Lo stato gendarme

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 26 anno 99

Negli ultimi anni si è potuto assistere a un crescente dispiegamento di meccanismi disciplinari e repressivi in moltissimi paesi occidentali. Per rimanere in Europa abbiamo avuto due paesi, Italia e Francia, in cui vi è stata l’instaurazione di uno stato di eccezione permanente.
In Italia una classe dirigente priva di grandi capacità progettuali sul medio-lungo termine ragiona costantemente in termini emergenziali, incapace di affrontare i problemi sistemici che lei stessa ha generato o contribuito a creare. L’emergenza dei flussi migratori provenienti dalla Libia oramai perdura da quasi quindici anni e si è acuita dopo la rottura del blocco che è stato garantito per qualche tempo dall’alleanza con il deposto satrapo Ghedaffi, deposto e assassinato anche per mano di una politica estera schizoide portata avanti in occasione dell’attacco al governo Libico dalla stessa borghesia italiana. L’umanità eccedente costituita da immigrati presenti illegalmente sul territorio italiano, e creati ad arte da una legislazione criminale che opera oramai dai tempi della legge Turco-Napolitano, è basata sullo strumento della detenzione amministrativa, elemento centrale dei meccanismi basati sul diritto penale del nemico e sullo stato di eccezione. La criminale volontà di non aprire dei canali migratori liberi ha permesso il prosperare di organizzazioni di trafficanti e di procedere a una sempre più pressante militarizzazione del Mediterraneo da parte delle marine militari dell’Unione Europea e della così detta “Guardia Costiera Libica”, finanziata e sostenuta dai governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni. Chi, come le ONG che operano nel mare Mediterraneo, con la sua presenza insidia il controllo dei governi viene perseguito il più possibile.
L’umanità eccedente ai bisogni del mercato del lavoro viene chiusa un po’ ovunque in Europa in lager – e questo termine va usato nel significato più proprio del termine: deposito – in attesa di espulsione. Il migrante, specie se clandestino, è oramai un soggetto escluso dalle tutele dello stesso diritto liberale, allo stesso modo dello zingaro e del militante politico di cui la magistratura decreti la “pericolosità sociale”. Si intrecciano diversi piani di oppressione: migrante razzializzato, proletario o sottoproletario e, in alcuni casi, donna in una società patriarcale e magari sex worker. Soggetti esclusi da qualsiasi tutela, da additare come nemici non per quello che fanno ma per quello che sono. Soggetti a retate improvvise, detenzioni amministrative che si prolungano per mesi, trasferimenti improvvisi, espulsioni. Soggetti a cui viene completamente strappata una qualsiasi capacità di controllare la propria vita, sottoposti a un regime disciplinare quotidiano gestito sia dai professionisti della repressione, poliziotti, guardioni e militari presenti nei CPR, che, laddove presente, da infermieri e psichiatri che bombardano di psicofarmaci persone oramai frustrate nella loro intimità e sottoposte a una vita panottica.
Chi, anche se cittadino a tutti gli effetti, rimane intrappolato nella spirale del debito finisce in meccanismi disciplinari non meno feroci – anche se di una feroce meno evidente – in quanto alla sbarre e al filo spinato dei CPR si sostituiscono i controllori del programmi di workfare state, su tutti il famigerato Hartz IV tedesco o il meccanismo di workfare britannico. Tentativi, fino ad ora timidi anche se annunciati in pompa magna, di introdurre simili sistemi si sono avuti in Italia con il Reddito di Inclusione e il Reddito di Cittadinanza. Incapace di proporre anche solo delle riforme minime – riduzione dell’orario di lavoro, aumenti salariali, salario minimo, patrimoniale – la classe dominante gioca a scaricare tutto il costo delle sue continue crisi sulla classe dominata, utilizzando meccanismi di colpevolizzandone – è il soggetto indebitato la causa del suo indebitamento perché ha voluto vivere al di sopra dei suoi mezzi, ovvero vivere appena oltre la soglia della mera sussistenza, quindi è causa del suo male e pianga solo sé stesso – che contribuiscono a rescindere i legami sociali tra sfruttati.
L’insorgenza sociale a cui si è assistito in Francia negli ultimi tre anni, prima con la contestazione alla Loi Travail e poi il movimento dei Gilè Gialli, ha visto lo stato francese dispiegare la sua capacità di guerra interna: una polizia e una gendarmeria sempre più militarizzata hanno attaccato ferocemente qualsiasi manifestazione. Mezzi che prima venivano utilizzati solamente contro i gruppi razzializati della società che vivevano ai margini dello spazio metropolitano – banlieusard a tutti gli effetti – vengono ora usati anche contro i francesi di pura discendenza francese: pallottole di gomma, lacrimogeni, granate vere proprie vengono lanciate contro i manifestanti. Se Papon affogava gli algerini nella Senna durante le proteste contro l’ultima guerra coloniale combattuta dalla Francia ora nei fiumi ci finiscono affogati dai gendarmi anche i giovani francesi rei di avere partecipati a una festa che ha superato gli orari consentiti. È successo quest’estate.
Persa qualsiasi maschera si premiano in pompa magna i poliziotti e i gendarmi rei delle peggiori violenze: oramai una decina sono i caduti in operazioni di polizia durante i sommovimenti degli ultimi mesi.
Lo spazio urbano diventa sempre più terreno di lotta feroce nei confronti degli indesiderabili, degli oppositori. Chiunque si opponga alla città come macchina per crescita economica – a puro favore della classe dominante, ovviamente – o chiunque si trovi con la sua mera esistenza sul percorso dei progetti di riqualificazione/rigenerazione urbana – eufemismi per gentrificazione ed espulsione cotta degli abitanti – è un nemico e come tale viene trattato.
Il patto sociale social-democratico è inesorabilmente tramontato, la crisi ecologica è evidente ma non è ancora esplosa in tutta la sua violenza, le reti sociali informali di solidarietà, anche quelle più retrive come quelle familiari, in crisi.
Non verremo salvati da nessuno – dio, stati illuminati o tribuni della plebe – potremo essere solamente noi ad emancipare noi stessi.
lorcon

About lorcon

Mediattivista, laureato in storia contemporanea con attitudine geek, nasce nel sabaudo capoluogo (cosa che rivendica spesso e volentieri) e vive tra Torino e la bassa emiliana. Spesso si diletta con la macchina fotografica, lavora come tecnico IT, scrive sul suo blog e su Umanità Nova.
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