Ben scavato, vecchia talpa!

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immagine del ’77, utillazata da Assemblea Generale, periodico libertario reggiano neglli anni ’70-80, scansionata e colorata dal sottoscritto.

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Millenium People

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Millenium Bridge, London, 2009

 

(si, è una citazione del libro)

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Canoisti

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London Docks, 2009

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È una questione di stile

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Brixton, 2009

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bee

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Sfatare i miti – Berlinguer non era una brava persona

Il seguente articolo verrà pubblicato sul numero 21 anno 94 di Umanità Nova

Sfatare i miti

Berlinguer non era una brava persona

 

L’undici giugno ricorreva il trentesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer, segretario del PCI dal 1972 alla morte, avvenuta durante un comizio a Padova nel 1984.

La figura di Berlinguer nel corso degli anni è trascesa dal piano storico a quello mitologico, finendo per essere evocata come un santo cattolico ogni volta che un’occasione lo concede.

Figura oramai mitizzata, assunta allo stato di idolo, difficilmente può essere sottoposta a critica storica senza scatenare una marea di polemiche.

Nonostante questo, anzi, proprio per questo, è necessario sezionare la genealogia del “mito Berlinguer” per ricondurre la discussione ad un piano storico-materiale. Non tanto per perpetuare l’antica, e per certi versi nobile, arte degli spari sui carri funebri ma per capire come questa mitologia si inserisce nell’attuale stato delle cose e quale è stato il ruolo storico del segretario del PCI più amato di tutti i tempi.

Formatosi negli anni della stretta osservanza stalinista del PCI togliattiano, fin dal 1949 ricoprì importanti ruoli dirigenziali, come segretario della FGCI e di rappresentanza internazionale come segretario della federazione di tutte le organizzazioni giovanili dei partiti comunisti stalinisti. Per tutti gli anni sessanta fece carriera all’interno del partito, finendo per affiancare, nel 1969, Longo, all’epoca segretario, di cui prenderà il posto nel 1972. In questi anni vi è il suo smarcamento dalle posizioni filosovietiche più ortodosse, cosa per cui ora viene ricordato come grande innovatore. Contemporaneamente nasce la politica del compromesso storico con la DC morotea e alcuni settori del grande capitalismo italiano. È anche il periodo di grande affermazione delle COOP rosse e della creazione di quella ragnatela di interessi rappresentato dalla Legacoop e l’”imprenditoria rossa” nelle regioni del centro-nord a guida PCI.

no, non lo era proprio

no, non lo era proprio

Ma è anche il periodo delle grandi lotte sociali, quelle che partono dall’autunno caldo del 1969 e vanno avanti fino agli anni ottanta.
Lotte sociali di cui il PCI a guida berlingueriana fu tra i principali nemici, non adeguatamente ricambiato. Il PCI fin da inizio anni ’70 si pose nell’ambito della difesa dello status quo o, al più, della ricerca di uno status quo differente e più favorevole agli interessi della propria dirigenza e
di riflesso per alcuni settori della classe lavoratrice.

In questi anni il PCI da il suo sostanziale avallo alle politiche repressive dei vari ministeri dell’interno, compresa la famigerata legge Reale[1], non procede mai ad un’esplicita denuncia della strategia stragista messa in campo dallo stato italiano da Piazza Fontana in poi preferendo la divulgazione dell’oscena teoria degli opposti estremismi. Teoria, questa, che permetteva di colpire indistintamente tutto quelli che si muoveva a sinistra del PCI accusandoli di essere degli “oggettivi provocatori” al soldo della reazione e nei fatti comparandoli alle varie organizzazioni neofasciste stragiste operanti in quegli anni. L’apice di questa politica autenticamente antiproletaria in quanto tesa a colpire tutti coloro che si muovevano sul terreno dell’autonomia di classe e dell’autogestione, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, si raggiunge nella seconda metà degli anni ’70, grazie all’alleanza con alcuni settori del policefalo apparato dell’antiterrorismo, ovvero dei promotori del terrore di stato. E qua possiamo assistere al ministro dell’interno ombra del PCI, Pecchioli, che cede le informazioni sulla sinistr extraparlamentare, molto dettagliate e costituite da decine di migliaia di schedature, al generale Dalla Chiesa e all’approvazione dell’invio dei blindati a Bologna per sedare la rivolta del marzo 77. Inoltre dopo le crisi petrolifere vi è una forte crisi dell’economia italiana con compressioni del salario e inflazione galoppante. La risposta del PCI, il partito che in via teorica rappresenterebbe gli interessi dei decine di milioni di proletari? Adesione alle politiche di austerity volute dalla DC, stretta sul controllo dell’apparato sindacale della CGIL, blande proposte di miglioramenti della scala mobile. Timido riformismo davanti ad un pesante attacco alle condizioni di vita dei lavoratori.

