica immigrati alla ricerca di lavoro e tenuti in condizioni di schiavitù[2].

Israele sconta un sempre maggior divario tra ricchi e poveri e una sempre maggior tensione tra le componenti laiche e progressiste, che chiuderebbero volentieri con un accordo la situazione palestinese, e le componenti più reazionarie e religiose, che chiuderebbero la questione palestinese con bombardamenti a tappeto, e le industrie armiere, tra i principali motori economici del paese, che vivono grazie al costante processo di militarizzazione della società[3].

Una situazione complessa che dimostra la necessità del’internazionalismo anarchico e libertario per superare le dinamiche nazionalistiche e imperialistiche e farla finita con presidenti, generali, preti e imam.

lorcon

[1]http://uk.businessinsider.com/us-energy-independence-one-chart-2014-10?r=US

[2]http://www.theguardian.com/global-development/2014/sep/13/migrant-workers-uae-gulf-states-un-ituc e http://en.wikipedia.org/wiki/Kafala_system e http://www.redressonline.com/2013/10/the-migrant-slave-workers-of-the-arab-world/

[3]http://www.israelhayom.com/site/newsletter_article.php?id=2090 e http://www.haaretz.com/business/study-income-inequality-growing-faster-in-israel-than-in-other-developed-nations-1.421277

per un ottimo riassunto dell’accordo sul nucleare iraniano consiglio questo articolo: http://www.giornalettismo.com/archives/1775215/iran/

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una semplice verità

orwell_rifle

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Antivaccinari. Un’introduzione storica e attuale di un’idea antiscientifica

anti_vaxxersDa qualche tempo, insieme ai comp* di Green not Greed si parlava di scrivere qualcosa contro la dilagante imbecillità dei vari complottari anti vaccini. Di seguito potete trovare l’introduzione, scritta da me, all’opuscolo “Antivaccinari. Un’introduzione storica e attuale di un’idea antiscientifica”, che raccoglie vari contributi apparsi su siti anarchici/libertari sulla questione. Qua invece potete scaricare il pdf dell’opuscolo: Antivaccinari. Un’introduzione storica e attuale di un’idea antiscientifica

In questo ultimo decennio, abbiamo constatato un attacco sempre più incisivo di martellamento terroristico sui vaccini: 600 casi di morbillo nel 2014, più gli 80 dall’inizio del 2015 ai primi di febbraio, quando nel 2000 la malattia era considerata eradicata dal suolo statunitense[1].

Il movimento “antivaccinaro”, riesploso negli ultimi anni grazie alla facilità con cui si diffondono le menzogne via internet, è una traccia carsicamente presente nella storia degli ultimi secoli, ovvero da quando esistono i vaccini. Un movimento che si nutre di bufale antiscientifiche, paure ataviche e irrazionali, un movimento che si riproduce nelle paranoie complottiste e nei cargo cults, nel suprematismo bianco statunitense e nel patriarcato. Un movimento che, al di fuori dell’occidente si riproduce nella melma islamista in Pakistan (2) e in Nigeria (3) e in alcune chiese episcopali-cattoliche ed evangeliste del resto dell’Africa. (4) Un movimento, insomma, specificatamente riconducibile alle diverse forme di dominio di questo capitalismo di ouverture du siécle con cui ci confrontiamo quotidianamente. E quindi da affrontare, analizzare e smontare non solo da un punto di vista tecnico, indubbiamente necessario, ma anche da un punto di vista sociale.

Il movimento antivaccinaro in occidente si ricollega, a nostro parere, a due grossi filoni: il primo è quello più specificatamente religioso, attivo sopratutto nelle zone meridionali degli States (ma tragicamente espansosi anche in altre parti del mondo) (5), presente da sempre ed ampliatosi con i reborn christians dall’epoca reaganiana ad oggi, legato ad una visione millenaristica e totalizzante della religione; il secondo filone è quello che, in modo forse riduttivo, potremmo chiamare “new age”, diffusosi sia nella classe media bianca statunitense ed europea: una concezione del mondo misticheggiante, anche se non sistematica e organica come quella delle religioni tradizionali, che rifiuta, in termini più o meno espliciti, la concezione razionale e scientifica del mondo in nome di un superamento fittizio di quelle che sono erroneamente percepite come cause della propria alienazione, ma senza mettere in discussione le reali cause della stessa.

In Africa e in Asia il movimento anti-vaccinaro è organico ai movimenti religiosi islamici e cristiani. Le decine di volontari delle campagne di vaccinazione antipolio uccisi in Pakistan (6) e in Nigeria, (7) la chiesa cattolica del Kenya che si oppone alla campagna di vaccinazioni contro il tetano neonatale, (4) sono la logica conseguenza dell’azione di gruppi di interesse economico-politico che agiscono all’interno di un generale movimento di cooptazione delle popolazioni all’interno di schemi di dominio teocratici, i quali indicano nei vaccini gli strumenti del nemico per sterilizzare le donne detentrici del compito naturale della produzione di nuovi sottomessi alla legge di dio.

