In vita del compagno Franco Belloni

Sabato 31 agosto 2019 è venuto a mancare il compagno Franco “Mao” Belloni, di Reggio Emilia.

Franco lo conobbi nel 2006 quando mi avvicinai all’anarchismo reggiano, apparteneva a quella generazione che aveva iniziato a fare politica, intesa come controcultura e ricerca di una vita radicalmente differente rispetto a quella proposta dal modello della fabbrica di massa, prima ancora del 1968, tramite quello che dei movimenti beatnick e provos filtrava nella provincia italiana. Franco non ebbe una vita facile, l’infanzia segnata dalla guerra, cresciuto in istituto, operaio alla Sit-Siemens di Milano dopo essersi trasferito da Reggio Emilia e poi montatore di impianti elettrici industriali trasfertista, situazioni non facili neanche negli anni più recenti.

Franco la sua vita se la visse con gioia, con un’insopprimibile voglia di libertà, di socialità. Franco amava tremendamente trasmette i suoi saperi, che non erano pochi, accumulati in anni da lavoro, prima come tecnico elettronico e poi come artigiano elettricista e allestitore autonomo. Il suo lavoro e la sua passione l’avevano portato a contatto anche con il mondo dell’arte “alta”, allestitore di fiducia per molti artisti di Fluxus.

Franco era, per me, una versione hippy di Tino Faussone, il protagonista de “La chiave a stella” di Primo Levi, libro che sempre ho amato.

Franco che mi ha insegnato ad usare il tester elettrico e il flex, che mi ha insegnato a usare il filo a battere, a montare gli isolatori in ceramica dei cavi intrecciati, a tirare cavi nelle canale, i trucchi per scoprire se un cavo della 220 è sotto tensione senza tester o cercafase e per giuntare manualmente un cavo sotto tensione senza staccare la luce (un metodo che comunque sconsiglio), a ricavare le fasi 220 da un impianto trifase industriale. Franco che mi ha regalato l’impianto stereo, una combinazione di uno dei primi amplificatori a stato solido made in Italy, un Sit-Siemens, appunto, e casse RCF passive degli anni ‘80. Franco con cui andavo a recuperare faretti e lampade strobo in discoteche in disuso a cui aveva accesso tramite la sua infinita rete di contatti. Franco che mi faceva incazzare quando, già con un’anca in titanio, camminava sulla scala da imbianchino come uno sprovveduto ventenne (e io sono sempre stato un maniaco della sicurezza sul lavoro…).

Questo Tino Faussone di provincia, diventato metropolitano e poi tornato alla provincia, Homo Faber nel suo significato più alto del termine sarà sempre nei ricordi miei e degli altri compagni e compagne che l’hanno conosciuto e che con lui hanno condiviso molto.

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Note sulla rivolta cantonese – Essere l’acqua

Il seguente articolo è stato pubblicato sul numero 24 di Umanità Nova

Il progetto di introdurre nella città di Hong Kong, sotto la sovranità cinese, così come la città di Macao, ma con un diverso sistema di governo e un’ampia autonomia amministrativa e legislativa, una legge che permettesse una maggiore facilità nell’estradare soggetti indagati dalla magistratura cinese verso la Repubblica Popolare stessa ha scatenato, oramai da quattro mesi, ampie proteste.

Un’ampia analisi, fornita da compagni cantonesi, l’abbiamo pubblicata sul quaderno di Umanità Nova uscito in digitale questa estate intitolato “Anarchici nella rivolta di Hong Kong”. In quel testo si fornisce un’analisi della composizione del movimento, delle discontinuità di questo da movimenti come quello degli Ombrelli del 2014 e i suoi cascami, innanzi tutto la maggiore radicalità nella pratiche di piazza, e di conseguenza la messa in crisi qui ed ora della pretesa del monopolio della violenza da parte dello stato, la pratica dell’illegalità di massa, la presenza di componenti, tra cui quella dei nostri compagni, che puntano sulle questioni di classe in una città che ha fatto del neoliberismo la sua identità e sull’alleanza con i lavoratori stranieri, migrati dalla Cina continentale ma anche da paesi del sud est asiatico come le Filippine.

Hong Kong è una città-stato retta da un’oligarchia cresciuta sotto la frusta del dominio coloniale britannico e poi legatasi al Partito-Stato cinese. Il suo benessere economico è nato sullo sfruttamento di milioni di lavoratori e lavoratrici, sia “nativi” che migrati clandestini, quindi ricattabili, dalla Cina continentale in barba alle leggi che regolano le migrazioni interne. Vi è anche una non indifferente presenza di immigrati da paesi del sud-est asiatico. L’esiguo spazio ha imposto un’urbanizzazione verticale e la speculazione ha imposto case-cubicolo – dette non a caso case-bara – in cui si ammassano milioni di individui. Gli affitti per questi spazi sono altissimi e la città stessa è una delle più costose al mondo. Di questi elementi, molto materiali, non si può non tenere conto quando si parla delle mobilitazioni che hanno investito questa città.

Le mobilitazioni di questi ultimi quattro mesi, che hanno visto più di un milione di persone scendere contemporaneamente in strada, hanno dimostrato l’alta capacità autorganizzativa della popolazione. L’utilizzo di mezzi classici di comunicazione durante le manifestazioni, impianti audio e megafoni, per coordinare le azioni è stato affiancato anche dall’uso di applicazioni per cellulari che permettono con un certo grado di sicurezza di scambiare dati, comunicazione gestuale per indicare i mezzi di cui avevano bisogno in quel momento certe aree della piazza – vi sono gesti che indicano che c’è bisogno di acqua e soluzione salina per i lacrimogeni, o caschi, maschere antigas e ombrelli per le protezioni o materiale per le barricate – lo scambio di progetti per la costruzione di barricate che fossero sia veloci da costruire che resistenti – generalmente transenne stradali fascettate tra di loro a guisa di triangolo equilatero – metodi per ritmare il flusso delle folla per evitare i pericolosi fenomeni di panico e possibili schiacciamenti. Si è assistito anche alla formazione di catene per passare il materiale verso le prime linee in modo efficace e veloce.

Da quanto si è potuto apprendere il coordinamento avviene tramite gruppi di affinità di quartiere e, contemporaneamente, su forum di discussione online. D’altra parte la piattaforma rivendicativa del movimento è abbastanza larga da permettere a chiunque sia insoddisfatto del regime di partecipare al movimento stesso e, per quanto di impostazione classicamente liberale e, appunto, rivendicative – diritti e suffragio universale, ritiro definitivo della legge sull’estradizione, regime change in senso democratico – permette anche l’inserimento di temi più radicali quali la critica del lavoro, la questione abitativa, il carovita, tutti temi sicuramente sentiti anche istintivamente da chi, pur privo di una coscienza di classe elaborata, vive tutti i giorni una vita schiacciata tra stipendi relativamente bassi, abitazioni minuscole, ampio divario di classe e inflazione.

Appare quindi come l’autorganizzazione sia una proprietà emergente di un sistema, sia nell’elaborare piattaforme rivendicative ampiamente inclusive sia nell’organizzare in modo veloce la logistica della guerriglia urbana. Si dimostra anche come la necessità della violenza – anche se difensiva – sia accettata, seppure nei limiti esposti dai compagni nell’intervista a CrimethInc, anche da quelle persone che fino a poco tempo prima la aborrivano totalmente – o meglio che la nascondevano delegandola completamente allo stato e non riconoscendo quella violenza mimetica implicita nelle società gerarchizzate.

Emerge quindi una vera e propria intelligenza collettiva in grado di mettere in crisi qui e ora i sistemi di governance postmoderni: la fine dei partiti di massa in grado – storicamente – di stimolare e controllare le mobilitazioni non ha significato la fine delle mobilitazioni stesse.