Il cerchio è chiuso: il PCI si accredita per poter entrare nella stanza dei bottoni. E così sarebbe stato se non vi fosse stato l’affaire Moro, che elimina il principale interlocutore del PCI in campo democristiano. L’adesione del PCI al “partito della non trattativa” e la fine della corrente morotea dentro la DC, segnano la fine del compromesso storico e apre la strada al governo Andreotti e Cossiga prima e poi all’egemonia del PSI craxiano che perdureà per tutti gli anni ottanta.

Il PCI berlingueriano ha bisogno di riaccreditamento a sinistra e questo spiega il perchè dell’adesione al ciclo di lotte sindacali dei primi anni ottanta che ebbero il loro fulcro nella vertenza, fallimentare, alla FIAT che vedeva gli operai metalmeccanici opporsi alla ristrutturazione aziendale che prevedeva tagli decine di migliaia di posti di lavoro.

Un’esperienza, quella berlingueriana, che anche in un ottica partitica andrebbe definita come fallimentare, quindi. Figuriamoci in un ottica di classe.

In questa prospettiva è evidente che Berlinguer è stato un nemico delle istanze di classe, nella migliore tradizione stalinista (e non contateci degli strappi con l’URSS e dell’Eurocomunismo che sono stati più virtuali di quanto si pensi, dato chei cordoni della cassa del PCI fino alla fine stettero nelle mani di Mosca).

Il recupero della sua figura, la sua beatificazione laica, degli ultimi anni è puramente funzionale alla creazione di un immaginario pacificato in cui le questioni molto materiali che la barbarie capitalista ci pote davanti quotidianamente vengono sussunte in presunti questioni morali (ricorda qualcuno?) e di onestà.

In un’ottica di oratorio, rosso o bianco, Berlinguer sicuramente sarà stata una brava persona, non risulta che si sia mai intascato una mazzetta (anche se non possiamo rilevare che costui abbia sempre vissuto e campato all’interno di un apparato separato quale il PCI mentre pretendeva di parlare a nome degli sfruttati). In un ottica anarchica e di classe Berlinguer è stato sicuramente un nemico. Lo è stato allora con la sua opera e lo è ora con il mito costruito su di lui.

lorcon

[1] Il PCI votò inizialmente contro l’approvazione della legge in parlamento ma diede indicazione di votare no al referendum abrogativo proposto nel 1978

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Una vittoria annunciata

Il seguente articolo verrà pubblicato sul numero 19 anno 94 di Umanità Nova

Riflessioni sul voto in Emilia Romagna

Vittoria annunciata

Nuovamente l’Emilia Romagna si è mostrata come la regione il PD ha conseguito i migliori risultati (52,51% alle europee) elettorali e quella con meno astensionismo (30,1%)[1].

Nei fatti a livello regionale il Partito Democratico non può perdere. La struttura dell’Emilia Romagna è stata plasmata dal PCI-PDS-PD, che ha degli addentellati nel substrato materiale di prim’ordine.

L’universo Legacoop-Unipol-Unicredit è uno dei maggiori attori economici italiani. Sia nel campo dell’economia classica (industria, logistica, distribuzione) che nel campo dell’economia finanziaria (assicurazioni, banche) questa galassia è uno dei principali soggetti in Italia. E il Pd è organicamente collegato a questa consorteria: buona parte degli esponenti, basti pensare a Bersani, sono passati dai quadri direttivi della Legacoop.