Inoltre abbiamo potuto vedere negli ultimi anni anche la penetrazione di queste tematiche all’interno di certi settori del “movimento”, al pari dei deliri sulle scie chimiche e similari, anche se, fortunatamente, finora solo a titolo individuale. Pensiamo che la migliore definizione per questi fenomeni sia “socialismo degli imbecilli”. Pensare di criticare lo stato delle cose a partire dal rifiuto dei vaccini, o dall’inventarsi inesistenti scie chimiche o complotti degli illuminati, è da imbecilli. È lo stesso errore di quanti, neanche tanti anni fa, prestavano fede ai Protocolli di Sion, scritti tra l’altro dalla polizia segreta zarista, e attaccavano i presunti complotti giudeo-plutocratici senza rendersi conto che le cause prime della propria alienazione risiedevano, oggi come ora, nei rapporti sociali e di produzione e non nella presenza di gruppi dediti ad organizzare piani deliranti e inutilmente complicati per oscuri scopi. (8) Sostituiamo i perfidi giudei con il cargo cult della tecnoscienza e otteniamo lo stesso risultato: il socialismo degli imbecilli. La diffusione di queste spiegazioni irrazionali all’interno del “movimento” ci mostra come molto sia il lavoro da fare anche tra quanti si dichiarano anticapitalisti.

Che gli anti-vaccinari siano tali in nome della religione tradizionale o di qualche delirio new age sul ritorno alla natura, poco cambia nei risultati ultimi: pile di morti. La diffusione di queste menzogne, unite alla mancata diffusione di farmaci e altri dispositivi medici tra i gruppi più poveri della popolazione globale -proprio a causa delle normali dinamiche del capitalismo-, ha come unico risultato quello di produrre milioni di morti; morti che saremmo in grado di evitare se fosse garantito universalmente e gratuitamente l’accesso alle più avanzate cure mediche e si facesse piazza pulita di tutte le concezioni antiscientifiche e reazionarie. Ma questo potrà essere il risultato solo di un cambiamento radicale delle condizioni vigenti, di un radicale stravolgimento dei rapporti sociali che costruisca una società di liberi, eguali e solidali.

Lorcon

Note

(1) http://www.cdc.gov/measles/cases-outbreaks.html e http://pediatrics.aappublications.org/content/early/2015/01/13/peds.2014-2715

(2) https://www.ctc.usma.edu/posts/the-pakistani-talibans-campaign-against-polio-vaccination

(3) http://www.nbcnews.com/id/7316179/ns/health-infectious_diseases/t/anti-vaccine-sentiment-plagues-nigeria/#.VPbv85-Fo8o

(4) http://www.bbc.com/news/world-africa-29594091

(5) Vedere: http://www.slate.com/blogs/bad_astronomy/2013/08/26/antivax_communities_get_measles_outbreaks_linked_to_denial_of_vaccines.html

http://www.vice.com/read/the-religious-rights-anti-vaccine-hysteria-is-reviving-dead-diseases

(6) http://www.arezzoweb.it/2015/pakistan-attacco-a-campagna-anti-polio-rapiti-e-uccisi-4-volontari-286958.html

(7) http://www.lastampa.it/2013/02/08/esteri/nigeria-uccisi-volontari-anti-polio-eJObXQu9wyPqM8kZGNufvM/pagina.html

(8) Una delucidazione, la troviamo nello scritto di Michel Bounan, Lo Stato Astuto, scaricabile da questo sito: https://mega.co.nz/#!DIhnXCaL!U1CAVAPCGKSqHPv5hD-AW0h8ZqMovQJvdCuCIMp_Zuw

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La rottura dell’ordine liberale, ovvero il diritto penale del nemico

Ripubblico  di seguito il mio intervento per il blog Anarres-Info sull’evoluzione del diritto penale e dei dispositivi repressivi, probabilmente in futuro lo stesso articolo, ampliato, troverà posto anche sulle colonne di Uenne. Di seguito anche l’intervento audio del sottoscritto sulla trasmissione Anarres su Radio Blackout

Gli ultimi fatti giudiziari, che hanno coinvolto decine di compagni torinesi, attivi nel movimento antirazzista e nel movimento No Tav, mettono sul tavolo una questione cruciale: la sostanziale modifica del diritto penale liberale.

Al centro degli ultimi processi è stata posta la personalità dell’imputato, rendendola oggetto di valutazione in base a criteri di pericolosità sociale, al di là della condotta specifica. Il diritto penale liberale ha il suo cardine in due concetti chiave:
a) l’azione giudiziaria è rivolta verso la condotta del reo e non contro la persona dello stesso
b) gli imputati sono soggetti giuridici ovvero titolari di alcuni diritti inalienabili, sono persone inserite all’interno di un contratto sociale

Questi due principi, sulla cui effettività torneremo più avanti, vengono pesantemente messi in crisi dalla teoria del diritto penale del nemico, elaborata negli anni ottanta dal giurista tedesco Jakobs. Secondo Jakobs oltre al criminale comune, che è recuperabile alle regole del contratto sociale, esiste un’altra specie di criminale: il nemico. Costui non è recuperabile al contratto sociale e di conseguenza per proteggere la società (torneremo poi su questo concetto) è necessario neutralizzarlo. Una logica di guerra entra nel diritto penale.