Appurata l’importanza dell’organizzazione logistica dello spazio urbano come spazio di circolazione e accumulazione del capitale abbiamo potuto assistere a veloci azioni che andavano a bloccare, fuori dall’orario di punta di rientro dei lavoratori, i principali punti della circolazione stradale e poi, reiteratamente, lo scalo aereo di Hong Kong, uno dei principali aeroporti internazionali asiatici.

Davanti alla superiore tecnologia dell’apparato repressivo nella gestione di grossi assembramenti che occupano in maniera statica un’area i manifestanti hanno parzialmente abbandonato un paradigma che potremmo definire “napoleonico” nello scontro di piazza: grossi schieramenti che si scontrano in linea, chiaramente insostenibile di fronte a un nemico armato e addestrato per questo – pensiamo solamente all’uso dei cannoni ad acqua e dei lacrimogeni – per adottare una linea di azione più tipica della guerriglia: gruppi piccoli che compiono azioni veloci, aspettano l’arrivo delle forze di polizia, ingaggiano veloci scontri e si disimpegnano utilizzando gli stessi mezzi pubblici – chiaramente con la complicità anche non programmata dei conducenti e dei tecnici gestori di linee di autobus e metropolitana – mostrando di sapere sfruttare a proprio vantaggio il terreno urbano mentre le colonne della polizia rimangono bloccate negli ingorghi creati dalle azioni stesse.

Davanti alla monoliticità degli apparati repressivi l’intelligenza sociale ha saputo agire come l’acqua: dove può travolge, dove non può travolgere tracima, dove non può né travolgere né tracimare aggira. Una delle migliori applicazioni dei principi basi del Wing Chun, forma esterna del Kung Fu e arte marziale per eccellenza dell’area Cantonese. Allo scontro in strada si sono uniti scioperi spontanei, addirittura uno sciopero generale, boicottaggi, azioni di disturbo di vario genere che hanno mostrato la capacità immaginativa dei manifestanti.

L’estensivo utilizzo della guerra chimica da parte delle forze di polizia, con migliaia di candelotti lacrimogeni sparati in aree densamente abitate e contro presidi pacifici, aliena ad esse anche gli abitanti che in quel momento non stanno partecipando alle proteste e che vedono il loro – già esiguo – spazio domestico invaso dalle dense nubi di gas CS. Allo stesso modo la decisione da parte del governo di ricorrere a bande di criminali delle triadi per attaccare le manifestazioni e i passanti ha fatto aumentare la determinazione di molti, tanto più che diversi tentativi di attacchi da parte delle triadi si sono risolti con la fughe dalle stesse sotto le bastonate e le pietre. Si è, comunque, ancora una volta dimostrata la continuità tra stati e crimine organizzato.

Gli apparati di videosorveglianza e riconoscimento facciale, sempre più diffusi e fiore all’occhiello della tecnocrazia partitica della Repubblica Popolare, vengono messi in crisi da economici puntatori laser che accecano i sensori e la scelta dei colori dei puntatori stessi, blu e verdi, ovvero quelli con una lunghezza d’onda che acceca più facilmente, fa pensare a un vero e proprio scambio di conoscenze tecniche tra manifestanti.

La capacità di mettere fuori uso temporaneamente, accecandoli, o permanentemente, abbattendone i pali di sostegno, i meccanismi di telesorveglianza, uno degli assi portanti del controllo dello spazio urbano e la contemporanea convergenza verso mezzi di comunicazioni digitali criptati per lo scambio di informazioni dimostrano che la società della sorveglianza, un Moloch che spesso si immagina come implacabile e monolitico, può essere messo in crisi dall’autorganizzazione, dallo scambio di saperi pratici e teorici, dall’emergere di un’intelligenza collettiva e sociale che spezza l’alienazione dell’individuo-monade, dell’homo economicus – e sempre più speso sacer, sacrificabile – dell’ordinamento neoliberale della società.

Negli interstizi e nelle contraddizioni del vigente sistema nasce e si moltiplica la sua negazione.

I tristi cantori dello status quo, i propagatori della mortifera ideologia dello stato-partito cinese, minacciano una nuova Tienanmen, nel trentesimo anniversario del massacro stesso di migliaia di operai e studenti pechinesi, ma temono le reazioni. Dell’opinione pubblica internazionale, sicuramente, ma anche della stessa popolazione cantonese e non previsti – e prevedibili – moti di solidarietà da parte della società nel continente stesso. Da qua, in un modo semplificato e, diciamolo, un po’ razzista, ci immaginiamo spesso le società asiatiche come società irregimentate e monolitiche, dimenticando i grandi fermenti che le hanno attraversate, a volte in modo carsico. In Cina il conflitto di classe negli anni ha visto una sempre maggiore capacità di risposta operaia alle feroci situazioni di sfruttamento; nascono timidamente gruppi di studenti che si interessano alla questione di classe, per quanto il ricordo di Tienanmen sia ufficialmente censurato a livelli orwelliani sicuramente sopravvive nella trasmissione della memoria orale di un evento che coinvolse centinaia di migliaia di persone, tra cui interi reparti di fabbriche della cintura industriale di Pechino. Sicuramente vi è stata anche la trasmissione del trauma della Rivoluzione Culturale, ovvero di quel tentativo, disgraziatamente riuscito, di irregimentare e controllare dall’alto in un modo quasi preordinato le istanze di cambiamento radicale che emersero globalmente negli anni sessanta, che assunse in certe fasi i caratteri di vera e propria guerra civile che la stessa frazione del Partito-Stato che l’aveva evocata ebbe difficoltà a controllare. Memoria difficile, probabilmente questa, che ritorna anche in molte opere narrative tradotte in occidente, su tutti i polizieschi di Qiu Xiaolong e nei romanzi di fantascienza di Cixin Liu, memoria che viene anche evocata in negativo rispetto al presunto benessere creato dalla svolta verso il “socialismo di mercato” di Deng Xiaoping.

L’ideologia della Cina contemporanea, un paese che è uno dei centri dell’economia-mondo globale, ha il suo fulcro nella conservazione della tranquillità e della pace, una tranquillità e una pace che sono la quiescenza dei conflitti sociali che devono essere normati, gestiti e risolti dal Partito-Stato. E sempre più spesso repressi, basti vedere la creazione di un sistema concentrazionario a base etnica in Xinjiang. La rivolta di Hong Kong, come già fece la rivolta di Tienammen trenta anni fa, squarcia il velo della tranquillità e mostra il fuoco che cova sotto la cenere.

Se gli obiettivi immediati del movimento sono comunque interni alle compatibilità sistemiche è indubbio che mostrano, e preparano, un mondo che vuole e può uscire da queste compatibilità.

lorcon

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Chiose a margine di una prospettiva di guerra civile

L’analisi di Formica, pubblicata su Il Manifesto del 8 Agosto 2019 – e che riporto integralmente a fondo pagina – è interessante ma rimane del tutto interna alle dinamiche istituzionali e non tiene conto, a mio avviso, di una questione fondamentale: sono finiti i partiti massa, i partiti a cui la stessa carta costituzionale affida il ruolo di espressione della sovranità popolare, ovvero di limiti della stesa. La stessa Lega Nord e il M5S con tutto le loro alte percentuali (oramai in declino inesorabile per i secondi) non hanno nessuna reale capacità di mobilitazione popolare, se non per un qualche flash mob o per un quale linciaggio (sempre di mob si tratta…). D’altra parte i governi sono il comitato esecutivi della borghesia e la borghesia nel XXI secolo può fare a meno di quel luogo di ricomposizione – e attenuazione – del conflitto sociale che sono i parlamenti: si delinea sempre maggiormente lo scenario della democratura, naturale evoluzione delle democrazie borghesi. È stato così per certi paesi dell’America Latina e ora similmente avviene per paesi europei, Italia ma anche per la Francia, forse in modo ancora più evidente, in cui uno stato di polizia sempre più aggressivo estende le forme di guerra ai poveri oltre i confini razzializzati entro cui questa forma era stata relegata nei decenni precedenti: gli algerini potevano essere annegati nella Senna dalla polizia di Papon, ora anche i giovani francesi che vanno a una festa musicale possono essere annegati nei fiumi (o massacrati a colpi di flash ball se scendono in piazza). È una situazione figlia di mutamenti strutturali e davanti a questa situazione dobbiamo essere noi, come sfruttati, come umanità/vuoto a perdere a perenne rischio lager – cosa sono le forme concentrazionarie con cui vengono gestiti i flussi migratori se non depositi per merce-lavoro eccedente? -, come individui che sono in questo mondo ma non sono di questo mondo a prendere il pallino in mano. Le guerre civili della borghesia, ammesso e non concesso che la borghesia italiana sia interessata a una guerra civile, cosa di cui dubito immensamente (e mi fa ridere sotto i baffi), sono combattute sulla pelle nostra, al pari delle guerre tra soggetti statali. Starebbe a noi trasformarle in qualcosa d’altro. Sta a noi, in ogni caso, ribaltare il tavolo, che non sarà un improvviso e tardivo barlume di coscienza del settore progressista della borghesia italica a migliorare le nostre vite.