È impossibile stimare quante sono le persone che, nella sola Emilia Romagna, lavorano nel o per il sistema cooperativo. Nei fatti tutti i settori economici vedono la presenza di questo raggruppamento: la grande distribuzione (Coop Estense, Coop Nord-Est), i servizi logistici (Coopservice su tutti, ma anche decine di piccole cooperative), il terzo settore (centinaia di cooperative sociali per un totale di 27mila dipendenti e un miliardo di € annui al 2013[2]), l’istruzione con i soldi erogati alle università e la gestione dei servizi all’interno di queste, il settore finanziario (Unipol-Unicredit), le costruzioni di grandi opere sia infrastrutturali che urbane (Coopsette, Orion, CMC). Parliamo comunque di centinaia di migliaia di persone che gravitano intorno a questi grandi attori. Parliamo di un giro di affari da miliardi di euro. E sopratutto parliamo di un apparato in grado di esprimere da solo buona parte della classe dirigente del paese.

A queste basi materiali bisogna aggiungere una serie di fattori “culturali”.

L’apparato di propaganda del PD in Emilia Romagna è fondamentalmente lo stesso del PCI dei tempi d’oro. Se c’è un posto in Italia dove si può studiare l’evoluzione del discorso pubblico e la pervasività dei processi di egemonia culturale messi in opera da un partito politico quello è l’Emila-Romagna. In questa regione chi vota PD è convinto di votare a sinistra. La capacità di formare un immaginario collettivo, di creare il mito di una Emilia-Romagna Felix in cui i conflitti sociali sono sussunti e risolti in positivo da un partito che controlla sia l’apparato produttivo che quello sindacale, in cui la crescita e lo sviluppo generino cicli virtuosi per tutti, è uno dei motivi per cui il PD, a fronte di una generale flessione dei voti, data dall’astensionismo aumentato del 6%, continui a tenere saldamente le redini della regione.

E mantiene, anche se meno rispetto ai tempi della FGCI, la capacità di captare e catturare forze giovanili, offrendo finanziamenti, visibilità, spazi all’associazionismo. Anche qualora questo si mostri un minimo critico la politica, sedimentata in sessanta anni di pratica di governo, è quella di fargli balenare davanti la speranza di finanziamenti e sedi e sopratutto di fargli pensare di essere tenuti in considerazione. Comprare i possibili oppositori e convincerli di essere un interlocutore affidabile è un ottimo modo di disinnescare il conflitto e di creare reti di clientela.

Nei fatti l’ER è stata per anni una delle regioni all’avanguardia per le politiche sociali, disoccupazione bassa, finanziamenti regionali ai fondi per chi ha perso il lavoro, realtà economiche in espansione in grado di assorbire la forza lavoro e di richiederne dall’estero. Poco importa che questa forza sia stata costruita sulla distruzione dell’ambiente: il tasso di cementificazione più alto d’Italia, l’aria più inquinata d’Europa dopo la Rhur (con la differenza che nella regione tedesca si produce acciaio e si estrae carbone mentre qua no), opere infrastrutturali inutili e una cifra non quantificata, ma altissima[3], di vani abitativi vuoti in quanto costruiti in eccesso rispetto alle reali esigenze.

Ma i morsi della crisi si fanno sentire anche qua: il mito della regione felice è duro a morire ma non potrà che declinare di fronte alle decine di migliaia di cassintegrate, degli esodati, dei disoccupati, di centinaia di piccole-medie imprese che falliscono o delocalizzano.

E le lotte sociali cominciano a riprendere, seppure in sordina e limitate a pochi settori, come quello delle coop logistiche. Eppur si muove, viene da dire. Ma la strada per generalizzare le lotte e mettere in discussione qui e ora la governance del PD è ancora lunga e irta di ostacoli.

Scontrarsi con il sistema di potere dell’apparato piddino significa mettersi contro ad un soggetto che controlla sia gli apparati repressivi, grazie alla presenza al governo, che l’opinione pubblica. È una sfida che non si può non cogliere e rilanciare.

lorcon

[1] http://tinyurl.com/offgho3

[2] http://tinyurl.com/lnuk6fv

[3] solo a reggio emilia sono stimati settemila appartamenti sfitti

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Il ricollocamento dell’estrema destra italiana

questo articolo apparirà sul numero 11 anno 94 di Umanità Nova

Neofascismo e Russia: un’ipotesi di studio

 Il ricollocamento dell’estrema destra italiana

È fatto oramai appurato che l’estrema destra italiana dia un forte appoggio a Putin[1]. A nostro parere vi sono due ordini di motivi che spiegano questa scelta di campo.