Per definire la figura del nemico, che nella teoria di Jakobs rimane sempre molto vaga, forse volutamente, si deve ricorrere all’osservazione della personalità dell’imputato, alla sua messa a nudo da parte dei tribunali e di una pletora di esperti. A questi il compito di valutare se si è di fronte ad un semplice deviante o ad un nemico. Ma attenzione: chi definisce in termini politici il nemico? Chi indirizza l’azione giudiziaria? E qua torna un altro concetto forte della teoria politica occidentale: quello di sovranità. Infatti tocca al potere sovrano, quello dotato del potere di porre eccezioni, definire chi è il nemico. Il diritto penale del nemico è una visione fortemente politicizzata della teoria del diritto in quanto si basa sull’esercizio del potere di porre eccezioni da parte di chi detiene la sovranità. Sarà questi ad indicare di volta in volta quali i nemici, ovvero gli individui e le collettività costitutivamente avverse all’ordine costituito.
Costoro non saranno più soggetti titolari di diritti giuridici ma bensì nuda vita biologica soggetta ad una possibilità di violenza illimitata da parte del potere. È l’esatto contrario di quanto viene affermato dalla concezione liberale del diritto.

Per questa sua caratteristica di essere estremamente politico il diritto penale del nemico poggia fortemente anche sulla costruzione del nemico tramite il discorso pubblico. Il discorso pubblico italiano, che negli ultimi 15 anni è sostanzialmente virato a destra con la retorica sulla sicurezza e la legalità, ha già individuato da tempo quali sono i soggetti che vanno etichettati come nemici: coloro che hanno la disgrazia di essere contemporaneamente immigrati e poveri, ovvero forza lavoro esclusa dalle tutele conquistate dai movimenti sociali. La legislazione differenziale su cui si basano i CIE-CPT è modellata intorno alla concezione di nemico. Una volta individuata la classe di individui che vanno considerati come nemici, la detenzione, con i suoi corollari di tortura, morte, ed l’espulsione ovvero sia i processi di neutralizzazione fisica diventano semplici passaggi amministrativi, mera contabilità per tanti piccoli Eichmann della burocrazia.
E non faccio il paragone con il contabile della shoa a caso: la detenzione amministrativa, l’individuazione di categorie sociali come nemiche, la riduzione di soggetti a nuda vita biologica sottoposti a violenza illimitata, sono quanto esplicitato dal nazismo.
Ma attenzione: fuor di retorica questo è quanto succede di norma all’interno delle logiche capitaliste che vedono gli individui come portatori di forza lavoro da mettere a valore e basta. Il nazismo, e non solo lui, ha semplicemente esplicitato queste dinamiche portandole all’estremo e, in questo, ha prodotto scandalo.

Il diritto penale del nemico, per quanto teorizzato in modo sistematico solo negli ultimi decenni, è presente sottotraccia in tutta la storia contemporanea. E non solo a livello teorico, si pensi a Carl Shmidt, ma anche a livello fattuale: il codice Rocco del 1936 con le sue misure di sorveglianza speciale, ereditate in buona parte dal diritto repubblicano, è sostanzialmente basato sul concetto di nemico. E anche lo stesso codice Zanardelli del 1897, la pietra angolare del diritto liberale italiano, contiene al suo interno dispositivi repressivi per le classi pericolose basati sul concetto di nemico.

Le leggi sono il precipitato normativo dei rapporti di forza presenti nella società. Non sono concezioni che discendono dall’empireo platonico per farsi norma tramite l’opera di qualche demiurgo. Negli ultimi 40 anni abbiamo assistito ad una mitigazione delle concezioni più dure delle teorie giuridiche perché i rapporti sociali messi in campo dai movimenti sociali e la così detta “società civile”, intesi qua nella loro concezione più larga, dalle organizzazioni più o meno rivoluzionarie a pezzi della borghesia progressista come il Partito Radicale, erano tali da poter imporre delle garanzie all’interno dei procedimenti giuridici. Garanzie ipocrite, parziali, insufficienti e tutto fuor di dubbio. Ma comunque garanzie. Con la crisi dei movimenti sociali a fine anni ’70 e il disimpegno degli anni ’80 si è potuto assistere ad un prepotente ritorno delle concezioni più dure del diritto: la guerra alle formazioni lottarmatiste, l’introduzione delle leggi sul pentitismo, l’ingresso dello psicologo nelle carceri per analizzare la personalità dei rei politici e decidere su di una loro recuperabilità al consesso sociale, l’applicazione dello stato di eccezione permanente ovvero della sovranità.
E non è un caso che in momento di profonda ristrutturazione degli assetti politici e sociali dell’occidente ci sia anche in Europa un ritorno di queste concezioni, che hanno ricevuto una formalizzazione e una sistematizzazione solo in tempi recenti ma sono state un sottotraccia e una costante di tutta la storia contemporanea.

La necessità di difesa della società teorizzata da Jakobs è in realtà la necessità di difendersi delle classi dominanti. Negli ultimi 15-20 anni coloro che sono stati stigmatizzati come nemici sono stati gli immigrati, oggi cominciano ad esserlo tutti gli oppositori sociali e domani? Di fronte ad una disoccupazione costantemente a due cifre e alla marginalizzazione di fasce sempre più ampie di popolazione chi sarà individuato come nemico, ovvero come non recuperabile e disciplinabile (o non facilmente tale) ai processi di accumulazione di capitale?

Bisogna difendere la società? Si, certamente: dall’attacco messo in atto costantemente dallo Stato e dal capitale.