Di seguito l’intervista a Rino Formica pubblica su Il Manifesto

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NOTE E RIFLESSIONI SU PERCORSI DI INCOMPATIBILITÀ

Di seguito un documento presentato al dibattito del XXX Congresso della Federazione Anarchica Italiana, tenutosi a Massenzatico nell’Aprile del 2019, e successivamente pubblicato su Umanità Nova.

 

NOTE E RIFLESSIONI SU PERCORSI DI INCOMPATIBILITÀ

Indice generale

NOTE E RIFLESSIONI SU PERCORSI DI INCOMPATIBILITÀ 1

1.0 La fase 1

1.1 La narrazione nella post modernità 1

1.2 Cosa c’è da perdere che non abbiamo già perso 3

1.3 Le sperimentazioni orfane 4

2.0 Del reddito o dell’incompatibilità di sistema 6

2.1 Reddito, lavoro e la società del consumo 6

2.2 Il reddito tra mutualismo e conflitto 9

3.0 Organizzazione 11

1.0 La fase

L’analisi negli ultimi anni, a partire, almeno, dall’inizio del ciclo di crisi nel 2008, si è concentrata molto sulle contingenze e le congiunture, sul qui e ora, più che sulle dinamiche strutturali che hanno determinato l’attuale assetto storico. Uno sguardo ampio sui meccanismi profondi che regolano la società e il peso che la politica rappresentativa e l’economia esercitano su concetti come reddito, lavoro e coesione, tarda a farsi strada.

Per correttezza e coerenza va fatto presente che in molti casi si sono tentati dei timidi passi a lato, in modo da poter sfruttare la prospettiva per una foto a grande angolo della realtà, ma insufficiente è stata la distanza presa per apprezzare l’interezza delle problematiche in atto.

Procederemo quindi tentando di analizzare la fase con un minimo di ordine, partendo da cosa non è stato fatto e di cosa non si è tenuto conto, dei passaggi non fatti e delle sintesi mai abbozzate (seppur a portata di mano).

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Il giorno in cui

Il giorno in cui comprenderete che la depressione non è “un periodo giù di corda” ma una fottutissima, e spesso grave, malattia; il giorno in cui comprenderete che la sindrome da stress post traumatico non è essere “un po’ schizzati” ma è non dormire la notte, fare incubi ricorrenti, avere pensieri circolari e invasivi; il giorno in cui comprenderete che la cultura patriarcale è fondata sull’oppressione sistematica di un genere, che le violenze sessuate (non sessuali: sessuate) sono una forma di violenza che si protrae ben oltre l’atto in sé e che non è detto che si superino “non pensandoci e andando avanti”, che i disturbi alimentari non sono una passeggiata o “una fase adolescenziale”; il giorno in cui metterete in discussione la vostra protervia, la vostra arroganza, la vostra violenza e comincerete a ragionare su come migliorarvi e migliorare la vita a chi vi sta accanto; quel giorno potrete aprire bocca o agitare le dita su una tastiera ed esprimere un commento, sensato, su una ragazza che decide di morire di sete e fame dopo avere subito tutta questa merda. Tutto il resto, le vostre argute riflessioni da colti imbecilli o i vostri commenti da bar, fa parte della già evocata merda.

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Difensori della Sacra Proprietà e Hoplofobici – Il noioso teatrino della legittima difesa

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 13 anno 99

Una buona parte del dibattito pubblico italiano degli ultimi mesi è stato impostato sui temi riguardante la legittima difesa e la diffusione di armi tra la popolazione civile. Già durante la campagna elettorale permanente degli ultimi anni la Lega Nord aveva posto al centro della sua propaganda la questione della difesa armata della proprietà privata; successivamente c’è stato l’ondata di polemiche, molto pretestuose, in merito alla ricezione della direttiva europea 477 ed infine il dibattito in merito alle modifiche della legge sulla legittima difesa, con il suo veloce corollario polemico in merito a un disegno di legge firmato da una settantina di senatori leghisti che, secondo alcuni, faciliterebbe l’acquisto di armi.

Per comprendere il senso di questo dibattito riteniamo sia necessario dare uno sguardo complessivo dei diversi temi che da esso emergono, senza rincorrere la sparata sensazionalista di questo o quel ministro o di personaggi francamente imbarazzanti del mondo pacifista; uno sguardo, quindi, che permetta di cogliere aspetti indicativi della situazione sociale.

Di là dei dati che indicano un continuo calo dei delitti gravi contro la persona, è palese che la “percezione della sicurezza” sia del tutto sbilanciata verso l’idea che i crimini gravi siano in aumento e che orde di banditi aspetterebbero il probo cittadino dietro l’angolo per rapinarlo. Da anni ripetiamo come questa situazione sia stata ricercata e voluta dalla classe dominante: non staremo quindi ad approfondire l’argomento.

In questo la propaganda leghista – ma anche di Fratelli d’Italia e di altri partiti – va a parlare al suo elettorato di riferimento, commercianti, piccola borghesia, pezzi delle aristocrazie operaie, piccoli e medi industriali, latifondisti, portando due messaggi a cui questo pubblico è sensibile:

1) La proprietà privata è sacra. Chi ammazza difendendo la proprietà va sostenuto anche se ammazza a sangue freddo un ladro disarmato: questi ha attentato alla sacralità della proprietà e quindi il suo sangue ricadrà esclusivamente su di lui.

2) I cambi avvenuti, sia in modo graduale che in modo traumatico, negli ultimi decenni hanno portato a una maggiore concentrazione di capitale in oligopoli facendo perdere centralità a quei settori della borghesia che si poggiavano sulle piccole e medie industrie e sul commercio al dettaglio. La figura del pater familias borghese, a capo di una piccola industria o proprietario del negozio a conduzione familiare e con pochi dipendenti, è stata ampiamente contestata nel corso dei decenni ed ha bisogno di essere rassicurata nel potersi raffigurare come figura eroica in lotta contro il mondo moderno. Il potersi rappresentare come maschio alfa, detentore del diritto di vita e di morte su chi attentata l’origine della sua posizione sociale, cioè su chi attentata alla sua sacra proprietà, rassicura.

Di fronte a questo poco importa che la legge sulla legittima difesa voluta dalla Lega impatti ben poco da un punto di vista pratico, sempre che regga in sede di Corte Costituzionale quando un magistrato solleverà una qualche eccezione di costituzionalità. Sul piano simbolico è passata e quell’elettorato di riferimento si sente, appunto, rassicurato nella sua posizione sociale. Viene riaffermata la sacralità della proprietà privata, per altro ben sancita da tutto il corpo normativo e dalle stesse regole sociali, e, ancora una volta, gli idoli di legno possono trionfare e le vittime umane cadere. Questo è quel che importa.