Innanzi tutto vi sono dei motivi di ordine ideologico: l’idea di stato forte, il corporativismo, la figura dell’uomo forte, la politica di potenza e altri topoi cari all’estrema destra ben si incarnano nella figura di Vladimir Putin. Così come la rinascita della Russia dopo un decennio, quello degli anni ’90, segnato dalla frammentazione politica ed economica creata dagli oligarchi, dal fallimentare primo conflitto in Cecenia e dalla presidenza di Eltsin, segnata, sopratutto negli ultimi anni, da una serie di figure barbine, imputabili anche all’alcoolismo del presidente, rappresenta bene l’idea di “Rinascita Nazionale”.

Anche il connubio tra il partito di Putin e la potente chiesa ortodossa, garante del tradizionalismo e della reazione in campo sociale, rappresenta una forte calamita per quei gruppi, come Forza Nuova o Militia, più vicini ad una concezione clericale del fascimo (e che infatti si rifanno al rumeno Codreanu).

Così come l’opposizione della Russia putiniana all’ipotesi statunitense di ordine globale neoliberale ma anche alla modernità, intesa in senso illuminista, è un potente richiamo per i fascisti. Da un punto di vista ideologico è, quindi, quasi naturale la preferenza per Vladimir Putin.

Ma a parere di chi scrive è necessario anche analizzare un altro aspetto: quello più materiale. Sopratutto alla luce della recente crisi ucraina che ha aperto una serie di contraddizioni all’interno dell’estrema destra europea. Ma partiamo dall’inizio.

Il neofascismo italiano nel secondo dopoguerra è stato quello che, nel panorama europeo, maggiormente si è schierato sull’asse atlantico. Al di là delle parole d’ordine terzoposizioniste è oramai palese, alla luce del materiale documentale e delle testimonianze, che le formazioni di estrema destra erano subordinate ai giochi dell’atlantismo più reazionario, ivi compreso quello della corrente dorotea della DC. Le ipotesi di colpo di stato degli anni ’60-’70 che avevano nella destra italiana la base d’appoggio erano avvallate da Washingtong, le organizzazioni stay-behind come Gladio e Rosa dei Venti erano finanziate dalla CIA. E non è un caso che quando Fiore e Morsello, successivamente fondatori di Forza Nuova, devono riparare all’estero, a causa del tentativo dello stato italiano di rifarsi una “verginità antifascista” nel quadro del compromesso tra PCI e DC, trovano asilo in Inghilterra dove, protetti dai servizi segreti di sua maestà, faranno una discreta fortuna come imprenditori immobiliari.

Ma con la fine dell’Unione Sovietica e dei suoi governi satellite tutto cambia: il neofascismo non è più necessario. Non vi è più bisogno di progetti controinsurrezionali o di controrivoluzione preventiva in senso novecentesco. L’ordine monopolare degli anni ’90 non ha più bisogno di questi personaggi che pertanto rimangono disoccupati.

Ma nel primo decennio del terzo millennio la situazione cambia. Innanzi tutto si assiste alla rinascita della Russia di cui sopra. Secondariamente l’Italia, per mano dei governi Berlusconi, molto meno atlantisti di quanto comunemente si pensi, si avvicina alla Russia, diventando uno dei maggiori partner commerciali del paese.

In quest’ottica è possibile spiegare il vero e proprio voltafaccia del neofascismo italiano. Perso il riferimento “occulto” ad ovest si girano verso est. E questa volta neanche devono nascondersi.

È noto oramai che il fascismo più che essere un’ideologia in senso proprio è un insieme di idee, o per meglio dire di miti e di parole senza referente, al servizio del miglior offerente. Negli anni ’20 delle grandi borghesie nazionali che lo usarono per soffocare le possibili rivoluzioni sociali, pur pagandone, sopratutto nel caso tedesco, loro stesso il costo. Nel dopoguerra al servizio dell’atlantismo. Ora al servizio di un altro potere, quello che ha più appeal, per ragioni ideali e monetarie.