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Pericolose idiozie terzomondiste

Questo articolo apparira sul numero 1 anno 95 di Umanità Nova

Sulle reazioni di movimento alla strage di Parigi

Se avete problemi con la libertà di espressione siete pregati di rivolgervi a Spider Jerusalem

Se avete problemi con la libertà di espressione siete pregati di rivolgervi a Spider Jerusalem

Pericolose idiozie terzomondiste

Lasciano l’amaro in bocca le reazioni di una parte consistente del movimento, italiano e non, ai fatti parigini. Ma le posizioni assunte dall’area post-autonoma e anche da parte del movimento anarchico, sopratutto americano ma anche parte di quello europeo, sono la logica conseguenza di un’errata impostazione di base e di tatticismi di terzo rango, che rivelano il completo vuoto strategico e programmatico di certi soggetti politici. Dalla lettura degli articoli apparsi su Quartier Libres, tradotti e rilanciati in italiano da Infoaut e da Contropiano e dall’osservazione di svariati articoli apparsi su portali anarchici presenti sui social media emerge una totale incapacità di lettura della realtà. I giochi di parole in politichese dei post autonomi rivelano che i soggetti politici coagulati intorno ad Infoaut e Contropiano soffrono di sudditanza intellettuale verso un terzomondismo fuori tempo massimo e completamente dimentico delle profonde modifiche della geopolitica internazionale dalla fine del bipolarismo USA-URSS e dell’unipolarismo statunitense. E rivelano anche una totale dimenticanza, o forse una volontà di nascondere, della storia della lotta sociale e di classe in Europa negli ultimi trecento anni.

Senza troppi giri di parole Infoaut afferma, con un’ardito esercizio di relativismo culturale, che la libertà di parola sarebbe una caratteristica della civiltà occidentale. Ora: al di là del fatto che la netta distinzione occidente-oriente è già stata messa in crisi da decenni di post-colonial studies e che forse certi personaggi farebbero meglio a rileggersi testi fondamentali come Orientalismo di E. Said, la libertà di parola non è un a priori della “cultura occidentale”. È una conquista sociale che si è

Un fiero rappresentante dei valori della “cultura occidentale”: Roman Ungern von Sternberg. Mica Diderot.

affermata tramite le due grandi rivoluzioni di fine settecento, quella americana e quella francese, tramite i moti del 1848, tramite le successive battaglie del movimento dei lavoratori e tramite l’azione di pezzi della borghesia liberale. È una libertà che è stata conquista con il sangue e che è stata difesa con il sangue dall’azione di quelle frazioni più retrive della borghesia che hanno tentata di cancellarla durante il periodo controrivoluzionaro seguente alla prima guerra mondiale e dei moti rivoluzionari della fine degli anni dieci.

È una delle conquiste più importanti della lotta sociale ed è un bastione da difendere a qualsiasi costo perchè, banalmente, è quello che permette il mantenimento di spazi di manovra politici ai movimenti rivoluzionari e a tutte le voci critiche.

Mettere in discussione questa gigantesca conquista dandola come valore assodato dell’occidente significa semplicemente tirarsi la zappa sui piedi e dimenticare il sacrificio di decine di migliaia di compagni.

Leggere nell’articolo “Guerra sporca (di ritorno)”, apparso su Infoaut il 7 gennaio, un passaggio come “Per come l’intendiamo noi, il cuore della satira è di dar fastidio a chi comanda. Esprimersi ironicamente in una vignetta non esenta da un giudizio di valore sul messaggio veicolato. Puntare il dito contro gruppi minoritari e discriminati a causa di precise responsabilità storiche non equivale a mettere alla berlina il potere religioso e culturale egemonico nel proprio paese” da il senso si come chi ha scritto questo pezzo abbia completamente perso la bussola dell’analisi, se non il senno.

Intanto chiariamo una cosa, che dovrebbe essere scontata: la satira serve a dar fastidio a tutti. Ed è quello che faceva la satira di Charlie Hebdo. Se non ne siete convinti andate a vedervi qualche video di Carlin o leggetevi il Male.

Secondariamente: in Francia, come in tutta Europa, il discrimine non è tra essere musulmani o essere cristiani. È tra essere proprietari dei mezzi di produzione o tra essere degli sfruttati. È tra l’avere accesso a determinate garanzie sociali ed esservi esclusi. Se pensate che essere musulmani sia di per se’ un discrimine andate a farvi un giro nelle boutique degli Champs Elisee o nella city di Londra e fate il conto di quanti musulmanissimi rappresentati delle petromonarchie del golfo vanno e vengono senza che nessuno si sogni di discriminarli.

E magari non farebbe male andarsi a rivedere il ruolo da pompieri assunto dalle moschee in tutti le rivolte delle periferie francesi (o inglesi). Magari studiatevi il ruolo avuto dall’associazionismo di stampo religioso nel cooptare fette di popolazione immigrata nei giochi politici. Tipo tutto l’associazionismo musulmano legato al PD in Italia, tanto per non andare lontano.