A poche ore di distanza dall’approvazione di questa legge si potevano vedere alcuni quotidiani online produrre titoli allarmati su come la Lega si preparerebbe anche a rendere più facile l’acquisto di armi, deregolamentando le armi con potenza tra i 7,5 e i 15 joule e rendendole di libera vendita. I titoli, e spesso gli articoli, sono stati volutamente impostatati in modo scorretto: si sta parlando di armi a aria compressa, quindi quasi esclusivamente con il tiro sportivo e che hanno un potere offensivo minore rispetto a un pugno ben piantato da un soggetto allenato. Si potrebbe ipotizzare che dietro vi sia il tentativo di aprire un mercato verso una serie di strumenti di difesa meno che letali che sfruttano l’aria compressa per lanciare dei proietti in gomma dura, strumenti di difesa sulla cui stessa efficacia abbiamo moltissimi dubbi per ragioni tecniche su cui non è il caso di dilungarsi, che però troverebbero di certo un buon mercato a causa dell’insicurezza percepita. Ovviamente nessuno ha analizzato questo dato, nonostante fosse evidente leggendo una delle principali testate della stampa di settore, ovvero la rivista Armi & Tiro, ma molti han preferito disegnare scenari apocalittici in cui si otterrà un AK-47 con i punti della spesa del supermarket.

Riportiamo la notizia in quanto permette bene di vedere il livello di polarizzazione raggiunto su questo dibattito. Già quando nell’autunno scorso è stato portato a termine l’iter di ricezione della direttiva europea 477 sulla regolamentazione del possesso di armi da parte della popolazione civile la stampa progressista, da la Repubblica fino al Manifesto, il quale nonostante riporti la dicitura “quotidiano comunista” non è che la costola sinistra della socialdemocrazia, si è messa a strillare su presunti scenari statunitensi alle porte.

Non staremo ad analizzare qua la situazione americana, già ampiamente analizzata in molti articoli[1] pubblicati negli ultimi anni e su cui riteniamo chiuso il dibattito ma è necessario rifocalizzarci su alcune questioni. Intanto la ricezione della direttiva 477 è una questione estremamente tecnica ed una sua disanima approfondita è abbastanza inutile per chi non sa la differenza tra un’arma semiautomatica ed un’automatica, gli iter di importazione di armi costruite all’estero, il funzionamento del Banco di Prova Nazionale o che cosa si intenda per armi demilitarizzate. La direttiva, al contrario di quello che molti hanno scritto, non ha assolutamente facilitato l’acquisto di armi da parte di privati, anzi per quando sia stata recepita in modo poco restrittivo rispetto ad altri paesi ha imposto alcuni ulteriori paletti, ma ha in parte razionalizzato il corpo di regolamenti, giurisprudenza e leggi che normano il settore. L’unica facilitazione che appare ad un’analisi della legge è la possibilità di comunicare l’acquisto, da parte di un soggetto già titolato, tramite Posta Elettronica Certificata senza doversi recare presso gli uffici delle questure, in tendenza con la telematizzazione della pubblica amministrazione.

Si potrebbe pensare che questa idiosincrasia per le armi da parte della stampa progressista e di molti elettori della sinistra sia semplicemente volontà di dare addosso all’avversario che sarebbe a favore della diffusione indiscriminata di armi da fuoco.[2] In realtà, come già scrivevamo a novembre 2017 nell’articolo “La social-misantropia” pubblicato su Umanità Nova:[3]

(…) La sinistra liberale avendo fallito nella sua strategia riformista, da decenni e non da ieri, per portare migliori condizioni di vita alla classe lavoratrice ed essendo diventata parimenti responsabile della devastazione della vita di centinaia di milioni di proletari (…) si trova a essere la frazione sinistra del capitale. In questo – facciamo finta di credere alla buona fede di certi soggetti politici – finisce per individuare problemi sbagliati o secondari, amplificarli e proponendo soluzioni che portano da un maggiore controllo sociale, cullando l’illusione di poter cambiare qualcosa rispetto alle ferree logiche del capitale una volta giunta al potere. (…) Avendo fallito nei propri fini dichiarati queste componenti [la sinistra-sinistra istituzionale ed i derivati centristi del riformismo] finiscono per farsi rappresentanti elettorali di frazioni dominate di classe dominante e di pezzi della piccola borghesia nonché di lavoratori dei servizi pubblici, sopratutto legati al mondo della cultura e dei servizi alla persona, le componenti della cosiddetta società civile. Avendo fallito ed essendosi convinte che il problema è rappresentato dal fatto che l’uomo sarebbe ontologicamente cattivo e non un prodotto storico, passano dalla social-democrazia alla social-misantropia: allora via con tiritere sulla necessità di più stato, più leggi, più controlli, più polizia – possibilmente direttamente introiettata negli individui – lamentele su quanto fanno schifo i poveri, che sono così maleducati ed altre amenità. Il problema non sarebbero allora le strutture sociali ma gli individui che sarebbero naturalmente pervertiti – contraddizione in termini, tra l’altro – e su cui è necessario operare una raffinata opera di disciplinamento. (…)”

Non è quindi questione di malafede se soggetti come Beretta, il presidente dell’OPAL e tra le figure di spicco del pacifismo italiano, che porta per ironia della sorte lo stesso cognome della famiglia di industriali delle armi di Gardone Val Trompia ed i suoi tristi emuli si mettono a lanciare strilli di orrore all’idea che circolino delle armi al fuori dei corpi armati dello stato. Certo, se glielo si chiede diranno che sono a favore di una qualche forma di disarmo delle forze armate ma, rimanendo nell’ambito del pacifismo borghese, essi vivono in una profonda contraddizione che non sono in grado di risolvere ma solo di elidere, non comprendendo che il punto non è il disarmo ma la necessità di smantellare la gerarchia sociale ed abolire il valore di scambio (per farla breve). L’hoplofobia[4] dell’ala sinistra del capitale è tutta già scritta nella sua storia, ovvero nella storia della sua falsa coscienza e del suo opportunismo, allo stesso modo in cui la voglia del piccolo borghese di farsi giustiziere della notte è scritta nella sua parabola discendente di ridicola figura messa in crisi non da immaginari banditi ma dalla ferrea logica del capitale.

NOTE

[1] Innanzi tutto: http://www.umanitanova.org/2015/10/20/la-propaganda-alla-prova-dei-fatti/ e http://www.umanitanova.org/2016/01/13/la-propaganda-alla-prova-dei-fatti-2/ oltre a http://www.umanitanova.org/2018/03/11/militarizzazione-sociale/ e http://www.umanitanova.org/2018/05/13/la-marcia-del-vittimismo/ .

[2] in realtà tutta la storia delle leggi italiane sul controllo delle armi, partendo dalle leggi giolittiane sul porto di coltello, è basata sulla necessità di rendere più difficile la detenzione di armi a soggetti che non diano sufficienti garanzia di lealtà verso lo stato: nella concessione di licenze di detenzione, porti d’arma ad uso sportivo o venatorio, per non parlare dei porti per difesa personale, è lasciata ampia garanzia alle questure che possono dare dei dinieghi anche senza che il richiedente abbia commesso alcun reato o sia sotto indagine ma in base a informazioni “sommariamente raccolte” ed informative di polizia. La base legislativa è il TULPS fascista che addirittura concede ai prefetti la possibilità di sequestrare preventivamente tutte le armi nel territorio di competenza in caso di “gravi turbamenti dell’ordine pubblico”: la formula è volutamente vaga e le successive integrazioni sono date dalle leggi emergenziali degli anni settanta e da una confusa giurisprudenza. Da un punto di vista dei dati non si può, in qualsiasi discussione su questo tema, tenere conto del fatto che il numero di armi possedute da privati in Italia sia andato aumentando quasi costantemente mentre altrettanto costantemente è calato il numero di omicidi con armi da fuoco, in tendenza con quello che è successo in buona parte del mondo.

[3] http://www.umanitanova.org/2017/11/07/la-social-misantropia/

[4] Fobia patologica delle armi.