Il caso ucraino è esemplare in quest’ottica: laddove il fascismo italiano si è schierato compattamente a fianco della Russia il fascismo ucraino si è schierato, nei fatti, con l’Unione Europea (anche se c’è da scommettere che a breve diventeranno degli alleati un po’ scomodi, con il loro chiasso folkloristico). Da un lato questo è comprensibile per le storiche rivalità tra Russia e Ucraina. Ma dall’altro mostra con evidenza come i fascisti siano fondamentalmente mercenari del capitale.

E questo al di là del fatto che il fascismo possa dichiarsi “antimperialista” o “anticapitalista”. La politica fascista storicamente si è data come imperialista e capitalista. Imperialista per evidenti ragioni, conquiste coloniali e guerre europee. Capitalista perchè nei fatti il fascismo ha rappresentato gli interessi di una parte della borghesia davanti alle lotte portate avanti dai lavoratori. E questo è ben evidente analizzando la politica di compressione dei salari e aumento dei profitti durante il ventennio in Italia o guardando al connubio tra fascismo e neoliberismo negli ultimi anni del franchismo in Spagna.

Inoltre il caso ucraino dimostra chiaramente come i nazionalismi, e i fascismi, siano necessariamente forieri di guerre. Due stati, tanto più se con politiche fortemente nazionaliste, non possono facilmente convivere confinando. E sappiamo bene chi è che ne fa le spese in questi casi.

lorcon

[1] si veda la rassegna degli orrori descritta in questo ottimo articolo di Leonardo Bianchi su Vice: http://www.vice.com/it/read/italiani-che-sostengono-putin-destra

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mirror

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Gli avvoltoi e internet

Pubblico di seguito un contributo del compagno Aa. Rigorosamente anonimo, così come (quasi) rigorosamente anonimo è chi gestisce questo blog.

L’uso mediatico dei suicidi per propagandare la censura

 

Gli avvoltoi e internet

 

 

Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano.
G. Gaber “Io, se fossi Dio”

 

Grande scalpore ha destato la vicenda della ragazzina di Cittadella suicidatasi. Scalpore non per il suicidio in se’, che è tra le prime cause di morte tra gli adolescenti, e questo dovrebbe far riflettere, ma per il presunto colpevole: internet e i social network.

 

 

Non è la prima volta che a seguito di un tragico fatto “di cronaca” si scatena una canea mediatica con orde di giornalisti e presunti “esperti” che lanciano appelli per un maggior controllo del web e contro l’anonimato. Tra i principali sostenitori della tesi che i social network possano essere causa di suicidio abbiamo diversi autori del gruppo La Repubblica – L’Espresso. Sarebbe interessante capire se dietro a questo vi è una semplice mancanza di comprensione di alcuni basilari meccanismi del web e della mente umana o una vera e propria malafede. In mancanza di dati sospendiamo la questione.

 

La tesi propagandata da questi “esperti” (di cosa?) sarebbe che l’anonimato on-line sarebbe pericoloso in quanto permette di lanciare accuse, insulti e quanto altro senza assumersene la responsabilità.

 

Peccato che costoro non riescano a comprendere che la possibilità di anonimato sia garanzia di libertà, che il potersi scegliere un’identità sia libertà. Libertà dalle censure (e dalle auto-censure), presenti anche in Italia, nonostante quello che sostengono questi figuri, per i quali l’anonimato è giusto solo in paesi dittatoriali. Libertà di scegliersi una maschera, un’identità, una controfigura in una società permeata da bigotto paternalismo.

 

Chi scrive non è dell’idea che il web renda automaticamente liberi, anzi è fortemente critico verso questa tesi, ma è dell’idea che un uso sociale e liberatorio delle tecnologie sia una strada da percorrere.

 

Tornando alla questione principale non possiamo non rilevare diversi punti critici della tesi spacciata a gran voce e con fiumi di inchiostro da De Benedetti & Co.

 

Intanto, si, i social network permettono l’insulto libero. Non è una novità: si basano spesso sull’azione immediata e non meditata, sull’infotaiment, sull’emotività, sulla viralità. Non è niente di nuovo e anche i media nostrani sono stati prontissimi a sfruttare questi aspetti quando faceva comodo ai loro interessi. Chi ha contribuito allo sviluppo di una cultura di questo tipo sono gli stessi che ora lanciano acuti gridi di orrore. Quindi tacciano, gli ipocriti.