Forse gli estensori di tali perle gauchistes si sono dimenticati di un dato che davamo per assodato già con la Prima Internazionale: la religione, le religioni, sono uno strumento di controllo del proletariato. Se ne volete ulteriore conferma chiedete ai lavoratori di Port Said o di Alessandria, repressi sia dal militarismo egiziano che dalla Fratellanza Musulmana. O chiedetelo ai Cabili, ai Kurdi di Kobane in lotta contro l’IS o ai lavoratori dei campi petroliferi irakeni e iraniani. O, per uscire dal mondo mediorientale, andate a farvi un giro in posti come l’Ohio, massacrato dalla deindustrializzazione e con la maggior presenza di milizie suprematiste cristiane.

Nelle banlieus francesi sono presenti delle fette di potere in mano in modo specifico a componenti religiose, più o meno moderato. Sono quelle componenti che fanno opera di mediazione tra i bisogni che emergono dal proletariato e dal sottoproletariato e lo stato francese, ivi comprese le forme di accesso al welfare. Stiamo parlando insomma di una frazione dominata di classe dominante, ma forse questo concetto è un po’ difficile da capire per chi opera una divisione manichea del mondo tra il grande satana atlantista e il resto. Siamo di fronte, insomma, ad una declinazione della logica delirante dello “scontro di civiltà”.

E ora veniamo a quei settori di movimento anarchico in preda alla sindrome del “politically correct anarchist lifestyle”. È una sindrome molto grave, compagni, ma siamo certi che con un paio di approfondite immersioni nella realtà avrete delle ottime speranze di guarigione.

Intanto bisogna capire una cosa: l’antirazzismo è una questione di classe, ovvero di rapporti sociali, non di rappresentazione mediatica. Accusare un giornale come Charlie Hebdo e compagni come Cabu, Tignous e Wolinsky di razzismo è indicativo del livello di delirio e di confusione portato dalle concezioni lifestyle nel movimento anarchico. Per dirla in maniera brutale: l’antirazzismo da salotto e da borghesi bianchi pentiti non ci interessa. La Capanna dello Zio Tom è stata scritta 150 anni fa e ha fatto il suo tempo.

Chi accusa la satira antireligiosa, e vorrei qua ricordare che la lotta antireligiosa è stata ed è una delle più importanti lotte portate avanti dal movimento anarchico e dai suoi compagni di strada del Libero Pensiero, di essere funzionale a un disegno neocoloniale non capisce nulla né di religione né di neocolonialismo né di questioni sociali in genere. Chi porta avanti una posizione simile è il vero portare di una visione neocoloniale che pretende di mettere gli “orientali” (sempre ammesso che questo termine abbia senso, cosa di cui dubitiamo) sotto la propria tutela. Il messaggio che viene lanciato è “poveri negretti ignoranti e minorati, ci siamo noi a difendervi, dall’alto del nostro essere moralmente buoni”. E questo significa dimenticare che sarà il proletariato ad emancipare sé stesso e non delle avanguardie morali o politiche. Significa ignorare completamente la storia delle insorgenze sociali dell’Irak post prima guerra del golfo, represse dalla frazione dominata di classe dominante filo iraniana e dal nazionalismo kurdo del partito di Barzani, lo stesso che pochi anni dopo permetterà all’esercito turco di sconfinare nel Kurdistan Irakeno per reprimere il PKK.

Queste prese di posizione “anarchiche” vengono giustificate con un malinteso intersezionismo delle lotte. Ma l’intersezione delle lotte significa riconoscere il dominio ovunque esso si applica: e le religioni del libro nella loro storicizzazione, tolti casi molto particolari, sono costituzionalmente portatrici di una visione autoritaria e dominatrice. L’islam è la religione che viene usata nel mondo mediorientale per fornire una giustificazione teologica al dominio patriarcale, religioso, di classe ed etnico.

Pensare di applicare l’intersezionismo fino alla palizzata del proprio cortile e non a tutte le lotte ovunque esse si svolgano è semplicemente folle.

E forse si dovrebbe ragionare sul fatto che il coordinamento delle comunità autonome del Kurdistan ha dichiarato pubblicamente e in modo chiaro, netto e deciso, che i morti di Parigi sono come coloro che muoiono combattendo contro le milizie islamiste dell’IS nella difesa del Rojava.

Chi ha esteso queste posizioni, quelle degli stantii leninisti italiani o degli anarchici talmente anarchici da potersi permettere di sputare sui cadaveri ancora caldi dei vignettisti di Charlie Hebdo, è un pericolo per la tenuta e l’ampliamento delle lotte sociali.

Occorre fare chiarezza immediata e affermare con forza, con le parole e con i fatti, che queste posizioni non possono e non devono avere legittimità nel nostro campo.