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Podcast – Anatomia di una Intelligenza Artificiale

Qualche mese fa mi è capitato di leggere l’ottimo progetto Anathomy of an AI System che ha sistematizzato una serie di riflessioni che io stesso, evviva le sincronie, insieme ad altr*, porto avanti da un po’ di tempo. Ovvero come i così detti sistemi di intelligenza artificiale, che poi sono ben distanti da sistemi dotati di autocoscienza, ma che comunque si distinguono per forme di non linearità, impattano nel modo di produzione capitalistico, quali contraddizioni portano, o ampiano, e quali invarianze… invariano. Al di là delle retoriche accelerazioniste o primitiviste, che non mi appartengono, è necessario analizzare con un occhio radicalmente critico questi ritrovati comprendendo come impattano sulla nostra vita di proletari e come potranno essere usati ai fini dell’emancipazione sociale. A partire dallo studio di questo progetto ho elaborato un articolo, Anatomia di un’Intelligenza Artificiale, che si integra con gli altri articoli scritti sul tema, come Gli Arcana Imperii dell’economia dell’informazione, ma che si riallacciano anche alla polemica intorno ai temi del legame tra scienza, tecnologia e rivoluzione sociale.

Il 15 marzo 2019 sarò a Torino, in quel di Corso Palermo 46 (Barriera caput mundi), presso la sede dei compagni della Federazione Anarchica Torinese, a fare due chiacchere su questi temi. Di seguito il podcast dell’approfondimento fatto venerdì 8 marzo su Anarres, trasmissione informativa di Radio Blackout. Legge di Murphy permettendo ne seguirà un altro il 15 mattina stesso.

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Era tanto una brava persona‭…

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 9 anno 99

Durante il corteo dell‭’‬8‭ ‬Marzo,‭ ‬a Milano,‭ ‬un gruppo di manifestanti ha colorato di rosa la statua di Indro Montanelli,‭ ‬fortemente voluta dall’amministrazione Moratti‭ – ‬De Corato qualche anno fa,‭ ‬per ricordare il totem della destra italiana.‭ ‬L’azione ha causato un certo scandalo,‭ ‬segno che è riuscita.
Indro Montanelli è una di quelle figure che hanno assunto uno status di santità,‭ ‬venerato già in vita dalle destre e,‭ ‬dopo i suoi attacchi via stampa a Berlusconi all’epoca della discesa in campo di questi,‭ ‬anche da una buona parte della sinistra‭; ‬questa era ben contenta che cotanto personaggio,‭ ‬grande firma del giornalismo,‭ ‬pure se appartenente al campo opposto,‭ ‬additasse il Caimano come un parvenu.‭ ‬In più questa grande firma della carta stampata era stata pure gambizzata dalle bierre e,‭ ‬signora mia,‭ ‬si vorrà mica criticare una vittima del terrorismo‭?
Insomma Montanelli non va criticato proprio,‭ ‬vittima del terrorismo,‭ ‬lucido giornalista,‭ ‬simbolo di quella destra piena di moralità,‭ ‬figura retta e proba‭… ‬e stupratore razzista e guerrafondaio.‭ ‬È noto che la mente umana gioca brutti scherzi,‭ ‬uno dei quali è il tentativo di risolvere la dissonanza cognitiva.‭ ‬Quindi:‭ ‬Montanelli è una figura moralmente proba,‭ ‬Montanelli comprò una schiava sessuale dodicenne,‭ ‬una ragazza di nome Destà,‭ ‬durante una campagna di conquista coloniale ma,‭ ‬siccome è evidente che comprare una bambina per affermare la propria potenza di maschio italiano non è esattamente tra le azioni aderenti a un’etica anche solo minimamente decente,‭ ‬ne deriva che il comprare schiave va contestualizzato.
Erano altri tempi,‭ ‬bisogna contestualizzare‭ ‬appunto,‭ ‬chi siamo noi per giudicare,‭ ‬Contessa,‭ ‬poi era costume in quelle terre barbare e per fortuna che il Duce e il Re sono venute a salvare Faccetta Nera,‭ ‬la bella abissina,‭ ‬comprata dal bell’ufficiale bianco a capo di una banda di Askari che le fornisce pure una casupola in cui vivere.‭ ‬Gasandola con l’iprite,‭ ‬bruciandola con i lanciafiamme,‭ ‬bombardandola.‭ ‬Infine stuprandola,‭ ‬perché gli stupri di guerra sono parte integrante dell’attività bellica più o meno dai tempi di Ilio e nelle guerre di saccheggio coloniale hanno spesso toccato il loro apice.
Vogliamo proprio contestualizzare e farlo seriamente‭?‬ Già allora chi si opponeva alle avventure coloniali,‭ ‬italiane,‭ ‬francesi o inglesi sapeva‭ ‬inquadrare‭ ‬perfettamente‭ ‬quanto avveniva all’epoca:‭ ‬saccheggio,‭ ‬stupro,‭ ‬guerra,‭ ‬aggiogamento sono invarianze del capitalismo e c’era chi lo aveva ben capito:‭ ‬antimilitarist‭*‬,‭ ‬anarchic‭*‬,‭ ‬rivoluzionar‭*‬,‭ ‬cui si associava qualche liberale con un’idea di etica più alta rispetto a quella di Montanelli.‭ ‬Lo sapevano pure,‭ ‬anche se sono rimossi dalla storia,‭ ‬quelli e quelle che il colonialismo lo combattevano sul campo.‭ ‬Non c’è stato bisogno di aspettare qualche presunta,‭ ‬e mai avvenuta,‭ ‬cesura morale della storia patria per capire che andare a sterminare gli etiopi,‭ ‬o i libici,‭ ‬non è propriamente un’azione degna.
D’altra parte il colonialismo è un grande rimosso della storia occidentale e non solo in Italia‭ – ‬si pensi solo alla pluridecennale censura‭ ‬che La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo‭ ‬ha‭ ‬subito in Francia.‭ ‬Certo,‭ ‬gli italiani sono particolarmente bravi nell’opera di rimozione storica,‭ ‬basti pensare al discorso pubblico sulle Foibe ed alla negazione dei crimini del Regio Esercito in Slovenia‭ (‬o in Croazia o in Grecia‭)‬.
Insomma,‭ ‬nel‭ ‬2019,‭ ‬fa ancora scandalo dire che Montanelli era uno stupratore ed un guerrafondaio.‭ ‬Fa scandalo perché costringe a guardarsi allo specchio e a dire:‭ ‬diamine,‭ ‬non è che la nostra società è ancora fondata sulla rapina,‭ ‬il saccheggio e lo stupro organizzati dagli stati e dal capitale‭?
La statua di Montanelli non va,‭ ‬a nostro modesto parere,‭ ‬rimossa ma va lasciata ben tinta di rosa.‭ ‬Per ricordare a tutti e tutte che la ricchezza delle nazioni è fondata sulla rapina.‭ ‬Che lo stupro e l’oppressione di genere sono parte integrante del meccanismo di accumulazione di capitale e di costruzione della gerarchia sociale.‭
Tanto per chiudere la questione della contestualizzazione storica vorremmo qui ricordare che l’Indro nazionale ancora poco prima della sua dipartita da questa valle di lacrime di coccodrillo si rivendicava,‭ ‬senza uno straccio di autocritica,‭ ‬il suo passato di colonialista che comprava una ragazzina come schiava sessuale.‭ ‬Alla faccia di quelli che pensano che il fascismo sia un’abiezione morale che si cura leggendo e viaggiando,‭ ‬attività che il Montanelli praticò ambedue,‭ ‬è chiaro che‭ ‬il sessismo e la violenza non‭ ‬è esclusivo appannaggio di gretti ignoranti ma‭ ‬fanno parte del nostro ordine sociale,‭ ‬anche delle classi‭ ‬intellettuali.‭ ‬Tutto il resto è rumore.

