Queste mezzeclassi che disprezziamo

Grande emozione e ondate di simpatia nella sua eccezione più etimologica percorrono il mondo occidentale assistendo allo spettacolo di decine di migliaia di “giovani americani” che scendono in piazza “contro le armi”. Manifestazioni che danno speranza, vecchia trappola sempre in agguato, la speranza, dicono taluni. Manifestazioni contro il trumpismo imperante, ignari di come il GOP stia preparando misure esecutive, una cosa che dovrebbe schifare anche un sincero democratico, che vanno nelle direzioni auspicate da questi figliocci della marcescente middle class che scendono in piazza.

Nel frattempo, nel mondo reale, 288 persone sono cadute sotto il piombo delle polizie statunitensi. Pochi giorni fa un nero che si faceva beatamente una telefonata in giardino è stato ammazzato con venti colpi di pistola da dei poliziotti perchè pensavano che avesse un’arma e poi in realtà cercavano un altro nero e insomma, che cazzo, imparasse ad essero meno nero così non lo confondono con l’altro nero e magari se ne stesse in casa al posto di farsi beatamente i cazzi suoi in cortile. Che poi tanto alla fine anche se non cercavano lui era un nero e quindi, a prescindere, soggetto a questo e altro. Ovviamente non una parola spesa dal New York Times, quel giornale che ci teneva a specificare come Travon Martin fumasse erba, o dal Washington Post, quel giornale che dava per buone le menzogne sulle armi chimiche irakene.

Sia mai che la vite di migliaia di poveri ammazzati annualmente – con tendenza in aumento – dalle varie polizie statunitensi, dei neri sottoposti a racial profiling, freddati in giardino o in macchina, dei nativi finiti a vivere in squallide riserve in mezzo alle badlands, sia mai che queste vite a perdere valgano come le vite dei diciassette morti ammazzati di Parkland, figli della borghesia urbana, di una delle aree più ricche del loro stato, bianchi o, al più, house nigger. Oh, intendiamoci, nessun condono per l’infame perpetratore di quella strage, ma nessun condono nemmeno per i mandanti degli omicidi con lo stemma dello stato. Ma questo lo diciamo noi, che siamo rivoluzionari e classisti, non lo dicono gli amanti del doppio standard che fanno finta che questo nemmanco esista, pena la fine della loro superior moral stance, non lo dicono i bambocci che amano il loro ruolo di vittima che riempiono Pennsylvania Avenue per chiedere più stato, più controlli, più polizia – ovvero più crimine – più servi e più padroni.

Tutti bianchi, mediamente benestanti, loro. Che se ne sbattono i coglioni dei negri ammazzati, loro. Che se ne sbattono di chi crepa di silicosi nelle varie coal county, loro. Che se ne sbattono di chi campa in un trailer camp sull’altopiano di Orzak, di chi muore con una pera in un braccio in una baracca sotto un ponte, sessanta mila nel 2016, sottostimati e solo per cause dirette, che se ne sbattono di chi sopravvive in un ghetto, di chi beve l’acqua avvelenata a Flint.

O magari, in un’impeto di non richiesta pietà versano una lacrimuccia e fanno un flash mob. Per poi tornare alle loro calde coperte, illusi, loro, di essere salvati e non sommersi.

“Le armi d’assalto non devono stare nelle strade statunitensi, sono armi da guerra” dicono, loro, mentre il loro governo con le loro risorse, con il loro mandato elettorale democratico, con la loro approvazione va ad ammazzare proletari: siriani, afghani, yemeniti, pakistani, irakeni. Ma questi sono negri delle sabbie o delle montagne dell’Indu Kush, sono al di fuori dal patto sociale, sono vite a perdere. Come i negri bianchi dei trailer park. Mica come loro, che sono istruiti e presentabili, il futuro-della-nazione.

Mica scendono in piazza, loro, quando vi sono le lotte per il salario minimo, quando ci sono gli scioperi, quando ci sono i picchetti.

Sia mai che il mondo reale irrompa nello spettacolo messo in piedi da questa classe disagiata di figli di una classe destinata ad essere stritolata dall’impietoso meccanismo della concentrazione di capitale.

Di ciò “tutte queste mezze classi che noi sentitamente disprezziamo, dall’alto del nostro puro classismo” se ne lavano le mani.

Gli piace rappresentarsi come vittime, a loro, godono del loro status di vittima, di martiri intoccabili – che a noi, notoriamente, non fan cambiar giudizio – te li ritrovi poi a chiedere counseiling psicologico perchè qualcuno scrive “vote Trump” con il gessetto sul marciapiede del loro college, loro. Mentre nel mondo reale i loro coetanei, fuori dallo spettacolo, crepano sotto una bomba turca in Siria, magari con le armi in mano perchè magari si sono stancati di essere vittime, o su di un barcone nel Mediterraneo.

Mi ricordano certi minchioni che conosco, gente della mia età, che non ha mai fatto un cazzo in vita sua se non campare con i soldi del babbo mentre studiano design di stocazzo, ma li trovi pure a giurisprudenza – e sono i peggiori -, convinti che tutto sia loro dovuto, che il fatto di essere nati in una famiglia medioborghese, di essere dei relativamente privilegiati, senza saperlo, significhi che noi poveri stronzi, noi pezzenti che veniamo dal nulla e verso il nulla andiamo, dobbiamo stare ad ascoltarli, a pendere dalle loro labbra illuminate dal fatto che si sono fatti sei mesi di Erasmus.

Andate a tirare di lima, alle rettifiche 8 ore al giorno a togliere le sbavature dai cordoni di saldatura in attesa di essere sostituiti da una macchina. Vuoti a perdere lo diventerete pure voi, e scomparirete anche se non ne avrete voglia, potendo contare solo su di voi.

About lorcon

Mediattivista, laureato in storia contemporanea con attitudine geek, nasce nel sabaudo capoluogo (cosa che rivendica spesso e volentieri) e vive tra Torino e la bassa emiliana. Spesso si diletta con la macchina fotografica, lavora come tecnico IT, scrive sul suo blog e su Umanità Nova.
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