lorcon

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Dal basso e non solo

il seguente articolo è apparso sul numero 37 anno 94 di Umanità Nova

Sulle autoproduzioni e i loro limiti

Dal basso e non solo

Il movimento anarchico negli ultimi venti anni ha particolarmente preso a cuore la questione delle autoproduzioni e della creazione di “economie dal basso” ma è oramai evidente che questo approccio ha vistosi limiti. Innanzi tutto ci sarebbe da definire che cosa va a intendersi con il termine “dal basso”: a parere di chi scrive il “basso” è il livello base delle attività umane organizzate, quello che garantisce il sostentamento. E il sostentamento delle società umane è dato dalle infrastrutture, le utilità di scala. Ora, in un mondo di 7 miliardi di persone è evidente che il sostentamento pieno non può essere dato dai tradizionali modi di produzione: sia i modelli capitalistici (uso il plurale per indicarli nel loro essere variegati: dall’ultraliberismo al capitalismo pianificato di stato) che i modelli pre-capitalisti sono fondamentalmente modelli basati su un’economia della scarsità. In quanto tali per limiti strutturali non possono garantire una distribuzione delle risorse che sia allo stesso tempo dignitosa ed equa. Nella retorica delle autoproduzioni si sente spesso riecheggiare, magari sullo sfondo, il richiamo di triste stampo pasoliniano alla cara vecchia civiltà contadina, quella delle coltivazioni estensive, dei raccolti fatti a mano e del grano separato dalla pula nell’aia, in convivialità. Una retorica bucolica ma falsa: si rimuove sempre il fatto che in quella bucolica e pura epoca si crepava di pellagra, che la prole era concepita come pura forza lavoro (qualcuno si ricorda l’etimologia del termine proletariato?).
Come anarchici è nostro compito immergerci nelle contraddizioni della società e costruire, a partire da ciò che abbiamo a disposizione qui e ora, un mondo diverso. Noi viviamo in un tempo e in un spazio pervaso dalle dinamiche di dominio del capitale, dove la forza lavoro umana è vista come mezzo per l’estrazione di plusvalore e l’ambiente come materia da mettere a valore; ma non è per questo utile rifugiarsi in artificiosi miti dell’età dell’oro, che sia quello delle società contadine o che sia quello di presunte società gilaniche. Anzi: abdicare a una spietata analisi del nostro mondo per rifugiarsi nei miti è controproducente. L’idea di diffondere le autoproduzioni alimentari su piccola scala per contrastare il dominio del capitale in ambito agrario è semplicemente inapplicabile. Intanto la creazione di un mercato parallelo presenta una serie di problemi: in primo luogo questo non è incompatibile con la forma di produzione capitalistica, riproducendone in scala minore e in forme mitigate i meccanismi e non inficiando assolutamente la stessa; ma se questo punto è “facilmente” superabile in un ottica gradualista il secondo punto che voglio portare all’attenzione si scontra con le basi materiali del mondo: non esiste abbastanza terra coltivabile in quanto le coltivazioni estensive, per definizione, sono meno produttive in base al rapporto terreno coltivato/raccolto. Per fornire sostentamento alla popolazione mondiale serve per forza di cose una coltivazione intensiva e serve una razionalizzazione della stessa. A tal proposito è ora di farla finita con l’idea che la tecnicizzazione del lavoro sia di per se’ negativa: la tecnica è un elemento che mira all’indefinito incremento della potenza umana, il che vuol dire che tecnica e capitale non sono necessariamente in simbiosi, e l’una non è necessariamente lo strumento dell’altro. E questo al di là del fatto che la tecnicizzazione e la meccanizzazione del lavoro sono servite, storicamente, ad un disciplinamento della forza lavoro: all’interno di un contesto capitalista l’asservimento della forza lavoro, ovvero la possibilità di estrarre un maggiore plusvalore a parità di di tempo di lavoro, è lo sbocco di certe innovazioni tecnologiche. Ma è altrettanto vero che in un contesto di collettivizzazione delle risorse e dei mezzi di produzione la meccanizzazione e la tecnicizzazione sono mezzi necessari per la liberazione dal lavoro. E tutto questo senza inficiare le possibilità creative, insite, ad esempio nelle attività artigiane, ivi comprese certe attività agricole: la liberazione del tempo non potrebbe che rafforzarle. Basti, comunque, pensare che per impedire una distribuzione delle metodiche e dei ritrovati della tecnica sono stati inventati i brevetti e tutto un corpus normativo per bloccare il processo di incremento quantitativo e qualitativo della tecnica.

A meno che non crediamo che la popolazione mondiale da qua a qualche decennio andrà diminuendo fortemente, e non c’è niente che sostenga questa credenza, che altro non sarebbe che mero atto di fede, è evidente che, nell’ottica anarchica di costruire un mondo diverso non si potrà prescindere dai mezzi tecnico-scientifici che si sono sviluppati all’interno del capitalismo. E questi sono mezzi che dobbiamo strappare dal dominio, che dobbiamo usare per liberare gli esseri viventi e non per asservirli. I mezzi tecnici creatisi nel contesto capitalistico creano una serie di contraddizioni che contengono il germe del superamento del capitalismo stesso. Viviamo in un economia strutturalmente e artificiosamente della scarsità, nostro obbiettivo deve essere ripensare al rapporto interno alle società umane e al rapporto tra queste e l’ambiente in cui viviamo, quindi ad una razionalizzazione delle attività umane che eliminino, o per lo meno limitino fortemente, gli sprechi e le devastazioni ambientali.

Deve prendere corpo la visione di una produzione a basso impatto, intensiva e compatibile con ambiente e territorio; se l’obiettivo è quello di sfamare, l’intensività deve avere i connotati della genuinità non della quantità. Oggi il paradigma è produrre il massimo per sopperire il prezzo sempre troppo basso, in una visione alternativa deve essere produrre quanto consentito dal territorio compatibilmente con le esigenze umane, il che vuol dire ciclo stagionale e conservazione del prodotto.