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Intervista a un compagno del collettivo Bida – Autogestire i social

Questa intervista apparirà sul numero 9 anno 99 di Umanità Nova

Presentiamo di seguito l’intervista/discussione avuta con un compagno del collettivo Bida,‭ ‬un collettivo bolognese che si occupa di tecnologie dell’informazione in un’ottica anarchica e libertaria,‭ ‬con l’intento di fornire strumenti alla portata di tutti per uscire dalla gabbia che il capitale ha creato intorno a questi strumenti,‭ ‬imbrigliando il portato rivoluzionario di queste tecnologie.‭ ‬Da quasi un anno il collettivo Bida gestisce,‭ ‬tra i vari servizi,‭ ‬un’istanza di Mastodon,‭ ‬un social network,‭ ‬simile a Twitter più che a Facebook,‭ ‬decentrato,‭ ‬basato sulla federazione di istanze autonome e autogestito.‭ ‬Il progetto è accessibile all’indirizzo mastodon.bida.im

Domanda:‭ ‬Per prima cosa:‭ ‬cosa è Mastodon,‭ ‬come funziona e come è nato il vostro progetto.

Mastodon è un software nato da uno sviluppatore tedesco,‭ ‬Eugen‭ “‬Gargon‭” ‬Rochko,‭ ‬che si era stancato delle dinamiche abusive,‭ ‬cioè la presenza di omofobi,‭ ‬razzisti e fascistoidi,‭ ‬che si erano sviluppate su Twitter.‭ ‬È un software che ha avuto piuttosto successo,‭ ‬circa due milioni di utenti in due anni dalla nascita‭; ‬una delle caratteristiche principali è che da questo software è nata una comunità che si basa su una policy,‭ ‬una serie di regole di utilizzo antirazzista,‭ ‬antisessita e antifascista.

Abbiamo iniziato a ragionare su questo software partendo da questo motivo,‭ ‬noi facciamo parte,‭ ‬come collettivo Bida,‭ ‬del circolo anarchico‭ “‬C.‭ ‬Beneri‭” ‬di Bologna.‭ ‬Siamo nati come gruppo di lavoro che si occupava del server del circolo,‭ ‬abbiamo aiutato a crescere il circuito Rebal.‭ ‬Circa due anni fa,‭ ‬abbiamo iniziato a fare una serie di ragionamenti sui social network.‭ ‬Quello che vedevamo era che il movimento nella sua totalità,‭ ‬molti compagni e simpatizzanti,‭ ‬spingevano per l’utilizzo di social network commerciali,‭ ‬come Facebook.‭ ‬Sono discussioni che si sono avute sia nella mailing list del’Hackmeeting sia dentro il Circolo Berneri che dentro l’XM24‭; ‬da queste discussioni sono nati laboratori specifici e presentazioni di libri,‭ ‬come quello di Ippolita.‭ ‬Abbiamo cominciato a discutere,‭ ‬sia come collettivo Bida che come HacklabBO,‭ ‬l’hacklab presente in XM24,‭ ‬di possibili soluzioni e abbiamo individuato l’utilizzo del software Mastodon come una buona soluzione.

Questa piattaforma ci è sembrata la migliore soluzione tra i vari software disponibili per creare social network non commerciali,‭ ‬grazie alla comunità che si è formata sull’istanza principale,‭ ‬creata direttamente da Gargon.

A partire da quell’istanza,‭ ‬che è mastodon.social,‭ ‬sono nate molte istanze legate ai movimenti,‭ ‬in particolare a quelli LGBT e Queer.‭ ‬Abbiamo quindi deciso di creare anche noi un’istanza Mastodon qua a Bologna.

‭Domanda:‭ ‬Parliamo quindi di un progetto che funziona per istanze autonome,‭ ‬autogestite.‭ ‬Non è un social network classico,‭ ‬come Twitter o Facebook,‭ ‬dove invece tutto è centralizzato su dei server gestiti da un unico attore,‭ ‬commerciale,‭ ‬e in cui l’utenza non ha praticamente nessun potere‭ – ‬pensiamo,‭ ‬ad esempio,‭ ‬alla nuova policy calata dall’alto su Tumblr che ha fatto fuggire via migliaia di account legati al mondo LGBTQ‭ – ‬ma una federazione di istanze indipendenti tra di loro che decidono di condividere un progetto.

‭Ogni utente si iscrive a un’istanza e ogni istanza ha una sua policy,‭ ‬ha un suo manifesto,‭ ‬che fornisce delle linee su come stare in quell’istanza.‭ ‬Noi ci siamo ispirati molto alla policy di Indymedia Italia,‭ ‬adattandola a ciò che sono adesso i social network.‭ ‬È una policy che abbiamo visto che funzionava e funziona,‭ ‬una policy ragionata che si adatta anche ai tempi di oggi.‭ ‬Nel giro di un anno l’abbiamo testata e abbiamo visto che noi che amministriamo l’istanza bolognese con questa policy riusciamo tranquillamente a gestire le problematiche che in una qualsiasi comunità virtuale si vanno a creare.‭ ‬Una policy che permette di individuare fin da subito comportamenti inaccettabili da parte di razzisti,‭ ‬sessisti,‭ ‬molestatori in genere,‭ ‬ben strutturata e che permette di avere una vita abbastanza tranquilla dentro una comunità virtuale.

Il software,‭ ‬inoltre,‭ ‬in sé è molto stabile,‭ ‬sopratutto rispetto a software che volevano essere un’alternativa a facebook come diaspora.‭ ‬Noi come tecnici abbiamo visto che permette di gestire bene la comunità,‭ ‬permette di ricevere facilmente delle segnalazioni e avviare delle discussioni per risolvere le situazioni e attuare una descalation.

Domanda:‭ ‬Sui Social Network vi è un fortissimo accentramento di potere,‭ ‬dato dalla struttura capitalista degli stessi e al fatto che rispondono‭ ‬all’esigenza di mettere a valore l’esperienza su Internet delle persone.‭ ‬Progetti come Mastodon invece vanno in una direzione diametralmente opposta,‭ ‬tendono alla costruzione di percorsi federati,‭ ‬in cui ogni nodo,‭ ‬o istanza,‭ ‬è dotato di un’autonomia,‭ ‬è gestito dalla sua comunità.‭ ‬Esistono progetti per nuove istanze‭?

Da pochi giorni è nata l’istanza mastodon.cisti.org gestita dall’hacklab underscore di Torino.‭ ‬A Milano e Napoli ne stanno discutendo,‭ ‬a Jesi è nata un’altra istanza che utilizza però Pleroma‭ (‬snapj.saja.freemyip.com‭)‬,‭ ‬un’altra piattaforma di Social Network federati,‭ ‬e non Mastodon:‭ ‬c’è un certo interesse in giro.‭ ‬Nnoi speriamo che a breve nascano altre istanze,‭ ‬dislocate sui territorio,‭ ‬vere e proprie comunità locali.‭ ‬È un progetto questo che ha senso se nascono molte istanze,‭ ‬dislocate localmente.‭ ‬Noi come Collettivo Bida non vogliamo diventare un Facebook all’italiana,‭ ‬essere cioè il nodo centrale.

Domanda:‭ ‬il protocollo di comunicazione stesso alla base della federazione tra diverse istanze permette collegamento tra vari software,‭ ‬che forniscono servizi differenziati,‭ ‬dando la possibilità di uscire dalla gabbia del‭ “‬capitalismo delle piattaforme‭”‬,‭ ‬in cui invece degli attori in regime oligopolistico tentano di gestire l’intera vita online degli individui.

Noi stiamo parlando di Mastodon ma dovremmo,‭ ‬in effetti,‭ ‬parlare di ActivityPub,‭ ‬un protocollo che è usato anche da altri software come Pleroma,‭ ‬un social network simile a Mastodon,‭ ‬o da PeerTube,‭ ‬un software per piattaforme video federate o,‭ ‬ancora,‭ ‬Funkwhale,‭ ‬una piattaforma per la fruizione di contenuti musicali‭ ‬-‭ ‬che ricorda Spotify‭ ‬-‭ ‬ovviamente non commerciale.‭ ‬Il protocollo lo si può anche integrare in piattaforme come NextCloud,‭ ‬una piattaforma di data clouding che permette di non usare servizi commerciali come DropBox.