 

Secondariamente no, i social network e le sue dinamiche non spingono al suicidio. Non esiste nessuna seria ricerca che affermi questo. E la correlazione causale riportata da la Repubblica del 12 Febbraio che riporta i casi di una decina di adolescenti suicidatisi e che avevano ricevuto insulti su Ask.Fm non ha senso. Non è assolutamente statisticamente rilevante e manco dimostra che vi sia un’effettiva correlazione.

 

In terzo luogo: nessuno si ammazza perchè è stato insultato da degli sconosciuti su un sito. Al massimo questa può essere una concausa. Se un ragazzino lancia richieste di aiuto su internet e su internet trova insulti la colpa è del fatto che l’ambiente che gli sta intorno, famiglia, scuola, gruppo dei pari, non è stato in grado di fornigli aiuto. Se un’adolescente si suicida lo fa perchè clinicamente depresso. E la cosa che fa veramente orrore è leggere dichiarazioni di parenti e amici che affermano “non lo sospettavamo, non potevamo immaginare”. Perchè vuol dire che vi è una totale mancanza della cultura del disagio psichico. Perchè vuol dire che non si è in grado di riconoscere i segnali di disagio negli altri. E questa non è una novità: lo stigma della “malattia mentale” continua a persistere nella nostra società. Chi dice chiaramente di avere un problema psicologico, per quanto comune come la depressione, finisce automaticamente nel ghetto dei “diversi”, degli “alienati”. Viene o iper-responsabilizzato per la sua condizione o completamente de-responsabilizzato delle sue azioni. Viene indicato come l’”incapace di intendere e di volere”. Avete mai parlato con un paziente psichiatrico istituzionalizzato? Ebbene, questo, lo stigma sociale è una delle cause di maggiore sofferenza. Spesso più delle psicosi o delle depressioni gravi. E dire che Asylum di Goffmann è stato pubblicato quasi sessanta anni fa, le opere di Foucault 40 anni fa e la legge Basaglia ha oramai 30 anni. Perle ai porci, verrebbe da dire. Dopo decenni di acuta riflessione sulla malattia mentale ci troviamo davanti a una banda di mentecatti incapaci di capire che il disagio psicologico è dovuto sopratutto a storture sociali.

 

Volete davvero porre un freno ai suicidi? Volete porre un freno al disagio psichico? Smettetela di massacrare con i tagli i Centri Psico-Sociali, le strutture di prossimità che dovrebbero dare l’assistenza immediata a chi si accorge di avere un problema, smettetela con l’approccio puramente farmacologico, pensate a che cosa non funziona in questo sistema di vita.

 

Perdersi in chiacchiere su quanto sia cattivo il web e l’anonimato è da amanti della lacrima facile e dell’emotività. Preclude il ricorso a strumenti razionali e apre le porte alle peggio censure; perchè non crediate che i disegni censori servano veramente a ridurre il numero di ragazzini che si ammazzino. Servono a colpire la dissidenza e le opinioni che non si uniscono ai cori belanti.

 

Piccola nota autobiografica:

 

Chi scrive ha iniziato navigare sul web più di dieci anni fa, quando si trovava in quell’età definita critica che è l’adolescenza. E ha sempre preferito i siti, le reti, le “community”, si direbbe ora, dove si poteva essere anonimi. Di insulti ne ha ricevuti e distribuiti molti. E no, non ha mai pensato a lanciarsi dalla finestra per questo. E questo non perchè è un ubermenshen o un duro rotto ad ogni esperienza. E manco perchè pensa che vi sia una distinzione tra reale e virtuale (anzi, è convito del contrario). Ma perchè quando aveva un problema aveva qualcuno con cui parlarne, qualcuno che l’aiutasse a razionalizzarli, qualcuno con cui confrontarsi.

 

Ed è questo, a sua opinione, che manca a chi si ammazza. Una società che genera suicidi è una società omicida. Il sistema in cui viviamo è il primo generatore di disagio, di alienazione, con le sue strutture sociali orripilanti, con la concezione dell’uomo come homo-economicus.

 

Politici, giornalistoidi, opinionisti tuttologi che chiedete censura: se volete cercare una causa per questi drammi guardatevi intorno. E guardatevi allo specchio.

 

 

Aa

 

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