Inoltre, in un ottica sociale, l’autoghettizzazione, perchè, non nascondiamocelo, i GAS e i consimili spesso questo sono, è un male da evitare come la peste: è insensato proporre prodotti a prezzi più alti di quella della grande distribuzione in un momento in cui i salari subiscono compressione e aumentano i disoccupati e i lavoratori atipici. Serve solo a creare le proprie isolette più o meno felici, a isolarsi ulteriormente dal corpo sociale. Serve, sembra quasi, a soddisfare un proprio intimo bisogno di purezza, di diversità.

Rifugiarsi nel comodo mito delle società precapitaliste è sciocco e inutile. Non dobbiamo pensare a quello che c’era prima del capitalismo, dobbiamo costruire quello che verrà dopo di esso, quello che vogliamo adesso, quello che noi vogliamo che venga dopo di esso e delle macerie da esso create. La liberazione del genere umano, e non solo di esso, dalle proprie catene non ha senso, e non sarebbe una reale liberazione, se vogliamo ripiombare nel simpatico mondo dell’aspettativa di vita di 45 anni di fatica e asservimento al caso. Bisogna pensare a come ri-utilizzare le infrastrutture della logistica, come ripensare le città, perchè è evidente che un mondo di 7 miliardi di persone le città sono l’unica opzione valida in quanto limitano un consumo di suolo che sarebbe altrimenti elevatissimo, come ri-organizzare gli spazi agricoli e di produzione, liberandoci realmente dalla schiavitù del lavoro, salariato o auto-salariato che sia, e dei bisogni. Oltre a pensare a un auspicabile, e talvolta necessario, orticello.

Lorcon

(con contributi di vari compagn*)

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Complottismi o fascismi?

Ripubblico qua un articolo da me pubblicato quasi due anni fa (dè, come passa il tempo) su Umanità Nova. Siccome al momento stiamo restrutturando pesantemente il sito di Uenne probabilmente non sarà più accessibile sulla fonte originale quindi lo metto qua prima che si disperda nei miei archivi.

Qualche mese fa avevo pubblicato un post sul fenomeno del complottismo e delle sue vistose cadute nel sessismo e nell’omofobia. La settimana scorsa ho ripreso questo argomento e ho scritto un altro testo che analizza più in generale il fenomeno dei complottismi.

Il seguente articolo è comparso originariamente su Umanità Nova numero 26 anno 92 (22 luglio 2012)

Il grande tessitore del complotto pluto-giudaico-massonico

Complottismi o fascismi?

Le teorie del complotto sono una costante degli ultimi secoli ma negli ultimi anni, complice la diffusione di internet, c’è stato un vero e proprio fiorire di complottismi sui più svariati argomenti.

Si va dall’11 settembre, ad HAARP, al signoraggio, ai rettiliani, agli Iluminati fino alle deliranti speculazioni che negli ultimi mesi pretendono di collegare, in base a sconclusionate teorie numerologiche, il naufragio della nave da crociera Concordia agli accordi internazionali siglati dal governo Monti.

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Note a margine di un omicidio

Michele Serra, la Repubblica e la mentalità coloniale

Note a margine di un omicidio

 

[…]ed è quasi superfluo rilevare che gli idoli di legno trionfano
e le vittime umane cadono![…]
K. Marx – Dibattiti sulla legge contro i furti di legna
 
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Così scriveva il barbuto di Treviri circa 160 anni fa in merito alle nuove leggi sui furti di legno in Renania. Oggi potremmo, forse, aggiornare gli idoli di legno con gli idoli di carta: i codici legislativi italiani, i libri di Saviano, gli articoli de la Repubblica, il senso comune.

L’articolo quotidiano, l’Amaca, di Michele Serra, opinionista di punta de la Repubblica, pubblicata sul quotidiano debenedettiano 11 settembre e subito assunta a verbo fattosi carne da molti minus habens nostrani rappresenta lo stato dell’arte della moderna arte del giustizialismo di sinistra. Giustizialismo sulla pelle degli altri, ovviamente.

Secondo Serra difatti la colpa della morte di Davide Bifolco è da ascriversi completamente a Bifolco stesso e il carabiniere è una vittima. È colpa del clima di illegalità, del machismo, della mentalità da ultras. Nessuna colpa va ascritta ad un carabiniere che nel migliore dei casi è completamente incapace di manovrare in sicurezza l’arma di ordinanza, e dire che la Beretta 92 FS è dotata di meccanismi di sicurezza che hanno definito gli standard in mezzo mondo, e che nel peggiore ha ammazzato a sangue freddo un ragazzo disarmato che si rialzava da terra.

No, il carabiniere è anche lui una vittima, perchè, poverino sarà rimasto traumatizzato dall’aver ammazzato un ragazzino. La colpa di è Bifolco che ha osato andare in tre su uno scooter senza casco e senza assicurazione senza fermarsi ad un posto di blocco. Che a quanto pare è un reato punibile con la morte, con giudice e boia incarnati dalla stessa persona. E chissenefrega se andare in scooter senza casco o in tre è una semplice violazione amministrativa. E chissenefrega se stavano facendo una ragazzata o se uno in scooter ci va senza assicurazione perchè non ha i soldi per la stessa. E chissenefrega, sopratutto, se un ragazzino è morto ammazzato. Completamente cancellato dal dibattito. L’importante è la legalità.