Si può creare una rete comune per potere avviare discussioni,‭ ‬integrando,‭ ‬tramite questo protocollo,‭ ‬software che svolgono diverse funzioni e di integrarli in modo federato,‭ ‬non gerarchico.

Domanda:‭ ‬Rispetto a un progetto come Indymedia,‭ ‬parlo di questo in quanto è il progetto che ho attraversato anche io per anni,‭ ‬che si concentrava sulla pubblicazione di notizie,‭ ‬Mastodon e le altre piattaforme basate su ActivityPub permettono di coinvolgere la sfera della vita multimediale di una persona online in modo molto più integrale

Una piccola premessa:‭ ‬noi quando abbiamo iniziato come collettivo avevamo l’idea di creare una sorta di Social Network legato all’informazione,‭ ‬molto vicino a Indymedia.‭ ‬Poi compagn‭*‬,‭ ‬ma anche‭ “‬persone normali‭”‬,‭ ‬hanno cominciato a iscriversi e dagli utenti stessi è emersa l’esigenza di usare il Social Network non solo per informazione,‭ ‬ma anche per pubblicare foto proprie,‭ ‬vendere la bicicletta,‭ ‬quindi di una piattaforma non legata esclusivamente all’informazione ma utilizzabile a‭ ‬360‭ ‬gradi.‭ ‬A quel punto noi come collettivo,‭ ‬un collettivo libertario,‭ ‬ci siamo resi conto che le esigenze erano altre rispetto a quelle a cui avevamo pensato inizialmente.‭ ‬C’è stato uno scambio di idee tra tecnici e non tecnici,‭ ‬ci siamo adattati alle esigenze di chi si era iscritto,‭ ‬andando a modificare quelli che erano stati gli intenti iniziali del Social Network.‭ ‬Non siamo andati a imporre la nostra visione ma abbiamo interpretato in modo dialettico il rapporto con gli utenti.

Domanda:‭ ‬Questo è un dato molto interessante che mostra come si possa uscire dalla gabbia della commercializzazione di internet che abbiamo visto,‭ ‬e subito,‭ ‬negli ultimi dieci anni,‭ ‬evitando modalità verticistiche.‭ ‬Bisognerebbe però anche cominciare a interrogarci sul creare progetti che permettano di uscire,‭ ‬oltre che dalle dinamiche dei social network commerciali,‭ ‬anche dalle gabbie imposte dalla gestione delle infrastrutture di accesso a Internet,‭ ‬che è gestita da attori completamente integrati nella struttura capitalista e statale,‭ ‬con tutto quello che ne consegue:‭ ‬banalmente la possibilità,‭ ‬per gli stati,‭ ‬di spegnere letteralmente Internet quando sono in corso mobilitazioni,‭ ‬o veri e propri moti insurrezionali,‭ ‬come è accaduto durante le Primavere Arabe,‭ ‬ma anche in Iran e a Hong Kong,‭ ‬o ancora come è successo poche settimane fa in Zimbawe.‭ ‬Progetti come Mastodon agiscono sul livello applicativo,‭ ‬possiamo dire,‭ ‬su quello che l’utente vede e usa,‭ ‬il sito web o il servizio,‭ ‬ma giocoforza lasciano da parte tutto quello che c’è dentro la‭ “‬scatola nera‭” ‬che per molti è Internet.

Questo è un dato molto interessante su cui bisogna lavorare.‭ ‬Per quanto ci riguarda come collettivo,‭ ‬ma anche come circolo,‭ ‬stiamo ragionando sulla creazione di infrastrutture della parte più bassa del livello ISO/OSI‭[‬1‭]‬,‭ ‬quella che gestisce l’accesso fisico alla rete e il modo in cui i pacchetti di dati girano su di essa‭; ‬supportiamo il progetto Ninux e qua al circolo abbiamo un’antenna e stiamo cercando di creare una rete mesh,‭ ‬ma è un progetto che per funzionare ha la necessità di vedere coinvolte più persone,‭ ‬o collettivi,‭ ‬per creare i nodi della rete.‭ ‬Ad esempio l’altro nodo della rete Ninux presente a Bologna è geograficamente troppo distante per delle reti che si basano su ponti radio in portata ottica.‭

Domanda:‭ ‬Una serie di progetti che possono permettere anche all’utente non particolarmente esperto da un punto di vista tecnico di utilizzare strumenti autogestiti e il più possibile fuori dalle logiche commerciali.‭ ‬Uscire quindi dalla prigionia delle piattaforme commerciali,‭ ‬spesso legati anche a strutture statali,‭ ‬penso a Facebook o,‭ ‬ancora peggio,‭ ‬a WeChat in Cina,‭ ‬probabilmente il progetto totalitario di più vasta portata dalla nascita di Internet a oggi.

‭Ovviamente noi come collettivo ci teniamo a dire che siamo fuori dall’idea‭ “‬Read The Fucking Manual‭” ‬-‭ ‬o RTFM,‭ ‬ovvero‭ “‬leggi il fottuto manuale‭”‬,‭ ‬modo di dire in modo spiccio per‭ “‬arrangiati a imparare come funzionano gli strumenti che usi,‭ ‬che non ci sarà sempre il tecnico a farti funzionare il computer‭” ‬-‭ ‬spesso molto cara a noi tecnici,‭ ‬quindi vogliamo che gli strumenti siano il più accessibili possibile.‭ ‬Ovviamente il discorso della‭ “‬consapevolezza tecnologica‭”‬,‭ ‬della capacità di autocostruzione,‭ ‬del Do It Yourself,‭ ‬rimangono importanti ma bisogna pure capire che se io voglio guidare un’automobile non devo essere per forza un meccanico.‭ ‬Non possiamo costringere le persone,‭ ‬per avere la‭ “‬dignità politica‭” ‬ad utilizzare uno strumento,‭ ‬a leggersi pagine e pagine di manuali.‭ ‬Bisogna creare di punti di incontro,‭ ‬altrimenti alla ricerca dello strumento perfetto si cade nell’immobilismo.‭ ‬Mastodon,‭ ‬e tutti i nostri progetti,‭ ‬non sono degli strumenti perfetti.

Non sono gli strumenti per fare la rivoluzione,‭ ‬non si può pensare di fare la rivoluzione con i mezzi tecnici e basta,‭ ‬ma sono strumenti che sono semplici da cui partire per avviare una critica.‭ ‬Altrimenti si lasciano praterie infinite a Facebook e similari,‭ ‬cosa che non aiuta.‭ ‬È bene tentare,‭ ‬prima di tutto,‭ ‬di appropriarsi degli strumenti e criticarli,‭ ‬capire le problematiche,‭ ‬cambiarli.‭ ‬Siamo sviluppatori,‭ ‬programmatori,‭ ‬tecnici,‭ ‬se qualcosa in uno strumento non ci piace lo modifichiamo per venire in contro alle esigenze della comunità che lo usa.

La forza di un sistema decentrato è proprio questa.‭ ‬Ogni istanza può modificare lo strumento pur rimanendo all’interno dell’universo di Mastodon,‭ ‬se ad esempio alla comunità di un’istanza non piace un particolare strumento del software lo può disattivare,‭ ‬o ne può inventare altri da integrare nel codice.