Quello che evidenzia tra le righe Serra è che costoro, questi abitanti dei quartieri popolari, sono in verità dei sub-umani che sono da educare o da reprimere ferocemente. Una mentalità degna di un ufficiale italiano in Libia nel ’13 (e abbiamo pochi dubbi in merito al fatto che il vile Serra riuscirebbe a prodursi in una giustificazione del colonialismo italiano se gliene si desse possibilità).

Come osano, poi, costoro, questi incivili trogloditi, protestare per la morto di uno di loro? Come osano farsi vedere? Ritornino al loro ghetto e crepino lì. Oppure si dimostrino contriti e pentiti ed si facciano rieducare da Saviano.

Nessuna parola, en passant, sul fatto che le indagini sul fatto siano state affidate ai carabinieri stessi. Con gran sprezzo della logica.

La geniale “Amaca” di Serra è il trauma davanti al ritorno del rimosso. Perchè una buona fetta dell’opinione pubblica “progressista” ha rimosso un fatto sociale fondamentale: esistono i poveri, gli sfruttati; e così ha rimosso anche il fatto che i poveri e gli sfruttati sono carichi di contraddizioni.

Quello di Serra e dei suoi epigoni è puro odio di classe alla rovescia. È mentalità coloniale applicata alle fasce più povere della popolazione, perchè i ragazzi del rione Traiano oltre ad essere poveri hanno il difetto di essere napoletani. Incapace di rilevare le contraddizioni, o, forse, rendendosi conto che è dall’altro lato della barricata, dall’alto della sua comoda e ricca poltrona, pontifica. E cambia argomento, parla dei morti ammazzati dalla camorra, parla della mentalità da stadio, parla dell’illegalità. Stronzate. Stronzate buone a creare una cortina fumogena intorno a un fatto semplice: un ragazzo è morto, morto ammazzato da un carabiniere. I voli pindarici sulla legalità stanno a zero davanti a questo fatto. Sono buoni solo per giustificare il prossimo morto. Perchè questo sta facendo Serra, questo stanno facendo i lor signori opinionisti con i loro discorsi belli, tondi e ragionevoli: preparano il terreno per il prossimo omicidio. Anche quelli che non se ne rendono conto. E poco han da rispondere, a chi fa notare quanti siano stati i morti ammazzati dalle forze dell’ordine, citando i pochi casi finiti con processi e condanne per poliziotti e carabinieri. Tra quelli più famosi c’è ne è solo uno: Aldrovandi. E tutti sappiamo che i poliziotti assassini, riconosciuti come tali da tre gradi di giudizio, sono ancora in polizia. Per non parlare di quello che è successo ai condannati per le torture alla Diaz e a Bolzaneto: promossi e in carriera, nonostante tutto. Anzi, forse grazie a tutto. Mentre per Cucchi, Uva, Rasman, Giuliani, Brianzino? Per le decine di persone ammazzate per non aver rispettato l’alt a un posto di blocco? Per i torturati nelle carceri e nei CIE? Per tutti coloro massacrati di botte di cui non si è mai saputo nulla?

Per costoro niente. Cancellati. D’altra parte Cucchi era un tossico, Brianzino produceva marjuana, Rasman era pazzo, Uva era alcoolizzato, Giuliani un teppista, Bifolco un terrone povero, chi viene massacrato in un CIE è un negro e chi viene ammazzato o si ammazza in carcere la prossima volta ci pensava prima di delinquere.

E ovviamente gettiamo alle ortiche tutto il pensiero critico, tutta la sociologia, tutta la storiografia. Facciamo finta che no, le forze dell’ordine non servano per mantenere uno status quo favorevole ad una classe sociale. Facciamo finta che i corpi militari non siano per struttura stessa un incubatore di autoritarismo e violenza. Piuttosto blateriamo di tiny blue line e parliamo dei mafiosi cattivi anche quando non centrano niente. Parliamo degli ultras; costruiamo il nemico pubblico, apriamo la strada al diritto penale del nemico. Tanto, Serra, te ne puoi stare tranquillamente assiso in cattedra a dare lezioni, a scrivere libri di cui non si sentiva la mancanza per spiegare ai giovani che cosa devono fare per smettere di essere apatici.

Eccotela servita la tua legalità, Serra: morte, devastazione, torture. Eccoteli i tuoi poveri carabinieri, i tuoi poveri poliziotti, i tuoi amati secondini, da te trasformati in vittime delle persone che ammazzano con un capovolgimento della logica degno di un sofista da dialogo platonico. Ci mancava solo l’ennesima citazione a cazzo di Pasolini e potevi fare il capolavoro del secolo, Serra!

Non ci pigliare per il culo, appollaiato sulla spalla dei potenti, pronto a gettarti come avvoltoio su un cadavere fresco: noi lo sappiamo che dietro la tua maschera ipocrita, dietro ai tuoi discorsi così pieni di buon senso, c’è tutta la violenza del mondo.

lorcon

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Solidarity with freedom fighters of Rojava

rojavasolidarity

Grafica creata dal sottoscritto a partire da una foto di una guerrigliera del Rojava. Ovviamente l’immagine è liberamente utilizzabile e modificabile.

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