‬lorcon

‭[‬1‭] ‬la‭ “‬pila ISO/OSI‭” ‬è la rappresentazione multilivello di come vengono realizzate le connessioni tra apparati di rete.‭ ‬Ad esempio,‭ ‬semplificando al massimo,‭ ‬una pagina web,‭ ‬qualsiasi pagina web,‭ ‬è visibile all’utente a livello di applicazione‭ ‬-‭ ‬quello che vede sullo schermo‭ – ‬ma i dati che la compongono passano dal livello fisico‭ (‬cavi,‭ ‬onde radio,‭ ‬modi in cui vengono modulati i segnali‭)‬,‭ ‬al livello di datalink‭ (‬come vengono scambiati i segnali‭)‬,‭ ‬networking‭ (‬indirizzamento dei pacchetti‭)‬,‭ ‬trasporto‭ (‬segmentazione e riassemblamento dei pacchetti‭)‬,‭ ‬sessione‭ (‬la gestione dello scambio di dati‭) ‬e presentazione‭ (‬compressione e decompressione dei dati,‭ ‬crittazione‭)‬.‭ ‬Il processo avviene in direzione ascendente e discendente per ogni apparato che viene attraversato dai dati.‭ ‬I primi tre livelli sono gestiti dai provider in modo oligopolistico ma sono fondamentali per il funzionamento dell’intera struttura.

Per approfondire questi temi sempre su Umanità Nova abbiamo pubblicato:‭ ‬http://www.umanitanova.org/2018/11/18/anatomia-di-unintelligenza-artificiale/‭ ‬e http://www.umanitanova.org/2016/10/22/gli-arcana-imperii-delleconomia-dellinformazione/

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La lotta all’Italpizza di Modena – Dove sta la nostra classe

9/02/019 – Un momento del corteo lungo la Via Emilia a Modena

Articolo pubblicato su Umanità Nova numero 5 anno 99

L’Italpizza di Modena è una delle aziende leader del settore dei prodotti da forno surgelati. Questa posizione è stata costruita sullo sfruttamento intensivo della manodopera: doppi turni, lavoratori e lavoratrici presi mediante agenzie interinali e cooperative, mancata applicazione dei contratti collettivi e mancato rispetto dei mansionari.

In novembre-dicembre, dopo mesi e anni di rabbia carsica, era partita una prima vertenza sindacale organizzata da lavoratrici e lavoratori aderenti al SICOBAS con uno sciopero prolungato, picchetti, che hanno visto l’immediato intervento delle forze dell’ordine per reprimere i lavoratori, e una campagna di boicottaggio verso i prodotti dell’azienda. Il blocco della produzione e delle spedizioni, e in subordine la campagna di boicottaggio e la conseguente cattiva pubblicità per l’azienda – le notizie avevano avuto un forte eco sulla stampa locale – aveva costretto il padronato e le cooperative a scendere a patti: in dicembre si arrivava alla firma di un accordo tra le parti in Prefettura, con l’organo locale del governo che assumeva la funzione di garante.

Già in gennaio si vedeva quanto vale la parola dei padroni e delle istituzioni: l’azienda violava sistematicamente gli accordi presi e, non contenta, tentava di confinare gli iscritti al SICOBAS in un reparto-confino affinché il virus della lotta di classe non contagiasse altri lavoratori. La risposta non si è fatta attendere: una nuova ondata di scioperi e di picchetti. Ovviamente vi sono state di nuovo cariche, lacrimogeni, denunce.

Queste sono state le premesse che han portato alla convocazione per sabato 9 febbraio di una manifestazione in centro a Modena da parte del SICOBAS. Il corteo si è snodato da Piazzale Sant’Agostino lungo tutta la Via Emilia, portando le rivendicazioni operaie nel salotto buono della città, ha fatto sosta sotto il tribunale della città emiliana, dove è sotto processo per una montatura giudiziaria il coordinatore nazionale del SICOBAS, per poi proseguire verso la prefettura, dove è stato scandito a più riprese lo slogan “Questo palazzo non serve a un cazzo”, riferendosi al mancato rispetto degli accordi lì firmati da parte dell’Italpizza e dei suoi complici, per poi tornare nuovamente in pieno centro e lì sciogliersi.

La partecipazione è stata alta: circa ottocento i manifestanti: lavoratori e lavoratrici Italpizza, facchini della logistica, dal modenese e dal distretto piacentino ma con delegazioni anche da Genova, Roma e Novara, studenti, lavoratori metalmeccanici e del terziario. Presente anche una delegazione dell’Unione Sindacale Italiana – Confederazione Internazionale dei Lavoratori (USI-CIT) della sezione di Modena, che hanno fornito anche supporto logistico, e l’area anarchica, purtroppo poco visibile anche se numericamente non indifferente. Anche qualche membro della corrente sinistra della FIOM-CGIL era presente, cosa che non ha impedito a diversi interventi di attaccare il ruolo di crumiri e oggettivi provocatori antiproletari, per tacere degli abominevoli contratti firmati, spesso assunto da questa organizzazione nei confronti delle vertenze condotte dagli iscritti ai sindacati di base.

Numerosi gli slogan e i cartelli contro il governo, a dimostrazione che le frazioni più avanzate della classe operaia non si fanno ingannare dalle elemosine governative e ben sanno come “il governo del popolo” dei gialloverdi sia, come è naturale che sia, espressione degli interessi di classe della borghesia e porti avanti progetti tesi frazionare la classe lavoratrice tra lavoratori italiani e lavoratori di origine straniera.

Chi era in corteo sabato sa benissimo che il superamento della barriera della nazionalità è condizione sine qua non per intraprendere la strada che porti alla costruzione di una società di liberi ed eguali, senza servi e senza padroni.
Moltissimi lavoratori della Italpizza sono di origine straniera e vivono sulla loro pelle le politiche razziste dello stato italiano, politiche portate avanti con feroce continuità da decenni da parte dei governi di tutti i colori. Vivono sulla loro pelle l’oppressione di classe e l’oppressione razzista, così come le lavoratrici vivono coscientemente l’aggiunta dell’oppressione di genere.
Giustamente questo tema è stato ampiamente trattato dagli interventi al corteo, a cui era presente anche uno spezzone di Non Una di Meno – Modena, ricordando la necessità di costruire lo sciopero globale dell’Otto Marzo: alla faccia di quei rifiuti della storia del movimento operaio che negano la necessità della lotta contro il patriarcato.

Gli interventi finali hanno sottolineato come la giusta lotta economica da sola non possa portare a uno sbocco rivoluzionario, sopratutto se questa non si accompagnasse a una visione internazionalista.

La vertenza dell’Italpizza può segnare lo sbocco del sindacalismo di base in Emilia al di fuori del “ghetto della logistica”, e dei settori dove ha una storica ma variegata presenza in regione ovvero trasporti e istruzione, verso il settore dell’alimentare, componente fondamentale del sistema economico dell’Aemila Felix. Avvisaglie di questo tipo vi erano già state con la vertenza della Levoni l’anno scorso.
Non è un caso che governo e apparati statali, sindacati corporativi, questi ultimi impegnati contemporaneamente a sfilare a Roma alla ricerca di riconoscimenti governativi, e industriali abbiano fatto blocco unico: si creano montature giudiziarie nei confronti della dirigenza dei sindacati di base, si opera il crumiraggio, e anche l’aggressione fisica nei confronti dei lavoratori iscritti ai sindacati di base, si mandano in malora gli accordi siglati da poche settimane, si legifera che chi attua un picchetto può finire in galera.

La governance locale, Legacoop/Confcooperative, Partito Democratico, agrari e industriali, insieme alle multinazionali che, come Amazon e Ikea, fondano il loro modello di business sul feroce sfruttamento dei lavoratori della logistica, reagiscono alla ripresa del conflitto operaio.

Davanti al contrattacco padronale diventa imperativo categorico che il sindacalismo di base superi gli atteggiamenti tesi alla creazione di parrocchie sempre pronte a degenerare in senso burocratico e verticistico, atteggiamento a cui lo stesso SICOBAS non sfugge affatto, per rispondere agli attacchi padronali e portare la lotta su piani sempre più avanzati.

In ogni caso l’appuntamento è per l’Otto Marzo.

lorcon

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